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CHE COS’E’ LA COMUNICAZIONE

Capitolo primo - Struttura della comunicazione

La competenza comunicativa

Il punto di partenza necessario per l’analisi dei modi in cui gli uomini comunicano è la nozione di

competenza comunicativa, intesa come un insieme di precondizioni, conoscenze e regole che

rendono possibile per ogni individuo il significare e il comunicare. Tale competenza, che risiede

nella capacità di produrre e capire messaggi che pongono l’individuo in relazione con altri parlanti,

comprende non solo l’abilità linguistica e grammaticale ma anche una serie di abilità

extralinguistiche correlare che sono sociali, nel senso di saper adeguare il messaggio alla

situazione specifica, o semiotiche, cioè saper utilizzare altri codici oltre quello linguistico, come ad

esempio le espressioni facciali, il movimento del volto, delle mani ecc.

Descrivere la competenza linguistica nel suo complesso significa affrontare i seguenti problemi:

formulare una teoria dell’esecuzione, nel senso i riconsiderare l’azione linguistica come

a) momento globale, in interazione con un determinato contesto da cui è condizionata;

considerare anche altri significati oltre a quello referenziale e cognitivo del messaggio, come i

b) significati sociali, stilistici, emotivi ecc.

analizzare a cosa servono i messaggi linguistici e non linguistici, quali sono le funzioni della

c) comunicazione.

Queste osservazioni hanno come criterio fondamentale non l’accettabilità grammaticale delle frasi,

ma l’appropriatezza. Siccome l’appropriatezza è una relazione tra messaggi, frasi e contesti, la sua

analisi richiede l’analisi delle frasi e l’analisi dei contesti.

Le conoscenze che ci permettono di assegnare un significato alla nostra esperienza e di orientarci

in essa si possono definire regole di interpretazione e procedure interpretative. Esse possono

essere di diverso tipo:

-background Knowledge, cioè quelle conoscenze che ognuno possiede, precondizioni della

comunicazione che permettono uno svolgimento ordinato e razionale della conversazione;

-foreground Knowledge, è la conoscenza di quelle regole di comunicazione rilevanti in una

situazione e non in un’altra;

-emergent grounds sono le conoscenze specificatamente necessarie in un determinato momento

dello scambio comunicativo;

-trascendent grounds sono quelle conoscenze che i partecipanti alla conversazione ritengono

rilevanti in un dato momento della interazione: esse definiscono i limiti di ciò che è

situazionalmente appropriato e quindi hanno un ruolo fondamentale nella descrizione della

competenza comunicativa;

Un altro tipo di conoscenza fondamentale necessario per lo svolgimento in modo appropriato della

conversazione sono le conoscenze sociosituazionali, cioè una sorta di cultura della situazione

costituita da una serie di assunzioni, relative agli elementi che fanno parte del contesto

(interlocutori, luogo fisico in cui si svolge la comunicazione, gli oggetti presenti ecc).

Un’interazione comunicativa avviene se il parlante possiede ed utilizza alcune delle componenti di

una serie di competenze:

competenza linguistica, la capacità di produrre e di interpretare segni verbali;

a) competenza paralinguistica, cioè la capacità di modulare alcune caratteristiche del significante

b) quali enfasi, cadenza della pronuncia, risate, esclamazioni ecc.

c) competenza cinesica, cioè la capacità di realizzare comunicazioni mediante segni gestuali;

d) competenza prossemica, cioè la capacità di variare gli atteggiamenti spaziali e le distanze

interpersonali dell’atto comunicativo, quali il toccarsi, l’essere o no a contatto ecc.

e) competenza performativa, capacità di azione sociale, cioè di utilizzare l’atto linguistico e non

linguistico per realizzare in concreto la propria intenzione comunicativa;

f) competenza pragmatica, cioè la capacità di usare i segni linguistici e non linguistici in modo

adeguato alla situazione e alle proprie intenzioni;

g) competenza socio-culturale, cioè la capacità di riconoscere le situazioni sociali e le relazioni di

ruolo, insieme alla capacità di concepire significati e conoscerne gli elementi distintivi di una

determinata cultura.

Secondo Fraser un primo passo verso la comprensione della ricchezza dei processi comunicativi

consiste nell’analizzare un’interazione comunicativa sulla base di sistemi di comunicazione di cui è

composta. L’autore ne individua quattro: il sistema verbale, intenzionale (uso di enfasi,

sottolineature, inflessioni di voce), paralinguistico, cinesico (movimenti delle mani, del corpo, lo

sguardo e il contatto visivo ecc.). Questi elementi possono essere descritti come “aspetti dinamici”

dell’interazione, in contrapposizione ad aspetti più stabili, come ad esempio la distanza tra due

persone, interpretabile come un indice della relazione esistente tra gli interlocutori.

Componenti dell’atto comunicativo

L’atto comunicativo è la più piccola unità di parte di uno scambio comunicativo. Può essere

costituito anche dalla produzione di una singola parola o di un gesto, più spesso da una

combinazione di elementi verbali e non verbali.

L’individuazione degli elementi costitutivi ha portato molti autori a elaborare schemi e modelli.

Per Tatiana Slama-Cazacu per avere un atto di comunicazione sono essenziali almeno sei fattori:

l’emittente, cioè chi produce il messaggio, un codice condiviso da emittente e ricevente, che è il

sistema di riferimento in base al quale il messaggio viene prodotto, un messaggio, che è

l’informazione trasmessa secondo le regole del codice, un contesto in cui il messaggio è inserito e

a cui si riferisce; un canale, cioè un mezzo fisico-ambientale che rende possibile la trasmissione

del messaggio, un ricevente che è colui che riceve e interpreta il messaggio. Va sottolineato inoltre

che la relazione tra emittente e ricevente è bilaterale (l’uno può assumere il ruolo dell’altro); il

messaggio è recepito come portatore di un significato, legato a sua volta a un fatto della realtà e

quindi conduce ad un atto cognitivo o ad una qualsiasi azione; c’è flessibilità dell’adattamento alla

situazione: emittente e ricevente l’uno l’altro e al contesto generale per trasmettere il significato e

per ristabilirlo; lo schema della comunicazione non può essere avulso dall’ambiente in cui la

comunicazione ha luogo.

Di maggior interesse per l’analisi dell’interazione comunicativa è tuttavia lo studio delle relazioni tra

queste componenti attraverso cui occorre affrontare problemi di più ampia portata , in particolare: il

processo di codifica, il processo di decodifica e il canale.

Il processo di codifica e il problema dell’intenzionalità della comunicazione

Il processo di codifica coinvolge una serie complessa di operazioni a livello cognitivo, emotivo,

interpersonale.

Un primo punto da prendere in considerazione riguarda le caratteristiche del messaggio da

codificare. Ogni messaggio infatti contiene, oltre a un contenuto esplicito (la notizia), anche un

aspetto che specifica il modo in cui il messaggio deve essere considerato e quel è la natura della

relazione tra le persone coinvolte (la metacomunicazione, che fornisce informazioni su come

l’emittente si autodefinsce, su come definisce le identità di ruolo dei partecipanti, e quindi informa

sulla definizione della relazione stessa). Per far riferimento agli oggetti nella comunicazione le

possibilità sono due: rappresentarli con un’immagine esplicativa (utilizzando un codice analogico,

con cui si intendono tutti gli aspetti non verbali di una comunicazione) oppure dar loro un nome

(utilizzando un codice numerico, consistente nella comunicazione attraverso la parola). Per una

comunicazione efficace, i due diversi linguaggi devono essere combinati in fase di codifica e

decodifica.

Ip problemi di codifica che un soggetto incontra più di frequente riguardano aspetti del contenuto di

un informazione e aspetti legati alla relazione.

Si tratta prima di tutto della consapevolezza della pluralità di significati, legata ai diversi contesti

oltre che ai diversi interlocutori, sottostante alla unicità del segno. Ogni termine ha un’area di

incertezza o ambiguità definita “alone semantico”, che si riscontra in una variabilità soggettiva nel

significato attribuito ai termini che rende possibile attribuire interpretazioni diverse ad una stessa

parola o frase. Esistono in oltre schemi di riferimento diversi in funzione dei vari contesti, che

possono essere evocati da uno stesso significato. In questo senso, se si vuole far comprendere al

ricevente il significato del messaggio bisogna accettare implicitamente il fatto che la comprensione

di una frase avvenga solo quando il messaggio è collocato all’interno di un contesto, e che tale

contesto possa variare a seconda degli interlocutori.

Per realizzare una comunicazione “per l’altro” occorre utilizzare un linguaggio che egli possa

comprendere, assumendo il suo punto di vista. E’ questo il concetto del role-taking, di cui

possiamo distinguere tre aspetti nelle sue capacità:

capacità di comprendere che esiste una prospettiva dell’altro diversa dalla propria;

a) capacità di discriminare gli attributi di ruolo, cioè le caratteristiche specifiche di un altro in

b) particolare;

capacità di tenere presente la prospettiva dell’altro durante la comunicazione.

c)

Questa consapevolezza comporta la capacità di effettuare scelte linguistiche adatte all’altro, in un

continuo processo di codifica e ricodifica.; in sostanza il soggetto dopo aver codificato il messaggio

per sé deve essere in grado di rimodificarlo tenendo presente le caratteristiche dell’ascoltatore.

Elemento fondamentale péché la comunicazione sia efficace diventa allora il feed-back, cioè il

controllo da parte dell’emittente dell’esito del messaggio stesso, la comprensione di come gli altri

decodificano il messaggio (decodifica anticipatoria).

Altri aspetti cognitivi operanti nel processo di codifica consistono nel controllo del proprio

linguaggio (self-monitoring) e nel controllo del comportamento altrui (other-monitoring).

Il feedback interno è la consapevolezza di compiere il gesto nel momento in cui lo si realizza e il

feedback esterno si riferisce invece all’informazione riguardante il segnale non verbale che il

ricevente manda di ritorno all’emittente.

Il processo di codifica riguarda inoltre, oltre al contenuto, anche la qualità del messaggio, lo stile

del comportamento comunicativo, la presentazione di sé che viene offerta in ogni scambio

interattivo. Possiamo qui distinguere tra le espressioni che un individuo trasmette da quelle che

lascia trasparire, creando un’impressione di sé. Goffman parla in questo caso di prospettiva

“drammaturgica”, che considera la persona che parla come se fosse un attore che sta recitando

una parte, con il fine di suscitare nel pubblico una certa impressione.

Il problema dell’intenzionalità costituisce un grosso problema teorico.

Watzlawick definisce comunicazione qualsiasi comportamento che accade in presenza di un altra

persona. non occorre quindi l’intenzione di comunicare, tutto il comportamento è comunicazione e

tutta la comunicazione, volontaria o involontaria che sia, influenza il comportamento.

Al contrario secondo Fraser bisogna distinguere tra comportamento, che in certe situazioni può

fungere da segnale per chi osserva ed essere interpretato come tale, e comunicazione, che

comporta un sistema di segnali socialmente condivisi e prevede un’azione intenzionale di codifica

e decodifica.

Von Cranach riserva il termine comunicativo a quel comportamento legato allo scambio di

informazioni, che implica l’uso di un codice. Definisce invece interattivo il comportamento

concretamente percepibile da ogni partecipante nella interazione e informativo quel

comportamento che costituisce un’informazione di per sé, senza essere un segno che rinvia a

qualcosa d’altro.

Per Ekman e Friesen il comportamento non verbale (CNV) può essere informativo, che comprende

gesti aventi un significato condiviso che provocano interpretazioni tra loro simili in alcune classi di

osservatori; comunicativo è invece quello che comprende quei gesti tramite i quali l’emittente

intende consapevolmente trasmettere un preciso segnale al ricevente; è interattivo quello che

comprende i gesti che una persona compie in un’interazione, volti a modificare e influenzare il

comportamento interattivo delle altre persone.

Centrale per l’analisi della situazione di interazione viene considerata l’intenzione o scopo, inteso

come meta che dirige le attività dei partecipanti.

A proposito della comunicazione non verbale Parisi, facendo riferimento al concetto di scopo, isola

nella classe di interazioni tra organismi due tipi di interazione, due modi di comunicare: il primo,

basato sul concetto di scopo definito in termini evoluzionistici, è costituito dall’emissione di segnali

dimostratisi adattivi sul piano della selezione naturale; il secondo è basato sul concetto di scopo

definito come quell’attività mentale che chiamiamo “avere intenzioni”. In questo caso il comunicare

è produrre un segnale che permetta all’ascoltatore di ricostruirsi nella propria mente la stessa

intenzione del parlante. Per quanto riguarda la comunicazione linguistica, Parisi sottolinea come

sia prima di tutto una comunicazione di intenzioni.

La caratteristica che distingue la comunicazione da un semplice flusso di informazioni è che

l’emittente ha l’intenzione di rendere conto qualcosa ad un dato ricevente. Secondo Allwood i tipi di

intenzionalità connessi con la comunicazione sono tre:

il primo comprende le intenzioni riguardanti il contenuto comunicativo. Si possono distinguere

a) almeno tre dimensioni di tale contenuto: la dimensione espressiva, la dimensione evocativa e

la dimensione di obbligo;

un secondo tipo di intenzionalità ha a che fare con lo “status comunicativo”, che mette in gioco

b) due fenomeni: la consapevolezza comunicativa, cioè la variazione del grado di intenzionalità;

la rilevanza dell’informazione che si intende trasmettere;

il terzo tipo di intenzionalità viene definita strumentale e si riferisce alla connessione tra vari tipi

c) di contenuto e di status comunicativo con il comportamento manifesto. Tale connessione si

ottiene mediante l’integrazione di elementi del comportamento verbale e non verbale

simultanei e sequenziali.

Non tutti gli studiosi sono d’accordo nel ritenere l’intenzionalità un elemento discriminante in senso

assoluto tra ciò che è comunicazione e ciò che non lo è. Il problema investe soprattutto la

comunicazione non verbale: l’emittente può o meno essere consapevole, può o meno avere

l’intenzione di comunicare, il suo comportamento non verbale può essere di per sé significativo

indipendentemente dalla consapevolezza o intenzione.

Ekman e Friesen ritengono chiesi possa parlare di comportamento comunicativo tutte le volte che

in un comportamento non verbale esistano un consenso, un accordo nell’interpretazione che di

esso danno diversi osservatori, senza che ciò implichi necessariamente che la persona che ha

realizzato quel dato comportamento non verbale avesse intenzione di comunicare.

Wiener tenta di affermare una distinzione tra comportamenti non verbali che possono essere

considerati come comunicazione e altri comportamenti e di individuare definizioni e criteri per una

ricerca sistematica. Afferma che i ricercatori che sostengono che tutti i comportamenti vanno

considerati comunicazioni, fanno confusione tra il concetto di “segno” e quello di comunicazione: il

primo implica semplicemente che un osservatore trae inferenze o dà un significato ad un evento, il

secondo implica l’esistenza convenzionale di segnali, e quindi di un codificatore (l’emittente) che fa

qualcosa tramite l’uso del codice e di un decodificatore (l’interlocutore) che risponde

sistematicamente a quel codice.

In definitiva, più che insistere su una separazione netta tra comportamento comunicativo e non, è

più opportuno parlare di scala di specificità comunicativa, ai cui estremi si collocano da un lato il

linguaggio verbale, dall’altro i movimenti corporei.

Il processo di decodifica

Il secondo momento dell’atto comunicativo è costituito dalla ricezione o decodifica del messaggio

trasmesso. In tale processo, si ha prima di tutto la percezione del messaggio, a seguito della quale

avviene la ricostruzione da parte del ricevente del significato cui si mirava nell’atto di emissione.

Accanto alla percezione e al riconoscimento dei segni c’è un’altra operazione fondamentale, cioè

l’interpretazione dell’espressione: questa si realizza col riportarsi al modo in cui l’espressione è

organizzata e con l’integrazione in un ampio sistema, rappresentato dall’intero contesto.

Decodificare significa quindi un senso ai dati informi dell’esperienza, operare il riconoscimento di

un comportamento altrui.

Inoltre persone diverse possono percepire in modo differente la stessa situazione e la stessa

comunicazione: ciò in ragione del fatto che la decodifica comprato sempre un processo di

selezione, organizzazione e interpretazione dei segnali forniti. Questo processo avviene in gran

parte in modo immediato e al di fuori della coscienza del ricevente ed è influenzato da una serie di

fattori, tra i quali:

la sensibilità fisica: c’è un limite che la sensibilità fisica pone alla ricezione dei segnali. Inoltre ci

a) possono essere variazioni individuali;

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lomb94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Caterina Roberto.
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