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Le arti-terapie: origini e applicazioni

Le origini storiche

Sebbene abbiano un lungo passato, la storia scientifica delle arti-terapie (idea che le arti possano avere un potere terapeutico, che l’espressività artistica possa essere organizzata in un percorso di cura) inizia quando il rapporto tra arte e terapia cessa di essere occasionale, ed è inserito all’interno di una situazione terapeutica definita.

Un nuovo modello terapeutico che cercava di sostituire l’isolamento dei pazienti con strategie volte a ricercare una qualche forma di interazione con i malati, definito traitement moral da Philippe Pinel, contribuì durante l’Illuminismo e la rivoluzione francese a suscitare un cambiamento nel modo di considerare e curare la malattia mentale.

Christian Reil, contemporaneo di Pinel, individuò un protocollo terapeutico di cura psichiatrica in cui il coinvolgimento dei malati in attività di lavoro fisico all’aria aperta e la stimolazione intellettuale, con ricorso a disegni, simboli ecc. erano fondamentali per stipulare un’interazione tra il malato e l’ambiente che lo circondava e per risvegliare, con opportune stimolazioni, l’interesse verso il mondo esterno e quello interno.

In questo contesto il materiale artistico, che si articolava in disegni, poesie, movimenti, suoni, si rivelava un importante mezzo di comunicazione tra la realtà interna del paziente e il mondo esterno.

Arti-terapie e psichiatria

Gli psichiatri della tradizione ottocentesca e novecentesca si concentrarono soprattutto sulla definizione e classificazione del disturbo psichiatrico. Gli ospedali psichiatrici assunsero quelle caratteristiche di chiusura ed emarginazione che si sono protratte fino al recente passato, in un contesto in cui l’abbinamento tra arte e terapia veniva guardato con sospetto.

La raccolta sistematica di opere artistiche negli ospedali psichiatrici (una delle prime raccolte, che poi verranno dette Art Brut, risale al 1922 ed è riconducibile ad Hans Prinzhorn, che pubblicò il primo lavoro sufficientemente sistematico ed esteso sulla produzione pittorica dei pazienti) permise da una parte di definire meglio le potenzialità espressive dei pazienti e dall’altra di inquadrare la loro espressività in un modulo terapeutico abbastanza definito.

Le arti figurative e visive non sono tuttavia i soli esempi che possiamo trovare delle applicazioni artistiche in ambito psichiatrico. Troviamo esempi di espressione musicale, letteraria, teatrale. In particolare nello psicodramma (modello di intervento di derivazione psicoanalitica applicato fin dagli anni venti del Novecento all’interno delle strutture psichiatriche), che riprende per alcuni aspetti le tecniche teatrali, l’espressività dei pazienti può trovare un appropriato contenimento e favorire i processi di crescita personale.

L’esigenza comunicativa alla base del rapporto che si può creare tra arte e terapia va vista unitamente all’esigenza di dare un ordine al materiale espressivo. In questo senso, le rappresentazioni artistiche si consolidano nell’apprendimento di determinati ritmi che costituiscono una sorta di situazione simulata, un gioco programmato in cui si mettono in cantiere i presupposti per nuovi equilibri.

Il momento in cui le arti-terapie cominciarono a costituirsi come un intervento autonomo può essere fatto risalire alla seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in Inghilterra come protocollo riabilitativo per le nevrosi traumatiche legate agli eventi bellici. In quest’ambito il modulo terapeutico si articolò in un vero e proprio intervento di psicoterapia.

Il modello psicoterapeutico

Le arti-terapie non possono prescindere dalla teoria e dalla pratica psicoanalitica nella misura in cui si basano sugli stessi presupposti di costruzione del rapporto terapeutico, il cui modello si articola nella creazione di uno spazio in cui il paziente trova la possibilità di esprimersi e di essere ascoltato, permettendo al terapeuta di ricostruire una “storia”, e sulle istanze di tipo comunicativo.

Sebbene Freud privilegiò nella terapia la comunicazione verbale e solo in parte si interessò alla produzione artistica dei pazienti, il suo metro era comunque simile a quello che determina la produzione artistica: Freud era un “clinico-artista” che scriveva o riscriveva storie terapeutiche, attento a cogliere i nessi non sempre evidenti tra le cose. Inoltre, soprattutto nell’ultimo Freud, si possono riscontrare ulteriori suggerimenti per il modello delle arti-terapie: un più armonico rapporto con se stessi e con gli altri può essere raggiunto utilizzando le proprie potenzialità creative, quindi facendo “arte” e imparando a regolare e a controllare le proprie azioni.

Altro punto di riferimento per capire lo sviluppo delle arti-terapie è rappresentato dall’opera di Jung. Quest’ultimo, a differenza di Freud, prese esplicitamente in considerazione la produzione di disegni o l’uso della creta da parte dei pazienti. Nel corso della terapia attraverso i sogni, ma anche attraverso i dipinti, è possibile individuare le rappresentazioni con cui gli archetipi (gli elementi collocati nella dimensione collettiva dell’inconscio) si manifestano all’esperienza individuale del paziente. In questo contesto, i sogni e i disegni non vanno esaminati come elementi isolati, bensì come una serie finalizzata a rappresentare varie tappe del processo terapeutico e dello stato mentale dei pazienti.

Jung, inoltre, descriveva due modi attivi nella creazione di opere d’arte: una strada “psicologica” (la più indicata ad essere applicata nell’ambito del rapporto terapeutico), in cui i contenuti dell’artista non uscivano dall’ambito dell’esperienza cosciente, e una “visionaria”, in cui vi era un contatto diretto tra l’artista e gli archetipi.

I primi modelli di arti-terapie

Attraverso l’influenza delle teorie di Freud e Jung si delineano due modalità per definire il processo psicoterapeutico che sottosta all’impiego delle arti-terapie, che può essere visto sia come strumento di conoscenza della realtà psichica, sia come modo per sostenere e amplificare lo sviluppo dell’Io.

I modelli di Margaret Naumburg e di Edith Kramer, considerate le fondatrici dei primi modelli di arte-terapia nel campo dell’arte visiva, si muovono secondo queste due direttive. La prima fondò, nel 1914, un centro in cui attività e produzione artistica erano inserite in un contesto psicoterapeutico. La prassi freudiana delle associazioni libere, dell’interpretazione del significato inconscio dei segni grafici e dei prodotti artistici, insieme all’analisi del rapporto paziente-terapeuta, erano alla base del metodo della Naumburg, che riprendeva quindi il metodo psicoanalitico freudiano classico: il materiale espressivo doveva essere interpretato per risalire alle motivazioni inconsce che l’avevano originato.

Edith Kramer rifletté invece sull’importanza e sul ruolo che l’arte poteva avere nei confronti di chi aveva vissuto gravi condizioni di stress e pensò che l’espressione artistica dovesse essere considerata in un rapporto di tipo terapeutico. L’obiettivo della terapia della Kramer non era quindi quello di fornire interpretazioni legate al significato inconscio delle produzioni artistiche, ma di mettere il paziente in grado di utilizzare il suo potenziale creativo ed espressivo.

Nelle arti-terapie i prodotti espressivi non vengono esaminati solo come un prodotto finito, ma la produzione viene considerata nei suoi momenti dinamici, come un processo che si svolge parallelamente all’instaurarsi del rapporto terapeutico.

I modelli delle arti-terapie nel campo delle arti figurative (Judith Rubin ne ha individuati sedici) sono più o meno attenti al prodotto artistico e alla relazione che si instaura con il terapeuta. In ogni caso si pone come punto fondamentale per un’osservazione più dettagliata sia da parte del terapeuta, che trova nell’espressione del paziente non soltanto dei contenuti da analizzare ma degli strumenti per comunicare, sia da parte del paziente, che grazie alla terapia diviene sempre più in grado di osservare se stesso.

L'osservazione clinica

Nell’approccio degli psicoanalisti che si occuparono di analizzare bambini e non pazienti adulti, la tecnica freudiana delle associazioni libere fu sostituita con una situazione di gioco, che aveva una duplice funzione: la prima terapeutica, in quanto attraverso il gioco i bambini riuscivano ad esprimere e ad elaborare le proprie angosce; la seconda di osservazione. La capacità di osservare diventava in questo modo uno dei prerequisiti dell’intervento terapeutico: saper osservare il paziente significava stabilire una giusta distanza che permetteva uno scambio emotivo.

La capacità di osservare da parte del terapeuta, inoltre, era il presupposto per l’attivazione da parte del paziente di una corrispondente capacità riflessiva. La ricerca dell’osservazione partecipe, nata nell’ambito della psicoterapia infantile, ben si adatta alle arti-terapie. In questo contesto, infatti, bisogna comprendere ciò che il paziente vuole comunicare attraverso la sua attività espressiva. Inoltre, mediante l’osservazione, è possibile capire a quale tipo di materiale o produzione artistica un paziente può rivelarsi più sensibile e interessato.

Nondimeno, l’osservazione fa parte del percorso formativo dell’arte-terapeuta: nell’esperienza di ogni arte-terapeuta si prevede un periodo di osservazione delle dinamiche relazionali tra terapeuta e pazienti che può riguardare i diversi contesti clinici e istituzionali in cui le arti-terapie trovano applicazione. L’osservazione, infine, rappresenta un momento rilevante per verificare la validità di un percorso terapeutico e il grado di coinvolgimento dei pazienti.

Procedure psicodiagnostiche controllate

L’uso di disegni e altri materiali espressivi ha rappresentato in contesti psicodiagnostici un’importante fonte per focalizzare i problemi dei pazienti e per giungere a linee interpretative generali seguendo la corrispondenza tra determinate tracce grafiche e tratti o istanze di personalità. Molti studiosi hanno creato situazioni espressive “controllate” in cui si invitavano i soggetti a disegnare; da come un soggetto disegnava era possibile individuare, a partire da osservazioni e comparazioni fatte su un vasto campione di soggetti, determinate modalità comportamentali, normali o patologiche, diagnosticare eventuali disturbi clinici e, entro certi limiti, prevederne l’evoluzione futura.

Sono così nati alcuni test psicologici che si basano sull’espressività grafica in cui, la grandezza degli elementi, la presenza o meno di determinati particolari, il valore simbolico degli oggetti assumono un preciso significato in relazione alle problematiche presentate dal soggetto e alle sue caratteristiche personali.

Alcuni modelli di arti-terapie suggeriscono linee non dissimili da quelle evidenziate dagli strumenti psicodiagnostici che si basano sull’interpretazione dell’espressività grafica. Questo discorso ci invita a vedere nelle arti-terapie un duplice livello applicativo: si possono considerare come metodi terapeutici dotati di una loro autonomia, o come strumenti che possono essere impiegati in altri contesti terapeutici.

Le principali applicazioni delle arti-terapie

Possiamo individuare alcuni ambiti applicativi in cui le arti-terapie sono attualmente impiegate in maniera significativa. Infatti, la loro area di intervento si è estesa ben oltre l’originale ambiente psichiatrico e trova in molti spazi istituzionali e collettivi una sua ragion d’essere.

Nell’ambito psichiatrico, il più tradizionale, le arti-terapie si articolano con interventi, per lo più di gruppo, svolti con incontri regolari che possono riguardare tanto l’arte figurativa, quanto la musica, il movimento, la danza.

L’ambito medico accoglie alcune attività espressive organizzate in gruppo per pazienti che presentano patologie croniche o dalla prognosi severa: queste attività si rivelano di una certa utilità per la condivisione sociale di esperienze ed emozioni e per regolare e controllare le emozioni e le ansie legate a gravi patologie. Si tratta di attività in cui, al pari di quanto avviene in altri interventi psicoterapeutici, i pazienti possono dal punto di vista psicologico ed emotivo accettare la propria malattia e curarsi in modo consapevole.

Un altro intervento applicativo riguarda l’intervento in situazioni di handicap fisico o psichico. In queste situazioni le arti-terapie possono costituire uno strumento fondamentale per apprendere a convivere con uno svantaggio anche gravissimo.

Altra area importante riguarda il disagio sociale. Progetti di arti-terapie vengono sviluppati con successo in comunità di tossicodipendenti o in istituzioni chiuse. Le arti-terapie sono inoltre impiegate in progetti che riguardano le residenze assistite, i luoghi di ritrovo per persone anziane: per l’anziano costituisce un momento importante per riappropriarsi di parti del proprio sé, per sentirsi ancora creativo e produttivo.

Infine, il mondo scolastico costituisce un’ulteriore area di intervento non esclusivamente in funzione ludica e ricreativa: un intervento terapeutico può essere visto in funzione dell’inserimento in classe di un bambino diversamente abile o problematico a livello didattico.

Arti-terapie, creatività individuale e fondamenti teorici

Le arti-terapie come spazio della creatività

Nelle arti-terapie la presenza e il ruolo che gli oggetti assumono nel processo di cura sono di notevole importanza. Quando si parla di “oggetti” in una situazione terapeutica ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, prodotti artistici, che sono attribuiti al legame paziente-terapeuta e ne rispecchiano il processo di crescita. Questi ultimi oggetti sono più vicini a ciò che la nostra percezione individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali.

Le qualità degli oggetti possono essere distinte in primarie, relative alla dimensione fisica, e secondarie relative alla dimensione sensoriale e soggettiva. Alcuni studiosi distinguono poi alcune qualità dell’oggetto che dipendono più di altre dalla relazione che si ha con quell’oggetto, dalle emozioni che suscita ed evoca, dette qualità terziarie. Ci si può inoltre riferire a un oggetto concreto, materiale, o a un oggetto immateriale.

In un contesto terapeutico si parla di oggetti facendo riferimento alle relazioni interpersonali che tali oggetti possono suggerire e, nel caso di oggetti materiali e immateriali, alle qualità terziarie che possiedono: ci si avvale di questi oggetti come mezzi che individuano e modificano la relazione terapeuta-paziente. Le modifiche della relazione terapeutica riflettono i cambiamenti che si realizzano sul piano della crescita individuale in un’altra importante relazione: quella che la madre ha con il proprio figlio durante i primi anni di vita. In alcuni modelli psicanalitici si sottolineò l’importanza dei “rapporti oggettuali”, ovvero della capacità attiva fin dai primi anni di vita di distinguere tra mondo soggettivo e oggettivo, tra fantasia e realtà.

In questa prospettiva, la funzione degli oggetti riguarda soprattutto l’elaborazione dei contenuti del mondo esterno in termini di acquisizione ed elaborazione intrapsichica: nei processi di mediazione tra interno ed esterno gli “oggetti” costituiscono strumenti di conoscenza sia della realtà esterna sia dei vissuti soggettivi e affettivi in relazione agli stimoli esterni. Gli “oggetti interni” per molti psicoanalisti corrispondono a rappresentazioni mentali, a schemi che orientano nel corso dello sviluppo l’attività percettiva.

Secondo Imbasciati la percezione è un processo attivo, assemblaggio degli input secondo certe configurazioni costruite da corrispondenti funzioni, ognuna delle quali dipendente dalle precedenti e connessa alle successive, progressivamente apprese. Riprendendo alcuni spunti di Freud, il modello delle relazioni oggettuali sottolinea come la vita mentale del bambino si costituisce fin dai primi mesi di vita nella relazione con la madre, nella capacità di viverla e riconoscerla come una persona separata, e nel distinguere di conseguenza tra realtà psichica interna e mondo esterno.

Per la Klein è proprio attraverso tale esplorazione che il bambino riesce a conoscere l’ambiente circostante, il mondo esterno: la funzione protettiva materna si esplica, quindi, nel fornire al bambino oltre al cibo anche il nutrimento mentale che gli consenta di superare le angosce persecutorie e depressive e di riconoscere la madre come un effettivo oggetto di amore, intero, non scisso.

Nel modello kleiniano, che si occupa del primo anno di vita del bambino, l’acquisizione dell’oggetto intero “madre” avviene per via di una valenza di tipo costruttivo attraverso rapporti con oggetti parziali. In questo senso, lo spazio creativo risulta dalla possibilità di riparare l’oggetto intero danneggiato, di ricostruirlo secondo un processo che è simile a quello dell’elaborazione del lutto.

La madre in questo contesto rappresenta l’oggetto amato da cui è possibile separarsi: in virtù di questa separazione il bambino riesce a creare un rapporto affettivo con la madre. Il legame viene a stabilirsi nella misura in cui il bambino riesce a dare alla figura materna nella sua interezza uno spazio mentale all’interno del proprio sé. Attraverso l’arte e l’uso di oggetti artistici questo spazio mentale trova la sua configurazione più propria e può essere utilizzato come spazio di comunicazione e relazionale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lomb94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Caterina Roberto.
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