La realtà dei gruppi
Capitolo 11.1: La definizione di gruppo
Il gruppo esiste come costrutto psicologico diverso dalla somma delle sue parti? È avvenuto un lungo dibattito psicologico a partire dalle teorie di Gustave Le Bon che scrisse "Psicologia delle folle". Egli analizzava il fenomeno delle folle, grandi aggregazioni di persone, ed elaborò la teoria della mente di gruppo. Le folle sembrano comportarsi come se avessero un’unica mente: anche persone pacifiche possono diventare improvvisamente aggressive se una folla è eccitata da un discorso.
In queste situazioni, l’individuo cambia perché si ha una sorta di regressione a un inconscio quasi biologico in cui saltano fuori gli aspetti primari elementari del comportamento umano. Le Bon parla anche di inconscio razziale. Le Bon era una lettura di Mussolini ed Hitler; le sue idee hanno avuto ricadute forti sui discorsi di Hitler e le arringhe di Mussolini. La mente di gruppo era vista come una sorta di mente sovraordinata che guidava il comportamento dei singoli.
Al di là delle questioni ideologiche, c’è un problema fondamentale che si deve porre ogni scienziato: cos’è questa mente di gruppo? Dov’è situata? Diciamo che è un concetto poco scientifico. La mente di gruppo non è immediatamente identificabile come quella individuale e non è accettato come concetto scientifico. La teoria fu aspramente giudicata dal comportamentismo.
Il comportamentismo ha una logica elementarista, per cui per studiare un comportamento complesso è sufficiente studiare le associazioni stimolo risposta, logica che poi è stata rielaborata. In questa logica, però, la mente di gruppo era impensabile. Floyd Allport disse che la mente di gruppo non esiste, e quello che interessa nella folla sono i singoli individui che la compongono. Allport, in reazione alla logica della mente di gruppo, sostenne che non esiste una psicologia dei gruppi che non sia una psicologia degli individui; quindi, sia la folla sia i gruppi sono come la somma di singoli individui.
Quindi, la risposta alla seconda domanda è no (rimanendo nell’ottica comportamentista). Gli anglosassoni hanno una metafora: buttare via il bambino con l’acqua sporca, ovvero quando si critica qualcosa bisogna stare attenti a non eccedere. Allport dice una cosa buona, cioè che i processi di gruppo sono legati ai singoli, ma poi esagera dicendo che tutti i processi di gruppo sono somma dei singoli. In realtà ci accorgiamo che non posso studiare un gruppo se studio gli individui.
La prospettiva individualistica è eccessiva e per ovviare a questo problema diversi autori hanno proposto una prospettiva psicosociale e ne hanno fatto una disciplina vera e propria: la psicologia sociale. Tajfel, Sherif e Lewin sostengono che la mente di gruppo non esiste, però i gruppi esistono da un punto di vista psicologico per gli individui che sentono di farne parte o a chi li percepisce dall’esterno. Per loro, la risposta alla domanda è sì, il gruppo esiste come costrutto psicologico.
Non esisterà per cui la mente di gruppo, perché la mente è individuale, ma esiste ad esempio la mente di tanti individui che sono in una folla. Questo comporta che a questo punto in ottica scientifica è legittimo studiare comportamenti, pensieri e percezioni degli individui quando sono nella realtà di gruppo. La cosa interessante è che l’influenza del gruppo è presente anche quando gli altri non sono presenti.
Gli altri influenzano il singolo e si parla di una rete sociale in cui c’è un’interdipendenza. Questo concetto è fondamentale per la definizione di gruppo data da Lewin, uno studioso tedesco appartenente alla psicologia della gestalt (scappato negli Stati Uniti alle persecuzioni razziali). Lewin affermò che il gruppo è una totalità dinamica, e quando si crea una totalità dinamica le proprietà del tutto sono differenti dalle proprietà dei singoli elementi. La totalità dinamica è caratterizzata da interdipendenza fra le parti.
Caratteristiche dell'interdipendenza
L’interdipendenza ha due caratteristiche:
- Interdipendenza del destino: Aspetto psicologico in cui c’è un’unione di fondo in cui gli elementi del gruppo hanno un destino comune.
- Interdipendenza del compito: Si nota nei gruppi di lavoro e può essere positiva, un esempio è la cooperazione, o negativa, in questo caso si compete, se io vinco gli altri devono perdere e può avvenire anche internamente ad un gruppo. Questa logica è alla base della logica individualistica che ha senso proprio perché il singolo prevale sugli altri.
Sherif affermò che siamo alla base della divisione dei ruoli presente in ogni gruppo ben strutturato. In un’ottica longitudinale, il gruppo deve avere una struttura interna con al suo interno norme e valori che regolano il comportamento dei membri e una differenziazione di compiti. È importante che ci sia una coordinazione data da una buona struttura e organizzazione. C’è anche un aspetto culturale che emerge nei gruppi, dato da norme e valori che possono essere esplicite o implicite e sottointese.
Tajfel cercò di superare le definizioni di Sherif e Lewin perché era interessato a studiare cosa accade nella mente di un individuo quando sente di appartenere a un gruppo, al di là di ciò che accade poi internamente ad esso. La ragione di questa ricerca storica deriva dal fatto che lui fu deportato e, da studioso interessato all’ambito psicologico, si domandò come mai esseri umani trattano altri esseri in modo così cruento e crudele?
Ciò che accade nella seconda guerra mondiale era una mera appartenenza ai gruppi. Secondo Tajfel, il senso di appartenenza a un gruppo porta alla definizione di gruppo in cui dice che: un gruppo esiste se le persone ne sentono di far parte, quello che conta cioè è il senso di appartenenza. Tajfel fu molto influente ed ebbe molti allievi fra cui Turner.
Turner dice che un gruppo esiste se due o più membri... Nella sua definizione c’è del diverso: un numero, il numero degli elementi del gruppo è stato tema di dibattito e Turner tagliò la testa al toro. Il senso di appartenenza è tutto, non c’è invece struttura o ruoli considerati. L’altra parola importante è la categoria; le categorie sono strutture mentali che non esistono nella realtà e per studiare un gruppo devo necessariamente studiare il processo di categorizzazione della realtà.
Brown, che fu allievo di Tajfel, definisce il gruppo aggiungendo un pezzo: un gruppo esiste quando due o più individui definiscono sé stessi come membri e quando la loro esistenza è riconosciuta da almeno un'altra persona esterna al gruppo.
Al di là di tutto, queste tre definizioni si accomunano per l’importanza data al senso di appartenenza.
Domanda: Differenze tra prospettiva individualistica e psicosociale e le definizioni di gruppo
1.2 Categorizzazione e percezione di sé
Il processo di categorizzazione
Il processo di categorizzazione permette di ordinare le percezioni sociali e non sociali semplificando la realtà. Ordinare e semplificare la realtà è utile perché l’uomo si trova di fronte a una moltitudine di stimoli ed è poco economico elaborarli tutti. Ciò facilita l’adattamento all’ambiente dell’individuo e quindi sopravvivere secondo una logica evoluzionistica. Quindi, gli esseri viventi che categorizzano sopravvivono meglio.
Le categorie possono essere più elaborate ed avere dei significati. Ciò che conta di una categoria è la funzione, che può non essere sempre immediata. Le categorie differenti possono essere applicate agli stessi stimoli; il processo di categorizzazione è flessibile ma, allo stesso tempo, non può cambiare troppo. Semplificare la realtà, infatti, non comporta cambiarla ma rispecchiarla e quindi la flessibilità deve essere entro i limiti dell’essere adatte agli stimoli, che abbiano un qualcosa che associ la categoria allo stimolo, talvolta questo qualcosa è molto vago.
I processi di differenziazione intercategoriale (tra categorie diverse) e assimilazione intracategoriale (essa si riferisce al fatto di percepire due stimoli presenti in una stessa categoria più simili tra loro di quanto non siano nella realtà) sono processi fondamentali per la semplificazione della realtà.
Effetti della categorizzazione
Tajfel e Wilkes hanno condotto nel 1963 un esperimento classico, il primo che dimostra gli effetti della categorizzazione e lo fa su stimoli fisici, senza la percezione di qualcosa di sociale che è molto soggettiva. In particolare, T e W presentarono ai loro soggetti delle linee, tutte differenti tra loro circa di un centimetro. Queste linee sono presentate in due modalità diverse, ad un gruppo sono presentate una alla volta le sequenze di linee ciascuna associate a delle lettere in modo non sistematico; vengono eseguite ripetute presentazioni. L’altra sperimentazione ha una certa sistematicità nell’associazione tra linee e lettere, in particolare le più corte sono associate alla A, le più lunghe alla B. Con l’esperienza, con ripetute esposizioni, i soggetti capiscono che le linee corte hanno la A e le lunghe la B. I soggetti sono distribuiti casualmente o all’una o all’altra sperimentale.
Dopo ripetute presentazioni, alla fine per ogni linea viene chiesto di stimare la lunghezza e c’è quindi un giudizio dei partecipanti rispetto a uno stimolo fisico a cui sono esposti. La stima di lunghezze viene quindi fornita e quello che si nota è che quando i partecipanti devono stimare le linee e si trovano nella prima condizione sperimentale, le loro stime sono assolutamente realistiche. La cosa interessante è che quando viene chiesto di stimare la lunghezza delle linee nella seconda condizione, esse vengono stimate in modo meno preciso, le quattro linee (percepite come categoria) che hanno una differenza che si riduce e anche per il gruppo di linee B la differenza si riduce. Il risultato più netto è fra la quarta e la quinta riga, infatti la differenza aumenta separando i due gruppi di linee. Quindi, i soggetti hanno ricavato una somiglianza accentuata e favorita dalle lettere, quindi hanno applicato la categorizzazione linee corte-linee lunghe e a quel punto hanno semplificato la realtà, ciò permette di economizzare le risorse cognitive. Questa semplificazione può essere anche adattiva ma comunque è una distorsione della realtà, la realtà è più complessa. Qua si gettano le basi al funzionamento dei gruppi.
Se da tutto ciò si ricava che in presenza di stimoli fisici, ho comunque una distorsione, figuriamoci quando accade che gli stimoli siano ambigui e non definiti, le distorsioni saranno enormemente maggiori, cosa che accade nella realtà.
Categorizzazione e gruppi sociali
Cosa accade quando categorizziamo le persone? Si parte da stimoli presenti nell’ambiente, gli esseri umani nel tentativo di semplificare la realtà cercano delle possibili categorizzazioni che possono essere utili nel categorizzare le persone, al fine di ciò vengono più facilmente considerate le categorie preminenti (come il sesso, ad esempio). Se la categorizzazione è coerente con gli stimoli, viene applicata e si applica anche l’assimilazione e la differenziazione.
Si notano così tre effetti importanti, le altre lettere, ovvero gli altri stimoli del soggetto, non contano più: la linea di confine non c’è più, considero solo un aspetto e assimilo entro due categorie le differenze dei singoli elementi. Il cerchio delle A è più grande del cerchio delle B e sono più distanti fra loro; quest’asimmetria è dovuta alla presenza di noi stessi all’interno di una delle categorie, in particolare in questo caso la A sottolineata sono io. La differenza nel pensare che gli italiani sono tra loro differenti (50 milioni) e che i cinesi tra loro sono tutti uguali (1 miliardo) è dovuta al fatto che ci siamo noi fra gli italiani.
Domanda: La categorizzazione e i suoi effetti sulla percezione di stimoli fisici e sociali
Le persone si percepiscono come membri del gruppo e percepiscono A come membro di gruppo estraneo. Dall’esterno non è immediato spesso capire cosa percepisce una persona, ma è importante comprendere cosa sta succedendo.
Categorizzazione e comportamenti sociali
Tajfel (1978) per comprendere ha elaborato tre criteri per permettere di capire in quale situazione l’individuo si trova, e se l’individuo si comporta come singolo o come membro di gruppo:
- La presenza o meno di almeno due categorie sociali chiaramente identificabili;
- Il grado di variabilità dei comportamenti e degli atteggiamenti delle persone che si trovano all’interno di un gruppo in cui sussistono norme condivise e accettate. Va a vedere se nelle categorie c’è o meno variabilità nei comportamenti ed atteggiamenti: le persone la pensano/comportano in modo simile/diverso? Se si comportano in modo simile/atteggiamenti simili, la variabilità è bassa, ed il secondo criterio dice che si comportano come membri di gruppo. Questo secondo criterio si riferisce all’assimilazione entro il gruppo, tra persone che si comportano in modo simile tra loro, osservabile anche dall’esterno;
- Il grado di variabilità nei comportamenti e negli atteggiamenti di un individuo nei confronti degli altri gruppi, in questo caso c’è bassa variabilità e sto trattando gli altri come uguali fra loro. Qui ci riferiamo a relazioni intergruppi.
Se sono presenti tutti e tre, Tajfel dice che ci troviamo nella situazione in cui si sono creati due gruppi ben distinti.
Il continuum interpersonale-intergruppi
Esiste un continuum secondo Tajfel in cui si possono individuare comportamenti ed atteggiamenti. Il continuum è costituito da due estremi: uno interpersonale e uno intergruppi:
Interpersonale ←------------------------------------------→ Intergruppi
Tajfel definisce gli estremi:
- L’estremo interpersonale: Definito dal fatto che i comportamenti e gli atteggiamenti sono definiti dalle caratteristiche dei singoli individui coinvolti e dalle relazioni interpersonali. Esempi di questo estremo per Tajfel non esistono. Per Turner, l’estremo interpersonale esiste ma sono in relazioni intime di coppia, in cui un livello di umanità completa annullerebbe le categorie.
- L’estremo intergruppi: Definito dal fatto che comportamenti e atteggiamenti sono determinati dalla sola appartenenza di gruppo. Esempio di comportamenti in estremo intergruppo per Tajfel è il bombardamento aereo, in cui non si osservano le persone del gruppo ma si agisce puramente contro un gruppo.
I tre criteri di Tajfel si riferiscono a questo continuum; in particolare, la compresenza dei tre punti individua la posizione lungo il continuum in corrispondenza dell’estremo intergruppo. Finora stiamo parlando molto del contesto e dell’altro. Ma la posizione lungo il continuum altera anche la percezione che noi abbiamo di noi stessi. Tajfel propone la teoria dell’identità personale/sociale dando una definizione di identità sociale: l’identità sociale è quella parte dell’immagine di sé che deriva dalla consapevolezza di appartenere ad un gruppo sociale unita alle componenti valutative ed emotive legate a tale appartenenza.
Aspetti coinvolti nella definizione di identità sociale
- Aspetto cognitivo del sé: La consapevolezza, devo essere ben conscio di essere membro di quel gruppo e posso concepirmi persona tipica o atipica di quel gruppo.
- Componente valutativa: Positività o meno dell’appartenenza al gruppo che contribuisce alla percezione di alta o bassa autostima.
- Componente emotiva: Si riferisce ai legami emotivi: affetto, orgoglio, fiducia che provo nei confronti nei membri o la rabbia verso chi nel gruppo si comporta male. Definizione fondamentale perché chiarisce cosa succede all’individuo quando si sente parte di un gruppo.
Quando è saliente l’identità sociale, si crea un’associazione tra il sé, il gruppo e le norme di gruppo e mi posso definire membro. È importante l’associazione mentale al gruppo a livello cognitivo, valutativo ed emotivo. Il gruppo in cui ci si sente appartenenti è l’ingroup e in questa logica vedo coloro che sono fuori come outgroup. Questa identità sociale è saliente quando si è verso l’estremo intergruppi.
Domanda: Definire il continuum interpersonale-intergruppi, il concetto di identità sociale, e i tre criteri di Tajfel descrivendo le loro relazioni
Categorizzazione e percezione di sé: Conclusioni
La salienza delle categorie porta a:
- Alterare la percezione oggettiva degli stimoli;
- Alterare la percezione di altri e delle loro caratteristiche.
Lo studio dei processi di gruppo non può essere fatto solo tramite lo studio dei processi individuali; la stessa persona può essere percepita in modi diversi. La logica psicosociale è la logica valida per studiare i gruppi ed è la ragione per cui faremo sempre riferimento a una logica psicosociale, perché quelle di logica individualistica non reggono.
1.3 Il bisogno di appartenenza
Non abbiamo parlato da dove viene il senso di appartenenza, ess...
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