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La psicologia del pregiudizio

Capitolo 1

Nel 1954, lo psicologo sociale Gordon Allport pubblicò un volume dal titolo "La natura del pregiudizio", in cui forniva un’analisi incisiva delle origini della discriminazione tra gruppi e una serie di raccomandazioni strategiche dirette ad eliminare il fenomeno.

In un documentario per la BBC si vide che nella ricerca di una casa in affitto, se venivano utilizzati tre richiedenti, di tre origini differenti, il richiedente che aveva la pelle leggermente più scura era quello che riceveva un trattamento identico agli altri soltanto in 15 su 60 casi. Quando la richiesta riguardava il lavoro si verificava una discriminazione ugualmente netta, infatti in 37 casi su 40 il richiedente con la pelle più scura ricevette in risposta che non vi era alcun posto disponibile.

Tale studio sembra trovare conferma anche in ulteriori ricerche, come ad esempio in uno studio del 2004 condotto da Bertrand e Mullainathan su 5000 domande di lavoro inviate in risposta ad annunci comparsi sulla stampa americana, in cui i candidati avevano per metà nomi tipicamente bianchi e per metà nomi tipicamente neri. Si notò che i candidati con i nomi bianchi avevano il 50% in più di probabilità di ottenere una risposta rispetto ai colleghi con nomi afroamericani.

Inoltre, secondo la commissione britannica per l'eguaglianza razziale, ancora alla fine degli anni '80, circa il 20% delle agenzie immobiliari private adottava comportamenti discriminatori nei confronti delle minoranze etniche.

Dietro queste statistiche si cela un’odiosa realtà di quotidiana violenza verbale, di ingiurie e di minacce, di violenza fisica ai danni di numerosi membri di gruppi minoritari.

Che il pregiudizio possa talvolta tradursi in espressioni di manifesta ostilità e violenza trova ulteriore conferma nell’inchiesta svolta nel 2009 dalla BBC, la quale inviò due suoi reporter di origine asiatica a vivere per due mesi in un quartiere popolare di Bristol. Si vede come questi venivano spesso attaccati verbalmente e talvolta anche fisicamente.

Vi sono tuttavia anche molte altre varietà di pregiudizio, come ad esempio verso le donne, verso gli omosessuali, verso i portatori di handicap…

Definizione di pregiudizio

Per definire il pregiudizio troviamo all'interno del dizionario la definizione "giudizio o opinione formatasi prima o senza il dovuto esame dei fatti". Definizioni di questo tipo hanno condotto molti psicologi sociali nei loro tentativi di definire il pregiudizio.

Si veda ad esempio la definizione di Allport che sostiene che "il pregiudizio etnico è un sentimento di antipatia fondato su una generalizzazione falsa e inflessibile. Può essere sentito internamente o espresso. Può essere diretto verso il gruppo nel suo complesso o verso un individuo in quanto membro di quel gruppo".

Samson definiva "il pregiudizio è caratterizzato dalla presenza di un atteggiamento ingiustificato generalmente negativo nei confronti di alcune persone per il solo fatto di appartenere ad una data categoria o gruppo sociale".

Queste definizioni presentano molti vantaggi rispetto a spiegazioni lessicali più formali, in particolare esprimono accuratamente un aspetto essenziale del fenomeno del pregiudizio e cioè il suo essere orientato socialmente nei confronti di certi individui a ragione della loro appartenenza a particolari gruppi sociali. L'altro fattore comune presente in queste definizioni sta nel loro sottolineare la connotazione negativa del pregiudizio di gruppo.

È anche vero però che, non è necessario presumere, come fanno queste definizioni, che il pregiudizio possa essere considerato un insieme "falso" o "irrazionale" di credenze, una generalizzazione "fasulla" o una disposizione "arbitraria" a comportarsi negativamente nei confronti di un gruppo diverso dal proprio.

  • Veridicità della credenza: Affermare che un atteggiamento o una credenza è "falsa" implica in qualche misura che avremo modo di stabilirne la correttezza. Infatti, in alcune circostanze questo potrebbe essere possibile ma soltanto se la credenza in questione si riferisce a qualche criterio obiettivamente misurabile, cosa che accade raramente in quanto le affermazioni pregiudiziali tendono a venir espresse in termini molto vaghi e ambigui.
  • Percezione fra gruppi: Un secondo problema che può derivare da una definizione di pregiudizio che pretende di riferirsi ad una verità presunta è connesso al carattere particolarmente realistico della percezione fra gruppi. È stato da tempo osservato come ciò che per un gruppo può risultare piacevole o morale, può essere considerato diversamente da un secondo gruppo. È pertanto impossibile rispondere alla questione se sia più in disaccordo con la realtà la visione che un gruppo ha di sé o quella che un secondo gruppo ne ha dall'esterno.
  • Analisi delle origini: L'ultima osservazione è che le definizioni classiche del pregiudizio danno spesso l'impressione di percorrere l'analisi delle origini e delle funzioni del pensiero pregiudiziale.

Evoluzione delle definizioni

Studi più recenti hanno infatti sostenuto che le definizioni psico-sociali del pregiudizio dovrebbero poter rendere conto anche delle credenze, dei sentimenti e delle azioni di carattere positivo. Ad esempio, Jones, in una revisione nel suo precedente lavoro, sostiene che il pregiudizio vada inteso come "ogni atteggiamento, valutazione, sentimento positivo o negativo nei confronti di un determinato individuo che si fonda sull’atteggiamento o sulle credenze nei confronti del gruppo di appartenenza dell'individuo stesso".

Anche Glick e colleghi sostengono che "anche gli atteggiamenti soggettivamente favorevoli nei confronti delle donne possono costituire delle forme di pregiudizio nella misura in cui sono funzionali a giustificare e a mantenere una situazione di subalternità femminile".

Queste definizioni su cosa si fondano? In molti casi gli atteggiamenti intergruppi contribuiscono a perpetuare una posizione di subalternità dell'outgroup, perché riconoscono un valore al gruppo esterno unicamente riguardo a caratteristiche specifiche, solitamente di scarsa importanza. Il riconoscimento di queste caratteristiche può contribuire a sottolineare l'idea che i membri di quel gruppo siano particolarmente idonei all'esercizio dei ruoli sociali inferiori.

I gruppi subordinati e di minoranza si sono sempre lamentati dell'atteggiamento paternalistico dei gruppi dominanti, atteggiamento spesso mascherato sotto forma di interesse benevolo e tuttavia degradante per il loro benessere, o sotto le mentite spoglie di atteggiamenti favorevoli ma in realtà condiscendenti.

Quindi pare sia giusto e ragionevole correggere le definizioni tradizionali del pregiudizio in modo da includervi non soltanto le espressioni direttamente di orientamento negativo, ma anche questi atteggiamenti intergruppi più indirettamente negativi, definendo così il pregiudizio come "qualsiasi atteggiamento, emozione o comportamento nei confronti di un gruppo che si esprima direttamente o indirettamente in negatività o antipatia nei confronti del gruppo stesso".

  • Manifestazioni negative: Mentre le manifestazioni negative più dirette del pregiudizio sono identificabili con relativa facilità, le espressioni indirette del fenomeno possono essere molteplici e difficilmente prevedibili.
  • Sinonimi del pregiudizio: La seconda osservazione riguarda la possibilità di considerare il pregiudizio come un termine sostanzialmente sinonimo di altri, quali sessismo, razzismo, intolleranza verso l'omosessuale e verso l'anziano.
  • Componente emotiva: Mentre la terza osservazione riguarda la necessità di non considerare il pregiudizio come un fenomeno puramente cognitivo o attitudinale e di prestare attenzione alle sue componenti emotive ed alle sue possibili espressioni comportamentali.

Un approccio sociopsicologico

Per quanto riguarda un approccio sociopsicologico, una prima osservazione è che il pregiudizio è un fenomeno che trae origine da processi di gruppo per tre ordini strettamente connessi di ragioni.

Innanzitutto, esso presenta un orientamento nei confronti di categorie complessive di persone ancora più che di individui isolati. Infatti, anche quando ci si rivolge concretamente a un singolo individuo, le caratteristiche personali del soggetto contano assai meno dei tratti che lo collocano in un gruppo piuttosto che in un altro.

Una seconda ragione per considerare il pregiudizio come un processo di gruppo è che esso rappresenta nella maggioranza dei casi un orientamento sociale condiviso. Ciò significa che in una data società un ampio numero di persone di tutti i livelli tenderà ad esprimere nei confronti di un qualsiasi outgroup stereotipi negativi e forme di condotta grosso modo simili nei confronti dei suoi membri.

La terza ragione deriva direttamente dalle due precedenti. La scoperta che la relazione fra questi gruppi gioca un ruolo importante nella sua genesi non dovrebbe quindi sorprenderci più di tanto.

La seconda osservazione generale è che il centro prevalente di analisi è l'individuo. L'attenzione andrà soprattutto alla stima dell’impatto dei diversi fattori causali sulle percezioni, le valutazioni e le reazioni comportamentali espressi dagli individui nei confronti dei membri di altri gruppi. Si tratta quindi di distinguere fra individui che agiscono in quanto membri del gruppo e individui che agiscono singolarmente.

Capitolo 2

Persone inclini al pregiudizio

Abbiamo visto quindi che per molti il fenomeno del pregiudizio è essenzialmente l'espressione di una struttura di personalità particolare e con ogni probabilità patologica. Il tentativo più noto di collegare il pregiudizio ad un particolare tipo di personalità si deve ad Adorno e colleghi.

Secondo questi studiosi, le differenze di personalità di cui si diceva possono essere ricondotti alla famiglia nelle quali il soggetto è stato socializzato. Gli agenti primi e più potenti di tale processo di socializzazione sarebbero rappresentati dai genitori che normalmente cercano un punto di equilibrio fra le opposte esigenze di consentire l'espressione autonoma del bambino e di imporre alcuni limiti flessibili. Il problema della persona incline al pregiudizio è perciò quello di essere stata esposta ad un regime familiare orientato alla buona condotta e alla conformità a codici morali convenzionali.

Il bambino svilupperebbe quindi una modalità di pensare al mondo nella quale persone e azioni sono rigidamente categorizzate in buone e cattive. Ovviamente questo modo di pensare si presta all'adesione immediata a stereotipi distintivi e immutabili sui gruppi sociali, e il risultato finale è pertanto rappresentato da una persona iperdeferente e ansiosa nei confronti delle figure d'autorità, che guarda al mondo in termini di bianco e nero, è incapace o poco disposta a tollerare l'ambiguità cognitiva ed è ostile verso chiunque non appartenga al gruppo.

Adorno e colleghi definirono questo tipo di individuo con l'espressione di personalità autoritaria. A sostegno della loro teoria essi diedero avvio ad un imponente progetto di ricerca e la misura più nota che emerse dal progetto venne chiamata scala F, per le tendenze prefasciste che asseriva misurare, la quale era composta di 30 item diretti nel loro insieme a cogliere aspetti diversificati della presunta struttura della personalità autoritaria. La scala godeva di una buona attendibilità interna e mostrava una correlazione significativa con le misure precedenti del pregiudizio tra gruppi.

Per investigare su eventuali correlazioni fra autoritarismo e stili cognitivi, e quindi validare il pensiero di Adorno, furono condotti numerosi studi, tra i quali quello di Jost e colleghi, i quali oltre al fattore dell’intolleranza all’ambiguità ipotizzato da Adorno, documentarono la presenza fra gli individui con un orientamento più conservatore di un minor grado di complessità integrativa, di una più spiccata tendenza ad evitare l'incertezza, di un più marcato bisogno di operare chiusure cognitive e di una maggiore presenza di sentimenti di colpa e timore.

Chiedendosi però quale sia il legame tra autoritarismo e pregiudizio già Adorno e colleghi rilevarono correlazioni significative tra una precedente misura di etnocentrismo estremo e la scala F, confermando così la presenza ipotizzata di un nesso fra pregiudizio e fattori di personalità.

Non si può tuttavia dire che la ricerca sul legame tra autoritarismo e pregiudizio sia interamente priva di aspetti equivoci. Infatti subito numerose critiche anche a livello metodologico, le critiche si sono attestate soprattutto sulla progettazione e la validazione della scala F, e sono state messe in luce in particolare tre difficoltà:

  • Campioni non rappresentativi: La prima è che Adorno e colleghi hanno utilizzato campioni scarsamente rappresentativi di soggetti.
  • Costruzione della scala F: Una seconda difficoltà ha a che vedere con la stessa costruzione della scala F in cui tutti gli item erano formulati in modo che l'accordo con essi indicasse una risposta autoritaria.
  • Validazione della scala F: L'ultima difficoltà sta nel processo di validazione della scala F, costituita dal fatto che gli intervistatori erano a conoscenza del punteggio ottenuto al questionario da ciascun soggetto e questa conoscenza fa sì che essi possano avere influito sulle risposte prodotte.

Tale ricerca fu ripresa da Altemeyer, il quale si era sforzato di emendare le inesattezze psicometriche della scala F. In particolare ha cercato di correggere la tendenza a generare risposte compiacenti. Negli anni Altemeyer ha sviluppato numerose versioni di una scala da lui denominata autoritarismo di destra (RWA), contenente 30 item. Tali item sono diretti a cogliere le tre componenti costitutive del carattere autoritario: sottomissione (all'autorità), aggressività (nei confronti dei devianti e degli outsiders) e tendenza all'essere convenzionali (cioè la tendenza ad aderire a codici morali ortodossi).

Alcuni item della scala RWA sono simili nel tono, se non nel contenuto, a quelli della scala F. Tuttavia nella scala RWA sono stati esclusi gli item che più risentivano della derivazione teorica psicoanalitica. La scala RWA gode di buone proprietà psicometriche. Ha una notevole attendibilità interna e anche la sua attendibilità test/retest sembra buona. Tuttavia anche la scala rinnovata ha i suoi limiti, infatti numerosi item hanno una formulazione eccessivamente complessa bi- o anche tripartita, circostanza che andrebbe evitata perché non permette di chiarire in fase di analisi delle risposte a quale parte della frase il soggetto si stia riferendo quando esprime il suo accordo o disaccordo con la formulazione complessiva.

Infine c'è un'ulteriore critica che può essere avanzata nei confronti del concetto di autoritarismo di destra, critica che coinvolge anche la teoria della personalità autoritaria su cui tale concetto si basa: entrambe le formulazioni si occupano unicamente di una forma di autoritarismo, quella di destra. Tale critica è avanzata da Rokeach.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuggijr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia degli atteggiamenti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Matera Camilla.
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