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Riassunto esame Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, prof. Morelli, libro consigliato Noi, Infanti Planetari, Morelli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicologia del lavoro e delle organizzazioni e del prof. Morelli, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Noi, Infanti Planetari, Morelli, dell'università degli Studi di Bergamo - Unibg. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni docente Prof. U. Morelli

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2 – NOI, FRAGILI, E PERCIO’ GENERATIVI, NONOSTANTE…

E’ la cultura a insegnarci a osservare e a ricordare, ad apprendere dai nostri errori, a cooperare e

condividere le nostre esperienze e a controllare ed elaborare noi stessi. Noi ci rompiamo come

tante cose in natura e come tutti gli esseri viventi, ma a differenza di loro diamo significato a quella

rottura, siamo in grado di concepirla. Essere fragili comporta, pertanto, vincoli ma anche

possibilità.

Noi adoperiamo una serie di risorse psicologiche e neurali sia per interagire praticamente con il

mondo, sia per comprendere quanto accade intorno a noi. Tutta l’esposizione relazionale con gli

altri e con il mondo, è allo stesso tempo condizione della nostra individuazione e fonte di fragilità e

rischio. Se non fossimo vulnerabili non saremmo raggiungibili dagli altri e dai segni del mondo.

Il primo e forse più impegnativo sentimento di fragilità ci viene dalla conoscenza. Oggi accade

sempre più spesso che una spiegazione di un fenomeno strano introduca elementi ancora più

strani e inquietanti del fenomeno stesso.

Come si presenta quella sofferenza della conoscenza che ci rende fragili? Noi conosciamo e

sappiamo immaginare e narrare la morte, diversamente dagli altri che, per quello che ne

sappiamo, muoiono. Noi conosciamo e narriamo l’amore, conosciamo il significato dell’opera

associata al lavoro. Lo spazio dell’immaginazione e del significato, quello stesso spazio che ci

distingue e rende umani, è alimentato direttamente dai vissuti di fragilità: quello spazio ci procura

l’autoelevazione semantica che ci fa umani, ma è lo stesso spazio che ci fa vivere la fragilità di

contenere i significati.

L’amore degli umani è bello perché è rischioso e mutevole. Il vuoto che si apre nei vissuti di

fragilità può portare a perdersi, può diventare “vuoto a perdere”, ma è allo stesso tempo generativo

di ricerca di possibilità. L’ambiguità del fragile assume le caratteristiche di porci di fronte alle più

significative esperienze della vita in una posizione in cui viviamo la più elevata felicità e l’angoscia

più alta.

3 – OSTAGGI. ANGOSCIA DEL NUOVO E AUTOINGANNI

Con la mente che ci genera creiamo le condizioni della nostra. Se non incorporata, relazionale e

contestualizzata culturalmente, una mente semplicemente non esiste. Di questa dipendenza dalla

relazione e dal contesto possiamo essere un frutto libero o rimanere ostaggio. Nel nostro percorso

di individuazione accadono, almeno in parte e sempre un po’, entrambe le cose. Ci differenziamo,

ci distinguiamo e dipendiamo, fin dall’origine. Accade che nell’essere noi animali relazionali con

mente relazionale, diveniamo almeno in parte ostaggio di un altro o di altri che sono al contempo

fonte del nostro stesso riconoscimenti e delle nostre possibilità. Così come possiamo annullarci

nell’emozione della massa e fonderci nel conformismo, ostaggi della fusione adesiva che ci

travolge e annulla.

Ha questo di proprio l’ostaggio, che è hostes e hospis: ospite e nemico. Almeno in parte ci

ritroviamo in ognuna delle posizioni, mentre ne occupiamo una prevalentemente, nelle catene di

provvisorietà che fanno la nostra esistenza. Non libero ma liberabile: in questo sta la condizione di

ostaggio, nello stato di attesa si riconoscono la sua attività, il suo essere e il suo divenire. Rivelare

vuol dire allo stesso tempo accedere alla conoscenza e alla consapevolezza di qualcosa e porre

un nuovo velo. Impossibile è una cosa senza l’altra. L’unico possibile, qui, è in quell’impossibile.

Per preservare il suo valore l’ostaggio va ospitato e deve restare evidentemente un nemico, anche

se chi lo detiene se ne prende cura senza poter mai stabilire se lo preserva per poterlo scambiare

o perché la sua condizione lo coinvolge. Ostaggi del nostro stesso mondo interno, ospitiamo una

parte di noi che ci è nemica. Siamo infatti spesso e a lungo ostaggio di una parte di noi stessi, del

nostro mondo interno, che protegge, minaccia, tacita, imprigiona le altre. Le riduce e induce a

tradirsi, a non essere ciò che potrebbero o avrebbero potuto essere.

Non sempre riusciamo a perseguire un sogno e spesso ciò accade per eccesso e non per difetto.

Troppo alto il sogno, al punto da apparirci irraggiungibile, non alla nostra portata, fino a

consegnarci ostaggi della nostra stessa autovalutazione. Non riusciamo ad accettare di poter

sbagliare e non troviamo la misura per metterci in gioco. Allora, piuttosto, rinunciamo. E’

l’ambiguità dell’amore a renderci almeno in parte ostaggio nelle relazioni affettive. Ostaggio sociale

e politico può essere un gruppo o un popolo che dallo stato di costrizione ricava un anelito di

libertà. Quei popoli scelgono senza fine se essere ostaggi della memoria e subire la tirannia del

passato o divenire capaci di vedere nei presunti difetti dell’altro i propri stessi difetti e i propri limiti,

generando così una possibilità di reciproca emancipazione. Si può uscire dalla condizione di

ostaggio mettendo in gioco risorse ed energie equivalenti alla posta, istituendo perciò uno

scambio.

Il principale rischio per noi siamo noi stessi. La teoria rivela e ri-vela. Ci aiuta ad emanciparci

mentre ci lega ad una spiegazione del mondo che presto tende a naturalizzarsi e a celare o

assolvere rispetto al bisogno di conoscere e al bisogno di negare. La teoria ci tiene in ostaggio.

Mentre ci garantisce la rassicurazione che può derivare da una spiegazione del mondo, ci vincola

rispetto a tutte le altre spiegazioni possibili dello stesso formato. La condizione di ostaggio ha

questo di costitutivo, forse: siamo ostaggi della morte per tutta la vita e senza la morte non ci

accorgiamo di essere vivi.

4 – LA BOMBA INTERNA. INDIFFERENZA, CRISI DI LEGAME E VULNERABILITA’

Siamo tornati ad avere paura dell’altro simile a noi. Le guerre e l’antagonismo oggi tendono a

divenire a-simmetrici. L’azione invisibile, inattesa e l’utilizzo delle tecnologie come “il corpo

esplosivo” sono divenuti i principali mezzi di distruzione. Il corpo del kamikaze si pone in posizione

del tutto a-simmetrica e “interna” al sistema che attacca. E’ interna alla città stessa la

strumentazione distruttiva e basta attivarla. Le opportunità di attivazione sono di fatto illimitate e

l’a-simmetria tra l’attivatore e le popolazioni è estesa e profonda. Possiamo giungere così a

formulare l’ipotesi che le motivazioni profonde della elaborazione distruttiva dell’aggressività

umana, mentre erano risolte prevalentemente mediante posizioni schizo-paranoidi nell’era della

clava e della bomba H, siano oggi implose in una posizione di indifferenza. L’indifferenza è

intolleranza e inaccessibilità all’ambiguità costitutiva delle relazioni e si manifesta come incapacità

di contenere quell’ambiguità mediante la cui elaborazione ci individuiamo. La posizione di

indifferenza si caratterizza con l’inaccessibilità, con l’individuo imploso in se stesso.

L’invisible hand di Adam Smith nella sua versione iperliberista e individualista, con l’invenzione

dell’ideologia economica dello sviluppo uguale ad una crescita senza limiti, non ha prodotto il tanto

decantato equilibrio economico e sociale, ma certamente funziona per produrre una fonte di terrore

invisibile che, oltre a giustificare l’esasperazione delle forme di controllo e le relative perdite di

libertà, viene interiorizzato fino a divenire generatore di un senso e un significato della vita nell’età

dell’indifferenza. Noi non possiamo fare a meno di dare senso al mondo. A prevalere oggi sembra

l’emergenza di un senso e un significato precari e volatili, indifferenti e minacciosi per il nucleo

intimo e incondizionato di ognuno. L’era dell’ideologia forte e solida dell’individualismo che

legittima la trasformazione dell’aggressività umana in violenza diretta e immediata.

E’ importante considerare la differenza tra la condizione di muoversi in un sistema del tutto pre-

codificato, rispetto alla possibilità di istituire delle scelte inedite codificanti. Nel secondo caso si può

parlare di scelte istituenti, in quanto mentre sono istituite generano individuazione evolutiva in chi

le istituisce e gli esiti sono indeterminabili a priori. Sono soprattutto le emozioni originarie e

primordiali ad essere oggi interessato dall’alienazione relazionale. Quando l’umanità diventa

gregge, l’unica cosa che cerca è l’animale capo (Nietzsche).

Quanto più riusciremo a comprendere la crisi del legame sociale e la paura dell’altro, tanto più

riusciremo ad interrogarci sul rapporto tra l’aggressività che l’altro suscita e avremo maggiori

opportunità di analizzare la distruttività possibile. E’ inoltre necessario distinguere tra sadismo

morale e responsabilità. Mentre il sadismo morale è una modalità di persecuzione che si fa

passare per virtù, la responsabilità possiede sia l’aggressività sia il mandato etico di trovare una

soluzione non violenta alle sue richieste.

Siamo in grado di sentire la vulnerabilità, di riconoscerci vulnerabili e per ciò stesso accessibili alle

relazioni. Mentre, allo stesso tempo, sentiamo il rischio primario che dall’essere vulnerabili ci

deriva. Lo spazio indeterminabile dell’ambiguità è anche lo spazio dell’elaborazione della

vulnerabilità. La paura e il terrore, la minaccia e la conseguente attesa di protezione minacciano

quello spazio. L’angoscia di certezza e il tentativo di rispondere alla sua riduzione, negando o

neutralizzando la vulnerabilità, possono condurre all’indifferenza di legame.

Cosa succede se le paure sono di più, anzi si afferma la paura della paura? Se non scegliamo la

strada del re-incantamento del mondo sacralizzando entità terze tra noi e gli altri, come accade

oggi, inventando un dio al giorno che ha pure il peggiorativo di non presentarsi come tale, ma

cerchiamo di far lavorare la paura dentro di noi, possiamo cercare di uscire dalla ostalgia di un dio

e tentare di sacralizzare la vita e le sue forme evolutive.

A sfidare le nostre emozioni è l’esigenza di accogliere la constatazione che siamo violenti e

vulnerabili: violiamo e siamo violabili per vivere e possiamo solo cercare di contenere la violazione

elaborandola entro limiti generativi e non distruttivi. La bomba interna e l’uomo bomba usano

l’uomo contro se stesso e generano una possibilità di esplosione ubiqua del nemico.

Per Bion vi è un’unione indissolubile tra (L) amore, (H) odio e (K) conoscenza. Ne consegue che la

dimensione affettiva cognitiva della mente non possono che operare insieme, in sintonia. A partire

da queste premesse è possibile svolgere una riflessione sull’aggressività e la distruttività umane.

E’ in primo luogo necessario distinguere tra aggressività e distruttività. La prima è presente nel

mondo animale, è un tratto evolutivo coinvolto in ogni esperienza e nella sopravvivenza e

sessualità. La seconda ha un’origine diversa e riguarda l’uomo e la storia culturale. La distruttività

e l’odio possono essere individuati come prodotti secondari dovuti ai problemi e alle impossibilità a

soddisfare i desideri ma anche ai fallimenti più o meno gravi delle relazioni primarie. Oggi viviamo

con almeno 3 livelli possibili di autodistruzione concepibile ed effettivamente realizzabile:

1. La prima riguarda l’autodistruzione atomica

2. La seconda l’autodistruzione ecologica

3. La terza l’autodistruzione mediante la crisi del legame sociale e la fragilità dell’empatia.

L’autodistruzione da indifferenza si mostra essere la più perniciosa e, probabilmente, il suo ruolo è

rinforzato da fattori demografici e sociali. L’affollamento del pianeta e la riduzione degli spazi e

delle risorse sono fattori rilevanti. Da qui i rischi delle bombe interne e l’interiorizzazione della

paura.

Gli strati della paura sono 3. La paura della crisi dell’azione politica, la “grande paura” che avanza

degli immigrati, e la paura della paura, il senso permanente di insicurezza. Le prime due paure si

muovono so una sorta di tappeto mobile che è il senso di disagio profondo, di paura e di colpa che

il presente ci propone. La colpa del fallimenti e la paura di avere paura tendono a paralizzarci.

Badiou: se “una politica propone i mezzi per passare dal mondo così com’è al mondo così come

vogliamo che sia”, Sarkozy e tutte le figure e situazioni che gli somigliano è prima di tutto il nome

della crisi politica come senso del possibile. E’, inoltre, il nome dei mezzi di comunicazione, dalla

televisione alla stampa, che “sono forze di irragionevolezza e d’ignoranza davvero spettacolari. La

loro funzione è, infatti, quella di propagare gli affetti dominanti”. In questo caso l’affetto collettivo

propagato potrebbe essere chiamato “la grande paura”. In una tale situazione “il voto produce

un’illusione particolare, facendo passare il disorientamento attraverso il finto filtro di una scelta”.

“La democrazia è spesso la copertura per poteri oligarchici e mediatici”.

Badiou parla di una prima conclusione: “elevare l’impotenza all’impossibile significa sottrarsi al

servizio dei beni, che è l’impotenza del possibile”. I punti sono diversi: accettare che tutti gli operai

che lavorano qui siano di qui e debbano essere considerati in modo egualitario; l’arte come

creazione, di qualunque epoca e nazionalità, è superiore alla cultura come consumo; la scienza

vince necessariamente sulla tecnica; l’amore deve essere reinventato o difeso; ogni malato che

chieda a un medico di essere curato deve essere visitato e curato il meglio possibile; ogni

processo che abbia fondati motivi per presentarsi come il frammento di una politica di

emancipazione deve essere considerati superiore a qualsiasi necessità gestionale; un giornale che

appartiene a ricchi manager non deve essere letto da chi non è né ricco né manager; c’è solo un

mondo.

La principale ambiguità del consenso si ravvisa forse nel fatto che, mentre esso è una delle

principali ragioni di forza di ogni forma di governo, è allo stesso tempo uno dei principali rischi per

la fragilità della democrazia. Il principale problema del consenso è che non si tratta soltanto di

porsi la preoccupazione di Euripide a proposito della tirannia: “Nulla v’è per una città più nemico

che un tiranno, quando non ci siano anzitutto leggi generale, e un uomo solo ha il potere, facendo

la legge egli stesso a se stesso”; si tratta di domandarsi come mai quell’uomo solo può giungere a

creare una cornice nella quale ottiene un consenso così ampio da concedergli un potere esteso e

persistente, chiedendosi, inoltre, che ruolo gioca l’indifferenza in tutto questo processo.

Nella politica moderna, il patto, il contratto e l’intesa sono i metodi per far fronte all’incertezza e

all’indeterminatezza. E’ l’indeterminato che apre al gioco tra conflitto e consenso. Nelle società

contemporanee quel gioco è giocato soprattutto dalla comunicazione e dall’organizzazione degli

interessi. Il restringimento e l’appiattimento degli spazi di gioco è l’effetto dei nuovi mezzi di

comunicazione. Gli aspetti cognitivi della politica richiedono sempre maggiore attenzione per

essere compresi.

A mettere in crisi la democrazia può essere l’intreccio tra l’illegalità diffusa, la mentalità e la crisi dei

diritti fondamentali. Come si genera e conferma il consenso alle organizzazioni criminali? Il

malcostume diffuso e il consenso di cui gode, o perlomeno l’assenza di dissenso, sono l’humus

che alimenta e conferma nel tempo l’illegalità fino a compromettere e a mettere a rischio i diritti

fondamentali. E’ pura illusione pensare di recuperare i mafiosi, convincendoli a cambiare vita.

Nella mafia si esce e si entra col sangue. Non ci sono altre vie d’uscita. Scegliere di far parte della

mafia è come convertirsi a una religione. E cosa accade quando una diffusa forma di consenso

diventa religione? Si creano le condizioni per un humus che alimenta il consenso sociale e rende

ancora più forte il potere esistente. L’educazione alla cultura della differenza è, con ogni probabilità

la principale risorsa per riconoscersi in una nuova cifra dell’umano. La possibilità di maggiori spazi

di riflessione a cui è necessario educare, perché più una persona sa e riflette, più è difficile che

privilegi i suoi interessi rispetto a quelli degli altri essere senzienti.

O soli o massa. Due delle regressioni più evidenti del nostro tempo ci mettono di fronte alla crisi e

all’evaporazione delle relazioni di mediazione, sia autorevoli che supportive. A fronte di quella

forma di indifferenza può accadere, diversamente, che ci si consegni anima e corpo ad adesioni

cieche, che portano a comportamenti all’unisono omologati e standard, dall’abbigliamento al

linguaggio regredito a mugugni. Quando i corpi singoli sembrano una cosa sola e diventano come

fossero una cosa sola, l’indifferenza può divenire un regolatore dei rapporti e il consenso

predominare su ogni dissenso e discontinuità. L’unicità individuale e la riflessione divengono fonte

di paura e neppure la musica e l’arte riescono a scuotere l’angosciante paura di distinguersi dal

branco. E’ l’indifferenziato che compatta gli individui in massa e neutralizza il gesto autonomo

individuale.

Noi siamo naturalmente creativi e disponiamo di uno spirito di apertura al mondo, una tensione a

trascendere l’esistente e a non coincidere con noi stessi, ma quegli stessi tratti distintivi hanno

portato e portano la nostra specie a generare istante separate e accreditate di superiorità a cui

consegnarsi per farsi guidare. Non siamo un destino deciso da istanze altre esterne a noi, ma

siamo un progetto e un’invenzione della nostra stessa natura creativa. Il principale dei rischi deriva

probabilmente dall’ansia che la bellezza del riconoscimenti dell’autofondazione provoca.

Quell’ansia può essere sia generativa che distruttiva. Siamo una specie creativa e, quindi, capace

di comporre e ricomporre con diversi livelli di originalità i repertori disponibili. Possiamo oggi

accorgerci che noi abbiamo una mente relazionale incarnata e situata culturalmente; che nelle

relazioni creiamo noi stessi mentre creiamo il mondo; che i nostri vincoli e possibilità si esprimono

in uno spazio e nel rapporto con i “sei lati del mondo”, davanti, dietro, sopra, sotto, a destra e a

sinistra.

L’indifferenza attacca proprio la capacità di sentire le emozioni e le loro detonazioni interne, fino a

divenire una forma anestetica del sentire.

5 – FUORI DI Sé. RELAZIONI OBLIQUE. EMPATIA, NEGAZIONE E DISTRUTTIVITA’

La questione da comprendere e cercare di spiegare è come mai sia possibile per noi negare e

distruggere gli altri, dal momento che sentiamo quello che sentono e sappiamo quello che sanno. Il

poeta Yves Bonnefoy aveva individuato uno dei caratteri distintivi nel movimento psichico

relazionale dell’empatia, scrivendo, da par suo, della capacità di presa di distanza dagli altri, dalle

situazioni e dalla realtà e, nello stesso tempo, di fare il moto opposto verso l’infinito

sprofondamento in essi. Quello che dell’altro sentiamo e vediamo, siamo noi a vederlo e sentirlo.

L’empatia non neutralizza l’irriducibilità di ognuno all’altro; non annulla la nostra unicità, né tanto

meno la nostra responsabilità, anche se induce, in quanto carattere evolutivo di specie, a

ridiscutere il costrutto di libero arbitrio.

Siamo distinti dal fatto di avere tutti l’ombelico, diceva spesso Luigi Pagliarani. Di essere, cioè, tutti

figli e per ciò stesso dipendenti; ma di essere allo stesso tempo tutti unici e perciò autonomi.

Diveniamo continuamente quello che siamo nella relazione con gli altri, ma siamo l’uno all’altro

irriducibili e, almeno in parte, responsabili delle nostre scelte.

L’indifferenza è forse una delle più evidenti violazioni dell’empatia. Se l’indifferenza è possibile vuol

dire che noi possiamo sospendere l’empatia, almeno provvisoriamente. La relazione appare fatta

di coinvolgimenti e distanza; di empatia e exopatia, di accoglienza e violazione. La banalizzazione

verso la sofferenza altrui, l’obbedienza nelle pratiche di offesa che infliggono dolore o la cattiveria

gratuita verso l’altro e il piacere di fare del male, denotano con grande evidenza la complessità dei

processi empatici, della loro possibile provvisoria sospensione e della loro eccitazione per la

propria soddisfazione, trattando con indifferenza l’altro. L’indifferenza, intesa come l’effetto

emergente di una sospensione eccessiva della risonanza consapevole, tra le altre vie, tende ad

affermarsi come una sospensione della capacità di cogliere e contenere l’impermanenza delle

relazioni e di vivere la risonanza con gli altri. L’indifferenza sembra una sospensione della

disponibilità e capacità di conoscere e creare.

Non tutti i gesti e le azioni umane possono essere “sociali” se esistiamo al punto di elaborazione

tra il nostro mondo interno e esterno. L’empatia e l’exopatia, perciò, sembrano compensarsi

quando siamo in presenza di relazioni sufficientemente buone. La nostra autonomia è sempre

significativamente influenzata dagli altri. Le ragioni dell’indifferenza sono molteplici e riguardano

sia processi interni che esterni. Riguardano sia l’esigenza di mantenere una certa protezione

dall’invasione del mondo esterno, sia i limiti della nostra consapevolezza di noi stessi e del mondo.

E’ più facile farsi un’idea che cambiare idea. Farsi un’idea è un processo che è figlio del nostro

bisogno di conoscere e di dare senso ai mondi che ci si presentano innanzi. Cambiare idea

richiede una ristrutturazione di quei mondi e, per certi aspetti, di noi stessi. Da qui le evidenti

resistenze a farlo, sospendendo almeno provvisoriamente l’empatia, e la propensione a

selezionare e a escludere i segnali che si propongono come particolarmente discontinui.

Si ipotizza che il cervello umano abbia raggiunto i limiti dell’intelligenza possibile: le leggi della

fisica impedirebbero alla specie umana di diventare più intelligente. Sono però in crisi forme di


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10 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica
SSD:
Docente: Morelli Ugo
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Scolari97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Morelli Ugo.

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