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SICOLOGIA DELLA DISABILITÀ E DEI DISTURBI DELLO SVILUPPO LEMENTI DI RIABILITAZIONE E
’
D INTERVENTO
Capitolo1: Disabilità: definizione e intervento
disabilità
I termini disabile e sono diventati vocaboli di uso comune nei diversi ambiti specialistici
di studio e di intervento e nel linguaggio quotidiano. Nel 1980 l’Oms distinse tre concetti alla base
della prima Classificazione internazionale delle menomazioni, delle disabilità e degli handicap:
- impairment)
la menomazione (o è qualsiasi perdita o anomalia a carico di strutture o funzioni
psicologiche, sismologiche o anatomiche. Essa può avere carattere permanente o transitorio;
- disability)
la disabilità (o è la riduzione parziale o totale della capacità di svolgere un’attività nei
tempi e nei modi considerati come normali. Essa può essere transitoria o permanente,
reversibile o irreversibile, progressiva o regressiva, può essere una conseguenza diretta di una
menomazione o una reazione psicologica a una menomazione fisica, sensoriale o di altro tipo.
- l’handicap è una condizione di svantaggio risultante da un danno o da una disabilità che limita
o impedisce lo svolgimento di un ruolo normale in rapporto all’età, al sesso, ai fattori sociali e
culturali. Essa è una condizione soggetta a possibili cambiamenti migliorativi o peggiorativi.
Già da questa prima definizione emergeva l’esigenza di considerare l’handicap un fenomeno
sociale, in quanto definisce le conseguenze sociali e ambientali che hanno per origine le
menomazioni e disabilità di un individuo di fronte alle esigenze e attese dell’ambiente. In questa
prima frase sembrava importante affermare alcuni principii, utili a superare pregiudizi e luoghi
comuni:
1. la persona disabile non doveva essere identificata con i suoi problemi: da qui la scelta di
privilegiare l’espressione “portatore di handicap” piuttosto che “handicappato”;
2. l’handicap non andava confuso con la malattia;
3. l’handicap non era confuso con una più generica condizione di svantaggio socio-culturale o di
disadattamento, cioè con una situazione derivante prettamente da fattori sociali. Emergeva
con chiarezza la doppia connotazione, biologica e sociale, dell’handicap.
In questa prospettiva, la disabilità si traduce in handicap in relazione alle barriere fisiche,
psicologiche e sociali che la persone incontra nella sua vita quotidiana. Le barriere psicologiche
hanno a che fare con l’impatto che la disabilità ha sull’individuo e sulle persone che lo
circondano. Le risposte psicologiche delle singole persone sono da collegare alla tolleranza
individuale di fronte alla diversità, al contesto socio-culturale di appartenenza e alle condizioni
generali di vita. Le barriere sociali sono frutto del clima culturale prevalente in una data epoca o in
un determinato contesto. Già negli anni Ottanta si sottolineava come nel determinare l’entità e la
gravità di una disabilità intervengano fattori desumibili dall’insieme di elementi personali e
contestuali che gravitano intorno alla persona disabile. Tuttavia, il modello proposto nel 1981
presenta alcuni limiti perché si tratta di un modello lineare che rimanda a rapporti unidirezionali di
causa effetto tra evento morboso o traumatico menomazione disabilità handicap. Inoltre,
➙ ➙ ➙
il termine handicap è considerato inadeguato per la sua genericità e per la connotazione negativa
implicita nella sua etimologia. Nelle classificazioni dell’Oms attualmente in uso il riferimento
principale non è più alle menomazioni e alle disabilità, ma alle funzioni/strutture corporee e alle
attività. Il termine handicap è stato eliminato da qualsiasi livello di descrizione e di definizione ed è
quindi caduto in disuso. Nella maggior parte dei casi si tende a usare il termine disabilità come
reciproco del termine funzionamento. Sono infatti proprio il funzionamento e le sue limitazioni in
specifici ambiti di attività che il nuovo sistema di classificazione si propone di descrivere sulla
base di parametri e definizioni condivisi a livello internazionale. Le componenti dell’Icf sono:
le funzioni corporee, che sono le funzioni fisiologiche o psichiche dei sistemi corporei;
• le strutture corporee, che sono le parti anatomiche del corpo, come gli organi, gli arti e i loro
• componenti;
l’attività, che è l’esecuzione di un compito o di un’azione da parte di un individuo;
• le limitazioni dell’attività, che sono le difficoltà che un individuo può incontrare nello svolgimento
• di un’attività;
la partecipazione, che è il coinvolgimento dell’individuo nelle situazioni di vita;
• i fattori ambientali, che costituiscono gli atteggiamenti, l’ambiente fisico e sociale in cui le
• persone vivono e conducono la loro esistenza.
I principali elementi di discontinuità delle nuove definizioni rispetto alle precedenti sono:
- l’Icf ha un’applicazione universale: riguarda tutte le persone, non solo quelle con disabilità, dal
momento che prende in considerazione il funzionamento umano e le sue restrizioni;
- le diverse dimensioni sono considerate nella loro interazione reciproca e non più collegate in
modo unidirezionale; 1
- il contesto, inteso come insieme di fattori ambientali e personali, interagisce a tutti i livelli e non
solo nel determinare i problemi di partecipazione alla vita sociale.
Situazioni diverse per tipologia e per gravità della menomazione o per caratteristiche individuali
interventi
possono richiedere in vari ambiti. Un intervento medico è indispensabile in presenza di
forme morbose croniche che necessitano l’uso di farmaci. Un intervento psicologico è importante
nei casi in cui i problemi relazionali e/o comportamentali di una certa entità si associano alla
situazione di disabilità. Un intervento psicologico è auspicabile per prevenire l’insorgere di tali
problematiche e per supportare le famiglie nella fase iniziale e nei momenti più critici
dell’evoluzione propria e del ragazzo. L’intervento educativo coinvolge istituzioni che si assolvono
funzioni imprescindibili nel campo della socializzazione, dell’acquisizione dei comportamenti
adattativi e dell’apprendimento. Un intervento sociale è indispensabile per eliminare barriere di
varia natura che ostacolano il godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali si
formano i gruppi. I promotori dell’intervento sociale sono i gruppi istituzionali o associazioni delle
famiglie o delle stesse persone disabili. In molti casi gli interventi psicologici, sociali ed educativi
non vanno pensati solo nel confronti della persona disabile, ma vanno indirizzati a migliorare le
caratteristiche degli ambienti di vita. Infine, l’intervento riabilitativo attiva e migliora funzioni e/o
competenze in modo di consentire all’individuo di utilizzare al meglio le proprie potenzialità
all’interno di un contesto sociale il più ampio possibile. Gli “ingredienti” indispensabili per
qualsiasi progetto in campo d’intervento sono:
1. la storicità: un intervento deve essere strettamente collegato alla diagnosi e tener conto di
eventuali percorsi riabilitativi, educativi o terapeutici precedenti. Ciascun progetto realizzato
deve essere una traccia leggibile che serva come base per scelte future;
2. la globalità: la presa in carico coinvolge il versante affettivo e cognitivo, anche se l’obiettivo
principale può riguardare più da vicino l’uno o l’altro aspetto;
3. la partecipazione attiva del bambino e/o della sua famiglia al progetto. È un’esperienza
quotidiana per ciascun individuo constatare quanto i successi o i fallimenti in vari ambiti siano
connessi alla motivazione e al grado di adesione al compito;
4. la finalità principale di migliorare la qualità della vita, in una prospettiva che ritenga evolutivo
tutto l’arco di vita. Il punto di partenza è un bilancio dei deficit e delle potenzialità, un’analisi
psicologica dei bisogni della persona e una valutazione delle risorse presenti nel contesto;
5. la programmazione puntuale: è importante che l’intervento si ispiri a un modello teorico
scientificamente fondato, sulla base del quale stabilire obiettivi raggiungibili a lungo e a breve
termine, metodologie e strumenti di lavoro adeguati e modalità di verifica dei risultati raggiunti.
Parte I: Le tipologie
Capitolo2: Disabilità uditiva
Con il termine “sordomuto”, ormai caduto in disuso, ci si riferisce a persone che non possono né
sentire né accedere al linguaggio, confondendo la conseguenza con la causa. Grazie all’Art. 1
della Legge 95 del 2006, il termine “sordomuto” è stato sostituito con il termine “sordo”. Si utilizza
la dicitura sordo perlinguale per indicare una condizione che, insorgendo prima della padronanza
del linguaggio parlato, ne compromette l’acquisizione. La legge sostituisce il precedente concetto
di impedimento nell’acquisizione del linguaggio verbale con quello di compromissione:
l’apprendimento del linguaggio non deve essere considerato impossibile, ma soltanto difficoltoso
e quindi può realizzarsi, grazie e una corretta protesizzazione e a percorsi abilitativi precoci. Il
deficit uditivo è molto raramente totale e dalla quantità e qualità dei residui uditivi conseguono
quadri deficitari molto differenti tra loro. Molti ricercatori e operatori del settore preferiscono
parlare di audiolesi o di ipoacusici, cioè di persone che, pur compromesse talvolta gravemente
nell’accesso al mondo dei suoni, conservano tuttavia anche in quest’ambito potenzialità e risorse.
I fattori che determinano la variabilità fra persone con deficit uditivo sono: la causa della sordità
(ereditaria o acquisita), la qualità e il grado della perdita uditiva, l’eventuale presenza di altri danni
associati, l’appartenenza a famiglie di sordi o di udenti, l’estensione dell’esperienza
interpersonale, linguistica e non, la qualità e il tipo di educazione e la qualità dell’utilizzo di
apparecchi acustici. tipi di sordità
Una prima fondamentale suddivisione dei riguarda la localizzazione del danno che
comporta la conseguente perdita uditiva. Possiamo distinguere tra:
- sordità trasmissive, che interessano le parti dell’apparato uditivo deputate alla trasmissione del
suono: in questo caso le onde sonore non arrivano o arrivano parzialmente distorte all’orecchio
interno. Si tratta di solito di sordità lievi;
- sordità percettive, che sono suddivise a loro volta in neurosensoriali, quando l’anomalia
riguarda l’orecchio interno e le connessioni nervose ad esso prossime, e centrali, quando 2
l’anomalia riguarda i centri uditivi del cervello e le connessioni distali del nervo acustico: in tali
casi la trasmissione delle onde sonore avviene normalmente, mentre è compromessa la
trasformazione di tali vibrazioni in percezione uditiva. La perdita uditiva può essere da lieve a
gravissima;
- sordità miste, nelle quali si sommano anomalie nella conduzione e nella percezione del suono,
poiché interessano zone periferiche e centrali dell’apparato uditivo.
Un’importante classificazione dei tipi di sordità è centrata sul fattore gravità della perdita uditiva.
Tale gravità può essere definita in base alla quantità e alla qualità del deficit. I parametri di
riferimento sono l’intensità, che è data dall’ampiezza di pressione dell’onda sonora e si misura in
decibel, e l’altezza, che è data dalla frequenza di tale pressione e si misura in hertz, dei suoni
percepiti. Le risposte della persona ipoacusica vengono segnate su un grafico detto
audiogramma. La sordità è tanto più grave quanto più alta è l’intensità necessaria perché i suoni
vengano ricevuti e quanto minore è la gamma di frequenze che l’orecchio percepisce. L’ipoacusia
può essere definita leggera, media, grave o profonda. Infine, un’ulteriore modalità di
classificazione può essere operata a partire dalle cause (sordità ereditarie o acquisite) e
dall’epoca di insorgenza del deficit (prenatale, perinatale o postnatale). Recentemente, la ricerca
in capo genetico ha consentito di individuare il gene (Connexina26) responsabile di alcuni tipi di
sordità non sindromica: l’evoluzione delle genetica può essere importante ai fini della prevenzione
e della diagnosi precoce. Anche la conoscenza delle malattie materne e infantili che possono
causare perdite uditive ha messo in moto un’attività di prevenzione primaria che tende a far
decrescere il numero di ipoacusie.
sviluppo affettivo e sociale
Nei bambini sordi, gli studi sullo dimostrano come sia assente la
capacità di reagire alla voce materna fin dai primi giorni di vita. I bambini sordi possono però
sfruttare altre fonti d’informazione, come l’odore, per identificare le figure familiari. La scarsa
reattività del bambino sordo sarebbe frustante per i genitori udenti che, non immaginando la
causa di tale atteggiamento, possono sentirsi rigettati dal figlio. La successiva scoperta della
sordità talvolta sembra aggravare tale situazione aggiungendo lo stress del dover affrontare una
situazione difficile, che spesso richiede una ristrutturazione complessiva dell’organizzazione
familiare. Tali problematiche appaiono meno rilevanti per le diedi madre-bambino entrambi sordi
per la maggiore prevedibilità della disabilità e per l’instaurarsi di una precoce comunicazione
attraverso il canale visivo-gestuale. La dimensione principale nel garantire un buon avvio allo
sviluppo affettivo e sociale sia la capacità degli adulti di non scoraggiarsi per la mancata
produzione di suoni e di mantenere un contesto interattivo stimolante e una comunicazione ricca.
sviluppo cognitivo
L’interesse per lo dei bambini sordi appare legato all’ambito clinico e alla
volontà di capire il ruolo del linguaggio nello sviluppo cognitivo anche degli udenti. In passato, gli
studi hanno creato un’immagine del sordo come individuo legato nella risoluzione di problemi
all’evidenza percettiva immediata e incapace di raggiungere, anche da adulto, forme di pensiero
più levate. In base ai risultati ottenuti nelle ricerche più recenti:
- l’estrema variabilità dei risultati ottenuti sembra essere connessa alle differenze riscontrabili
nella competenza linguistica, nella qualità dell’esperienza educativa e nell’efficacia dei metodi
riabilitativi;
- il fatto che molte persone sorde raggiungano gradi elevati di istruzione e siano in grado di
svolgere attività lavorative di alto livello, ci porta a concludere che il ritardo nell’acquisizione di
certe competenze non possa essere attribuito alla condizione di sordità di per sé;
- il fatto che ancora troppo spesso il deficit sensoriale sia collegato a difficoltà di apprendimento
e a un basso rendimento scolastico ci porta a rigatetele sull’inadeguatezza di alcuni interventi e
sulla necessità di un confronto serio fra varie scuole per meglio evidenziare i motivi di successo
e di insuccesso.
Gli studi sulla memoria sono stati condotti utilizzando compiti di memoria a breve e a lungo
termine. I bambini sordi usano codici diversi in base al tipo di abilità linguistica posseduta. Inoltre
è importante condurre con bambini sordi un lavoro sistematico sull’uso appropriato di strategie
mnemoniche che essi sono in grado di utilizzare come gli udenti, ma che spesso non mettono in
pratica spontaneamente. Si tratta, quando il bambino è piccolo, di offrire nel modo più naturale
possibile delle occasioni di ripetizione e di fissazione del materiale di apprendimento,
compensando con un intervento finalizzato la scarsa ridondanza delle informazioni a cui sono
sviluppo linguistico
sottoposti i sordi. Lo costituisce l’ostacolo principale per le persone
audiolese. Occorre distinguere fra apprendimento della lingua dei segni e apprendimento della
lingua parlata. Un bambino sordo che nasce in una famiglia dove almeno uno dei genitori è
segnante, ossia utilizza fluentemente la lingua dei segni per comunicare, apprende questa lingua
con tempi simili a quelli che un bambino udente impiega ad imparare la lingua parlata, 3
acquisendo quindi nei primi anni di vita una modalità comunicativa visivo-gestuale, che gli
consente di interagire efficacemente all’interno del nucleo familiare e con chi tale lingua conosce.
Per tutti i figli sordi di genitori udenti non potrà mai avvenire un apprendimento naturale di questo
tipo: il loro ambiente di vita non è infatti una comunità segnante e un genitore che desidera
apprendere la lingua dei segni avrà bisogno di parecchio tempo. In sintesi, l’aspetto più
direttamente compromesso della sordità è quello fonologico: la sensibilità alle differenze tra i
feedback
suoni della lingua è naturalmente inibita dalle carenze del uditivo. Per quanto riguarda
l’apprendimento della lingua scritta, delle ricerche hanno evidenziato nella scrittura di molti
individui sordi problemi e ritardi analoghi a quelli riscontrati nel linguaggio orale.
metodi educativi e riabilitativi
Il dibattito sui rivolti a persone con deficit uditivo si è storicamente
centrato sulla lotta fra moralismo e gestualismo, con il sopravvento, in epoche e/o paesi diversi,
dell’una o dell’altra tendenza. Si deve prendere in considerazione che:
- nessuna scuola propone più un’educazione esclusivamente gestuale e in ogni caso viene
ricon
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