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Psicologia clinica: lezione I (21 febbraio 2022)

Chi è lo psicologo?

La professione di psicologo è regolata dalla legge 56/89. Prima dell’avvento di questa legge la professione dello psicologo non era regolamentata: la regolamentazione permette di definire meglio come si arriva ad essere professionista di quel tipo, con quale percorso, con quali metodi, quali competenze deve possedere, ecc.

Definizione della professione di psicologo

Articolo 1: definizione della professione di psicologo: “La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”.

  • Lo psicologo fa prevenzione, diagnosi, abilitazione (fornire a dei soggetti delle abilità che non avevano), riabilitazione (far sì che i soggetti riacquisiscano abilità che possedevano) e sostegno psicologico.

Nell’immaginario collettivo, lo psicologo viene prevalentemente associato al professionista del disagio psichico, che accoglie persone con necessità di essere seguite, curate, ricevendo supporto. In realtà, esistono varie branche della psicologia e non tutte hanno a che fare con la diagnosi e il trattamento di disturbi mentali:

  • Psicologia del lavoro: svolge la sua professione nelle aziende, seleziona il personale in base alla loro personalità (ad es. somministra questionari e effettua colloqui eseguendo la selezione sulla base di queste caratteristiche). Ha a che fare con il disagio relazionale all’interno dell’azienda.
  • Psicologia della salute: l’ambito principale di lavoro è l’ospedale e si occupa della salute a 360° (anche disturbi fisici).
  • Psicologia sociale: studia le relazioni sociali, la psiche all’interno del gruppo sociale.
  • Psicologia cognitiva: in gran parte sperimentale, indaga e studia i processi cognitivi della mente umana (memoria, ragionamento, attenzione, ecc.).
  • Psicobiologia: studia i correlati neurofisiologici delle condizioni mentali. Ci permette di concludere che l’espressione dell’emozione della paura è principalmente dovuta all’attività di una zona del cervello che prende il nome di amigdala.
  • Psicologia dell’arte
  • Psicologia giuridica: riguarda le perizie nei tribunali, valutazione della testimonianza, ecc.
  • Psicologia scolastica
  • Psicologia clinica: principale disciplina psicologica che si occupa del disagio psicologico e della malattia mentale.
  • Psicologia animale
  • Counseling psicologico
  • Neuropsicologia: fa riabilitazione a pazienti che, ad esempio, a seguito di traumi cranici hanno perso la memoria o il linguaggio.
  • Psicologia dello sport: applicazione dei principi psicologici alle varie necessità sportive; ad esempio, il tennista professionista se non ha una disciplina mentale al pari della sua disciplina fisica allora non potrà mai competere ad alti livelli perché è uno sport in cui la gestione delle proprie emozioni è fondamentale.
  • Psicologia della personalità: si occupa di studiare la personalità. A volte confluisce anche nella psicologia clinica (lo psicologo clinico deve trattare aspetti della personalità del paziente).

Psicologia clinica

La psicologia clinica è un settore della psicologia i cui obiettivi sono la spiegazione, la comprensione, l’interpretazione e la riorganizzazione dei processi mentali disfunzionali o patologici, individuali e interpersonali, unitamente ai loro correlati comportamentali e psicobiologici.

  • Prima ancora di trattare il disagio, riorganizzarlo e agire in senso terapeutico, lo psicologo clinico deve riuscire a comprenderlo e interpretarlo.

La psicologia clinica è identificabile con le metodiche psicologiche volte alla consulenza, diagnosi, terapia o comunque di intervento sulla struttura e organizzazione psicologica individuale e di gruppo, nei suoi aspetti problematici, di sofferenza e di disadattamento e nei suoi riflessi interpersonali, sociali e psicosomatici.

La psicologia clinica è altresì finalizzata agli interventi atti a promuovere le condizioni di benessere socio-psico-biologico e i relativi comportamenti, anche preventivi, nelle diverse situazioni cliniche e ambientali.

  • Potrebbe anche agire a livello preventivo, favorendo il benessere psicologico. È molto simile alla medicina e possiede delle intersezioni con questa, occupandosi di diagnosi, terapia e prevenzione.

Tra psicologia di base e psicologia clinica c’è un rapporto senza soluzione di continuità: psicologia clinica come scienza applicata, diretta emanazione e applicazione del corpus di conoscenze e delle metodologie sviluppate dalla psicologia di base nelle sue varie branche al letto del malato e ai problemi che lo affliggono.

S.J. Korchin (autore di un manuale sul quale si sono formate generazioni di psicologi clinici) scrive: “La psicologia clinica rimane una scienza-professione che si assume il duplice compito di aiutare le persone bisognose sul piano psicologico e di cercare di approfondire la conoscenza necessaria per offrire un aiuto più efficace in futuro. A distinguere i clinici dai colleghi psicologi è un modo di pensare, il cosiddetto atteggiamento clinico”.

La psicoterapia nelle sue differenti strategie e metodiche costituisce l’ambito applicativo che più caratterizza la psicologia clinica, come punto di massima convergenza tra domanda, conoscenze psicologiche disponibili, fenomeni indagati e metodi utilizzabili.

  • La psicoterapia non è totalmente sovrapponibile alla psicologia clinica, in quanto c’è una parte di quest’ultima che non è psicoterapia, ma è comunque una delle applicazioni più immediate e tipiche della psicologia clinica.
  • Tutte queste funzioni della psicologia clinica tendono a confluire nella psicoterapia (area di applicazione).

Dunque, quando si parla di psicologia clinica si delinea un insieme scientifico e professionale centrato sulla psicoterapia, ma ben più ampio della sola psicoterapia. Le componenti nelle quali si articola tradizionalmente la psicologia clinica sono: psicodiagnostica, psicopatologia, neuropsicologia clinica, psicofisiologia clinica, psicosomatica e psicoterapia; a esse si aggiungono prospettive emergenti come la psicologia della salute e antiche pratiche venute in auge come la riabilitazione e la consulenza (counseling).

Origini della psicologia clinica

La psicologia clinica nasce nei primi anni del Novecento dalla graduale congiunzione tra due aree emergenti di studio:

  • La psicoanalisi (Europa)
  • La psicometria: branca della psicologia che si occupa della misurazione dei processi mentali (test di intelligenza, performance, questionari) molto sviluppata nei primi anni del Novecento in America. Nel momento in cui un test psicologico si occupa di misurare le funzioni psicologiche ha alla base la psicometria.
  • Lightner Witmer, dopo aver contribuito a fondare l’America Psychological Association nel 1892, ad un convegno utilizza per la prima volta i termini “psicologia clinica” e “metodo clinico in psicologia”. Nello stesso anno fonda la prima clinica psicologica per la diagnosi e la terapia di giovani studenti con problemi di sviluppo.
  • Nel 1895, Freud aveva pubblicato, insieme al suo collega Breuer, il saggio “Studi sull’isteria”, dove per la prima volta veniva proposto un metodo di cura basato unicamente su strumenti psicologici (colloquio, ascolto, relazione...). Nel 1896, in un articolo francese sull’etiologia delle nevrosi, Freud usa per la prima volta il termine “psicoanalisi”.

Etimologia del termine "clinico"

L’aggettivo “clinica” deriva dal greco “klìne” ovvero “letto”. Etimologicamente, il termine “clinico” rimanda all’attività del chinarsi sul letto del sofferente. Quindi, l’aggettivo “clinica” definisce quindi un’attività di cura basata sull’osservazione diretta del sofferente e sulla relazione tra medico e paziente con il fine di comprendere il suo disagio e intervenire terapeuticamente per migliorarne le sue condizioni, dunque mediante il ricorso a conoscenze e metodi psicologici.

Tratti costitutivi dell'approccio clinico

Il primo tratto costitutivo dell’approccio clinico è dato da tale finalità: l’operare dello psicologo clinico è ispirato dall’intenzione di porgere aiuto e rispondere alla dimensione psicologica di una sofferenza che ha luogo davanti a lui.

  • Il concetto di relazione è molto importante in psicologia. Lo psicologo clinico che cerca di trattare il disagio della persone che ha di fronte a sé in primis entra in relazione con questa. Dobbiamo uscire dall’ottica dello psicologo/psicoterapeuta che osserva in maniera distaccata il paziente e poi agisce di conseguenza.
  • Oggi sappiamo che lo psicologo non può sfuggire dalla relazione: se prescinde da questa si compie un errore terapeutico (mentre il medico può sfuggire a questa e prescrivere la cura in maniera distaccata).

Il secondo tratto costitutivo è dato dall’approccio: l’ottica del particolare, lo studio intensivo e l’approfondimento del singolo caso e delle sue specificità. Infatti, l’approccio clinico:

  • Indica il primato dell’osservazione e del riscontro empirico a fronte della teoria e del principio d’autorità: un atteggiamento poco incline alle meditazioni epistemologiche e alle dispute teoriche, ma in presa diretta con i problemi concreti e le urgenze di una persona sofferente;
  • Significa osservazione prolungata e minuziosa, al contrario di una medicina che presta attenzione a leggi e principi generali. La concezione clinica sottende un approccio orientato alla comprensione della singola persona con la quale il medico o lo psicologo clinico entra in relazione (approccio idiografico).

Nell’atto di chinarsi verso la persona sofferente non c’è soltanto una conoscenza del funzionamento generale di questi disturbi, ma c’è anche un essere orientati a quella singola persona irripetibile che si ha di fronte: l’approccio clinico idiografico mette al centro l’osservazione del paziente che si ha di fronte per poter comprendere il problema.

Lo psicologo ha i suoi principi generali (senza i quali non si riesce ad approcciarsi al paziente in maniera professionale), i quali però vengono filtrati sulla base del paziente specifico che ha di fronte per arrivare alla comprensione. Quindi il principio generale confluisce sull’osservazione del paziente e, a quel punto, si arriva alla comprensione.

Approcci idiografico e nomotetico

L’approccio nomotetico è differente: si osservano i comportamenti, si forzano i vissuti e le difficoltà del bambino, si fanno entrare all’interno dei nostri principi generali e a quel punto si comprende.

Entrambi gli approcci portano alla comprensione, ma di tipo diverso: nell’approccio idiografico la comprensione è unica e irripetibile perché è tarata sulla base del paziente, mentre in quello nomotetico si cerca di ricondurre il paziente a delle norme generali. Entrambi sono giusti:

  • L’approccio idiografico è molto utile quando si ha di fronte il paziente poiché permette di entrare in relazione in modo efficace, comprendendo bisogni e difficoltà.
  • L’approccio nomotetico invece è utile, ad esempio, quando ho bisogno di selezionare dei pazienti sulla base di determinate caratteristiche: prendo un gruppo di pazienti, effettuo colloqui con i miei principi generali a mente e li seleziono. In questo caso perdo la singola depressione del paziente e lo riconduco all’interno di categorie.

Colloquio clinico

Colloquio clinico: strumento imprescindibile, colloquio di indagine, accertamento o terapeutico. È lo strumento principale dello psicologo clinico; permette al professionista di chiarire il vissuto o il suo modo di dare significato alle cose che capitano alla persona che chiede aiuto e di mettere a fuoco la problematica riportata. Ciò serve ad approfondire in modo efficace gli aspetti del mondo interno del paziente, così da poter comprendere, spiegare e intervenire sul disagio psicologico della persona che ho di fronte.

Durante il colloquio il professionista mette in atto il cosiddetto ascolto attivo, per cui è più orientato ad ascoltare piuttosto che parlare (e in quell’ascolto c’è già comprensione, accettazione). Infatti, il colloquio clinico non è una procedura passiva di ascolto e di registrazione di informazioni, ma un processo di ricerca attiva e intelligente delle coordinate che danno un senso psicologico a quanto il paziente propone; non è un semplice ascolto empatico ma un’attività tecnica che si avvale di una competenza professionale specialistica.

A differenza della normale conversazione, il colloquio è finalizzato a un obiettivo predeterminato, ovvero l’approfondimento del problema del paziente. Ciò avviene prevalentemente tramite domande (che chiaramente sono diverse rispetto a quelle che vengono poste nella conversazione quotidiana di tutti i giorni), che vanno ad esplorare il sistema cognitivo-verbale, ossia ciò che il paziente pensa e dice di sé. Le domande possono essere aperte (generalmente nel primo colloquio sono aperte) o chiuse (man mano che il colloquio continua, per approfondire in maniera più specifica alcuni aspetti del mondo interno del paziente diventano più chiuse, a scelta multipla).

  • Tale regola è contraddetta solo in specifiche situazioni, ad esempio nel caso della psico-educazione dove le domande sono in numero minore e si dà prevalenza alla spiegazione, ad esempio, di un qualche concetto.

Lo psicologo clinico deve saper fare domande e saperle porre in relazione al paziente che ha di fronte, poiché la seconda finalità è anche stabilire una relazione di fiducia e collaborazione nella diade paziente-psicologo.

Una domanda con un paziente ipersospettoso sarà posta diversamente rispetto ad un paziente affabile e a suo agio.

Elementi utili per valutare la situazione del paziente

Gli elementi utili allo psicologo per valutare la situazione del paziente sono sostanzialmente di due tipi:

  • Elementi informativi diretti: si riferiscono a COSA il paziente dice riguardo al motivo per il quale ha chiesto un colloquio (cosa prova, cosa lo disturba, da quanto tempo…).
  • Elementi informativi indiretti: si riferiscono a COME il paziente racconta ciò che gli sta accadendo (è chiaro? È confuso o disorganizzato? È relativamente tranquillo? È agitato? È a proprio agio? Com'è il suo aspetto? Com'è la sua postura? Che gesti fa mentre parla?...).

Il paziente può dirmi di soffrire di ansia, ma con un tono di voce apatico, spento e monotono. Mi verrebbe da pensare che anche se fosse vero che ha l’ansia, quella non è l’aspetto principale (non vedendo un paziente agitato, ansioso, ma più spento e dunque più depresso, con un calo dell’umore).

L’elemento informativo indiretto, spesso, è molto più importante dell’elemento informativo diretto. Ciò che il paziente dice dà la cornice, ma il quadro è dato dagli aspetti informativi indiretti. Infatti, il colloquio clinico rappresenta un setting di osservazione specifico e strutturato, che offre allo psicologo clinico un segmento di osservazione del comportamento del paziente in una situazione data.

Tipica struttura di un colloquio iniziale diagnostico

  • Fasi preliminari (tipicamente informazioni anagrafiche e convenevoli iniziali)
  • Apertura (richiesta da parte dello psicologo del motivo per il quale ha chiesto un appuntamento, mediante una domanda aperta; es. “Perché è qui?”, “Di cosa mi vuole parlare?”. Ci sono dei pazienti che già in questa fase fanno fatica, non sanno dare un nome o riordinare quello che gli sta accadendo; è chiaro che una difficoltà di questo tipo va accolta, proprio grazie all’utilizzo della relazione: se ci si accorge che il paziente nei confronti della difficoltà manifesta disagio, allora va aiutato, deresponsabilizzato…)
  • Descrizione del problema (ciò avviene spontaneamente oppure con il ruolo attivo dello psicologo che aiuta a descrivere il problema qualora il paziente fosse confuso o in difficoltà; l’attenzione è sul presente)
  • Approfondimento dei vari aspetti collegati al problema (si cercano di individuare quelle variabili che influenzano aspetti elementari del problema in esame)
  • Indagine su altri problemi attuali (eventuali)
  • Storia del problema (perché cambia molto se, ad esempio, il paziente ha avuto il primo attacco di panico da pochi giorni o se lo ha avuto molti anni fa)
  • Storia di vita personale (in cui si mettono tra parentesi gli elementi problematici per ripercorrere la storia della persona nei suoi elementi e avvenimenti “normali”).
  • Aspettative (occorre capire se il paziente ha delle aspettative che sono congruenti a quelle che il terapeuta può dare: un paziente che non ha mai avuto relazioni sentimentali perché soffre di ansia sociale, non può avere l’aspettativa di trovare una ragazza; oppure il paziente che ha disturbo di panico, non può avere l’aspettativa di non avere più ansia)
  • Fase di restituzione (anche se si è visto ancora troppo poco, si deve dire qualcosa di abbozzato sulla diagnosi, sul funzionamento del problema, su come si potrebbe continuare…).

Terminato il primo colloquio si può continuare con altre sedute, oppure terminare il percorso perché non c’è un problema di un’entità tale da necessitare di un percorso di psicoterapia. Si può immaginare il processo messo in atto dal colloquio clinico come il passaggio attraverso il collo di una clessidra: problema iniziale → messa a fuoco degli aspetti chiave relativi al problema → restituzione/riformulazione finale.

Al termine del colloquio clinico (o più spesso dei colloqui) il professionista restituisce al paziente una visione differente del problema inizialmente riportato. Inoltre, fornisce una nuova comprensione, aiutando a identificare percorsi di cambiamento e miglioramento.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giulia.arcangeletti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Epifani Andrea.
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