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La nascita della intersoggettività

Un nuovo approccio all'intersoggettività

Il nostro sistema cervello-corpo inizia a prendere forma e sviluppa il suo incontro con il mondo attraverso la relazione reciproca con un altro essere umano. Ciò presuppone lo sviluppo di specifici patterns. Le neuroscienze cognitive dovrebbero studiare la natura umana chiarendo, in primo luogo, di che cosa sia fatta l’esperienza umana. Cosa significa per noi essere qualcuno, cosa significa amare o odiare. A livello del sistema cervello-corpo, la percezione e la cognizione sono la stessa cosa, sebbene siano differentemente connesse e organizzate a livello funzionali. Winnicott ha scritto: non è logico però contrapporre il mentale al fisico poiché non si tratta della stessa cosa.

Il cosiddetto problema delle altre menti

Il solipsismo implica che per definire cosa sia la mente e come funzioni, ci si debba focalizzare solo sulla mente del singolo individuo. Tale visione ha dominato per decenni. Secondo l’approccio classico l’intersoggettività umana si svilupperebbe seguendo fasi maturazionali universali, raggiungendo poi la fase finale con l’acquisizione della piena competenza linguistica. Secondo la stessa visione, tutte le altre specie per orientarsi nel proprio mondo sociale si affidano esclusivamente agli aspetti visibili del comportamento. Questa visione implica una radicale discontinuità cognitiva tra gli essere umani e le altre specie animali. La soluzione proposta dall’approccio classico al cosiddetto problema delle altre menti consiste nel costruire una teoria delle menti degli altri.

Una tale soluzione ha condizionato anche la psicologia evolutiva. Nella vita di tutti i giorni diamo costantemente un senso al comportamento dei nostri partner sociali. La concezione ancora largamente condivisa dell’intersoggettività sostiene che la comprensione degli altri corrisponda alla manipolazione di rappresentazioni simboliche. Secondo la “folk psychology” il pensiero è referenziale e il contenuto delle rappresentazioni mentali viene descritto in termini di desideri, credenze e intenzioni. La reificazione degli atteggiamenti proposizionali ha portato molti neuroscienziati cognitivi a cercare le aree e i circuiti cerebrali in cui “risiedono” desideri e credenze.

Per studiare tale Teoria della Mente ai volontari normalmente si chiede di usare atteggiamenti proposizionali, mentre i loro cervelli vengono studiati mediante risonanza magnetica funzionale per immagini. La maggior parte degli studi di brain-imaging ha affermato la specificità dell’attivazione di diverse aree cerebrali per la Teoria della Mente, come la giunzione pareto-temporale e la corteccia prefrontale mesiale.

L’approccio classico non è in grado di spiegare in modo convincente perché durante compiti espliciti di mentalizzazione si attivino le aree frontali mesiali e la giunzione parieto-temporale. A peggiorare le cose, viene messa in discussione la specificità dell’attivazione di queste aree cerebrali nei compiti di mentalizzazione. Mitchell ha dimostrato in modo convincente che la funzione parieto-temporale possa essere ugualmente modulata da compiti attentivi di tipo non sociale. La funzione parieto-temporale destra fornisce un senso coerente del proprio corpo.

L’approccio classico si divide in due campi principali. La teoria della simulazione privilegia il sé come modello dell’altro: comprendere gli altri significa mettersi nei loro panni. Il secondo campo è esemplificato dalla teoria della teoria. Questo modello razionalistico descrive l’intersoggettività come un non privilegiato approccio epistemico teorico all’altrimenti intellegibile altro, i cui contenuti mentali possono essere letti dall’esterno mediante il ragionamento. Reddy ha sottolineato che sia la teoria della simulazione sia la teoria della teoria postulano l’esistenza di uno iato tra le menti.

L’approccio in seconda persona differisce dall’approccio in terza persona. Michael Pauen parla di tre requisiti minimi per l’approccio in seconda persona. Innanzitutto deve ricorrere a una riproduzione o immaginazione dello stato mentale che deve essere riconosciuto; in secondo luogo deve includere una differenziazione tra il sé e l’altro. In terzo luogo deve mettere in grado il soggetto di riconoscere la propria situazione epistemica come diversa da quella dell’altra persona. Tutti e tre i requisiti sono compatibili con il modello neuroscientifico dell’intersoggettività e del suo sviluppo.

Martin Buber individua il carattere relazionale degli essere umani. Questo carattere relazionale è almeno duplice. Può consistere in una relazione in terza persona o in seconda (Io-Tu, chiamate da Buber parole-base). Quello che distingue queste relazioni è lo stato epistemico assunto dall’io. Ci si può relazionare agli oggetti inanimati come ci si relaziona a un altro essere umano. Ci possiamo relazionare con la stessa persona trattandola come una cosa tra le altre cose o come la persona che amiamo. La soluzione al tema problematico dell’intersoggettività non può essere una scelta forzata tra una prospettiva in seconda persona e una in terza persona. Viviamo le nostre vite alternando costantemente queste due modalità di relazione interpersonale.

Alla base di entrambi i tipi di mentalizzazione vi è la fondamentale natura relazionale dell’azione. Il ritmo, la sincronia e l’asincronia che gli essere umani sperimentano in maniera sistematica in tutte le relazioni interpersonali segnano la nascita dell’intersoggettività. Secondo Buber l’Io maturo emerge solo quando ci si percepisce come un Tu, quando il dialogo interpersonale si trasforma in un dialogo interno auto-centrato. Quando incontriamo gli altri, possiamo relazionarci a loro nel modo distaccato, tipico dell’osservatore esterno. Possiamo spiegare gli altri “oggettivamente”, riflettere e formulare giudizi. Un tema fondamentale del nuovo approccio all’intersoggettività è lo studio delle basi neurali della nostra capacità di essere connessi alle relazioni intenzionali degli altri. Attraverso la consonanza intenzionale, “l’altro” è molto più di un diverso sistema rappresentazionale: diventa un sé corporeo, come noi.

La simulazione incarnata degli scopi motori e delle intenzioni motorie

È stato dimostrato che il sistema motorio corticale è funzionalmente organizzato in termini di scopi motori. I neuroni motori dell’area F5 codificano la relazione pragmatica tra l’agente e l’obiettivo dell’atto motorio. I neuroni di F5, in realtà, si attivano solo quando un particolare tipo di relazione effettore-oggetto viene eseguito fino a quando questa relazione porta a uno stato diverso.

Rispecchiare gli scopi motori e le intenzioni motorie degli altri: i neuroni specchio

Una seconda categoria di neuroni motori dell’area F5 è composta da neuroni multimodali che scaricano quando la scimmia osserva un’azione eseguita da un altro individuo e quando esegue la stessa o una simile azione. Questi neuroni sono denominati “neuroni specchio”. Il principale elemento che innesca la risposta dei neuroni specchio durante l’esecuzione e l’osservazione di un’azione è l’interazione tra gli effettori del corpo dell’agente, come mano o bocca, e l’oggetto. L’intensità della scarica dei neuroni specchio F5 è più forte durante l’esecuzione dell’azione che durante l’osservazione. Ciò suggerisce che il meccanismo specchio non è opaco al problema dell’agentività, ossia al problema di chi sia l’agente e di chi sia l’osservatore all’interno della relazione sociale diadica.

I neuroni specchio consentirebbero una rappresentazione motoria e correlata allo scopo dell’azione percepita, che appare più ricca della mera descrizione visiva delle caratteristiche dell’azione stessa. I neuroni specchio rivelano l’esistenza di un meccanismo neurofisiologico attraverso il quale gli eventi percepiti, pur essendo diversi, vengono mappati e integrati dagli stessi neuroni motori che consentono l’esecuzione delle stesse azioni. Un ulteriore passo è stato compiuto scoprendo che i neuroni specchio dell’area F5 e della corteccia parietale rispondono in maniera diversa ad altri motori identici. Questo dimostra che il meccanismo specchio controlla e risponde attivamente all’osservazione di sequenze di atti motori finalizzati a uno scopo, adeguatamente assemblate per raggiungere uno scopo motorio più distale.

Qual è la rilevanza del meccanismo specchio per la cognizione sociale della scimmia macaco? Gli studi precedentemente riassunti dimostrano che il meccanismo specchio esprime proprietà funzionali che potrebbero consentire alle scimmie di capire cosa stanno facendo gli altri e con quale intenzione.

Rispecchiare gli scopi motori e le intenzioni motorie degli altri: il meccanismo specchio nell'uomo

L’esistenza del meccanismo specchio è ora ampiamente riconosciuta anche nel cervello umano. Le stesse ragioni premotorie e parietali posteriori, normalmente attivate quando eseguiamo atti correlati alla bocca, alla mano e al piede vengono attivate anche quando osserviamo gli stessi atti motori eseguiti da altri. Le aree parietali posteriori e premotorie ventrali vengono attivate dall’osservazione delle azioni della mano, anche quando sono realizzate da un braccio robotico non-antropomorfo, oppure quando gli osservatori mancano congenitamente di entrambi gli arti superiori, essendo perciò impossibilitati ad afferrare. Questa rassegna sui neuroni specchio mette in luce come il comportamento possa essere descritto ad alti livelli di astrazione, senza implicare un’esplicita concettualizzazione mediata dal linguaggio.

Il mondo condiviso delle emozioni e delle sensazioni

Ulteriori meccanismi specchio sembrano essere coinvolti nella nostra capacità di condividere le emozioni e le sensazioni degli altri. Quando si osservano gli altri individui esprimere una data emozione di base attraverso la mimica facciale, i muscoli facciali dell’osservatore si attivano in maniera congruente. Quando gli individui assumono delle posture o delle espressioni facciali con valenza emotiva, esperiscono degli stati emozionali e valutano gli eventi esterni secondo una modalità congruente. L’imitazione volontaria dell’espressione delle emozioni, tuttavia, non produce necessariamente l’esperienza soggettiva delle emozioni che si stanno imitando.

Assistere all’espressione facciale del disgusto degli altri attiva la stessa porzione dell’insula anteriore sinistra che viene attivata durante l’esperienza soggettiva in prima persona del disgusto. Questo risultato è in linea con l’osservazione clinica che il danneggiamento dell’insula anteriore distrugge sia la possibilità di esperire soggettivamente disgusto, sia quella di riconoscere la stessa emozione negli altri. L’emozione dell’altro è prima di tutto costruita e direttamente compresa attraverso il riutilizzo degli stessi circuiti neurali su cui si fonda la nostra esperienza in prima persona di quella data emozione. Quando guardiamo il corpo di qualcun altro mentre viene toccato, accarezzato, schiaffeggiato o ferito, si attiva parte del nostro sistema somatosensoriale, che normalmente mappa le sensazioni di dolore e tattili che esperiamo a livello soggettivo.

L'intersoggettività e la teoria della simulazione incarnata

La simulazione è un processo funzionale. Secondo questa visione, usiamo la nostra mente per metterci nei panni mentali degli altri. La simulazione incarnata viene definita come un processo necessariamente non introspettivo e non metarappresentazionale, che mette in discussione il concetto che l’unica definizione di intersoggettività consista nell’attribuire esplicitamente agli altri atteggiamenti proposizionali, come credenze e desideri, mappati come rappresentazioni simboliche.

La teoria della simulazione incarnata evidenzia come le persone riutilizzano i propri stati o processi mentali, rappresentati in un formato corporeo, per attribuirli funzionalmente agli altri. La simulazione incarnata intende spiegare il meccanismo specchio e i fenomeni a questo connessi, come la consapevolezza spaziale, la visione degli oggetti, l’immaginazione mentale e diversi aspetti del linguaggio. Fa riferimento alla somiglianza intrapersonale tra il proprio stato mentale quando si esegue un’azione o si esperisce un’emozione, e quando osserviamo le azioni, emozioni e sensazioni degli altri.

L’essere neuralmente realizzata nel cervello non fa di una rappresentazione mentale una rappresentazione incarnata. Gli stati o i processi mentali vengono incarnati primariamente in virtù del loro formato corporeo. Le rappresentazioni mentali possono avere contenuti parzialmente sovrapposti, pur differenziandosi nel loro formato rappresentazionale, in quanto il formato di una rappresentazione mentale limita ciò che una rappresentazione può rappresentare. Il formato corporeo rappresentazionale, dunque, limita il modo in cui un singolo scopo motorio o una gerarchia di scopi motori vengono rappresentati. La simulazione incarnata gioca un ruolo fondamentale in una forma basilare di mentalizzazione, non richiedente il coinvolgimento di atteggiamenti proposizionali. La teoria della simulazione incarnata implica che esperiamo gli altri come persone che hanno esperienze simili alle nostre.

La cognizione motoria e l'origine del meccanismo specchio

Quando l’azione osservata altrui fa parte dell’esperienza motoria dell’osservatore, ciò porta a una più anticipata e più intensa risposta dei neuroni specchio. Diversi studi di brain-imaging condotti sugli esseri umani hanno dimostrato che l’intensità dell’attivazione del meccanismo specchio durante l’osservazione dell’azione dipende dalla somiglianza tra le azioni osservate e il repertorio delle azioni degli osservatori. I risultati hanno rivelato una maggiore attivazione del meccanismo specchio quando le azioni osservate erano eseguite frequentemente dagli osservatori. Comunque, non sappiamo ancora quando e come appaia il meccanismo specchio.

Una spiegazione alternativa dell’ontogenesi del meccanismo specchio la dà Gallese. Dice che prima della nascita si possano sviluppare specifiche connessioni tra i centri motori che controllano il movimento della bocca e della mano e le regioni cerebrali che riceveranno gli inputs visivi dopo la nascita. Questa connettività potrebbe “istruire” ed esercitare le aree del cervello, le quali, una volta raggiunte dall’informazione visiva, sarebbero pronte a rispondere all’osservazione dei gesti della mano o della bocca, consentendo quindi l’imitazione neonatale. Molto probabilmente, un meccanismo specchio innato rudimentale è presente già alla nascita, per poi essere successivamente e flessibilmente modulato dall’esperienza motoria.

L'ontogenesi dell'intersoggettività negli esseri umani

Gli esseri umani sono creature sociali e l’azione rappresenta il primo mezzo per esprimere la loro inclinazione sociale. I neonati sono geneticamente preparati a connettersi ai propri caregiver attraverso l’imitazione e la sintonizzazione affettiva. Durante le interazioni sociali, i bambini preverbali di pochi mesi mostrano anche i segni delle cosiddette emozioni autoconsapevoli, come l’imbarazzo, l’orgoglio e la timidezza. Una recente evidenza dimostra che il controllo motorio è notevolmente sofisticato ben prima della nascita. Uno studio recente ha messo in evidenza come i feti gemellari, già alla quattordicesima settimana gestazionale, mostrino movimenti degli arti superiori, con profili cinematici che variano a seconda che siano indirizzati sul proprio corpo o su quello dell’altro gemello. Ben prima della nascita, quindi, il sistema motorio umano mostra di avere già proprietà funzionali che consentono le interazioni sociali. La nascita del sé interpersonale sembra avvenire prima della nascita.

Nei bambini, il precoce riconoscimento dello scopo è inizialmente limitato alle azioni eseguite dai co-specifici. I bambini di sei mesi sono sensibili allo scopo delle azioni altri solo quando queste sono eseguite da agenti umani. La rilevazione dello scopo costituisce l’abilità centrale della comprensione dell’azione e dell’apprendimento sociale attraverso l’imitazione. Carpenter e Tomasello hanno dimostrato che i bambini interpretano flessibilmente lo scopo di una sequenza osservata di movimenti in base al contesto, riproducendo lo scopo dell’azione osservata oppure i mezzi mediante i quali l’azione stessa è stata prodotta. Alla base di questa flessibilità cognitiva, vi è l’abilità fondamentale di discriminare tra mezzi e fini. Prese insieme, crediamo che queste evidenze diano supporto a una descrizione deflazionistica dello sviluppo di aspetti rilevanti dell’intersoggettività negli esseri umani.

Conclusioni

Internalizzando patterns specifici di relazioni interpersonali, noi sviluppiamo la nostra caratteristica attitudine verso gli altri e verso il modo in cui viviamo ed esperiamo internamente queste relazioni. Si potrebbe ipotizzare che la nostra identità personale sia l’esito del modo in cui la nostra simulazione incarnata degli altri si sviluppa e prende forma. Dovremmo abbandonare la visione cartesiana del primato dell’Io e adottare una prospettiva che enfatizza il fatto che sé e altro siano originariamente co-costituiti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

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