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assimilazionisti). Inoltre, questi studenti sostengono con più probabilità gli

orientamenti di esclusione e segregazione rispetto a quelli del campione di

Montreal. Ciò si spiega col fatto che la politica assimilazionista adottata dagli

Stati Uniti nell’ultimo secolo può aver avuto l’effetto di legittimare

orientamenti meno tolleranti verso l’immigrazione (come la separazione e

l’esclusione). [vedi fig.6, pag.151]

 l’orientamento di acculturazione della comunità

Per quanto riguarda

ospitante francese a Parigi, i risultati sono molto simili a quelli avuti a

Montreal: gli studenti francesi sostengono fortemente l’individualismo e

l’integrazione; nonostante la Francia abbia una forte tradizione assimilazioni

sta, l’assimilazione e la segregazione sono debolmente adottati dagli studenti, e

l’esclusione è ignorata. Tuttavia, bisogna considerare il fatto che l’ideologia

è un’ideologia che legittima l’individualismo come il

repubblicana dei francesi

valore più universale dell’uomo moderno; ora, per gli immigrati questo

individualismo può essere ottenuto solo a costo dell’assimilazione.

 l’orientamento di acculturazione della comunità

Per quanto riguarda

ospitante ebrea a Tel Aviv, gli studenti hanno completato la scala di

acculturazione una volta per gli immigrati ebrei provenienti dalla Russia e una

per quelli provenienti dall’Etiopia: è emerso che gli studenti adottano

fortemente l’individualismo e l’integrazione nei confronti di entrambi i gruppi;

sostengono debolmente l’assimilazione e la segregazione, mentre l’esclusione

è meno adottata. Questo modello è molto simile a quello di Parigi e Montreal:

gli studenti di Tel Aviv, Parigi e Montreal sono simili nella tendenza a rifiutare

l’assimilazione, la segregazione e l’esclusione; invece, gli studenti di Los

Angeles sostengono maggiormente l’orientamento segregazionista ed

esclusionista verso gli immigrati.

2) Gli studenti adottano orientamenti di acculturazione più accoglienti verso

gli immigrati valutati rispetto a quelli svalutati?

Il Modello di Acculturazione Interattiva ipotizza che gli stessi rispondenti della

comunità ospitante possano avere orientamenti di acculturazione più favorevoli nei

confronti degli immigrati valutati rispetto a quelli svalutati.

 l’orientamento dei francofoni del Quebec nei confronti

Per quanto riguarda

dei gruppi valutati e svalutati, i risultati mostrano che i francofoni del

Quebec hanno una leggera tendenza a sostenere più fortemente

l’integrazionismo e l’individualismo verso gli immigrati valutati provenienti

dalla Francia rispetto a quelli meno valutati provenienti da Haiti. Al contrario, i

francofoni del Quebec adottano meno gli orientamenti di assimilazione,

segregazione ed esclusione verso gli immigrati provenienti dalla Francia

rispetto a quelli provenienti da Haiti. Ciò perché, nonostante gli immigrati

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provenienti da Haiti condividono la lingua francese con i francofoni del

Quebec, essi sono neri e di cultura caraibica; invece, gli immigrati bianchi

provenienti dalla Francia condividono sia la lingua che la cultura francese.

[vedi fig.9 pag.154]

 l’orientamento degli anglofoni del Quebec nei confronti

Per quanto riguarda anch’essi sostengono orientamenti di

degli immigrati valutati e svalutati,

acculturazione più accoglienti verso gli immigrati valutati rispetto a quelli

svalutati, e approvano più fortemente l’integrazione e l’individualismo nei

confronti degli immigrati provenienti dalla Gran Bretagna rispetto a quelli

provenienti dall’India; infatti, i primi condividono la stessa lingua e la stessa

cultura. [vedi fig.1° pag.155]

 l’orientamento di acculturazione verso gli immigrati

Per quanto riguarda

valutati e svalutati in Francia, gli studenti francesi hanno compilato la Host

Community Acculturation Scale una volta nei confronti degli immigrati

valutati di origine asiatica e una volta nei confronti degli immigrati svalutati di

origine nordafricana. Gli studi mostrano che in Francia, nonostante i

nordafricani condividano il francese con la comunità ospitante, spesso sono

denigrati, vittime di pregiudizio e discriminazione. I risultati mostrano che gli

studenti tendono a sostenere più fortemente l’individualismo verso gli

valutati dell’Asia che verso quelli nordafricani, e adottano meno

immigrati

l’assimilazione, la segregazione e l’esclusione verso gli immigrati provenienti

dall’Asia rispetto a quelli nordafricani. Ci si aspettava che gli orientamenti di

acculturazione nei confronti dei nordafricani fossero più di rifiuto rispetto a

l’ipotesi del contatto

quelli riscontrati: tuttavia, di Allport aiuta a spiegare

questi risultati, poiché gli studenti francesi sono stati esaminati in un workshop

tenutosi presso l’Università a cui partecipavano studenti nordafricani, per cui

avevano trascorso un intero anno a stretto contatto con loro. [vedi fig.11

pag.156]

 l’orientamento di acculturazione degli ebrei verso i

Per quanto riguarda che in Israele la “legge

gruppi valutati e svalutati, dobbiamo dire innanzitutto

del ritorno” garantisce che tutte le persone di origine ebraica abbiano diritto a

diventare cittadini di Israele. Tuttavia, bisogna notare che gli immigrati ebrei

provenienti dall’Etiopia sono neri, di lingua e cultura africana, nonostante

condividano coi membri della comunità ebraica in Israele la religione. Di

contro, gli arabi israeliani sono un gruppo di minoranza svalutato che, in

Israele, subisce pregiudizio e discriminazione in ambito abitativo, scolastico e

lavorativo. I risultati mostrano che gli studenti di Tel Aviv sostengono

maggiormente l’individualismo e l’integrazione verso gli immigrati

provenienti dalla Russia e dall’Etiopia rispetto agli arabi israeliani. Al

contrario, gli studenti ebrei sostengono maggiormente la segregazione e

l’esclusione verso gli arabi israeliani che verso gli ebrei provenienti dalla

Russia e dall’Etiopia. Quindi, è più probabile che gli studenti ebrei adottino,

nei confronti degli arabi israeliani,la segregazione e l’esclusione piuttosto che

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l’integrazione e l’individualismo. Questi risultati mostrano che l’adozione

delle strategie di acculturazione verso i gruppi svalutati può essere

abbastanza ambivalente, specialmente in un contesto in cui le relazioni

intergruppi sono tese (come il contesto israeliano).

3) Chi si identifica come di destra adotta orientamenti di acculturazione

meno accoglienti verso gli immigrati rispetto a chi si identifica come di

sinistra?

A Tel Aviv gli studenti hanno anche completato un questionario di Identificazione

che includeva l’identificazione con i principali partiti politici, come

con vari gruppi,

il Labour Party (partito di centro-sinistra) e il Likud Party (partito di destra); i

sostenitori del Labour Party sono prevalentemente laici, mentre quelli del Likud sono

ultraortodossi.

I partecipanti sono stati divisi in base alla loro identificazione con il Labour o il

Likud Party (attraverso la procedura median-split).

 l’orientamento di acculturazione dei partiti Likud

Per quanto riguarda vs.

Labour nei confronti degli immigrati valutati e svalutati, i risultati

mostrano che chi si identifica con il Labour Party sostiene l’individualismo e

l’integrazione nei confronti degli immigrati ebrei provenienti dalla Russia e

dall’Etiopia più fortemente rispetto ai simpatizzanti del Likud Party, ed è meno

propenso a sostenere l’assimilazione e la segregazione verso gli immigrati

ebrei rispetto a chi si identifica col Likud Party. A Tel Aviv, il contrasto tra

studenti di destra e di sinistra è ancora più evidente nel caso del gruppo

svalutato degli arabi israeliani: chi si identifica con il Labour Party sostiene

maggiormente l’individualismo e l’integrazione nei loro confronti rispetto a chi

si identifica col Likud Party, che, invece, sostiene maggiormente la

segregazione e l’esclusione verso gli arabi israeliani (sono gli unici!).

Questi risultati mostrano che l’identificazione politica di destra o di sinistra

può essere fortemente associata all’adozione degli orientamenti di

acculturazione nei confronti dei gruppi valutati e svalutati nelle società

multietniche. [vedi fig.13 pag.160]

4) Il profilo psicologico di ogni orientamento di acculturazione è simile a

prescindere dal background culturale degli studenti intervistati?

Uno degli obiettivi dei nostri studi era quello di esplorare i correlati socio-

psicologici di ognuno degli orientamenti di acculturazione: ci si aspettava che tali

profili socio-psicologici sarebbero stati abbastanza simili a prescindere dal

background culturale degli studenti. 41

Sono state condotte delle analisi fattoriali su varie scale usate come correlati

psicologici degli orientamenti di acculturazione; ciò ha prodotto fattori ortogonali

indipendenti, che sono stati utilizzati come predittori di ognuno degli orientamenti

di acculturazione. [vedi fig.14 pag.162]

 dell’individualismo e

Per quanto riguarda il profilo socio-psicologico

dell’integrazione, gli individualisti e gli integrazionisti non sostengono

l’autoritarismo, l’etnocentrismo e la dominanza sociale. E’ probabile che essi

sostengano le credenze relative all’appartenenza civica più che quelle relative

all’appartenenza etnica, e che si identifichino coi partiti politici di sinistra o di

centro. Gli individualisti e gli integrazionisti si sentono a proprio agio con gli

immigrati, cercano relazioni intime sia con gli immigrati valutati che con quelli

svalutati, e li includono tra i loro migliori amici; inoltre, sentono che gli

immigrati desiderano avere buone relazioni coi membri della comunità

ospitante. [vedi fig.15 pag.163]

 Per quanto riguarda, invece, il profilo socio-psicologico

dell’assimilazionismo, del segregazionismo e dell’esclusionismo, questi

orientamenti condividono il rifiuto per gli immigrati e per la loro cultura.

Assimilazionisti, segregazionisti ed esclusionisti sostengono le ideologie

autoritarie, etnocentriche e la dominanza sociale, è più probabile che si

identifichino con i partiti politici di destra; essi sentono che l’identità

dell’ingroup è minacciata dalla presenza degli immigrati, in particolare di

quelli svalutati, e desiderano evitare di avere gli immigrati come colleghi di

lavoro, vicini di casa o amici. [vedi fig.16 pag. 164]

42

CAPITOLO 9: “Strategie di acculturazione e processi di adattamento”

Lo studio presentato si riferisce ad un’indagine qualitativa svolta tra le immigrate in

un capoluogo toscano, e fa parte di una più vasta ricerca volta a esplorare le strategie

di acculturazione adottate dagli immigrati nel processo di adattamento. Alla base sta

“identità sociale”,

il concetto di un costrutto basilare per comprendere la relazione

tra l’individuo e il sistema sociale e tra i diversi gruppi di appartenenza presenti in un

contesto.

Per ridurre le discriminazioni intergruppo, alcuni Autori hanno suggerito di ridefinire

i confini di gruppo in una più vasta categoria superordinata. Brewer, ad es., ha fatto

un’ulteriore distinzione tra obiettivi superordinati e identità superordinata,

affermando che quest’ultima è una condizione necessaria per un’effettiva armonia

intergruppi. Oppure abbiamo la proposta di un modello bidimensionale, formulata

da Berry, che ha dato il via a un filone di studi che si sono focalizzati sulle relazioni

tra immigrati e membri di maggioranza della cultura ospitante.

Anche qui vengono individuati 5 possibili atteggiamenti verso immigrati di diversa

provenienza geografica e culturale: integrazionismo, assimilazionismo,

segregazionismo, esclusione e individualismo.

Le politiche sociali, invece, vengono distinte in pluralism (in cui le differenze

vengono rispettate e possono convivere in una situazione sociale complessa), civic

ideology (in cui i diritti dei singoli vengono tutelati, ma non ci si fa carico dei diversi

contributi dei gruppi sociali), assimilation (in cui la cultura dominante ingloba quelle

dei gruppi di minoranza) ed ethnist ideology (in cui le culture sono separate, con

conseguente stigmatizzazione delle differenti caratteristiche etniche).

Infine, le relazioni tra i gruppi sono distinte in: consensuali (se il rapporto è di tipo

costruttivo), problematiche (se esistono delle difficoltà, ma con possibilità evolutive)

e conflittuali (se le tensioni sono presenti ed esplicitate).

L’obiettivo dell’indagine è stato quello di studiare la relazione tra le identità

(all’interno di gruppi di migranti),

sociali e i diversi tipi di ingroup e le strategie di

acculturazione a cui fanno riferimento. In particolare, sono stati esaminati:

 L’autocategorizzazione e le relazioni con l’ingroup;

 Le relazioni con l’outgroup costituito dalla comunità ospitante;

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 Le modalità con cui differenti identità di gruppo si rapportano ad un’identità

superordinata;

 Le strategie di acculturazione predominanti e le loro influenze.

e le procedure d’indagine adottate sono di tipo

La metodologia qualitativo, che

hanno previsto diverse fasi, tra cui il reperimento di materiale d’archivio, i colloqui in

profondità con testimoni significativi e le interviste semi-strutturate con donne

immigrate provenienti da 5 aree geografiche omogenee per strategie migratorie.

La ricerca è stata svolta in un capoluogo toscano (Prato), la cui area è caratterizzata

da flussi migratori stabili e da legami comunitari a cui spesso non corrisponde

un’effettiva integrazione con la comunità autoctona.

Ciononostante, il territorio presenta molti interventi volti ad accogliere i migranti: ad

es. abbiamo un Centro ricerche e servizi, un Centro donna, l’Osservatorio provinciale

sulle migrazioni, un servizio informativo sull’immigrazione on line, un TG

palinsesto di una TV locale…

multilingue/multietnico inserito nel

I partecipanti sono stati 4 testimoni significativi, che operavano nei centri e servizi

sopra mensionati; e 18 immigrate residenti nella provincia di Prato da più di un anno.

Per quanto riguarda la modalità di raccolta dei dati, sono stati svolti colloqui in

profondità coi testimoni significativi, volti a raccogliere le informazioni circa i servizi

offerti agli immigrati dalle istituzioni territoriali e ad ottenere una valutazione sui

punti di forza e di debolezza di questi servizi, sulle iniziative che si sono rivelate utili

e sui punti che invece bisognerebbe incrementare. Inoltre, sono state attenzionate le

modalità di informazione utilizzate per creare contatti con le comunità ospitate.

L’analisi dei dati è stata effettuata con un software (Atlas/ti), sono poi state

predisposte delle griglie di codifica.

RISULTATI:

Dalle interviste è emerso un rapporto dinamico tra i problemi identitari e

difficoltà di integrazione: si evidenzia la richiesta di supporto a reti formali e

informali, proveniente più dalle donne che dagli uomini, e più da parte dei soggetti

immigrati dall’Africa e dai paesi balcanici. Le informazioni richieste riguardano per

lo più problemi di ordine legale e lavorativo, mentre è meno marcata la richiesta di

informazioni sui servizi socio-sanitari e scolastici. Di fondamentale importanza è il

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TG multietnico come mezzo di trasmissione delle informazioni (essendo trasmesso

in tutte le lingue, loro capiscono cosa fare, dove andare).

Vengono poi messe in evidenza le difficoltà di attivazione delle reti: è utile, in tal

senso, progettare iniziative ricreative e culturali, che consentano l’espressione delle

differenze in situazioni non competitive, per facilitare il contatto intergruppi.

Le parole delle immigrate

1) La prima area indagata riguarda le motivazioni alla migrazione: viene data

particolare importanza al bisogno di lavoro, ma anche al disagio sociale e

politico dei paesi di origine; ci sono inoltre motivazioni legate al

ricongiungimento con la famiglia; meno importanti le motivazioni legate allo

studio e religiose. [vedi fig.1 pag.175];

2) La seconda area riguarda la famiglia e, in particolare, le relazioni di coppia.

Sono state approfondite, in particolare, le differenze tra l’esperienza di coloro

che hanno un partner del proprio paese e coloro che hanno un partner italiano:

queste ultime affermano che questo legame sia servito da tramite per il loro

inserimento sociale, mentre le partecipanti che hanno il partner del proprio

paese affermano che tale vicinanza ha facilitato i rapporti di coppia e

l’espressione dei vissuti emozionali. La quasi totalità delle partecipanti ha figli,

ma molte non hanno potuto portarli in Italia con loro. [vedi fig.2 pag.176];

La terza area riguarda l’

3) uso e apprendimento della lingua italiana, che

appare la lingua più usata, appresa soprattutto attraverso i corsi per stranieri

messi a disposizione dalle autorità locali, ma anche da autodidatti. Le

partecipanti osservano come per i bambini l’apprendimento della nuova lingua

sia molto più facile, grazie al fatto che frequentano la scuola. Solo ¼ delle

intervistate afferma di continuare ad usare la lingua dell’ingroup. E’ stato

notato, inoltre, che chi usa la lingua italiana apprende anche la cucina italiana

(collega con il libro delle ricette…). [vedi fig.3 pag.177];

Abbiamo poi l’area del

4) lavoro: quasi la totalità delle intervistate riferisce

difficoltà e insoddisfazioni nell’ambito lavorativo, sia per problemi legati al

tipo di lavoro, sia per la pesantezza delle mansioni svolte, per la presenza di

figli piccoli e per la difficoltà nell’ottenere il permesso di soggiorno. Il lavoro,

quindi, che è stato la motivazione principale per la migrazione, diventa la

fonte principale di difficoltà per l’integrazione. [vedi fig.4 pag.179];

contatti col paese d’origine, che è un tema “caldo”

5) La quinta area riguarda i

per tutte: ad esempio, le donne desiderano che i figli che vivono in Italia con

loro mantengano relazioni con l’ingroup.

- Le donne che desiderano tornare nel loro paese natale hanno molta nostalgia, e

cercano di seguire gli avvenimenti in patria leggendo i giornali, guardando film

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e ascoltando musica. I contatti vengono mantenuti anche con le telefonate a

casa o con Internet;

- Invece, le donne che non hanno alcun progetto di ritorno tendono ad avere

pochi contatti con i connazionali residenti in Italia, non fanno viaggi per

tornare a visitare il paese natale, non comprano giornali… Fanno però molti

progetti per il futuro (loro e dei figli) in Italia. [vedi fig.5 pag.180];

relazioni con l’ingroup,

6) Abbiamo poi le ed emerge che solo alcune donne

scelgono di non coltivare i rapporti con i propri connazionali, mentre la

maggior parte instaura rapporti di amicizia che si intensificano nel tempo

libero (si fa riferimento alla condivisione della stessa religione). Coloro che

fanno prevalentemente riferimento all’ingroup affermano di avere scarse

relazioni con la comunità ospitante; altre partecipanti si dichiarano disponibili

al rapporto con gli italiani, cercando di gettare un ponte tra ingroup e outgroup;

altre ancora sviluppano contatti con associazioni di migranti in Italia. [vedi

fig.6 pag.181]; relazioni con l’outgroup,

7) Per quanto riguarda, invece, le abbiamo 2 sub-aree,

riconducibili rispettivamente ai rapporti istituzionali e a quelli informali con

la comunità ospitante:

- I rapporti istituzionali vengono attivati per motivi di salute, di lavoro, di studio

dei figli, e per la soluzione dei problemi di marginalità;

Le relazioni informali, invece, si riferiscono all’area delle amicizie e del tempo

- libero. [vedi fig.7 pag.182]

relazioni con soggetti dell’outgroup,

8) Abbiamo poi le che sono state indagate

al fine di verificare se e in quale misura sia possibile parlare di

“personalizzazione del contatto” e se tale strategia abbia contribuito nel

migliorare l’integrazione culturale. Tuttavia, la letteratura ci dice che, sebbene

la personalizzazione presenti in misura maggiore relazioni positive, non

sembra però estendersi alla totalità dell’outgroup. Nello specifico, abbiamo

relazioni positive con la datrice di lavoro, la rete amicale e i colleghi di lavoro,

e negative con la figura del poliziotto (perché lo associano alle difficoltà

connesse con il percorso legislativo migratorio), con i membri dell’outgroup e,

a volte, con la stessa datrice di lavoro (ambivalenza legata anche alla

pesantezza del lavoro, agli orari…). [vedi fig.8 pag.184];

Abbiamo poi l’area dei

9) rapporti intergruppi: la maggioranza delle

intervistate vive questi rapporti come conflittuali e sente il proprio ingroup

discriminato. Questa percezione viene descritta in modi diversi: alcune notano

il disinteresse degli italiani verso il paese da cui provengono, altre vedono

l’omologazione degli stranieri (cioè il fatto che, ad es., tutti gli orientali sono

chiamati “cinesi”) come una discriminazione. Spesso si riscontra

un’interiorizzazione dello stigma verso la propria etnia, e pregiudizi delle

stesse immigrate verso altre etnie. A volte, poi, le partecipanti esprimono la

sensazione di sentirsi accettate e valorizzate, soprattutto da parte delle autorità

locali e dai familiari o amici rimasti nel paese di origine. [vedi fig.9 pag. 185];

46

L’ultima area riguarda l’inserimento e l’integrazione:

10) le difficoltà

d’integrazione riguardano soprattutto i soggetti provenienti da aree socialmente

stigmatizzate (ad es. l’Albania e il Nord Africa), mentre sembrano avere avuto

minori difficoltà coloro che provengono dai paesi più vicini (come l’Europa

dell’Est). Nonostante la percezione di una disparità di trattamento, è superiore

il numero di intervistate che pensano di essere integrate nella cultura

dell’outgroup. Secondo loro, i motivi che favoriscono questo processo sono:

abitare in piccoli centri, aver avuto una socializzazione anticipatoria prima

della partenza dal proprio paese, veder rispettate le differenze culturali;

incidono poi anche fattori personali, come avere alle spalle una buona

istruzione, aver trovato un lavoro adatto… Un altro fattore è rappresentato

dall’avere figli che frequentano la scuola dell’obbligo, perché spesso fungono

da tramite per conoscere i bambini italiani e le loro famiglie.

Alcune intervistate, poi, rivelano difficoltà di reinserimento nel paese d’origine

al momento delle visite. Queste donne vorrebbero che i figli mantenessero

l’identità sociale d’origine, ma si scontrano quotidianamente col loro voler

appartenere al contesto italiano. [vedi fig.10 pag.188]

47

CAPITOLO 10: “Processi di acculturazione di madri immigrate: la

funzione dei supporti sociali”

Le migrazioni possono essere di tipo volontario o forzato, e le motivazioni che

stanno alla base possono essere di tipo economico, politico, religioso o legate a scelte

personali; inoltre, tali spostamenti possono essere permanenti o di breve durata.

Il numero di studi che esaminano le transizioni culturali in relazione al

benessere/malessere delle persone è aumentato negli ultimi anni.

distingueva l’insieme dei processi cui un soggetto in transizione partecipa,

Sussman

che sono:

1. Lo shock culturale, che è una risposta affettiva intensa e negativa che si

manifesta sul piano psicologico e fisiologico ed è sperimentata allorché i

migranti affrontano simboli, ruoli e comportamenti sociali nuovi;

L’

2. adattamento, che è quel processo motivazionale che porta la persona a

modificare il proprio modo di pensare e di agire al fine di diminuire le

interazioni connotate negativamente ed aumentare quelle positive.

All’adattamento segue l’adattamento cross-culturale, in cui le modificazioni

cognitive e comportamentali producono un’influenza neutrale o positiva

sull’interazione sociale;

3. Infine, abbiamo il processo di acculturazione, che è il percorso di

adattamento ed evoluzione a lungo termine dei gruppi indigeni all’interno di

società pluralistiche o degli immigrati alla nuova cultura.

Dal punto di vista della persona migrante, il processo di avvicinamento alla cultura

“altra” è stato visto come un percorso globale che coinvolge tutti gli ambiti di vita del

soggetto, e, di volta in volta, può essere positivo, neutro o negativo, e può indicare

situazioni conflittuali non solo tra il migrante e la nuova cultura, ma anche all’interno

della stessa persona nelle diverse fasi della vita.

“stress da acculturazione”: infatti, all’interno del

A tal proposito si può parlare di

processo di acculturazione, alcuni individui possono vivere i cambiamenti come

molto stressanti, mentre altri come positivi o persino come opportunità. Lo stress da

acculturazione si riferisce ad una particolare tipologia di stress che considera gli

elementi stressanti quali prodotti del processo di acculturazione: essi si verificano

quando le risposte adattive di una persona sono insufficienti per adattarsi al nuovo

contesto culturale.

Berry et al. evidenziano alcuni comportamenti conseguenti allo stressa da

acculturazione, quali ansietà, depressione, alienazione, confusione di identità…

48

L’identità sociale dei migranti è un costrutto fondamentale nell’analisi del percorso di

può uscire rafforzata dal rapporto con l’altra cultura

acculturazione, poiché essa

oppure minacciata e distrutta.

I problemi di identità possono essere espressi in relazione a carenze (deficit),

oppure connessi a forme di contrapposizione (conflitti):

 quando l’individuo non riesce a mantenere in

I deficit di identità emergono

maniera coerente gli impegni assunti rispetto ai valori personali di cui è

portatore (poiché essi sono insufficienti o inadeguati);

 Al contrario, il conflitto di identità si ha quando un migrante ha difficoltà a

conciliare componenti differenti dell’identità che prescrivono comportamenti

incompatibili l’un l’altro; in questo caso, la persona ha dei modelli di

riferimento, ma essi sono in antitesi l’uno con l’altro!

dell’identità sono

Il modello di Swim & Stangor, invece, le due dimensioni

indipendenti, e quindi possono coesistere nelle persone senza richiedere

necessariamente negazioni o annullamenti di tipo personale e valoriale.

Il supporto sociale può avere funzioni diverse rispetto alla vita dei migranti.

Gli studi dimostrano che i migranti che interagiscono più spesso coi partner della

cultura ospitante tendono ad essere più soddisfatti rispetto a coloro che passano più

tempo con i connazionali; ciò, ovviamente, ha dei risvolti positivi sul benessere

soggettivo. Tuttavia, occorre valutare in che misura la relazione supportiva intra o

extra gruppo possa favorire il benessere o il malessere dei soggetti.

ha identificato i fattori della società d’origine e quelli della società

Berry

d’accoglienza che facilitano o inibiscono la transizione del migrante:

1. Un primo livello di analisi riguarda il contesto politico, la situazione

caratteristiche demografiche della società d’origine;

economica e le

2. Un secondo livello comprende i fattori fisici, biologici, economici, sociali e

culturali;

3. Un terzo livello riguarda gli atteggiamenti e il supporto sociale presenti in

ogni società.

L’autore esamina, inoltre, gli aspetti che si presentano prima e durante

l’acculturazione: quelli presenti prima sono il genere, l’età, la formazione, la

motivazione, le aspettative, la distanza culturale e i fattori di personalità, mentre

quelli che intervengono durante l’acculturazione includono la durata, gli

atteggiamenti e i comportamenti, le strategie di problem solving, il supporto sociale e

gli atteggiamenti sociali. 49

Berry, confrontando le esperienze degli immigrati in società differenti, ha rilevato

come le società pluraliste offrono un contesto più positivo di inserimento; ciò avviene

per 2 motivi:

 Perché offrono opportunità di rapporto informale, riducendo le occasioni di

esclusione, marginalizzazione e segregazione;

 Perché tendono ad offrire un valido supporto istituzionale, sensibile ai

problemi della multiculturalità.

Un costrutto speculare a quello del supporto è quello della solitudine, definita come

una reazione naturale degli individui a specifiche circostanze di vita (perdite,

abbandono, mancanza di supporto sociale). La migrazione, in tal senso, è un fattore di

rischio per l’incremento di isolamento sociale e lo sviluppo di problemi psicologici.

Un problema, per chi studia i processi di contatto e acculturazione, riguarda

l’individuazione degli strumenti e delle metodologie: ad es., l’uso esclusivo di

questionari o dell’approccio psicometrico rischiano di minimizzare il senso e le

fatiche di inserimento nella nuova cultura, riconnettendole esclusivamente a categorie

specifiche del contesto di accoglienza, che non è detto corrispondano a quelle del

migrante.

Tutto ciò è legato alla necessità di comprendere gli individui in una prospettiva

“contesti della diversità” “diversità dei

ecologica: in tal senso, Trickett parla di e

contesti”: i primi si riferiscono agli specifici contesti culturali all’interno dei quali gli

come l’identità

individui agiscono, mentre i secondi riguardano il fatto che concetti

etnica devono essere negoziati all’interno di specifici contesti.

Per tali ragioni, occorre utilizzare anche metodologie qualitative (seppure gli studi

che ne fanno uso sono davvero pochi!)

LA RICERCA

La ricerca, di tipo esplorativo e descrittivo con approccio misto quanti-qualitativo,

analizza il processo di acculturazione in giovani madri immigrate, con particolare

attenzione al supporto sociale percepito.

Il campione è costituito da 78 madri immigrate, utenti di strutture educative per la

prima e la seconda infanzia (queste donne hanno bambini inseriti nelle strutture

educative di prima infanzia…).

Gli strumenti somministrati sono stati: 50

 Un questionario dei dati socio-culturali (età, paese di provenienza, stato

religione…);

civile, numero di figli,

 Un questionario sul supporto sociale di Vaux e Harrison, che indaga sugli

aspetti funzionali del supporto sociale: la percezione del supporto sociale

affettivo ed emozionale, il supporto amicale, quello pratico e finanziario, il

sostegno informativo (consigli e informazioni per risolvere i problemi) e quello

formale (proposto dalle istituzioni religiose, dai servizi socio-sanitari, dai

sindacati, etc…);

 questionario sull’acculturazione, per indagare l’importanza attribuita al

Un usi, costumi, abitudini alimentari e religione all’interno

mantenimento di

dell’istituzione educativa in cui è inserito il figlio;

 Un’intervista che analizza l’esperienza migratoria e il

semi-strutturata,

processo di acculturazione, in cui veniva chiesto alle donne di raccontare la

loro esperienza migratoria.

Per quanto riguarda le procedure, le donne immigrate sono state intervistate

individualmente all’interno delle istituzioni educative.

RISULTATI:

1. Per quanto riguarda il questionario sui dati socio-culturali, i soggetti

hanno in media 31 anni, provengono prevalentemente dal Sudamerica,

dall’Africa e dall’Asia. Circa il 72% è di religione cattolica, mentre il 13%

musulmana. Questi soggetti hanno studiato, in media, 12 anni nel loro paese

d’origine. Per quanto riguarda le lingue parlate, lo spagnolo è la lingua

dominante, seguita dal francese e dall’arabo. Il periodo di permanenza

media in Italia è di oltre 7 anni. La maggior parte delle donne risiede a

Genova, hanno il permesso di soggiorno o addirittura hanno acquisito la

cittadinanza italiana. Solo il 7% è in stato di irregolarità. Le occupazioni

prevalenti riguardano l’essere collaboratrici domestiche, casalinghe o

impiegate; la maggior parte delle donne è sposata o convivente (81%), il

l’8% ha più di 3 figli).

60% ha solo un figlio (solo

2. Per quanto riguarda, invece, il questionario sul supporto sociale, i risultati

rilevano una rete supportiva assai ridotta, tanto che la maggior parte non ha

alcun tipo di aiuto, e può essere considerato a rischio di solitudine e di

isolamento sociale: infatti, l’aiuto che proviene dallo stesso gruppo etnico

risulta più numeroso. Il supporto affettivo è il tipo di supporto che raccoglie

la percentuale più alta di persone che hanno almeno una o due persone di

riferimento all’interno del gruppo etnico a cui appartengono; segue l’aiuto

finanziario, l’aiuto pratico, il supporto amicale e i consigli. La funzione

predominante di aiuto da parte degli italiani è quella di offrire consigli e

aiuto pratico: queste 2 tipologie di supporto sono quelle che aiutano

51

maggiormente le donne immigrate ad inserirsi nel contesto lavorativo e

nella società italiana.

Esistono una serie di indicatori utili per comprendere il livello di

inserimento delle madri immigrate nella nostra società: alcuni sono correlati

all’uso di servizi fondamentali (strutture sanitarie, servizi sociali ed

educativi), altri, invece, fanno riferimento alla soddisfazione circa la qualità

dei contatti stabiliti. [vedi tabelle pag. 204 e 205].

La frequenza dei supporti sociali formali ricevuti da parte di diverse

tipologie di servizi (vedi fig. 1 pag.206) si suddivide in: servizi sociali e

sanitari, organizzazioni di volontariato e istituzioni religiose, sindacati e

questura. Tra queste tipologie, si possono individuare 2 categorie differenti:

- Strutture cui un immigrato non può non far riferimento, come la questura o i

servizi sanitari;

- E strutture cui una persona può rivolgersi liberamente sulla base dei propri

bisogni e risorse (ad es. le organizzazioni di volontariato).

Dalla fig. 1 emerge che i soggetti utilizzano molto frequentemente, più volte

alla settimana, le organizzazioni di volontariato, seguite dai servizi sociali e

sanitari.

Invece, le strutture formali meno utilizzate sono: le organizzazioni sindacali e

la questura. Dalla fig.2 (pag.206) emerge come i soggetti siano insoddisfatti

della questura e dei servizi sociali.

questionario sull’acculturazione,

3. Per quanto riguarda il emerge un

elemento fondamentale: l’importanza che i soggetti attribuiscono al

mantenimento di abitudini alimentari, usi e costumi e del credo religioso

all’interno delle istituzioni educative. La maggioranza delle donne si ritiene

soddisfatta degli attuali programmi educativi, e non ritiene importanti delle

modifiche; non ritengono importante nemmeno il mantenimento del credo

religioso e degli usi e costumi del proprio paese all’interno della struttura

educativa, e considerano poco importante il mantenimento delle abitudini

alimentari. [vedi fig.3 pag.207] Questo dato può essere visto come

dell’assimilazione, ma va messo in relazione alla cultura di

caratteristico

appartenenza (gran parte dei soggetti sono di cultura latino-americana,

molto simile a quella del paese ospitante!)

Le madri di origine africana e di religione musulmana giudicano invece

il mantenimento, all’interno della struttura educativa, dei

importante 52

principi culturali, religiosi e alimentari propri del loro paese di appartenenza

(e ciò fa pensare ad un bisogno di differenziazione…)

Infine, per quanto riguarda l’intervista

4. semi-strutturata, fra le motivazioni

alla migrazione troviamo soprattutto motivi economici e lavorativi, motivi

legati al ricongiungimento familiare e motivazioni legate al completamento

degli studi. [vedi fig.4 pag.208].

- Per quanto riguarda la fase di pre-contatto, le intervistate affermano che

spesso la scelta del paese è legata ai familiari che le hanno precedute o ad

origini italiane;

- Per quanto riguarda invece la fase del contatto vero e proprio, fra le diversità

d’origine e il paese di arrivo

riscontrate dalle intervistate tra il proprio paese

emerge la descrizione della struttura familiare che si identifica nel paese

d’origine come una famiglia allargata ed estesa ai nonni, ai nipoti e ai parenti;

emerge inoltre una differente visione del ruolo della donna, che in Italia

“comanda” e, lavorando, concorre al mantenimento della famiglia.

Fra le problematiche circa l’inserimento vi sono difficoltà pratiche e tecniche legate

alla comprensione ed acquisizione della nuova lingua, difficoltà legate ad

atteggiamenti discriminatori e forme di razzismo da parte del paese ospitante, ma

anche difficoltà legate all’acquisizione di nuovi modelli relazionali.

I soggetti affermano che la qualità della vita è data dalla possibilità di ricongiungere

le loro famiglie, di avere un riconoscimento legale, di avere un buon lavoro e una

buona autonomia personale. Importante risulta anche la possibilità di avere rapporti

positivi con gli italiani. Infine, per quanto riguarda i progetti futuri, alcune donne

vogliono rimanere a Genova, mentre altre vorrebbero tornare (nel medio o lungo

termine) nel loro paese.

Dai risultati emerge che le donne hanno superato la fase iniziale di shock, e che sono

in grado di fruire delle istituzioni in modo positivo. Pertanto, emerge un quadro

abbastanza positivo.

Gli aspetti critici emergono in riferimento alle strutture di supporto sociale informali:

i soggetti, anche a distanza di anni, hanno reti supportive inesistenti o comunque

ridotte, e ciò li mette a rischio di isolamento e solitudine (vedi fig.5 pag.210). Ciò può

essere letto in un duplice modo: o come diversità di interpretazione delle strutture di

supporto sociale informale, o come effettiva assenza del supporto sociale, con

conseguente solitudine e depressione.

Infine, le donne intervistate sembrano ricalcare uno stile di acculturazione tendente

all’assimilazione se non all’emarginazione, caratterizzato da bassissimi livelli di

supporto informale. 53

CAPITOLO 11: “Reagire alla Diversità Etnico-Razziale: un Modello di

del Pregiudizio”

Acculturazione Reciproca per la Riduzione

In relazione all’aumento dell’immigrazione, molte nazioni si caratterizzano sempre

più come società multirazziali/multiculturali, per cui diventa fondamentale

l’armonia tra i

massimizzare le condizioni in cui tali società raggiungono la stabilità e

vari gruppi razziali e culturali.

Gli Stati Uniti sono una delle principali nazioni al mondo che ricevono immigrati:

infatti, il 12% della sua popolazione è immigrata… E’ difficile stimare il numero di

immigrati regolari e irregolari, ma è chiaro che, mentre gli immigrati regolari

provengono da varie nazioni, gli immigrati irregolari provengono per lo più da

nazioni e culture dell’America Latina (e rappresentano una grossa parte

dell’immigrazione degli Stati Uniti).

1. I latino-americani sono un gruppo molto diverso rispetto ai dati

dell’immigrazione: una parte hanno preceduto di molto le altre ondate di

immigrazione degli euro-americani verso gli Stati Uniti, poiché

precedentemente vivevano in regioni messicane conquistate dagli Stati

Uniti durante la guerra del 1848;

2. Il secondo gruppo etnico di immigrati è rappresentato dagli asiatici-

americani, che hanno storie e religioni molto diverse da quelle dei latino-

americani;

3. Poi abbiamo i nativi americani

4. E gli afro-americani. Questi ultimi 2 gruppi non sono considerati come

gruppi di immigrati.

Un’altra categoria di minoranze etniche e razziali presenti negli Stati Uniti è

Lrappresentata dai rifugiati indocinesi della guerra del Vietnam.

Il contatto tra gruppi etnici e razziali diversi (geograficamente vicini) è allo stesso

tempo un’occasione per aumentare la tensione e un’opportunità per imparare la

tolleranza. Esso rappresenta una delle maggiori cause del conflitto intergruppi.

Un altro paradosso è rappresentato dal fatto che il contatto sociale positivo tende ad

essere ristretto.

Come sappiamo, Allport ha proposto varie condizioni che devono sussistere affinché

il contatto intergruppi riduca il pregiudizio:

54

 Il supporto istituzionale (ad es. norme provenienti da figure autorevoli);

 Parità di status tra le persone in contatto;

 Interdipendenza;

 Opportunità di conoscersi.

Le scuole sono uno dei principali luoghi per la costruzione di questo tipo di

interazioni, e costituiscono una grande opportunità per l’acculturazione dei figli degli

immigrati. LA RICERCA:

La nostra ricerca è stata condotta nella zona di Los Angeles (che ha una popolazione

di 10 milioni di persone, il 30% delle quali sono immigrati).

Adottando i principi di Allport e Berry, Trimble e Olmeto, è stata concettualizzata la

riduzione del pregiudizio come parte di un modello a 3 componenti:

1. Clima interetnico/interraziale (fattore predittore);

Atteggiamenti verso l’acculturazione

2. (fattore mediatore);

3. Discriminazione intergruppi affettiva (risultato).

Seguendo questo schema, è stato dimostrato che:

- Le due variabili estratte dal Modello di Acculturazione spiegano la relazione

tra la percezione degli studenti del clima interraziale della classe (valutato

all’inizio di un corso di relazioni intergruppi) e il loro pregiudizio alla fine del

corso;

- Le variabili di acculturazione aumentano la previsione del pregiudizio

intergruppi.

Un aspetto fondamentale circa i meccanismi che portano alla riduzione del

pregiudizio è rappresentato dalla categorizzazione sociale, che sottolinea il ruolo

delle rappresentazioni cognitive della situazione di contatto come fattore critico nel

determinare i risultati delle interazioni intergruppi. In tal senso, le più importanti

rappresentazioni cognitive per il miglioramento delle relazioni intergruppi sono: le

Ad es., il Modello dell’Identità

identità dei sottogruppi e le identità sovraordinate.

dell’Ingroup Comune propone che la riduzione del pregiudizio intergruppi si

raggiunge al meglio quando sia l’ingroup che l’outgroup sono ridefiniti all’interno di

un gruppo sovraordinato.

Come hanno fatto Berry et al., anche in questa ricerca è stata concettualizzata

l’acculturazione come qualcosa che coinvolge 2 processi psicologici:

55

La tendenza a valutare positivamente il mantenimento dell’identità culturale

1. d’origine;

2. E la tendenza a considerare positivamente le interazioni volontarie con gli altri

gruppi culturali (orientamento verso l’outgroup).

Berry et al. hanno proposto che una persona può variare lungo queste due dimensioni,

e da ciò risultano 4 strategie di acculturazione (vedi anche cap. 8):

si mantiene l’identità etnica e non si considerano positivamente

1. Separazione:

le interazioni con i membri di altri gruppi;

si mantiene l’identità etnica e si valutano positivamente le

2. Integrazione:

interazioni con i membri di altri gruppi;

si abbandona l’identità etnica e si considerano positivamente le

3. Assimilazione:

interazioni con i membri di altri gruppi;

si abbandona l’identità etnica e non si valutano

4. Marginalizzazione:

positivamente le interazioni con gli altri gruppi.

In questa ricerca sono state adattate queste dimensioni di base allo studio del

pregiudizio intergruppi. Inoltre, il contesto di svolgimento della ricerca era altamente

multiculturale, in cui non ci sono gruppi di maggioranza.

che l’identità del sottogruppo e quella

Dovidio, Kawakami e Gaertner sostengono

sovraordinata siano simili alle dimensioni dell’identità etnica e dell’orientamento

verso l’outgroup; ma noi non siamo d’accordo:

Innanzitutto, secondo noi l’identità etnica, nella ricerca sull’acculturazione,

1. riguarda la forza dell’identificazione con il proprio gruppo culturale d’origine;

in contrasto, l’identità del sottogruppo, nella ricerca sulla categorizzazione

sociale, è operazionalizzata come la salienza del sottogruppo, e si riferisce al

un individuo categorizza gli altri membri dell’ingroup o

modo in cui

dell’outgroup;

Poi, l’orientamento verso l’outgroup, nel Modello di Acculturazione, è un

2. costrutto diverso dall’identità sovraordinata, nella categorizzazione sociale:

esso è il valore che ognuno assegna al fatto di passare volontariamente del

tempo con persone provenienti da altri gruppi. All’opposto, l’identità

sovraordinata rappresenta il grado in cui una persona sente che è parte di un

gruppo ampio e più inclusivo. Le persone che valutano positivamente il fatto di

iniziare e mantenere relazioni con altri gruppi (quindi hanno un alto

orientamento verso l’outgroup) non necessariamente percepiscono il loro

gruppo e gli altri come appartenenti ad un gruppo più ampio (non condividono,

cioè, un’identità di gruppo sovraordinata).

Gli atteggiamenti relativi all’acculturazione sono mediatori potenzialmente

importanti della relazione tra percezione positiva del contatto intergruppi e tolleranza

intergruppi [vedi fig.1 pag.220]. 56

Le nostre analisi sono di 2 tipi:

- Una serie di regressioni per spiegare la relazione tra contatto intergruppi e

pregiudizio;

- Regressioni gerarchiche per dimostrare la capacità di predizione che le

variabili confrontate hanno sui livelli di pregiudizio degli studenti).

Ognuna delle due dimensioni degli atteggiamenti di acculturazione è stata controllata

separatamente, per evitare problemi composti, e perché le dimensioni sono

indipendenti dal punto di vista teorico.

A partire dalla nostra teoria, abbiamo ipotizzato che:

- Le variabili della categorizzazione sociale non medieranno la relazione tra

clima interraziale e discriminazione intergruppi;

Gli atteggiamenti di acculturazione (in particolare l’orientamento verso

- l’outgroup), medieranno tale relazione;

- Sia le variabili della categorizzazione sociale sia gli atteggiamenti di

acculturazione aumenteranno la capacità di prevedere il pregiudizio intergruppi

quando si controlla la percezione che gli studenti hanno del clima interraziale

della classe.

Per quanto riguarda i mediatori della relazione tra clima interraziale e pregiudizio

intergruppi, in una serie di studi sono stati esaminati i possibili effetti di mediazione

degli atteggiamenti di acculturazione e della categorizzazione sociale nella relazione

tra clima interrazionale e discriminazione.

I 5 campioni sono stati estratti da scuole medie e superiori dell’area di Los Angeles,

la cui età media era di 15 anni, ed erano etnicamente diversi. Gli studenti erano

iscritti a vari tipi di corsi, riguardanti la conoscenza culturale, lo sviluppo delle abilità

personali e sociali, prevenzione del conflitto.

Per quanto riguarda gli strumenti, gli studenti compilavano lo stesso questionario in

classe, all’inizio del corso e 4/8 settimane dopo.

1. Per quanto riguarda la variabile di previsione, è composta da 13 item, divisi

in 4 sottoscale; ogni sottoscala valuta la percezione del clima interraziale lungo

ognuna delle 4 dimensioni dell’ipotesi del contatto;

2. Per quanto riguarda le variabili mediatrici, le 4 variabili di categorizzazione

sociale sono state rilevate con 4 item, che rilevavano la percezione, da parte

degli studenti, di identità dell’ingroup comune, identità duplice, identità sociali

distinte e personalizzazione;

3. Per quanto riguarda, infine, la variabile criterio, essa è costituita dalla

discriminazione affettiva, misurata con 3 item tratti dalla sottoscala affettiva

del Quik Discrimination Index. 57

RISULTATI:

Sono state condotte delle analisi di mediazione per testare sia il Modello dell’Identità

dell’Ingroup Comune di Gaertner, sia il nostro Modello di Acculturazione (Wittig &

Molina) attraverso il tempo.

Per valutare sistematicamente la mediazione sono state condotte una serie di

regressioni, al fine di testare le seguenti relazioni:

- Il clima interraziale della classe predice la discriminazione affettiva;

- Il clima interraziale della classe influenza i mediatori;

- I mediatori influenzano la discriminazione affettiva, quando il clima

interraziale della classe e i mediatori sono considerati simultaneamente.

La mediazione è dimostrata se c’è una diminuzione nella relazione tra variabile di

previsione e variabile risultato, quando il mediatore è inserito nell’equazione di

regressione (passo 3), rispetto a quando non è inserito (passo 1).

E’ emerso che nessuna delle variabili della categorizzazione sociale, rilevata al tempo

1, media la relazione tra percezione del clima interraziale della classe, rilevata al

tempo 1, e la discriminazione affettiva, rilevata al tempo 2; tuttavia, l’orientamento

verso l’outgroup degli studenti rilevato al tempo 1, media significativamente la

relazione tra le 2.

Gli studi effettuati, quindi, non sostengono la categorizzazione sociale, ma

sostengono parzialmente il nostro Modello di Acculturazione; non si confermano

quindi gli effetti mediatori della categorizzazione sociale sulla relazione tra contatto e

discriminazione intergruppi, mentre l’approccio dell’acculturazione è parzialmente

confermato [vedi tabella 1 pag.224].

Gli studi dimostrano l’effetto mediatore dell’orientamento verso l’outgroup nella

relazione tra clima interraziale e pregiudizio, mentre dimostra una mediazione non

affidabile dei singoli item della categorizzazione sociale.

I risultati sottolineano la relativa utilità del nostro Modello di Acculturazione nella

scolastico, rispetto all’approccio della

riduzione del pregiudizio, nel contesto

categorizzazione sociale.

Presi insieme, i nostri studi dimostrano che il contatto in classe, tra gli studenti di vari

gruppi etnici e razziali, porta a ridurre i livelli di pregiudizio, anche perché promuove

l’apertura ad interazioni positive coi membri dell’outgroup.

58

Inoltre, nelle classi multietniche studiate, ricategorizzare se stessi e gli altri come

membri dello stesso gruppo ha pochi o nessun effetto sulla riduzione del pregiudizio

intergruppi. abbiamo trovato che la forza dell’identificazione con il proprio gruppo

In definitiva,

etnico è un mediatore nella relazione tra condizioni del contatto e pregiudizio in 2 dei

nostri campioni, ma non negli altri!

I risultati suggeriscono che quando l’esplorazione dell’identità etnica è alta, è

probabile che la sua forza promuova atteggiamenti intergruppi positivi.

59

CAPITOLO 12: “Immigrazione e pregiudizio: l’atteggiamento dei datori di

trentine”

lavoro verso i dipendenti extracomunitari in piccole e medie imprese

Questo è uno studio esplorativo volto ad indagare l’atteggiamento degli imprenditori

verso gli immigrati extracomunitari occupati alle loro dipendenze. In particolare, si è

analizzato il pregiudizio nei vari settori di produzione, l’atteggiamento nei confronti

dell’immigrazione, le esperienze avute con lavoratori extracomunitari, la percezione

di competenza e abilità sociali degli immigrati.

STEREOTIPI E PREGIUDIZIO: Nella nostra cultura, questi 2 termini sono

negativa, ed il loro uso più comune riguarda l’ostilità

connotati da una forte valenza

verso le minoranze (per lo più quelle etniche e culturali), a cui sono spesso legati

fenomeni quali il razzismo e la discriminazione. Seppur per molti versi simili, questi

concetti indicano però 2 classi di fenomeni ben distinte:

 Mentre lo stereotipo può essere considerato una modalità caratteristica di

organizzare le proprie esperienze finalizzata a mettere ordine e semplificare la

realtà…

 …Il aggiunge a questa modalità l’aspetto a-prioristico

pregiudizio e, a

differenza dello stereotipo, consiste in una valutazione dell’oggetto

indipendentemente dalla sua effettiva conoscenza.

Secondo Allport, è possibile individuare almeno 2 diversi modi in cui viene

utilizzato il termine “pregiudizio”: uno più generale, che si riferisce ad un “generico

giudizio in assenza di informazioni complete; ed uno più ristretto, caratterizzato dalla

tendenza specifica a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole gli

individui che appartengono ad un determinato gruppo sociale, attribuendo loro qualità

negative.

A livello teorico, si possono formulare pregiudizi di carattere positivo, ma

ovviamente sono quelli negativi che causano i problemi sociali più importanti, per cui

vengono attenzionati maggiormente.

Nonostante le sanzioni messe in atto nei paesi occidentali in risposta ai

comportamenti pregiudiziali, in Europa il pregiudizio etnico-culturale rappresenta

ancora un serio problema: infatti, parallelamente alla manifestazione esplicita di

comportamenti discriminatori nei confronti di gruppi minoritari, negli ultimi decenni

si è assistito allo sviluppo di forme sempre più “raffinate” di espressione del

pregiudizio, rendendolo “razionalmente” più accettabile.

60

“razzismo moderno”

McConhay, ad es., usa il termine per indicare un

atteggiamento che, da un lato, consiste nella dissimulazione delle credenze razziste, e

dall’altro nell’ostilità ad accettare iniziative legislative e sociali che mirano a dare

alle minoranze le stesse opportunità dei gruppi maggioritari. Per i razzisti moderni, le

politiche affermative rappresentano una sorta di discriminazione nei propri confronti,

in quanto membri di gruppi sociali esclusi da queste facilitazioni.

Un’ulteriore forma moderna di pregiudizio è rappresentata dall’evitamento e dal

come forma sostitutiva di un’ostilità più manifesta ed esplicita… A tal

distacco hanno coniato l’espressione “razzismo avversivo o

proposito, Dovidio e Gaertner

riluttante”, che caratterizza le persone che si ritengono di vedute aperte, ma che

nutrono, più o meno inconsapevolmente, sentimenti negativi verso i gruppi

minoritari. Secondo gli Autori, il razzista riluttante risulta solidale nei confronti di

coloro che subiscono discriminazioni, appoggia le politiche che si propongono di

combattere tali disuguaglianze, ma quando la struttura normativa è più ambigua, fa

affiorare le componenti negative attraverso sottili razionalizzazioni. Dunque, accanto

a comportamenti liberali e progressisti, persistono sentimenti contrari e di forte

“diversi”. A fronte del disagio, il razzista riluttante

disagio nei confronti di soggetti

cerca in ogni modo di evitare il contatto con chi è oggetto del suo pregiudizio, oppure

di mantenerlo ad un livello puramente formale.

utilizzano l’espressione “pregiudizio ambivalente”

Katz e Hass per descrivere una

convivenza di valutazioni e sentimenti sia positivi che negativi, che generano un

conflitto psicologico che si esprime in atteggiamenti e comportamenti

contraddittori… Il pregiudizio può essere così affermato pur salvaguardando la

positività della propria identità in rapporto ai valori fondamentali di tolleranza ed

uguaglianza socialmente condivisi.

Un’ulteriore espressione indiretta del pregiudizio è rappresentata dalla distorsione

nella percezione e nella valutazione dei fenomeni che riguardano le minoranze (ad es.

la sopravvalutazione dei comportamenti devianti tra gli immigrati). Essa è una forma

“razzismo addizionale o da allarme”,

di che semplifica brutalmente gli aspetti

ordinari delle minoranze, riducendo il tema dell’immigrazione a problemi di ordine

pubblico.

Sulla base di queste considerazioni, Pettigrew e Meertens hanno proposto di

distinguere 2 forme di pregiudizio, una più manifesta e una più latente:

61

1. La prima coincide con la visione tradizionale del pregiudizio, inteso come un

insieme di atteggiamenti negativi e comportamenti discriminatori diretti,

espliciti ed emotivamente caldi, rivolti verso i membri dell’outgroup.

Il pregiudizio manifesto ha 2 aspetti salienti: dell’outgroup;

- la percezione della minaccia di cui sarebbero portatori i membri

- la forte opposizione ad intrattenere rapporti di amicizia e relazioni intime con

membri che appartengono a gruppi diversi dal proprio.

La seconda consiste invece nell’insieme delle nuove forme di pregiudizio, più

2. fredde, implicite e indirette, basate:

- sulla difesa dei valori tradizionali del proprio gruppo di appartenenza, che

diventano il punto di riferimento per valutare i comportamenti dei membri

dell’outgroup;

l’esagerazione delle differenze culturali intergruppi;

-

- il rifiuto di risposte emozionali positive nei confronti delle persone che

appartengono all’outgroup.

Sulla base di queste 2 forme di pregiudizio, secondo Pettigrew e Meertens affermano

che è possibile descrivere diverse tipologie di persone:

1. I bigotti, che presentano un valore alto sia di pregiudizio manifesto che sottile;

2. Gli egualitari, che non presentano valori alti né di pregiudizio manifesto né

sottile;

3. E infine i sottili, che presentano valori bassi di pregiudizio manifesto, ma alti

quest’ultima categoria è quella più interessante, perché si

di pregiudizio sottile;

tratta di persone che evitano il rischio di un’aperta disapprovazione sociale.

Così, gli Autori hanno costruito una scala di misurazione del pregiudizio di grande

successo, da cui è emerso che, mentre il pregiudizio manifesto sembra caratterizzare

maggiormente i soggetti più conservatori, quello sottile è maggiormente diffuso tra i

soggetti più progressisti. LA RICERCA:

Data la peculiarità del contesto trentino, caratterizzato da una recente ma importante

presenza di lavoratori immigrati, l’obiettivo principale era quello di indagare in

termini esplorativi la percezione dei lavoratori immigrati extracomunitari da parte di

un campione di imprenditori trentini, in termini di:

- Attribuzione di qualità e competenze;

- Percezione di minaccia nel contesto lavorativo;

Atteggiamento nei confronti della tematica dell’immigrazione;

-

- E sentimenti di pregiudizio sia manifesto che latente.

62 l’ipotesi del contatto

In particolare, è stata presa, come riferimento, di Allport,

ipotizzando quindi che l’aver avuto un’esperienza di contatto prolungato modificasse

positivamente la percezione degli immigrati.

Il campione è stato scelto casualmente (246 soggetti trovati in Internet). I questionari

sono stati compilati per lo più da chi si occupa di assunzione del personale, tra i 30 e i

45 anni.

Lo strumento utilizzato è stato un questionario autocompilativo somministrato via

Internet, dopo un contatto telefonico.

- Nella prima parte del questionario veniva chiesto di valutare, su una scala

Likert a 5 punti, la propria esperienza in termini sia positivi che negativi con i

dipendenti immigrati extracomunitari, le loro competenze, le loro abilità

sociali…;

- Nella seconda parte venivano misurate, attraverso scale Likert a 6 punti, la

percezione di competizione tra lavoratori italiani ed immigrati, l’atteggiamento

nei confronti del fenomeno dell’immigrazione, e il pregiudizio manifesto e

latente (attraverso lo strumento di Pettigrew e Meertens);

- Infine, venivano raccolti i dati socio-anagrafici e alcune informazioni, quali

l’orientamento politico, l’eventuale disponibilità ad assumere immigrati

extracomunitari, l’opinione su alcune leggi sull’immigrazione.

RISULTATI:

1. Per quanto riguarda la competizione, complessivamente i soggetti mostrano di

non ritenere che vi sia una forte competizione in ambito lavorativo tra italiani

ed extracomunitari, anzi, gli immigrati vengono percepiti come più disponibili

ad accettare lavori con paghe basse, precari, pericolosi per la salute,

fisicamente faticosi, a bassa qualificazione [vedi tabella 1 pag.241];

2. Per quanto riguarda la percezione delle qualità possedute dagli immigrati

extracomunitari, sia la scala di competenza che quella di abilità sociale sono

risultate attendibili e fortemente correlate tra loro: gli immigrati sono percepiti

sia abbastanza competenti, sia in possesso di buone abilità sociali. Essi sono

quindi valutati tanto più competenti e abili socialmente quanto più gli

avuto con loro rapporti positivi, mentre l’avere avuto

imprenditori hanno

esperienze negative influisce significativamente solo nella valutazione delle

loro abilità sociali;

3. Nel complesso, i soggetti riportano di avere avuto più esperienze positive che

negative, e l’84% dei soggetti sarebbe ancora disposto ad assumere lavoratori

immigrati. Quindi, i soggetti che riassumerebbero gli immigrati risultano avere

avuto maggiori esperienze positive rispetto ai contrari; non si evidenziano,

63 riguarda l’aver avuto delle esperienze

però, differenze significative per quanto

negative.

4. Per quanto riguarda il pregiudizio, le 2 misurazioni sono risultate attendibili

(l’alfa di Crombach raggiunge in entrambi i casi valori significativi): il

punteggio medio del pregiudizio sottile è maggiore del pregiudizio manifesto,

e tale differenza è statisticamente significativa;

Per quanto riguarda l’orientamento

5. politico, mentre i simpatizzanti della

sinistra, del centro e del centro-sinistra presentano valori maggiori di

pregiudizio sottile rispetto a quello manifesto, i simpatizzanti di destra e

centro-destra esprimono un livello di pregiudizio simile in entrambe le forme.

6. La valutazione della competizione tra immigrati ed italiani nel contesto

lavorativo predice in modo significativo il pregiudizio manifesto, ma non

quello sottile.

7. Esiste, inoltre, una correlazione molto significativa tra il pregiudizio

manifesto e la valutazione della competenza degli immigrati

per cui all’aumentare del pregiudizio diminuisce la

extracomunitari,

valutazione della competenza dei lavoratori stranieri.

scala utilizzata per misurare l’atteggiamento verso

8. Anche la

l’immigrazione come fenomeno generale è risultata attendibile: ad un valore

alto di questa scala corrisponde un atteggiamento contrario all’immigrazione,

mentre ad un valore basso un atteggiamento favorevole; in generale,

l’atteggiamento è leggermente negativo. Si evidenzia una correlazione

significativa sia col pregiudizio manifesto, sia con l’orientamento politico

(l’atteggiamento contrario all’immigrazione è più forte nei simpatizzanti della

destra e del centro-destra). centralità del fattore “posti di lavoro

9. Infine, è emersa nel campione la

disponibili”, soprattutto per i soggetti che si collocano politicamente al centro

la “sicurezza sociale” degli italiani è, invece, un problema

e al centro-destra;

più sentito dai sostenitori del centro-sinistra e del centro-destra; invece, i

problemi di “natura umanitaria” degli immigrati sono maggiormente sentiti dai

simpatizzanti della sinistra e del centro-sinistra.

Concludendo, questa ricerca può fornire interessanti spunti di riflessione:

- Tra gli imprenditori trentini emerge complessivamente un buon rapporto con

gli immigrati;

- Emerge anche che in realtà il pregiudizio non è superato, ma trova un canale

più sottile e meno diretto di espressione, soprattutto tra coloro che si collocano

a sinistra, al centro e nel centro-sinistra;

- Gli immigrati, in generale, sono percepiti tanto più competenti e in possesso di

buone abilità sociali quanto più gli imprenditori hanno avuto con loro

esperienze positive; 64

- Come abbiamo visto, i lavoratori stranieri non sono ritenuti essere in

competizione con i lavoratori italiani, perché sono più flessibili e accettano

lavori più faticosi e meno retribuiti…

- Un dato interessante riguarda il fatto che i datori di lavoro riassumerebbero i

lavoratori immigrati indipendentemente dall’avere avuto o meno con loro

esperienze negative;

Infine, è emerso un forte bisogno di legare il fenomeno dell’immigrazione alle

- dinamiche lavorative; sono possibili 2 letture di questi dati: secondo la prima,

gli immigrati sarebbero percepiti nel loro essere strumentali al mercato del

lavoro locale (per cui il lavoro risulta essere il canale preferenziale, se non

l’unico, di inserimento degli immigrati nel contesto sociale italiano); la

seconda porta a sostenere che il lavoro rappresenta un canale fondamentale di

socializzazione e di inserimento nel contesto sociale italiano, funzionale alla

costruzione dell’identità sociale di ogni singolo individuo, immigrato e non.

65

PARTE III: RELAZIONI INTERGRUPPI

CAPITOLO 13: “Minacce all’autostima nelle relazioni intergruppi”

L’ipotesi del contatto non è però una strategia di riduzione del pregiudizio esente da

rischi: proprio la possibilità di interagire con gruppi diversi rende gli esponenti di

“minaccia

gruppi minoritari potenziali vittime di un fenomeno conosciuto come

dallo stereotipo”,

indotta che consiste nella tendenza a confermare una supposta

inferiorità del proprio gruppo lungo una dimensione di giudizio sociale dovuta al

timore di rinnovare questa stessa aspettativa nel confronto con l’outgroup.

l’attivazione di uno stereotipo relativo ad un

La teoria di Steele afferma che

gruppo sociale è in grado di influenzare la prestazione intellettuale e lo sviluppo

dell’identità individuale dei soggetti che ne fanno parte. La minaccia indotta dallo

stereotipo raffigura il timore dei gruppi stigmatizzati di confermare, attraverso la

propria prestazione, le aspettative negative che la società nutre nei loro confronti.

L’individuo, posto nella condizione di dover risolvere un compito in un ambito in cui

il proprio gruppo è stigmatizzato, si trova ad affrontare, oltre alle difficoltà del

compito, anche la preoccupazione di confermare lo stereotipo negativo davanti al

gruppo di maggioranza: ciò potrà provocare un calo nelle performances, sia verso il

gruppo di maggioranza che di minoranza.

Tra le condizioni che contribuiscono ad attivare la minaccia indotta dallo stereotipo

vi è la presenza contemporanea di individui oggetto di stereotipi e individui che non

lo sono: ciò rende lo stereotipo una dimensione socialmente discriminante, saliente e

intensamente sentita. Questa, però, non è una condizione sufficiente perché la

minaccia effettivamente agisca: può accadere che lo stereotipo venga attivato in chi

ne è vittima anche quando il soggetto è solo o con i membri dell’ingroup, se la

gli ricorda la sua appartenenza e lo stigma che essa comporta… Oppure

situazione

può accadere, in un contesto in cui sono presenti individui discriminanti e non, che la

minaccia non venga attivata se le attività in cui sono impegnati i membri del gruppo

discriminato non sono quelle per cui ci si attende una prestazione deficitaria.

Ovviamente, gli effetti della minaccia variano da gruppo a gruppo e a seconda del

contesto. 66

Studi hanno dimostrato che la minaccia indotta dallo stereotipo colpisce soprattutto i

soggetti migliori, ovvero i più abili nello specifico ambito oggetto di minaccia. Tale

suscettibilità alla minaccia non deriverebbe da dubbi sulle proprie capacità, ma dal

fatto che questi soggetti si identificano con il dominio in questione, considerandolo

rilevante nella definizione del proprio Sé; in tal caso, la minaccia potrà portare il

soggetto alla disidentificazione, che è un processo che si verifica allorché un

soggetto, costantemente svalutato in un determinato dominio, modifica il concetto di

sé in modo tale da non cimentarsi più in prove che hanno a che fare con quel

dominio, e a non considerarlo più rilevante nella definizione della propria identità.

James fu il primo a descrivere questo processo come una strategia per mantenere

elevata l’autostima; successivamente, molte ricerche hanno indicato come

un’immagine positiva di sé possa derivare dal successo in un determinato campo e,

allo stesso tempo, possa essere mantenuta evitando di investire le proprie risorse in

un dominio in cui sia troppo difficile ottenere buoni risultati. Tale disidentificazione,

tuttavia, porta l’individuo a costruirsi una barriera di fronte al raggiungimento di

obiettivi importanti.

Altri autori hanno ipotizzato che il confidare nelle proprie capacità può moderare

l’effetto negativo dovuto all’attivazione dello stereotipo.

Crocker e Major affermano che la prestazione in un compito può essere

compromessa anche attraverso il ricorso a strategie autolesive: le persone che non

sono pienamente consapevoli dei motivi dei loro successi, o che sono particolarmente

preoccupate di incorrere in fallimenti, preferiscono, a beneficio della propria

autostima, pregiudicare le proprie prestazioni piuttosto che correre il rischio di

attribuire l’eventuale fallimento ad una scarsa abilità.

Nelle società occidentali le donne sono stereotipicamente descritte come meno abili

degli uomini nella risoluzione di problemi logici e matematici; quest’immagine

stereotipica influisce sulle prestazioni delle donne e, a lungo andare, può portare alla

disidentificazione da questo dominio.

Pertanto, emerge come una caratteristica comune agli individui sia il bisogno di

mantenere un’immagine positiva di sé e di sentirsi competenti e capaci di raggiungere

importanti obiettivi. Questa motivazione ne influenza il comportamento; tuttavia, il

loro impegno può essere limitato dalla consapevolezza dell’esistenza di uno

stereotipo (minaccia), che, a breve termine, influisce sulla performance e, a lungo

termine, mina le basi dell’autostima. 67

L’autostima, come il sentimento che l’individuo matura a

definita da James

proposito di se stesso nel momento in cui confronta il sé effettivo al sé ideale, può

essere identificata con quella valutazione che ognuno di noi associa al proprio Sé.

Spesso, il modo in cui le persone si valutano e i sentimenti che riferiscono di provare

derivano più dalla motivazione che hanno nel presentarsi in modo positivo che non

dall’autostima. Inoltre, quando i soggetti rispondono ai questionari di autostima,

trasmettere un’immagine positiva di

tendono ad usare strategie di autoinganno per

sé.

In quest’ambito, un apporto metodologico importante è il Test di Associazione

Implicita proposto da Greenwald: partendo dal presupposto che le informazioni

sono rappresentate nella nostra memoria come delle configurazioni a rete, il modello

prevede che il legame tra due concetti può essere determinato valutando la lunghezza

del percorso cognitivo che si compie passando da un concetto all’altro nella struttura

a rete. Le reti si attivano automaticamente, a partire da un nodo concettuale della rete,

che favorirà l’elaborazione delle informazioni collegate ad esso semanticamente.

Il Test di Associazione Implicita (IAT) misura le associazioni automatiche che gli

individui realizzano tra concetti e attributi.

LA RICERCA

Questa ricerca è stata condotta per vedere quale peso ha l’autostima nella minaccia

indotta dallo stereotipo. In questo caso, lo stereotipo di riferimento è quello secondo

cui le donne possiedono capacità logico-matematiche inferiori rispetto agli uomini.

Il campione è formato da 60 studentesse di ingegneria di Palermo. Ciò perché

proprio le studentesse di ingegneria, che valutano se stesse in termini più positivi,

dovrebbero essere quelle per cui la risoluzione di un compito matematico garantisce

il mantenimento di una concezione positiva di sé.

L’obiettivo della ricerca è allora quello di comprendere il ruolo dell’autostima nel

modulare gli effetti della minaccia indotta dallo stereotipo.

L’ipotesi è che il livello di autostima è predittivo dell’entità dell’effetto

della ricerca

prodotto dalla minaccia indotta dallo stereotipo.

68

Le ragazze che costituivano il campione sono state assegnate casualmente ad una

delle 2 condizioni:

- con attivazione della minaccia;

- senza attivazione della minaccia.

Per quanto riguarda gli strumenti, sono state costruite 2 diverse presentazioni della

ricerca, da far leggere alle ragazze prima di svolgere le prove di matematica.

Al fine di attivare la minaccia indotta dallo stereotipo, nella presentazione della

ricerca mostrata alle ragazze del gruppo sperimentale (ma non a quelle del gruppo di

controllo), veniva dichiarata l’esistenza, “scientificamente provata”, di inferiori

capacità logico-matematiche nelle donne rispetto agli uomini.

Come misura di autostima è stato utilizzato l’Implicit L’assunto di

Association Test.

base è che le coppie formate da un concetto e un attributo fortemente collegati

sono più facilmente e velocemente classificabili, rispetto a quelle i cui legami

associativi sono deboli o assenti. La misura dell’autostima è data dunque dalla

differenza tra il tempo impiegato per la categorizzazione di parole riguardanti il

sé con gli attributi positivi e quelle riguardanti l’accoppiamento di parole che

riguardano il sé e attributi negativi: tanto maggiore è la differenza, tanto più

elevata è l’autostima.

Poi, per valutare gli effetti della minaccia indotta dallo stereotipo sulla prestazione, si

è chiesto di risolvere 6 esercizi logico-matematici di media difficoltà a risposta

multipla.

In base alle condizioni di ricerca a cui venivano assegnate, le partecipanti erano

invitate a leggere una delle 2 presentazioni: ciascuna ragazza veniva invitata ad

eseguire prima l’Implicit Association Test, e poi i 6 esercizi (in un tempo massimo di

6 minuti). RISULTATI:

Per quanto riguarda la prova logico-matematica, è stata calcolata la differenza tra le

medie di risposte corrette, ed è emerso che i 2 gruppi hanno medie pressoché simili.

Quindi, la minaccia stereotipica non ha avuto alcun effetto sulla prestazione delle

studentesse (l’aver detto ad alcune donne che vi sono differenze tra maschi e

femmine). 69

Invece, per quanto riguarda l’autostima, questa è tanto più elevata quanto maggiore

è la differenza tra la velocità calcolata per le categorizzazioni che si riferiscono

all’accoppiamento di parole che riguardano il sé e attributi positivi e a quelle che si

riferiscono all’accoppiamento di parole che riguardano il sé e attributi negativi.

Anche qui, i 2 gruppi sono equivalenti.

Per quanto riguarda l’Implicit Association Test come predittore della prestazione, è

stato ipotizzato che l’effetto dannoso della minaccia stereotipica sia funzione della

valutazione che le persone hanno di sé a livello implicito. Si è evidenziato un effetto

significativo per il gruppo che subisce la minaccia indotta dallo stereotipo e non

significativo per il gruppo non sottoposto a minaccia. Quindi, si può affermare che la

prestazione dei partecipanti del gruppo sperimentale peggiora al crescere della loro

autostima. Lo stesso effetto non si verifica nel gruppo di controllo. Pertanto, sono i

soggetti che hanno un’elevata autostima a subire l’effetto della minaccia

stereotipica!

Invece, nel gruppo che non subisce la minaccia questo effetto non si verifica, e ciò a

conferma del fatto che, in questo caso, l’autostima non è un indice predittivo della

prestazione alla prova logico-matematica.

In definitiva, possiamo dire che la variabile “autostima” gioca un ruolo

fondamentale e modula gli effetti nocivi della minaccia.

70

CAPITOLO 14: “Immigrati: minaccia o risorsa per il sistema sociale?

Uno studio empirico”

Da una recente indagine longitudinale emerge un dato interessante circa la

percezione, da parte degli italiani, dell’immigrazione: infatti, il doppio significato

attribuito all’immigrazione (immigrazione come minaccia o come risorsa) sembra

dividere gli italiani in 2 gruppi omogenei, riconducibili al profilo socio-demografico

allo status socio-economico dei soggetti rispondenti. In tal senso, sono soprattutto i

rispondenti con un livello d’istruzione basso (licenza elementare o media) a

percepire gli immigrati come minaccia, mentre quelli con un livello d’istruzione

superiore li considerano come una risorsa.

La finalità di questo studio è di esaminare il multiculturalismo degli italiani

attraverso un’indagine sulle opinioni e credenze che caratterizzano la percezione

degli immigrati in Italia.

Sappiamo che la categorizzazione, il confronto sociale e il bisogno di differenziazione

positiva costituiscono i processi attraverso cui comprendere i rapporti tra i gruppi.

L’idea che le persone utilizzino le loro credenze ideologiche come sostegno per

l’identità dell’ingroup è stata esaminata da diversi punti di vista, come illustrano la

“teoria della giustificazione del sistema” e quella della “dominanza sociale”: esse si

propongono di sviluppare l’idea di Tajfel secondo cui anche i gruppi minoritari

desiderano proteggere la propria identità.

Lo status e la posizione sociale di un gruppo o una categoria risultano cruciali nel

moderare i rapporti tra gruppi e legittimare l’ordine sociale esistente: maggiore è lo

status, maggiore è la tendenza a mostrare favoritismo per l’ingroup.

Tra le reazioni psicologiche al senso di minaccia abbiamo: i cambiamenti nella

valutazione (stereotipi, pregiudizi), le reazioni emotive (paura, rabbia), con

conseguente conflitto, isolamento, piuttosto che negoziazione, etc…

1. Per quanto riguarda la “teoria della giustificazione del sistema”, essa è stata

formulata da Jost e Banaji e da Jost e Hunyady, e si fonda sugli assunti della

Teoria dell’Identità Sociale di Tajfel, secondo cui le persone con status basso

accettano una posizione subordinata in relazione al grado in cui percepiscono

il sistema come legittimo e stabile. Nello specifico, la teoria della

71

giustificazione del sistema sostiene che i membri di gruppi svantaggiati non

sono passivi di fronte a questa realtà, ma valutano positivamente lo status-

quo (lo stato di equilibrio), poiché vogliono percepire il sistema come stabile e

legittimo. E questa tendenza non si manifesta solo nei membri di status

elevato, ma anche in quelli svantaggiati;

2. Invece, secondo la “Teoria della Dominanza Sociale” tutti i sistemi sociali

sono orientati verso una struttura di gerarchie basate su gruppi ordinati in

modo stabile, e ciò a differenza della teoria della giustificazione del sistema,

che invece distingue tra desiderio di mantenere la superiorità del proprio

gruppo e desiderio di conservare l’assetto gerarchico del sistema.

La percezione del merito individuale e di gruppo è una delle conseguenze della

teoria della giustificazione del sistema, con i conseguenti atteggiamenti stereotipici.

Secondo questa teoria, inoltre, sentirsi membro di una categoria svantaggiata porta

le persone a considerare la struttura sociale esistente come giusta e legittima, e a

difendere la stabilità delle differenze tra le classi sociali.

L’appartenenza sociale può determinare, quindi, atteggiamenti verso

l’immigrazione, l’accoglienza o il rifiuto degli immigrati, e la percezione che essi

rappresentino una minaccia.

E’ stato preso in considerazione anche l’orientamento multiculturalista: il termine

“multiculturalismo” si riferisce ad un atteggiamento verso una società plurima a

livello culturale, i cui gruppi valutano positivamente e promuovono la valorizzazione

delle differenze culturali, e favoriscono uguali opportunità di adattamento.

Il multiculturalismo è stato descritto da Fowers e Richardson come “un movimento

sociale ed intellettuale che promuove principalmente il valore della diversità e

sostiene che tutti i gruppi siano rispettati e considerati con pari dignità”.

Ora, nei gruppi etnici minoritari l’ipotesi del multiculturalismo è favorita dalla

valutazione positiva dell’ingroup, mentre nei gruppi di maggioranza è favorita dalla

valutazione positiva dell’outgroup.

Partendo da questi presupposti, è stata condotta una ricerca per esaminare

l’atteggiamento degli italiani verso una società multiculturale.

Sono state formulate le seguenti 3 ipotesi:

 Il multiculturalismo dovrebbe essere più tipico delle persone che tendono a

giustificare meno le distanze sociali e valutano il sistema sociale flessibile;

72

 La tendenza a legittimare le distanze sociali dovrebbe prevedere una

maggiore resistenza ad accogliere gli immigrati e a valutarli come risorsa;

 La tendenza a giustificare il sistema dovrebbe essere tipico delle categorie più

svantaggiate. LA RICERCA:

I partecipanti sono costituiti da 305 persone, residenti in Piemonte, di età media di

circa 34 anni.

Gli strumenti includevano un questionario composto da 4 scale Likert, una domanda

sull’orientamento politico, una scheda socio-anagrafica e una domanda in cui si

chiedeva di indicare i problemi più urgenti per il paese, da cui è emerso che

l’immigrazione non figura tra questi. Infatti, ai primi posti stanno il lavoro, la

criminalità, la sanità e le pensioni (quindi l’immigrazione è al quinto posto).

E’ emerso poi che il campione dichiarava un moderato interesse per la vita politica.

La maggior parte dei soggetti possedeva, come titolo di studio, il diploma, seguito

dalla laurea e dalla licenza media.

La tendenza a legittimare le distanze sociali è stata stimata attraverso 2 item,

adattati dalla Scala dell’Orientamento alla dominanza sociale, e riferiti

rispettivamente al desiderio della differenziazione in classi sociali e al suo

mantenimento.

Invece, per stimare l’importanza attribuita al gruppo d’appartenenza (quindi agli

italiani), sono stati selezionati 5 item della scala di autostima collettiva, relativi

all’autostima collettiva pubblica (cioè domande formulate in generale…).

RISULTATI:

Attraverso l’analisi delle correlazioni è stata stimata la relazione tra l’autostima

collettiva, il multiculturalismo, l’orientamento politico, l’interesse per la politica e la

tendenza a giustificare le distanze sociali. 73


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia (Facoltà di Lettere e Filosofia, di Medicina e Chirurgia e di Scienze della Formazione)(CATANIA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher swarovskyna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia degli atteggiamenti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Licciardello Orazio.

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