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Psicologia del patologico Stanghellini, Rossi Monti

ma dipende sempre dal paziente e dal momento del processo.

Forma: non meno importante è la forma che il discorso (le parole) del paziente assume. Il paziente

implicitamente dici chi è anche quando non parla di sé o quando racconta delle menzogne sul proprio conto.

Quindi possiamo trarre informazioni utili sul paziente attraverso due componenti formali del discorso:

sintomi del discorso: parole, frasi, periodi che risultano deformati, disorganizzati o stridono con

– l'abituale modo di usare le parole del paziente. Tali sintomi del discorso ci possono aiutare nella

costruzione di ipotesi sui possibili elementi che destrutturano il linguaggio del paziente.

Stile comunicativo: non si parla di un linguaggio frammentato, ma del modo tipico del paziente di

– comunicare. Lo stile comunicativo fa trapelare la personalità del paziente, il suo modo di essere, di

costruire la realtà in cui vive, la sua organizzazione psichica. Lo stile comunicativo, facendo intravedere

l'identità stessa del paziente, non manca di suggerirci indicazioni circa lo stile difensivo o sui disturbi

che il paziente presenta.

Linguaggio perturbante:

Parlare vuol dire agire, ogni atto linguistico è in grado di influenzare lo stato d'animo, le opinioni, i

comportamenti, le decisioni altrui. Le parole possono comportare dei cambiamenti (micro-cambiamenti) che

inducono giorno dopo giorno a cercare un senso diverso alla propria vita (p.153).

Il clinico ha a che fare con individui sempre meno liberi, terrorizzati dalla possibilità di cambiare. È necessario

sapere quali strumenti linguistici si hanno a disposizione per stimolare il cambiamento.

“Attraverso la perturbazione si intende insinuare il dubbio, stimolare la riflessione, offrire spiegazioni diverse,

attivare la curiosità, facilitare la riformulazione di un problema, favorire la percezione di elementi

scotomizzati, incoraggiare a guardare le cose da altri punti di vista, indurre a riconsiderare il proprio modo di

essere e così via” (p. 154).

I micro-interventi mirano ad attivare la parte del paziente disposta al cambiamento e sviluppo, senza,

ovviamente, forzare troppo e avere fretta. Un esempio possono essere le rappresentazioni ausiliarie ossia

“formazioni verbali che indicano l'esistenza di un fenomeno che altrimenti non verrebbe percepito, ma che nel

campo osservativo c'è” (p. 154).

I macro-interventi possono essere compiuti all'interno di una psicoterapia quando conosciamo chi abbiamo

davanti. Alcune forme di comunicazione fanno presa sulla mente maggiormente di altre. Si pensi ala metafora,

una figura retorica che ci comunica qualcosa in maniera indiretta. È capace di superare le resistenze del

soggetto senza allarmare le sue difese. Le metafore sono indispensabili e portano ad una ristrutturazione

metaforica, una comunicazione che, con l'uso delle metafore, induce a percepire la realtà in modo diverso.

Stesse cose possono assumere significati e valori diversi. Altre forme linguistiche che possono avere un effetto

suggestivo sono aforismi, proverbi, massime, detti. Inoltre esiste quello che gli autori definiscono “vasto

territorio di” doppi sensi, allusioni, insinuazioni ecc. anche il motto di spirito può essere uno strumento di

perturbazione. Vi sono alcune parole da evitare o anche implicature conversazionali (dire “come si sente” è

diverso da “che di disturbo ha”). Altre parole da evitare sono quelle che contraddistinguono le formulazioni

aversive, quelle proposizioni che rievocano stati di malessere (es. dire “le sigarette uccidono” ad un fumatore

non ha l'effetto che si spera). Altre forme utili in psicoterapia sono le forme linguistiche immaginose, ossia

interventi in grado di stimolare la produzione di immagini mentali.

Capitolo 5 – Psicologia ed ermeneutica, il rapporto tra l'espressione e la comprensione umane

Il colloquio dello psicologo clinico oscilla tra esigenze molto diverse ma complementari e di uguale importanza

per la psicologia:

l'esigenza di istituire una relazione indipendentemente dal trasferimento di informazioni (comunicare

• senza per forza trasmettere informazioni, si evidenzia la necessità di vicinanza alle altre persone, si

comunica con l'obiettivo di mettere in comune e non di informare

inferenze o implicature, ossia il problema del non detto. L'inferenza rimanda all'interpretazione della

• comunicazione

Tutta la comunicazione umana ha in generale lo scopo di provocare inferenze perché ogni comunicazione

contiene il tentativo di agire sul destinatario della comunicazione stessa, di manipolare l'interlocutore.

L'interpretare è, per lo psicologo, una problematica su cui riflettere dato che è possibile sbagliare.

Per poter compiere questa riflessione è utile sospendere la convinzione che comunicare significhi trasferire

significati dall'emittente al ricevente, che ci sia un messaggio e un codice secondo la teoria comunemente

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accettata. Il colloquio è più equiparabile alla lettura di un testo: comprendere non vuol dire ricostruire ciò che

l'autore ha inteso né interpretare in esclusiva autonomia, ma l'incontro tra due, una costruzione condivisa di

senso.

Il colloquio clinico tra oggettivismo e soggettivismo: L'atteggiamento nei confronti della ricerca condotta nel

colloquio può essere influenzato da un dilemma: l'alternativa tra oggettivismo e soggettivismo. Le due

prospettiva sembrano non ammettere una terza soluzione: da una parte sembra esserci la verità assoluta e

dall'altra il relativismo assoluto, de concezioni di realtà diametralmente opposte.

Prospettiva oggettivista: è prevalente nella nostra cultura, coincide con ciò che comunemente si considera

“scientifico”, esiste una verità assoluta accessibile attraverso i giusti modi. Il mondo è fatto di oggetti e la

conoscenza è conoscenza delle proprietà degli oggetti, ciò comporta che l'errore dipende dalla componente

soggettiva (percezioni, emozioni, pregiudizi ecc). Ciò che interessa l'oggettivista è stabilire che cosa significa

che qualcosa è vero, l'ambizione è la discriminazione tra vero e falso.

Prospettiva soggettivista: questo approccio che può essere considerato “artistico” tiene in considerazione le

sensazioni soggettive, la coscienza estetica e morale, sostiene che ciò che guida l'esistenza umana sia

l'intuizione, non il ragionamento razionale. Attenersi all'oggettivo significa ridurre la vita all'impersonale,

disumanizzarla. La vera esperienza per il soggettivista è sempre personale.

La prospettiva ogg. è più rassicurante. L'inclinazione all'oggettivismo sembra inoltre essere “naturale” nella

nostra storia e realtà culturale ma comporta comunque dei rischi. Ovviamente altrettanto rischioso sarebbe

affidarsi completamente allo spontaneismo. La prospettiva soggettivista lascia spazio al convincimento che tutte

le esperienze siano relative e indeterminate e quindi un approccio psicoterapeutico e clinico non ha mai valori

assoluti ma è equivalente agli altri. Si potrebbe dire che se l'oggettivismo si occupa di comprendere il mondo

esterno il soggettivismo si occupa di comprendere il mondo interno.

Il colloquio clinico tra prima e terza persona: Si può conoscere in prima o in terza persona. Si possono quindi

assumere prospettive diverse. La prospettiva che si è inclini ad usare è cruciale dato che determina la

conoscenza della soggettività propria e altrui.

La conoscenza in prima persona è la conoscenza dell'altra persona nella sua soggettività, si fonda

sull'immedesimazione, l'empatia. La relazione è uno sforzo di comprensione, si rinuncia a se stessi e si assume

il modo di pensare dell'altro. Attraverso osservazione ed ascolto si può raccogliere il materiale fornito dal

paziente che sarà poi usato per ricostruire nel proprio spazio interno il vissuto del paziente, per vivere ciò che il

paziente sta vivendo. I rischi di tale approccio sono alti: ad esempio la proiezione (applicazione dei propri

pregiudizi e vissuti nel processo di comprensione), la ricostruzione effettuata dentro di sé inoltre non consente

di essere verificata.

La conoscenza in terza persona è realizzata attraverso paradigmi precostituiti. Lo psicologo che vuole

conoscere il proprio paziente con una prospettiva in terza persona riconduce pensieri, emozioni e

comportamenti ad una teoria che ne renda ragione e che consenta di spiegare ciò che accade. Si ricercano le

cause e ciò è il limite di questo tipo di conoscenza. Ogni fenomeno viene ridotto al rapporto causa-effetto,

secondo il classico schema stimolo-risposta. Ma ciò può portare ad etichettare il fenomeno troppo

frettolosamente e trascurare l'osservazione attenta, l'ascolto del paziente.

Allo psicologo clinico risulta evidente che oggettivismo e soggettivismo non considerano il modo in cui

comprendiamo il mondo perché entrambi tendono a definire il vero e il falso. Ma non è questo ciò che interessa

lo psicologo clinico, interessa il modo in cui qualcuno comprende qualcosa come vero. Dunque la psicologia

clinica ricerca, e trova, una terza via tra oggettivismo e soggettivismo, questa via non vuole rinunciare ai

concetti di verità e falsità né all'oggettività della scienza: l'oggettività continua ad avere valore ma solo in

relazione al sistema concettuale di una cultura. Il lavoro che si fa è di interpretazione, una ricerca condivisa in

cui gli orizzonti di due persone si incontrano.

Che cosa interpreta lo psicologo clinico?

Nel senso comune si pensa che interpretare sia l'abilità principale dello psicologo. Che cosa si intenda quando

si pensa alla capacità interpretativa non è sempre chiaro. Nel pensiero occidentale la riflessione critica circa

l'interpretazione ha preso il nome di ermeneutica. Il termine rinvia ad una pluralità di significati inerenti

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all'esprimersi, interpretare, parlare, scrivere e tradurre. L'ermeneutica può essere definita come una teoria

generale della comprensione e dell'interpretazione umane. Per la psicologia clinica potrebbe esser intesa come

la disciplina filosofica che si occupa di riflettere sui processi e le modalità di attribuzione di senso al mondo

umano.

È importante tenere a mente che i termini comprendere, interpretare, conoscere non significano la stessa

cosa, e l'ermeneutica filosofica riflette proprio su ciò.

Sia psicologia che ermeneutica si confrontano con il problema dell'attribuzione di senso. Interpretare vuol dire

attribuire senso a segni espressi, lo psicologo quindi cerca di attribuire senso alle espressioni umane, anche in

caso di disturbo mentale.

Qual è l'obiettivo dell'interpretazione in campo psicologico?

Il lavoro dell'interpretazione dello psicologo clinico può corrispondere alla volontà di riconoscimento di un solo

e unico significato delle espressioni del paziente, il suo scopo dichiarato in questo caso è afferrare il significato

autentico. In un simile atteggiamento è implicito il riconoscimento della presenza di un senso e di significati

oggettivi che coincidono con l'intenzione che una persona ha (consapevolmente o meno).

Per poter raccogliere i sensi e le intenzioni del paziente cercando di rispondere alla domanda cosa ha voluto

fare? La psicologia deve spiegare, considerare quindi ciò che osserva come un effetto e porsi come obiettivo

l'individuazione delle cause.

Ma lo psicologo può avviare il lavoro di interpretazione senza ritenere di poter arrivare ad una conclusione,

poiché la definizione del significato è un'espressione che sfugge a chi quell'espressione l'ha prodotta. In questo

caso la domanda cui lo psicologo tenta di rispondere è cosa possiamo dire intorno a ciò che ha detto? Per far

ciò lo psicologo non può utilizzare la spiegazione, non nel senso in cui il rapporto causa-effetto è univoco.

Come interpreta lo psicologo?

L'interpretazione si avvicina alla comprensione, all'individuazione di elementi che consentano la

– condivisione e l'intesa tra interpretante e interpretato

l'interpretazione è uno smascheramento, una pratica di individuazione delle menzogne e dei

– mascheramenti della verità, volontari o involontari, messi in atti dall'interpretato.

Ci sono domande che lo psicologo, in quanto interprete di professione, non può non porsi, per conoscere meglio

sé e il proprio modus operandi.

interpreta tutto o c'è qualcosa che viene lasciato no interpretato?

– Quando interpreta, riproduce o produce il significato delle espressioni?

L'ermeneutica ha insegnato che l'interpretazione è necessaria anche se il testo d leggere è apparentemente

chiaro. Esiste sempre una distanza tra testo e lettore, uno sazio aperto dal mutare delle condizioni storiche,

sociali, culturali, linguistiche ecc. il lavoro interpretativo si svolge proprio attraversando questo spazio e mira

alla ricostruzione del contesto in cui l'autore ha scritto per meglio comprendere il testo stesso.

Il circolo ermeneutico è quel paradosso per cui le parti di un testo (o espressione) possono essere comprese

solo sulla base dell'intero testo, ma tutto il testo può essere compreso solo come insieme delle parti.

Lo psicologo è libero nelle interpretazioni?

Alcuni sviluppi dell'ermeneutica suggeriscono che “non siamo liberi nell'interpretazione, ma la nostra

capacità di esperienza e interpretazione dipende dall'appartenenza ad una comunità, ad un linguaggio e ad

una cultura che già riempiono la distanza tra soggetto che interpreta e l'oggetto da interpretare, e che devono

perciò essere tenuti presenti” (p.173)

si tratta di tentare di capire che il significato dell'interpretazione è prodotto nella relazione tra interprete e

interpretato e non dall'interprete in sé, solo così nasce una verità condivisa. La distanza tra paziente e terapeuta

non è vuota ma può essere attraversata.

Nell'approccio ad un'espressione l'uomo è orientato inevitabilmente (dalla struttura psicologica – connessione

strutturale – e dalla connessione acquisita – complesso di fattori storici e culturali che agiscono in noi e di cui

non siamo consapevoli). La precomprensione è nell'uomo determinata dalla sua cultura, interessi, aspettative e

condizione il senso dell'espressione. Lo psicologo non può liberarsi delle sue precomperensioni ma può mettere

alla prova il preorientamento tentando di giungere all'interpretazione che si reputa più valida tra quelle

possibili. L'idea di un significato oggettivo dell'espressione diviene non altro che l'irraggiungibile limite verso

cui dirigersi”(p. 174)

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Il pregiudizio nel lavoro psicologico: l'atteggiamento ermeneutico riconoscere l'impossibilità dell'esistenza di

un osservatore puro, distaccato dal mondo, che conosce le cose in loro stesse e che sia libero da pregiudizi e da

quanto viene culturalmente e linguisticamente stabilito.

Può uno psicologo liberarsi dai suoi pregiudizi per ottenere la migliorare comprensione possibile?

L'eliminazione dei pregiudizi, se possibile, aiuta a migliorare la comprensione?

L'idea che la comprensione possa migliorare se ci si sbarazza dei pregiudizi è un errore. La nozione di circolo

ermeneutico descritta da Gadamer è centrata sul pre-giudizio e sulla sua necessità. I pregiudizi sono necessari e

solo con essi il processo interpretativo può essere iniziato.

I pregiudizi non sono per forza elementi negativi, ma necessità culturali e psicologiche, storicamente

determinate. Secondo Gadamer (storia degli affetti) ogni interpretazione è in qualche modo avviata dalle

precedenti, ciò non fa del lavoro ermeneutico un mero esercizio di ricostruzione di tute le passate

interpretazioni, ma significa che la coscienza storica deve prendere consapevolezza del fatto che nella pretesa

immediatezza con la quale si mette davanti all'opera o al dato storico, agisce anche sempre, sebbene

inconsapevole e quindi non controllata, questa struttura della storia degli affetti.

Lo stesso soggetto che interpreta sa di essere influenzato dalle interpretazioni che lo hanno preceduto e dai

paradigmi interpretativi già costituiti. Lo psicologo deve essere cosciente del fatto che viene investito dagli

effetti storici: l'esercizio ermeneutico parte dall'accettazione della determinazione storica, delle influenze, dei

pregiudizi, degli effetti, e realizza la fusione di orizzonti. Chi interpreta rinuncia all'inutile tentativo di ridurre al

minimo la sua presenza per lasciar parlare l'oggetto, teta di accettare la distanza tra lui e l'oggetto e di

conoscerne gli effetti.

La verità tra lo psicologo e il paziente: il primato della domanda:

Che tipo di esperienza di verità è l'incontro tra lo psicologo ed il paziente?

Lo sfondo dell'indagine è l'incontro con l'opera d'arte, questa viene definita come un'esperienza che modifica

(crea) la nostra comprensione del mondo. Nell'esperienza estetica vi è la problematica dell'interpretazione

(cogliere il senso di un'espressione umana). La migliore metafore del nostro rapporto con il mondo e con gli

altri, per Gadamer, è il gioco. Nel gioco il giocatore rende possibile il gioco stesso che si fa giocare attraverso di

lui. Ma il giocatore dee anche sottostare a regole e codici del gioco in sé.

L'essenza della struttura relazionale dell'essere umano è il dialogo e l'interpretazione è un'attività costitutiva

dell'agire umano. L'ermeneutica non mira a svelare verità nascoste ma a costruire un senso nuovo attraverso il

dialogo. “Comprendere una persona non significa scoprire quel che non è esplicito nelle sue parole o

comportamenti ma trasformare noi e l'altro in un dialogo” (p. 179).

Il circolo ermeneutico insegna che la relazione tra soggetti (tutto) può essere compreso grazie ai soggetti della

relazione (parti), ma le parti possono essere comprese solo grazie all'intero.

Ci sono due nodi concettuali che possono legare psicologia e ermeneutica:

riconoscimento che la condizione di possibilità della comprensione reciproca è inclusione nella stessa

– storia, una storia condivisa (storia degli affetti). Il riconoscere sé e l'altro dipende dalla

capacità/possibilità di includere entrambi nello stesso effetto storico.

Assimilazione dell'esperienza di verità all'esperienza estetica: l'arte è la via regia alla fondazione del

– senso, alla verità.

Se la relazione umana viene paragonata all'esperienza estetica anche la comprension ha l'aspetto dello

svelamento di senso come accade nell'arte: la comprensione dell'esistenza umana paragonabile allo stare in

presenza di un'opera d'arte.

Come già detto l'uso della domanda deve essere impiegato con attenzione. Il tipo, la struttura, la forma delle

domande sono condizioni di possibilità delle risposte del paziente. Ma la domanda non è semplicmente lo

strumento funzionale al reperimento delle risposte.

Siamo soliti pensare che il miglior modo per esprimere qualcosa sia affermarla. Siamo allineati con una

tradizione di pensiero per cui la forma del discorso deputata all'espressione della verità è il giudizio (A è B), nel

giudizio possiamo presentare un contenuto vero, possiamo mostrare come le cose sono. Nel colloquio clinico la

domanda acquisisce valore e guadagna il primato. La forma logica del colloquio è la domanda (p.182).

Nel colloquio si cercano le domande a cui le affermazioni del paziente rispondono. Non è facile trovare la

domanda che motiva le affermazioni del paziente, perché ogni domanda è intrecciata con altre domande, si

forma una rete in cui ogni affermazione è una domanda.

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La conclusione del colloquio: Se con verità intendiamo le cause ultime oggettive che spiegano le ragioni di un

vissuto, la psicologia non può darle. “Se la verità non può essere raggiunta attraverso un metodo o una tecnica

e se il senso del vissuto del paziente va costruito nel dialogo, di quale sapere è portare lo psicologo?” (p.182)

Ricoeur propone la via lunga della comprensione (che si oppone alla via corta di Heidegger).

La via lunga: ristabilisce il valore della comprensione, la concepisce come processo che passa attraverso varie

discipline (psicoanalisi e linguistica soprattutto). Ricoeut annulla la distanza, enfatizzata da Gadamer tra verità

e metodo. In realtà filosofia e scienza non possono non dialogare perché spiegazione e comprensione sono parti

del processo definito arco ermeneutico. La spiegazione è il momento metodico mentre la comprensione è il

momento non metodico dell'arco ermeneutico.

L'ermeneutica delle espressioni del paziente ha valenza particolare: l'interpretazione è un gioco di “letture

possibili”, svincolate da condizioni psicosociologiche in cui l'espressione è stata prodotta e aperta alle

influenze. La lettura ermeneutica ricoeuriana è la continua decontestualizzazione e ri-contestualizzazione del

testo. Quindi, tornando al colloquio terapeutico, non è solo il paziente ad essere modificato dalla relazione ma

anche lo psicologo che “cercano e costruiscono insieme il senso delle loro esperienza” (p. 184).

Il colloquio come racconto: Concetti di metafora e racconto sono primari per la comprensione del dialogo e

per la relazione clinica. Lo psicologo guarda al come il paziente dice cosa. Quindi la componente retorica del

dialogo è essenziale al dialogo stesso e ha valenza terapeutica. La metafora è funzione creativa del linguaggio

che consente di esprimere significati profondi e nascosti, si avvicina ad aree dell'anima che non potrebbero

esprimersi altrimenti.

Il racconto è azione necessaria per rendere il tempo un “tempo umano”. Nell'organizzazione di una narrativa

personale il tempo si umanizza, diventa tempo vissuto, e i contenuti possono essere armonizzati in una coerente

linearità, dialettica del passato, presente e futuro. Il racconto è l'organizzazione temporale di eventi, questi

diventano significativi proprio se organizzati temporalmente. Secondo Jaspers la comprensione non può

riguardare solo eventi isolati ma si può realizzare solo nel caso in cui ci si riferisce al tutto, a quell'intero che è

la vita di una persona.

Utilità ermeneutica per la psicologia clinica: l'ermeneutica è per lo psicologo un'opportunità di riflessione

critica, può delinearsi come critica del soggetto in un senso duplice:

perché l'approccio ermeneutico ridimensiona la capacità propositiva della persona, della pretesa di

– controllo, rende il soggetto un effetto tra gli altri e assegna al passato, ai vissuti individuali e collettivi,

un'importanza decisiva

impedisce di rimanere pacificamente ancorati all'idea tradizionale di coscienza che la definisce

– semplice, trasparente ed indubitabile.

Nel rapporto con il paziente si può rinunciare alla rigidità, all'abbandono delle proprie posizioni in vista di uno

spazio dell'altro, alla costruzione partecipata dei significati dei vissuti. Ciò che viene posto in questione è la

comprensione intesa come critica della precompresione (insieme di pregiudizi, determinazioni del contesto

storico, economico e culturale.

L'approccio ermeneutico consiglia che il senso sia prodotto nella relazione e non svelato. L'approccio in 3°

persona cercando di spiegare le cause dei vissuti può rischiare di fallire nella comprensione. Ci sono obiezioni

all'approccio, tali obiezioni possono essere riunite in due gruppi:

formulazione di Habermas per cui per realizzare la comprensione si dovrebbe conservare un

– atteggiamento sospettoso e cercare di assumere un punto di vista esterno alla cultura e tradizione per

gestire consapevolmente i pregiudizi. La conoscenza viene intesa come uno smascheramento.

L'ermeneutica si propone come un rinnovato immaterialismo, non attribuisce valore di realtà alle cose,

– ai fatti, agli eventi, dato che l'unica realtà è quella delle interpretazioni

L'ermeneutica filosofica può valorizzare quanto attiene all'ambito specifico della relazione clinica,

l'interpretazione interviene quando la realtà appare poco chiara. L'interpretazione si pone come riattivazione del

dialogo attraverso cui recuperare il senso comune. L'ermeneutica è metodologia critica per la psicologia, un

approccio che riconosce l'inesauribilità dell'oggetto da interpretare e non tende a ridurlo completamente a sé.

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Capitolo 6 – Il concetto di dispositivo di vulnerabilità:

Il termine dispositivo richiama pratiche che possono catturare l'esistenza umana per governarla e indirizzarla

verso una certa finalità. Gli autori utilizzano tale termine per designare fenomeni che fanno parte dell'esistenza

umana (tra cui conflitto, trauma, umore e coscienza) e che ne rappresentano il fondamento. Tali dispositivi sono

istituzioni interne alla vita di ciascun essere umano e agiscono in maniera implicita. Noi non scegliamo i nostri

dispositivi antropologici, questi sono già pronti nella cultura a cui apparteniamo. I dispositivi non sono disposti

dall'uomo ma dispongono dall'uomo, ovviamente ciò non significa che azzerino la libertà umana. Ne tracciano i

confini la delimitano, rappresentano dei vincoli. Orientano la vita umana per come si dà, in un dato contesto

socio-culturale.

La coscienza ad esempio è una funzione che sintetizza le nostre esperienze in un'esperienza ego-centrica e in

una storia coerente e dotata di senso. La coscienza non è un datum ma un compito, una posizione da

riconquistare ininterrottamente. Quindi la coscienza, anche chiamata Io, è un dispositivo antropologico e un

dispositivo di vulnerabilità, dato che non può essere data una volta per tute e deve essere sempre generata e

rigenerata, in poche parole possiamo dire che è una posizione fragile.

Il conflitto è un fenomeno dell'esistenza umana, proprio della condizione umana. Se il conflitto perde la sua

carica dialettica (dinamica) può portare a uno stallo, che fissa l'esistenza e la paralizza nella patologia. Una

forma di esistenza patologica si può andare formando anche quando una delle due istanze (istanze bestiali –

civiltà) si fissa sull'altra in cui, secondo Freud, il predominio delle pulsioni ha come esisto la perversione

mentre quello della morale la nevrosi.

Il trauma è l'esito dell'evento che non può essere integrato nella storicità della propria esistenza. Gli eventi

infatti ci accadono e siamo noi a conferire loro senso, strutturando la nostra identità. Un accadimento diventa

traumatico perché non muove la dialettica dell'identità e arresta l'essere storico dell'esistenza.

L'umore ha una funzione di bussola dell'esistenza, ha la capacità di selezionare (senza imporre) particolari

possibilità di azione per il soggetto, mettendolo in contatto con altre persone e facendo da guida nella

comprensione del senso delle azioni altrui. Si presenta inoltre come “via regia per la conoscenza di me stesso”

(p. 204). Ma quando l'umore si materializza come dispositivo patogeno può diventare una gabbia che impedisce

la trascendenza da sé, la riflessione, sintonizzazione con le emozioni altrui.

Il dispositivo patogeno è un dispositivo antropologico di cui non posso più disporre ma che dispone

univocamente le cose per me (p. 204).

Con il concetto di dispositivo di vulnerabilità si indicano le caratteristiche che fanno di un essere umano un

essere fragile ed esposto alla malattia ma anche una persona in rapporto dialettico con sé e aperta al mondo. La

vulnerabilità è l'essere strutturalmente sospesi tra salute e malattia. Quando si sostiene che il trauma è un

dispositivo patogeno non si sta affermando che il trauma determina una patologia. L'indagine non è orientata

alle cause della patologia ma al suo senso e significato.

Nella anamnesi (ricostruzione della storia clinica e personale) e nella definizione della diagnosi i dispositivi di

vulnerabilità segnalano i luoghi dove cercare i punti di svolta per lo svilupparsi dei quadri morbosi.

Capitolo 7 – Conflitto

Stanghellini sostiene che il conflitto sia il fenomeno “forse più capace di cogliere la cifra fondamentale

dell'uomo come cittadino di due mondi” (p. 207)

la psicoanalisi lo considera snodo patogenetico fondamentale nel percorso psicopatologico e punto di repere

fondamentale e irrinunciabile nel processo diagnostico e terapeutico. Il conflitto rappresenta la

contrapposizione tra istanze o esigenze contrastanti. Il conflitto, essendo l'epicentro della genesi dei sintomi, è il

principio dinamico per eccellenza. Cercare il conflitto significa quindi cercare la radice dei fenomeni psichici

abnormi.

Il principio dinamico si declina in maniera duplice:

Principio dinamico in senso stretto: esiste una dialettica tra istanze psichiche contrapposte, l'indagine

– chiarisce l'origine e il senso dei sintomi psicopatologici come formazioni di compromesso. La patologia

risulta essere l'esito di un gioco di forze, la conseguenza della rottura dell'equilibrio (Freud)

Principio dinamico in senso lato: in senso più ampio la clinica mostra un altro tipo di dialettica (tra la

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persona e i suoi conflitti o tra la persona e la sua vulnerabilità. Nessuno è interamente riducibile ala sua

vulnerabilità, conflitto. Ognuno può prendere posizione nei confronti dei propri conflitti. I percorsi

psicopatologici sono la risultante del rapporto dialettico tra persona e vulnerabilità (Pinel). Secondo

questo principio nessun malato è interamente tale, vi è sempre uno scarto tra malato e malattia, in questa

distanza tra persona e vulnerabilità la persona può prendere posizione di fronte alla propria

vulnerabilità, assumere una posizione riflessiva, riconoscere sintomi in quanto tale e avere cura della

propria vulnerabilità.

Anche in filosofia si considera una doppiezza nella condizione umana, una distanza dell'uomo da se stesso,

all'origine di una dialettica interne all'essere umano. Questa cornice ontologica del discorso clinico verte sul

conflitto come dispositivo antropologico. Si possono distinguere due piani di questa dialettica:

negli studi filosofici la condizione umana è caratterizzata come conflittuale. Viene formulata una

– metafisica del conflitto (ontologia della disunione) a partire dalla sospensione dell'uomo in tensione tra

natura e cultura, tra pulsioni vitali e civiltà, tra bisogno di socialità e bisogno di separatezza, tra

aspirazione all'appartenenza e aspirazione all'individuazione, tra rappresentazioni della propria

identità diverse e divergenti.

L'esistenza umana viene considerata caratterizzata da un'ulteriore doppiezza, la non-coincidenza

– dell'uomo con se stesso. L'eccentricità è all'origine della capacità di auto-coscienza e auto-riflessione, di

potersi vedere da altrove. Si parla di ontologia dell'eccentricità che propone all'uomo la presa di

posizione nei confronti di sé, di giudicarsi, di valutarsi e scegliersi.

Eredità psicoanalitica: la nozione di conflitto psichico come dispositivo patogenetico è andata scemando nel

tempo (come la scomparsa della nozione di nevrosi). Nonostante i meccanismi i difesa abbiano subito un

passaggio di ruolo da patogeno a quello patoplastico e quindi non all'origine della patologia ma che ha un ruolo

nel dar forma al quadro psicopatologico. La nozione di un conflitto resta un contributo essenziale per la

psicologia dinamica e scienze dell'uomo in generale. Il conflitto è motore dell'origine dei comportamenti umani,

dello sviluppo della personalità e della genesi dei sintomi e dei quadri morbosi. Per la Ψanalisi il conflitto

psichico è nozione centrale della teoria della nevrosi, in generale lo considera come costitutivo dell'essere

umano.

Prima concettualizzazione del conflitto: Il prototipo del conflitto, secondo Freud, contrappone l'Io alla

sessualità, l'Io alla realizzazione delle pulsioni e al loro divenire coscienti. Dallo scontro tra le pulsioni sessuali

inconsce e la coscienza prendono origine i diversi quadri psicopatologici.

Seconda concettualizzazione del conflitto: vede contrapposte le pulsioni sessuali alle pulsioni dell'Io (dette

anche di autoconservazione). Le pulsioni di autoconservazione o dell'Io sono quelle necessarie alla

conservazione della vita dell'individuo (bisogni non sessuali ma fondamentali come la fame).

Le pulsioni di autoconservazione possono essere soddisfatte solo da un oggetto reale, obbediscono al principio

di realtà mentre le pulsioni sessuali obbediscono al principio di piacere.

Terza concettualizzazione del conflitto: lo riconduce a un dualismo tra pulsioni di vita e pulsioni di morte.

Freud distingue tra la pulsione erotica (eros) e la pulsione di morte (thanatos). La pulsione erotica non

ricopre solo le pulsioni sessuali ma presiede all'autoconservazione, narcisismo, socialità. La pulsione di morte è

la tendenza al ritorno alla pace dell'inorganico, si manifesta nell'aggressività e nel sadismo. La pulsione di

morte è la tendenza stesa al conflitto, come principio della lotta e della disunione. La pulsione di vita è la

tendenza a unire e tenere in vita l'unione.

Il conflitto e l'ansia: Freud concepisce l'uomo come un essere perennemente in conflitto con se stesso (le

istanze psichiche rappresentano linee di forza in perenne conflitto). Il conflitto genera ansia, un'emozione

descrivibile come uno stato di tensione e allarme. L'ansia mette in moto meccanismi di difesa la cui azione

porta a un compromesso tra le parti in conflitto. La formazione di compromessi rappresentano, alcune volte,

soluzioni adattive e creative del conflitto, altre possono portare alla formazione di sintomi e quadri

psicopatologici. L'ansia sarebbe l'allarme dell'imminente pericolo di essere sopraffatto dall'inconscio. Nell'ottica

psicodinamica l'ansia è manifestazione sintomatica del conflitto che sottolinea l'incompatibilità tra desiderio e

ingiunzione morale, desiderio e realtà, realtà interna e realtà esterno. Punti essenziali della dialettica

ansia/conflitto:

F- ha ritenuto l'ansia come senso di inquietudine diffuso e indistinto che promana da un desiderio

– rimosso o coem tensione che risulta da un accumulo di pulsioni biologiche inibite (nevrosi isterica)

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in seguito considera l'ansia come risultato delle minacce di punizione che provengono dal Super-io

– (pazienti melancolici).

L'ansia è segnale adattivo che mette in moto difese dell'Io, finalizzate ad allontanare dalla coscienza

– pulsioni, sentimenti, pensieri inaccettabili. È dunque essenziale sia per lo sviluppo “normale” sia per le

deviazioni patologiche.

Il termine ansia sembra eccessivamente generico e qualifica ogni tipo di emozione implicata nei vari quadri

morbosi. L'ansia di fronte all'insensatezza dell'esistenza o alla minaccia di malattia, o all'irrealtà, o di fronte alla

colpa morale non possono essere considerati equivalenti. Ognuna di esse ha un suo profilo fenomenico (vissuto)

che sembra in sé sufficiente a caratterizzare un quadro morboso o tipo di esistenza.

Ma se l'emozione viene considerata semplicemente un segnale di qualcos'altro l'occhio del clinico rischia di

essere proiettato oltre il conflitto e perdere di vista il qui e ora dell'emozione stessa, ciò che esprime della

soggettività della persona, del suo esserci nel conflitto. L'ansia viene considerata poi come motore comune di

molteplici quadri psicopatologici a cui i diversi meccanismi di difesa imprimono caratteristiche specifiche.

Nonostante ciò questo modo di trattare la clinica e la patogenesi dei vari quadri risulta essere impersonale, de-

soggettivizzato e meccanicistico perché si pone l'accento sul ruolo dei meccanismi di difesa, trascurando la

natura del conflitto e delle emozioni. La tendenza a caratterizzare i quadri morbosi focalizzandosi sui

meccanismi di difesa va integrata con un esame dei conflitti e delle emozioni in gioco. Un contributo in questo

senso è fornita dalla OPD (diagnosi psicodinamica operazionalizzata), che classifica sulla base di esperienza

che una persona fa di interazioni conflittuali. I principi epistemologici a cui si rifà l'OPD per stabilire una

procedure di assessment risalgono a Weisman:

la formulazione psicodinamica deve essere inferibile dal colloquio clinico

– il linguaggio deve essere preciso e standardizzato

Vengono elencati 7 tipi di conflitto:

dipendenza vs. autonomia (angoscia indotta da vicinanza o distanza dall'altro)

– sottomissione vs. controllo (irritazione, rabbia, paura in presenza di conflitti interpersonali, colpa

– vergogna nel caos di conflitti interni)

accudimento vs. autarchia (utilizzare gli altri per ottenere qualcosa o totale autosufficienza, è

– predominante la tematica della perdita, le emozioni coinvolte sono relative al lutto prolungato e alla

depressione.

Valorizzazione del sé vs. valorizzazione dell'altro (conflitti narcisistici, il tema è dell'autostima, le

– emozioni: vergogna, rabbia narcisistica)

tendenze egoistiche vs. tendenze pro-sociali (emozione fondamentale è la colpa)

– conflitti edipico-sessuali (bisogni di natura si scontrano con istanze di varia specie: tabù, divieti morali

– superegoici ecc., le emozioni principali sono la rimozione della sessualità o erotizzazione coercitiva di

tutti gli ambiti.

Conflitti relativi all'identità che originano da rappresentazioni contraddittorie del Sé

Il conflitto e l'antropologia psicoanalitica: pensando al conflitto come dispositivo antropologico si può capire

il perché della centralità della nozione di conflitto nell'ottica psicodinamica.

Dagli inizi della psicoanalisi il tema per eccellenza del conflitto è la contrapposizione tra sessualità e morale: da

un lato c'è un ricordo e dall'altro norme morali fatte proprie dal soggetto. Il soggetto ripudia un aspetto della sua

sessualità rappresentato da un ricordo o da una fantasia traumatica infantile. Il tema della contrapposizione tra

sessualità e morale raggiunge pieno sviluppo nella concettualizzazione del complesso edipico. Per Freud il

complesso edipico è un universale antropologico e rappresenta l'asse portante sia nella strutturazione della

personalità normale sia nella genesi di disturbi psicopatologici. Freud concepisce l'esistenza umana come in

bilico tra 2 istanze che ne limitano la libertà fino ad abolirla: pulsioni e morale (civiltà). Ogni azione in Ψanalisi

è l'esito di un conflitto tra pulsioni inconsce e tra pulsioni dell'Io cosciente. Freud evidenzia il primato delle

pulsioni inconsce come determinanti il comportamento umano. La libertà umana è una forma di opposizione al

dominio delle pulsioni, questa liberazione avviene come la presa di coscienza da parte dell'Io delle proprie

pulsioni. La tendenza illuministica della psicoanalisi vuole che il primato dell'Io si possa instaurare solo come

conoscenza dei processi psichici inconsci.

La conquista da parte dell'Io a spese dell'Es non deve tradursi nella frustrazione delle pulsioni, nella loro

repressione ma nella moderazione al fine di instaurare un equilibrio tra pulsioni e Io. Da questa concezione si

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sviluppano due tesi a cui corrispondono due modelli terapeutici:

la persona non può che trovare la salute attraverso l'adeguamento ai modelli della società, il

– superamento della patologia avviene attraverso l'adattamento a questi modelli.

La salute non è adattamento a modelli sociali ma libertà da tali modelli, il processo terapeutico è volto

– allo smascheramento dei condizionamento della società.

Il conflitto come dispositivo antropologico: Da Platone a Hegel è prevalsa l'idea che la ragione sia il principio

informatore della natura umana. Il compito dell'uomo è lottare contro le pulsioni e tendere verso una vita

condotta dalla ragione. La ragione dovrebbe essere posta come principio normativo dell'esistenza stessa. Subito

dopo Hegel questa impostazione viene capovolta, la ragione e lo spirito non hanno più il primato, questo viene

attribuito all'elemento corporeo pulsionale. Freud evidenzia il primato della corporeità sulla ragione e lo spirito.

I principali artefici dell'antropologia moderna pongono come problema centra il rapporto della doppia

appartenenza dell'uomo alla dimensione naturale e a quella culturale. Scheler caratterizza l'essere dell'uomo

come la possibilità di dire no, di protestare contro l'elemento vitale sublimando le pulsioni. L'elemento che

entra in gioco è lo Spirito, che caratterizza l'uomo come persona. Geblen afferma che l'uomo è l'essere in grado

di prendere posizione rispetto alle proprie pulsioni.

Eccesso pulsionale e difetto istintuale: Scheler distingue 5 gradi della vita umana:

1) caratterizzato come impulso affettivo estatico, moto auto-conservativo che accomuna ogni essere

vivente, animale o vegetale. È un tendere a una fonte di piacere e ritirarsi da una fonte di dolore.

2) Caratterizzato dall'istinto. L'istinto è indirizzato verso elementi dell'ambiente specie-specifici, si

manifesta come unione inscindibile, rigida e automatica tra la pre-consocenza propria di una specie e un

certo tipo di comportamento. L'uomo invece non può affidarsi completamente ai propri istinti come il

resto degli animali. Tra istinti e pulsioni esistono delle differenze. Se gli istinti sono regolati in se stessi

dall'interno, le pulsioni necessitano di regolazione dall'esterno.

3) Memoria associativa: con cui attraverso l'apprendimento nuovi comportamenti diventano abitudini.

Nell'uomo è la base della tradizione e della cultura.

4) Intelligenza pratica, un tipo di sapere riflessivo (non istintuale) volto al raggiungimento di uno scopo.

Caratterizzato dalla capacità di attuare comportamenti inediti, dà la possibilità di scegliere i mezzi per

appagare gli impulsi.

Ciò che caratterizza l'uomo è però la capacità di sottrarsi al vincolo biologico dell'univocità del comportamento,

mettendo tra parentesi il rapporto con la realtà e con i gradi vitali della propria esistenza.

5) Spirito o persona spirituale, grazie al quale l'uomo può emanciparsi dal ruolo di servitore della vita.

Capacità di inibire e sublimare le pulsioni: nello schema di Scheler viene riproposta l'opposizione tra sfera

vitale e sfera spirituale. Il contributo originale è il modo in cui queste 2 sfere trovano integrazione e

convergenza.

Lo spirito è principio di negazione della vita pulsionale, quel no che la persona può rivolgere alla realtà

significa abolire la totale, potente orma della realtà, la sottomissione alle esigenze vitali che caratterizza

l'esistenza animale. Vuol dire neutralizzare ogni contrasto con il mondo, per farlo bisogna eliminare l'impulso

vitale a causa del quale il mondo ci appare come reale, come utile ai fini della nostra sopravvivenza, eliminare

quindi l'angoscia di quanto è terreno. Lo spirito non ha energia propria per dire di no, viene ribadito ancora una

volta il primato della corporeità, definendo un particolare tipo di rapporto tra sfera corporea e spirituale, tale

rapporto è complementare. Tramite le proprie azioni, prendendo energia dalla sublimazione delle proprie

pulsioni, l'uomo può disciplinare se stesso e darsi una forma.

Eccentricità e posizionalità: darsi una forma è una necessità dell'esistenza umana.

L'evoluzione del vivente viene scandita da una progressiva distanza dell'organismo da sé e dall'ambiente. Le

piante sono al grado più basso della gerarchia posizionale essendo protese all'esterno e dipendenti dal ciclo

vitale dell'ambiente in cui sono inserite. Gli animali sono centrati sulla propria individualità autonoma ma

incapaci di prenderne coscienza, di osservare da fuori la propria posizione, cosa che è invece può fare l'uomo.

L'uomo è dunque eccentrico, ciò significa vivere costantemente a una certa distanza da sé e dal proprio

ambiente. L'uomo può infatti cogliere da spettatore la sfera interiore e la sfera esteriore come separate dalla

propria coscienza. L'uomo può riflettere proprio in virtù della non coincidenza con se stesso.

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Dovendo costruire il mondo, l'uomo deve costruirsi un'immagine di se stesso. L'uomo deve condurre la propria

vita, determinare la propria posizione nel cosmo e nella rete delle relazioni sociali, fabbricare una

rappresentazione della propria identità (legge dell'artificialità naturale).

Conflitto e identità personale: Homo duplex: apparteniamo alla sfera della natura e dell'umanità (cultura).

L'essere doppi non consiste solo nell'essere sospesi tra natura e cultura, possiamo prendere in esame la nostra

esistenza e trascendere il nostro modo di essere interrogandoci sulla nostra identità. Possiamo mettere in dubbio

la nostra stessa identità. Ciascuno di noi non è monolitico ma ospita in sé una parte di alterità, sotto forma di

pulsione repressa e di possibilità di essere non realizzata. L'identità umana si compie verso una continua

dialettica che coinvolge l'alterità che è in noi. La dialettica è tra gli opposti e rende palese la nostra

fondamentale doppiezza e in conflitto che ne deriva. La doppiezza può generare una sana dialettica tra opposti e

non solo un sintomo o disturbo psicopatologico (essere e voler essere, essere e apparire, tra i modi distinti e

divergenti in cui si vorrebbe essere). Dalla dialettica dipende la vitalità dell'uomo. La dialettica non si compie

solo tra involontario e volontario ma anche tra ciò che si è e ciò che si potrebbe o vorrebbe essere, tra identità

egoica (ciò che sentiamo di essere) e identità di ruolo (ruolo sociale che assumiamo, spesso con distacco) o

anche tra i diversi ruoli sociali che assumiamo. La patologia si può generare dal conflitto o dalla crisi della

dialettica. La patologia non è il contrasto ma il dissolversi dei contrasti, che non può essere che illusorio, una

forma di falsa coscienza. Un esempio è la patologia depressiva che può originare da una crisi dialettica tra

identità egoica e identità di ruolo per cui le persone vulnerabili alla melanconia sono dipendenti dall'identità dei

propri ruoli sociali.

Il volontario e l'involontario: Ricoeur fornisce la cornice filosofica più comprensiva e matura dei molteplici

livelli su cui si esplica il conflitto nell'esistenza umana. Parte dalla constatazione che nell'esistenza umana si

coglie un'eterogeneità di motivi e una confusione di affetti. Lo strato involontario corporeo (caratterizzato a

valori organici o vitali, è lo strato più primordiale dell'esistenza umana. Già qui si manifestano necessità

eterogenee rivelatrici di valori discordanti. Si manifesta l'ambiguità della vita organica, la complessità delle

tendenze organiche. Il corpo per Ricoeur, in questo strato, è una sorgente dell'indeterminazione dell'esistenza

umana. L'esistenza corporea viene definita come principio di disordine e indeterminazione. I valori del livello

organico sono in contrasto tra loro e sono in conflitto con altri valori di livello diverso, come ad esempio quelli

sociali. I valori sociali non rappresentano un insieme coerente ma sono in opposizione tra loro (esempio tra

giustizia e pietà o perdono). Valori organici e sociali sono in conflitto tra loro ma anche in una relazione

dialettica con l'Io.

Tra l'involontario e la volontà non esiste un radicale dualismo, il rapporto è chiasmatico (interpenetrazione,

reciprocità). La sfera del volontario può recepire o no i valori organici e sociali. La ricettività diviene passività

e vincolo solo nella resa e nell'alienazione. Dunque il rapporto tra involontario e volontà è di reciprocità e non

di discontinuità. Le motivazioni rendono la volontà reale e la volontà conferisce alle motivazioni significato. La

dialettica tra volontario e involontario può essere descritta dalla formula per cui la libertà umana è motivata,

contingente e incarnata. La libertà umana non è indipendente dal concreto come quella divina ma dipende dalle

motivazioni, dal corpo e dalla situazione. Libertà è scelta di sé, condizionata, si tratta di ricevere ciò che è già

disposto, fare proprio il proprio destino.

Ricoeur si distingue sia da Freud che da Scheler.

Freud: la forma di libertà possibile dell'esistenza è la presa di coscienza da parte dell'Io delle proprie pulsioni,

rappresentazioni, conflitti inconsci.

Scheler: la libertà umana è la facoltà di dire no alle pulsioni, di usarne l'energia (sublimazione) per finalità

spirituali.

Ricoeur: la libertà umana è a possibilità di appropriarsi dell'involontario assegnando a esso un significato

personale.

La nozione di conflitto e il modello dialettico della patologia mentale: Il modello dialettico e la visione

fenomenologico-dinamica della malattia mentale si fondano sulla nozione di conflitto e la visione dell'uomo

con la sua fondamentale doppiezza e la possibilità di prendere posizione nei confronti di se stesso.

Pensare ad una persona che può prendere posizione rispetto alla propria vulnerabilità vuol dire introdurre una

visione dinamica della malattia mentale, in cui la malattia mentale stessa è la risultante di un gioco di forze, la

rottura di un equilibrio.

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Pinel: i cardini della sua teoria della malattia mentale:

inquadramento nosodromico (non nosografico) delle varie forme morbose. Per P. esistono gradenti di

– follie nelle varie forme dell'alienazione mentale

parzialità della follie per cui nessun folle è completamente folle, resta sempre una parte della persona

– non invasa dalla follia capace di rappresentare un osservante del sé e posizionarsi rispetto alla propria

patologia

viene detto principio patoplastico per cui i quadri morbosi sono l'immagine che l'antropologico imprime

– sulla vulnerabilità. La persona può entrare in rapporto dialettico con essa. Per cui le malattie mentali

sono la risultante della dialettica tra persona e vulnerabilità.

Pensare a una persona che può prendere posizione di fronte ai conflitti e vulnerabilità vuol dire porre la basi per

una psicologia del patologico. Sul piano dell'epistemologia della diagnosi la dialettica tra persona e

vulnerabilità rende comprensibile il fatto che ciascun paziente ha la sua propria sintomatologia che si discosta

dalla sintomatologia standard descritta dai criteri diagnostici. Esistono infatti differenze tra i casi reali e i casi

ideali. Ciò che le categorie diagnostiche tralasciano è la peculiarità individuali, queste possono essere comprese

come risultanti della dialettica. Inoltre la non coincidenza tra persona e vulnerabilità è la condizione di

possibilità della cura stessa. La cura si sostanzia nella possibilità e necessità di prendere attivamente una

posizione di fronte ai valori espressi nella vulnerabilità e malattia.

Capitolo 8 : Trauma

La ricostruzione dell'evento traumatico riveste grande importanza al fine di comprendere i fenomeni

psicopatologici dato che il trauma ha un ruolo determinante nell'origine di queste stessi fenomeni. L'ipotesi

traumatica resta uno dei cardini della concezione dinamica della patologia mentale che abbraccia tutte le teorie

centrate sul concetto di reazione a un avvenimento e sui suoi derivati. Tali dottrine hanno in comune l'ipotesi

che le malattie psichiche nascano dall'incontro tra eventi e persone e dal modo in cui la persona reagisce agli

eventi. L'antefatto del concetto di trauma è la questione che Charcot elabora nelle lezioni sull'isteria. Da

Charcot e Freud entra in crisi l'idea di un vettore patogenetico che va dalla causa fisica alla matrice

neuropatologica e quindi al sintomo. Si passa dall'idea di un determinismo esteriore ad un determinismo

interiore. Per questa centralità antropologica, psicopatologia, epistemologica, il concetto di trauma assume vari

profili che mette in luce aspetti diversi della sequenza di eventi ed esperienze nella genesi dei sintomi e dei

quadri psicopatologici. Gli autori propongono di guardare il trauma da vari profili in modo da mappare

l'esperienza soggettiva della persona che lo ha subito.

Trauma-effrazione: la parola trauma rimanda all'urto esercitato su un organo o apparato corporeo. In ambito

psicologico sta al centro di metafore che fanno pensare ad una effrazione meccanica esercitata dall'esterno

verso l'interno. La conseguenza è la penetrazione di un frammento di mondo esterno all'interno dell'organismo.

La nozione Ψlogica pone l'accento sull'effetto che un attacco ha sull'interno. Il corpo estraneo viene assorbito

nelle profondità del mondo interno provocando fenomeni di irritazione, assimilazione o espulsione.

Il trauma come attacco dall'esterno all'interno: ciò che ha ispirato tale concettualizzazione è la dottrina per cui

ogni accadimento che tocca l'organismo dall'esterno è un problema. Portata agli estremi questa è l' idea che

l'uomo sia una monade programmata per mantenersi autosufficientemente rispetto all'esterno, essa si

contrappone all'idea che l'esistenza si nutra e sviluppi a partire dal rapporto dialettico con l'esterno.

Primo modello Secondo modello

l'organismo è autonomo rispetto L'autonomia è la capacità del sistema di gestire il

• •

all'esterno flusso di materia e energia con cui può modificare e

controllare i processi autocostruttivi interni e i

il presupposto per la vita è poter contare su

• processi di scambio con l'ambiente.

barriere difensive efficaci La vita è una conversazione tra interno ed esterno.

Nell'idea di trauma-effrazione c'è l'idea che il trauma si incisti nell'organismo come corpo estraneo. Tale ferita

(etimologia greca) è profonda e recondita, non visibile, è una traccia di memoria inconscia su cui si insisteranno

le ferite successive.

Prototipo: abuso sessuale.

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Trauma-mortificazione (del desiderio): Il concetto di trauma-effrazione si complica e il rapporto tra interno ed

esterno diviene più complesso. Infatti non occorre che accada realmente qualcosa nel mondo esterno affinché si

realizzi un trauma, è sufficiente un micro-evento completato dalla fantasia e dunque “reso traumatico”.

Secondo questa versione il trauma si realizza quando un elemento del mondo interno (bisogno, desiderio,

pulsione) si scontra con la realtà. Il trauma si può dunque leggere come una frustrazione di un bisogno, una

mortificazione del desiderio. Al prototipo dell'abuso sessuale precedente, in quest'ottica si aggiunge il prototipo

dell'abbandono per cui la separazione precoce, l'ospedalizzazione in età infantile o in generale

l'incomprensione del mondo dell'adulto, la non corrispondenza dei mondi e desideri di adulto e bambino

minano un bisogno fondamentale dell'essere umano: avere vicino a sé una persona da cui ci si sente protetti.

Il trauma è quell'esperienza in cui l'invalidazione del sé non può essere fuggita o prevenuta, non c'è speranza di

protezione, sollievo, rassicurazione.

Con la nozione di trauma-mortificazione si evidenzia la patogeneticità del rapporto interpersonale e non solo

degli eventi legati alla sfera sessuale. La relazione può essere traumatica. Questa nozione (relazione traumatica)

caratterizza l'esistenza dei pazienti borderline.

Ma in gioco non c'è solo l'effrazione verso l'interno ma anche il modo in cui la persona viene toccata. Ciò

dipende sia dalle caratteristiche dell'evento traumatico sia dalle caratteristiche della persone, dalle sue difese,

dal modo in cui subisce o reagisce all'evento. Quindi se prima si parlava dell'influenza che il mondo esterno ha

sul mondo interno ora si parla dell'influenza che il mondo interno sul modo in cui viene vissuta la realtà esterna.

Traumatico spesso si rifà a qualcosa che non accade come la mancanza, l'assenza, impatto di qualcosa che c'è

e non dovrebbe esserci o non c'è e dovrebbe esserci.

Al centro del trauma inteso come frustrazione di desiderio, si colloca l'altro e il rapporto con questo.

Trauma-emersione (di senso): Non esistono solamente eventi traumatici ma anche traumatogeni ossia eventi

che generano il senso traumatico dell'evento traumatico (evento remoto). Il secondo evento non deve avere per

forza una connotazione traumatica in sé (dolorosa o violenta) ma anzi può essere un episodio relativamente

innocuo o addirittura con connotati positivi. La traumaticità di un evento è legata al senso e al modo in cui il

senso si manifesta nel corso del tempo. Il senso del trauma è frutto di un'associazione tra un primo avvenimento

che resta privo di inscrizione semantica esplicita e un secondo avvenimento che in sé e per sé non sarebbe

traumatico ma è traumatogeno, dato che richiama il primo e contribuisce a scriverne il senso. La temporalità del

trauma non si snoda lungo un percorso lineare che va dal passato al presente, nel trauma il presente dà senso al

passato e conferisce ad esso carattere traumatico (all'evento passato).

Trauma-ripetizione: la collocazione dell'evento traumatico in un tempo in cui la persona non può coglierne il

senso (es. infanzia) e l'emergere inaspettato del senso a distanza di tempo sono due delle peculiarità temporali

del trauma.

Altra caratteristica è la tendenza alla ripetitività. La persona tende a riproporre all'infinito il proprio trauma,

inconsapevolmente e involontariamente. Della ripetizione viene fornita l'interpretazione per cui la funzione

sarebbe quella di esorcizzare l'esperienza compiendo il passaggio da soggetto che subisce passivamente l'evento

a soggetto che mette in atto l'evento stesso, lo dispone e padroneggi. La ripetizione dell'evento traumatico è solo

apparentemente frutto di un'attività della persona, la persona traumatizzata reitera il trauma perché incapace di

fare altrimenti. La speranza di superare il trauma ripetendolo all'infinito si mostra spesso illusoria, non è un

rivivere liberatorio tramite presa di coscienza ma ha carattere mortifero della coazione (coazione a ripetere). Ma

perché tale ripetizione ha carattere di coazione e non è liberatoria ma mortifera? Perché è una ripetizione senza

reminescenza, è ripetizione automatica, stereotipa e non una prova che la persona ha superato l'evento

traumatico avendolo riesaminato, identificato le difficoltà, superato gli ostacoli e corretto la performance.

L'assenza di reminescenza e riesame critico rende impossibile l'elaborazione del trauma e quindi del suo

superamento.

Vi sono due letture del trauma-ripetizione:

Istinto di morte: per cui si ha la tendenza a ridurre gli Modelli operativi interni: l'esperienza forma un MOI

stimoli. La ripetizione è un tentativo di ridurre lo insicuro, caratterizzato da aspettative, queste

stimolo rappresentato dal trauma. L'essere rimasti contribuiscono al realizzarsi di situazioni effettive o

indenni dopo aver attraversato nuovamente il trauma vissuti di ciò che ci si aspetta in una sorta di profezia

comporta una sorta di rassicurazione sulla propria che si auto-avvera reiterando lo schema della relazione

resilienza. traumatica.

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Trauma-alterità: la nozione di trauma-emersione chiama in causa il rapporto che il trauma intrattiene con

tempo e senso. Ma cosa accade quando l'evento ha il carattere del totalmente altro rispetto all'orizzonte di

senso della persona?

È necessario sapere che generalmente attribuiamo un senso a un evento, oggetto, comportamento, sulla base

delle esperienze passate. Riconosciamo un nuovo accadimento e in esso qualcosa che ci è già noto su cui lo

riconduciamo e comprendiamo. L'avvenimento traumatico, ovviamente, non risponde alla regola del già noto

ma ha carattere di novità assoluta (first-timeness o radicale alterità). Ciò che è nuovo nell'esperienza traumatica

non è l'avvenimento in sé ma il senso che prende forma nell'esperienza.

Lacan conia un neologismo: “ex-timità” indicando con questo termine la caratteristica contraria alla intimità,

familiarità e consuetudinarietà, tipica dell'evento traumatico. Nel profilo trauma-alterità un'esperienza è

traumatica se non traducibile in un discorso, inscrivibile in una storia, raccontabile. Leys nel 2000 riporta due

versioni della teoria di Charcot, Martin e Janet per cui il trauma è concettualizzato come esperienza che

sovrasta le capacità mentali di una persona. Entrambe le versioni sono accomunate dal vedere nel trauma

l'origine di una dissociazione della persona:

Teoria mimetica Teoria antimimetica

Il trauma frantuma il funzionamento cognitivo e Nel momento del trauma la persona prende le distanze

percettivo della persona, la scena del trauma non può dall'evento con il meccanismo di dissociazione. La

quindi essere ricordata. L'immersione della persona in persona assiste al trauma “dall'esterno”. La traccia

questa scena è così profonda che è preclusa la distanza mnestica del trauma non è integrata nella memoria

cognitiva. La persona non può rappresentarsi il trauma cosciente ma separata, l'evento traumatico non può

che resta separato dal complesso della storia personale essere assimilato.

Il trauma è ciò che non si può integrare nella storia di vita (Binswanger), non trova posto nell'identità narrativa,

il trauma diventa così un buco nella trama narrativa. Se la narrazione si nutre di alterità vedendo in questa

possibilità, novità verso cui protendere la propria capacità di assimilazione, crescita, elaborazione il trauma è

l'esatto opposto.

Trauma-chiave-serratura: la nozione di trauma-mortificazione mostra che un evento può essere traumatico se

non riflette il desiderio (relazione di riconoscimento) della persona e la sua traumaticità è inversamente

proporzionale all'efficacia della capacità di elaborazione del soggetto. La nozione di trauma-emersione mostra

la diacronia del trauma, sottolinea il senso traumatico dell'evento che si mostra nel corso del tempo. La nozione

di trauma-alterità inquadra il trauma nella dialettica dell'identità narrativa, definisce il trauma come ciò che è

inassimilabile e incomprensibile.

Un evento per essere traumatico deve colpire la persona nel suo punto debole, si parla quindi del rapporto tra

evento e vulnerabilità personologica. Non si parla più di eventi o accadimenti esterni ma di esperienze

personali. Esperienza significa il modo personale di vivere un certo accadimento. Il modello trauma-chiave-

serratura si chiama così perché l'evento si trasforma in esperienza traumatica in virtù della capacità di agire

come una chiave nella sua serratura. Nelle reazioni all'avvenimento si cerca di individuare il nesso di

comprensibilità tra modo in cui l'evento viene vissuto e contenuti patologici che emergono reattivamente.

L'enfasi è posta sulla specificità dell'esperienza, sull'incastro tra accadimento esterno e struttura di personalità.

Trauma-life event: l'importanza di questo profilo risiede nell'impianto empirico-statistico della ricerca. Alla

fine degli anni '60 si inizia a studiare la correlazione tra life events e depressione. Le ricerche evidenziano che il

numero di eventi stressanti che si collocano nei 6 mesi precedenti ad un episodio depressivo è 3 volte superiore

a quelli che si verificano nelle persone che non vanno incontro a depressione. Gli eventi stressanti nella

schizofrenia possono avere un ruolo precipitante gli scompensi ma non un ruolo formativo nella patologia.

Solamente una minoranza che si è confrontata con traumi sviluppa un PTSD, numerosi fattori estranei

all'evento potenzialmente traumatico influenzano lo sviluppo (o meno) di un PTSD:

vulnerabilità genetica a patologie psichiche

– esperienze negative o traumatiche infantili

– tratti di personalità

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altri eventi stressanti

– caratteristiche del sistema di supporto

– recente abuso di alcol

– percezione che il locus di controllo è esterno o interno.

Il rapporto tra life-events e disturbo psichico no è inquadrabile in termini quantitativi. Il rapporto dipende da

fattori qualitativi (anamnesi biologica struttura personologica, storia di vita, patologie concomitanti,

caratteristiche del trauma. Tale nozione di trauma è un po' “rozza” sotto il profilo epistemologico, infatti il

rapporto tra eventi stressanti e patologia mentale viene considerato alla stregua del modello stimolo-risposta.

Ciò che viene tralasciato è il senso personale dell'evento, il suo valore di esperienza. Viene inoltre messo in

ombra il ruolo attivo della persona nella co-costruzione dell'evento stesso.

Trauma-situazione: il concetto di situazione, illumina un aspetto del rapporto tra evento e persona per cui ogni

persona può incontrare ogni tipo di evento ma di fatto va incontro solo alle situazioni che lo caratterizzano. Per

cui persona e situazione si rispecchiano vicendevolmente. La nozione di trauma-situazione problematizza il

ruolo della persona nella costituzione dell'evento traumatico. Il ruolo della persona è attivo dato che la persona

concorre attivamente a creare la situazione ma è anche passivo poiché involontario.

(non-poter-essere-altrimenti)

Traumatropismo: tendenza alla costituzione di situazioni traumatiche, tipico nel borderline. Nel borderline parte

dalla paura di essere abbandonato, da dubbi circa l'affidabilità dell'altro, bisogno di attenzione continua e

risposte immediate circa la stima e il disprezzo nutriti dall'altro nei suoi confronti.

Trauma-rivelazione: evento come momento di verità. Il trauma diviene specchio, epifania del proprio sé

oggettivato e reso visibile dalla situazione esterna. L'evento permette di accedere ad un'esperienza di sé più

autentica, al disvelamento di aspetti di sé indiscernibili per la coscienza. Il trauma-specchio è la situazione

limite in cui a disperazione, dolore si accompagna la rivelazione, la risoluta contemplazione della propria

condizione vulnerabile. Se nel trauma-alterità l'evento è caratterizzato dall'ex-timità nel trauma-specchio ciò

che è più proprio si palesa con il carattere accecante dell'ex-timità prima ma poi viene riconosciuto e accolto nel

suo carattere di carnale intimità. Il trauma-rivelazione è un incontro interiore inaspettato, non è quindi

solamente un evento patogeno ma l'occasione di intimità con sé stesse, della riflessione su se stessi,

dell'appropriazione di sé, l'occasione di riscatto e di cura per eccellenza.

Trauma, senso e temporalità: si può dare una lettura del trauma che segue la logica naturalistica della

spiegazione con connessioni causa-effetto o una lettura di ispirazione fenomenologico-ermeneutica che si

compie sulle connessioni di senso.

Logica naturalistica Ispirazione fenomenologico-ermeneutica

Un trauma passato spiega uno stato Ciò che media evento e stato psichico sono le leggi del senso e

psicopatologico attuale. Spiegare significa non della fisica. Un evento esercita un certo effetto su di me

attribuire a qualcosa una causa. Significa perché colgo un certo significato. Le logiche del senso del

retrodatare, cercare a ritroso l'origine di un trauma stesso non seguono nel tempo un copione lineare come

fenomeno legandolo ad un evento passato nella fisica. Il trauma è soggetto a diacronia ribelle (evento

(causale). Il trauma remoto è la causa della remoto e evento traumatogeno). È il senso dell'evento ad avere

patologia presente. I capisaldi di questo efficacia traumatica non l'evento stesso. Il presente retroagisce

approccio sono: sul passato, senza l'evento presente traumatogeno non si

- si cerca di spiegare il presente tramite il sarebbe determinato il senso dell'evento passato. È la relazione

passato tra evento traumatico e avvenimento presente che genera il

- il passato è la causa efficiente del presente senso traumatico. Ciò vale anche per la terapia. Nel senso che

- la freccia del tempo scorre nel processo della narrazione il senso dell'evento viene inscritto

unidirezionalmente (da passato a presente). nella direzione che va dal presente (della relazione terapeutica)

Il presente viene letto alla luce del passato. al passato. Il passato viene letto alla luce del presente.

Il senso di un'esperienza si colloca all'interno di una dinamica in cui il passato influenza la comprensione del

futuro, e ciò che è atteso retroagisce sul senso dell'esperienza passata. Questo è anche il modo in cui si genera il

senso nella cura, nella sincronia tra le esperienze passate, presenti e le aspettative verso il futuro così come si

attualizzano nella relazione terapeutica.


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ManuPind

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinico-dinamica
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ManuPind di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicodiagnostica clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Armezzani Maria.

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