Che materia stai cercando?

Riassunto esame Psicogeriatria, prof.ssa Di Ceglie, libro consigliato Psicologia dell'invecchiamento e della longevità, autore De Beni Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicogeriatria e della prof. Di Ceglie, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Psicologia dell'invecchiamento e della longevità, De Beni. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Psicogeriatria docente Prof. A. Di Ceglie

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

consistono in una perdita progressiva e irreversibile delle funzioni cognitive; si osservano soprattutto

dei disturbi di memoria dichiarativa, episodica e semantica, che devono essere accompagnati da

problemi in almeno altri due ambiti cognitivi come la difficoltà di linguaggio (afasia), motricità

(aprassia), percezione (agnosia) e delle funzioni esecutive. Tre aspetti di osservano nel paziente

affetto da Alzheimer: diminuzione del metabolismo cerebrale in stato di riposo, notevole riduzione del

volume del lobo temporale mediale, relativa preservazione delle aree visive e sensomotorie, dei

gangli della base e del cervelletto.

Morbo di Parkinson

Il morbo di Parkinson è caratterizzato da un'alterazione dei nuclei grigi centrali, i quali provocano un

danno maggiore nel sistema di neurotrasmissione dopaminergico. È stata riscontrata anche una

diminuzione della densità dei recettori dopaminergici D1 e D2.

Dal punto di vista comportamentale i sintomi clinici della malattia sono innanzitutto di tipo motorio con

un ipertonia muscolare che porta ad assumere una postura inclinata in avanti, lo sviluppo di tremore

della parte più esterna degli arti a riposo e acinesia, cioè una diminuzione dei movimenti volontari e

un'alterazione di quelli automatici. Dal punto di vista cognitivo si osservano diminuzioni della

memoria di lavoro e del controllo attentivo.

6 INTELLIGENZA E MEMORIA NELL'INVECCHIAMENTO

Si può distinguere tra meccanismi mentali di base (abilità fluide), biologicamente determinate, e

abilità cristallizzate, culturalmente determinate, che seguono traiettorie distinte con l'avanzare

dell'età.

Attraverso lo studio dell'intelligenza, la psicologia ha cercato di offrire un quadro d'insieme delle

differenze individuali nell'abilità cognitive e soprattutto in quelle più centrali e critiche per il

funzionamento della mente. Un test di intelligenza spesso utilizzato negli studi sull'invecchiamento è

quello delle matrici progressive di Raven, in cui si presentano delle figure con una parte mancante

e i partecipanti devono individuare quale tra diversi frammenti le completi.

In questa prova i giovani ottengono un punteggio significativamente superiore a quello dei giovani

anziani e dei grandi vecchi; i giovani anziani inoltre hanno una prestazione superiore a quella dei

grandi vecchi.

Nel 1956 Wechsler si pose il problema di come misurare l'intelligenza nell'anziano e distinse

all'interno della sua scala per la valutazione dell'intelligenza (WAIS) prove che resistono

all'invecchiamento e altre che non resistono all'invecchiamento.

Partendo dall'osservazione che l'intelligenza verbale è largamente sostenuta dall'esperienza che una

persona ha accumulato nel corso della sua vita, il deterioramento differenziato delle abilità intellettive

è stato analizzato nel contesto del modello bifattoriale dell'intelligenza di Cattell. Egli distingue

intelligenza fluida e intelligenza cristallizzata, la prima permette di adattarsi a situazioni nuove ed è

valutata con prove che si basano sul ragionamento (Gf), l'intelligenza cristallizzata (Gc) si basa

invece sulle conoscenze e le capacità acquisite con l'esperienza, strettamente legate alla cultura.

I due tipi di intelligenza nell'arco della vita seguono traiettorie distinte: mentre l'intelligenza

cristallizzata rimane stabile con l'età e in alcuni casi migliora anche, l'intelligenza fluida tende a

declinare.

Baltes nella sua teoria dell'arco di vita propone che lo sviluppo caratterizza ogni fase della vita e

subisce influenze di tipo biologico e culturale. Parla quindi di operazioni mentali di base legate più

direttamente alla biologia e di aspetti relativi alla cultura. Le abilità che si fondano sulle operazioni

mentali di base, come ragionamento e memoria, subiscono un declino precoce e rapido. Le abilità

che fanno riferimento alla componente pragmatica, come abilità verbali e numeriche, restano invece

stabili.

Il declino di tutte le componenti dell'intelligenza avviene in tarda età quando hai fatto rinvio logici

diventano molto influenti e preponderanti.

Le distinzioni tra abilità fluide cristallizzate o fra meccanismi di base e abilità pragmatiche

rappresentano un utile sintesi delle differenze cognitive fondamentali fra giovani anziani ma offrono

una descrizione molto semplificata che non tiene conto delle possibili articolazioni dell'intelligenza.

Baltes e Lindenberger hanno formulato l'ipotesi della causa comune che sostiene che la stretta

relazione tra le misure sensoriali e cognitive sia dovuta a una dipendenza di tali abilità e funzioni da

un'unica e comune architettura fisiologica del sistema nervoso centrale, evidenziando uno stretto

legame nell'invecchiamento tra le caratteristiche del cervello, da cui dipendono le funzioni sensoriali

e quelle cognitive.

Dal momento che la memoria viene per definizione considerato un aspetto centrale

dell'invecchiamento cognitivo proviamo soffermarci. I vari tipi di memoria possono essere distinti a

seconda delle caratteristiche temporali dell'elaborazione richiesta al momento della codifica e del

recupero (memoria sensoriale, memoria a breve termine, memoria lungo termine), della natura del

test e del tipo di stimolo da elaborare (verbale o visuo-spaziale).

Mentre la memoria breve termine mantiene passivamente piccole quantità di informazioni verbali o

spaziali per un tempo limitato, la memoria di lavoro permette il mantenimento e l'elaborazione

simultanea dell'informazione. L'invecchiamento sembra non influenzare in maniera importante la

memoria a breve termine.

In psicologia dell'invecchiamento si fa distinzione tra prove che richiedono solo l'immagazzinamento

delle informazioni, come il classico span a breve termine, span di cifre in avanti, e quelle che

richiedono di riorganizzare il materiale ascoltato, come lo span all'indietro, in cui le cifre devono

essere ripetuta dall'ultima ascoltata alla prima.

Emerge inoltre come nella memoria a lungo termine vi siano differenze legate all'età maggiori rispetto

quelle per la memoria breve termine. Ciononostante anche alcuni sistemi della memoria a lungo

termine risultano meno sensibili all'età. All'interno della memoria lungo termine si distingue tra la

memoria dichiarativa, che conserva sia le informazioni riguardo i fatti e concetti sia le informazioni

specifiche episodiche, e la memoria procedurale, che conserva informazioni e conoscenze relative

a procedure automatizzate. La memoria dichiarativa viene a sua volta distinta in: memoria

semantica, che riguarda conoscenze consolidate, e memoria episodica.

Gli studi condotti mostrano come gli effetti dell'età siano più importanti per la memoria dichiarativa

episodica che implica un accesso consapevole o controllato alle informazioni piuttosto che per la

memoria semantica e procedurale. Un aspetto particolare della memoria è rappresentato dalla

memoria autobiografica, che riguarda ricordi associati alla sfera e alla vita personale del soggetto.

Se il ricordo riguarda episodi recenti, la prestazione dell'anziano risulta indebolita, se invece ricordo

riguarda episodi acquisiti quando la memoria era più efficiente la prestazione non sembra subire

modificazioni significative con l'età.

La propensione a tenere vivi i propri ricordi è influenzata da una particolare caratteristica

dell'individuo chiamata leopardismo o sensibilità alla memoria. È stato dimostrato che a una

maggiore sensibilità alla memoria si associa anche una migliore memoria autobiografica.

Infine vi è la memoria prospettica: il ricordare di ricordare che permette di programmare le azioni

future e di rievocarli nel momento in cui devono essere compiute. Gli studi su questo tipo di memoria

distinguono tra memoria prospettica basata sul tempo e quella basata sugli eventi. Le differenze di

età tra giovani anziani sembrano essere più importanti per i compiti di memoria prospettica basati sul

tempo che sono maggiormente legati a meccanismi di controllo interno, rispetto alle situazioni basare

su un evento, legati ad ausili esterni. Si parla di "paradosso dell'età in memoria prospettica" per

indicare come l'artificiosità dei compiti utilizzati nel setting sperimentale e la rilevanza dei contenuti

possano agire aumentando o diminuendo la distanza tra il livello di prestazione di giovani e anziani.

Tra le abilità intellettive legati al linguaggio di particolare interesse è la comprensione del testo.

L'abilità di comprendere un testo da un punto di vista cognitivo è il risultato finale di un insieme di

processi. È stato evidenziato come gli anziani, a causa dei cambiamenti cognitivi, incontrino alcune

difficoltà in prove di comprensione del testo. Allo stesso tempo vi sono però vari studi hanno messo

in evidenza come tale declino non sia ineluttabile e come in alcune situazioni questa abilità sia invece

è conservata. Un altro fattore relativo alla comprensione generalmente menzionato come critico per i

cambiamenti legati all'età, consiste nel genere letterario di appartenenza del testo. La letteratura su

questo ambito sia principalmente è focalizzata sulle differenze di età fra genere narrativo ed

espositivo.

Nell’insieme degli studi sull'abilità cognitive dell'anziano abbiamo visto con importante deficit riguarda

la memoria episodica. La difficoltà degli anziani nei compiti di memoria episodica è spiegata secondo

varie ipotesi che fanno riferimento sia alla codifica (teoria dei livelli di elaborazione), sia ai processi

di recupero (teoria dei processi autoiniziati), e alla teoria che distingue tra processi controllati

automatici che permettono di spiegare la distinzione tra processi di ricordo vero e proprio ed

esperienza di familiarità senza però ricordare niente.

Un importante filone di ricerche ha messo in luce come le difficoltà cognitive dell'anziano possano

essere messe relazione con un cattivo uso della metacognizione. La metacognizione si riferisce ai

processi che riflettono sull'attività cognitiva e ai processi che la controllano. Un'analisi metacognitiva

può essere applicata a qualsiasi ambito dell'attività cognitiva; nel caso dell'anziano è stata studiata

soprattutto la meta cognizione relativa all'ambito della memoria, detta metamemoria ed è stato

osservato che conoscenza metacognitiva e processi di controllo possono non essere del tutto

adeguati.

La teoria dei livelli di elaborazione ipotizza che il mantenimento a lungo termine della traccia

mnestica sia in funzione della profondità dell'elaborazione: più profondo è livello di elaborazione

dell'informazione, più duratura e stabile sarà la traccia mnestica a essa relata.

La teoria della profondità della codifica distingue tre livelli di elaborazione:

1) strutturale ed estremamente superficiale

2) strutturale, ma meno superficiale

3) profonda

Secondo tale teoria, se la memoria un prodotto dell'elaborazione percettiva, che a sua volta influenza

la cognizione, e se queste sono in continua interazione, allora: i cambiamenti legati all'età nel

funzionamento sensoriale possono spiegare i cambiamenti cognitivi, la minor disponibilità di risorse

nell'invecchiamento causerebbe il declino legato all'età nella prestazione cognitiva, il declino legato

all'età nelle funzioni sensoriali può causare cambiamenti nella quantità di risorse che possono essere

utilizzate per una elaborazione più profonda.

Secondo la teoria dell'elaborazione autoiniziata di Craik anche altre variabili possono essere

critiche per l'avviare processi efficaci di memoria in particolare nella fase di codifica e di recupero.

Processi autoiniziati sono necessari quando la persona non ha alcuna facilitazione e deve trovare il

modo per memorizzare e recuperare delle informazioni.

Un aspetto cruciale di questa teoria è la nozione di supporto ambientale, infatti più il supporto

ambientale è alto, meno è necessario basarsi sui processi autoiniziati e minori sono le differenze di

età; più il supporto ambientale è scarso, più le differenze di età tra giovani anziani sono accentuate.

Secondo la teoria dei processi automatici e controllati, la diminuzione nell'invecchiamento nella

prestazione cognitiva in compiti di memoria è legata un deficit specifico di processi controllati, da

distinguere da quelli automatici che sono, invece, risparmiati dall'invecchiamento.

La forte influenza delle neuroscienze nello studio dell'invecchiamento cognitivo ha allontanato la

ricerca dallo studiare le componenti motivazionali, emotive, culturali e sociali che invece secondo

molti autori sarebbero centrali nello spiegare la difficoltà degli anziani in prove di memoria. A capo

infatti secondo la teoria motivazionale l'anziano non possiede minori risorse cognitive per attivare

processi controllati ma è semplicemente meno motivato a farlo.

7 MECCANISMI COGNITIVI DI BASE

Come si studia l'invecchiamento cognitivo?

Si possono distinguere due approcci fondamentali: l'approccio locale e quello globale. L'approccio

locale cerca di identificare quali componenti dell'elaborazione delle informazioni siano danneggiate

dall'invecchiamento e commesse influiscano sulla prestazione. Il metodo utilizzato è quello

sperimentale in cui si confronta la prestazione ottenuta da giovani anziani in due versioni di uno

stesso paradigma: una versione di base e uno in cui vengono manipolati i processi di interesse. Uno

dei limiti di questo approccio è quello di non fare riferimento a una teoria integrata del cambiamento

cognitivo che spieghi perché tale componente risente dell'età.

Per l'approccio globale la comprensione dell'invecchiamento cognitivo necessita, invece, di modelli

integrativi in cui si ipotizza un numero limitato di meccanismi che permettano di interpretare le

differenze dipendenti dall'età a partire da parametri generali, fornendo quindi una visione globale e

unitaria dell'invecchiamento. Il metodo utilizzato è quello con relazionale, basato sulle differenze

individuali, in cui un insieme di variabili viene utilizzato per predire le differenze dipendenti dall'età. Il

postulato di base tipico di questo approccio è quello di considerare l'invecchiamento il risultato di una

modificazione nelle risorse mentali a disposizione per elaborare le informazioni e non un'alterazione

dei processi cognitivi specifici. Con l'avanzare dell'età diminuirebbero queste risorse e ciò

spiegherebbe la differenza nelle prestazioni cognitive in prove di memoria, attenzione ecc fra giovani

anziani.

Queste risorse sono spesso identificate con uno dei seguenti meccanismi: velocità di elaborazione

delle informazioni, capacità della memoria di lavoro e capacità attentive o di inibizione.

La velocità di elaborazione indica la rapidità con cui vengono iniziati e condotte operazioni cognitive

alimentari. Essa è generalmente testata attraverso prove in cui viene chiesto di dare una risposta il

più velocemente possibile o di dare il maggior numero di risposte entro un determinato limite di

tempo, ad esempio:

Prove di velocità percettiva

Prove sui tempi di reazione semplici

Prove sui tempi di reazione complessi

Come quello di memoria, anche il concetto di attenzione si riferisce a diversi aspetti. Si può

distinguere l'attenzione richiesta nello scegliere e fissarsi sull'informazione appropriata (attenzione

selettiva), quella impegnata quando ci si concentra su una determinata attività (attenzione

focalizzata) e si mantiene a lungo la concentrazione su di essa (attenzione mantenuta), quando si

deve prestare attenzione contemporaneamente a due cose diverse (attenzione divisa), quando si

deve spostare rapidamente l'attenzione da un’informazione ad un'altra (switching).

L'inibizione è un meccanismo attentivo implicato in attività sia semplici sia complesse. Essa opera

tanto nella codifica quanto nel recupero delle informazioni immagazzinate, controllando che non

vengano attivati distrattori irrilevanti e che la persona non sia distratta da questi. Il ruolo dell'inibizione

è soprattutto legato al controllo esercitato sui contenuti temporanei della memoria di lavoro.

Secondo la teoria dell'inibizione dell'invecchiamento cognitivo, la prestazione cognitiva degli

anziani sarebbe influenzata da una maggiore difficoltà a selezionare le rappresentazioni appropriate

per i fini delle attività da svolgere e a inibire le rappresentazioni percettive e le risposte non pertinenti

dell'attività.

La prima funzione di controllo dell'inibizione consiste nel fare in modo che rappresentazioni non

pertinenti entrino nella memoria di lavoro (funzione di accesso). La seconda funzione consiste nel

controllare le rappresentazioni attivata e memoria, disattivando quelle che non sono mai state

rilevanti o che non sono più rilevanti (funzione di soppressione). La terza funzione consiste nel

controllare chi è risposte dominanti ma non appropriate prendono il sopravvento (funzione di

restrizione). Un'altra misura dell'efficienza dell'inibizione sono gli errori di intrusione, è stato notato

infatti come gli anziani in prove di memoria di lavoro ricordino molte informazioni che erano state

effettivamente presentate ma non erano da ricordare, come tendo questi errori di intrusione.

La memoria di lavoro si riferisce alle operazioni utilizzate per immagazzinare temporaneamente le

informazioni anche al fine di elaborare le per l’esecuzione di altri compiti la definizione di memoria di

lavoro varia notevolmente a seconda della teoria. Riportiamo due concezioni: secondo una prima

concezione la memoria di lavoro è un sistema unitario che può implicare l'attivazione temporanea di

sottocomponenti della memoria a lungo termine per mantenere ed elaborare le informazioni

attraverso l'attenzione controllata o esecutiva; secondo l'altra visione la memoria di lavoro non è

unitaria ma è scomponibile in sottosistemi, alcuni dei quali vengono definiti dalla natura del materiale

da ricordare. Questi sistemi sono, secondo il modello di Baddeley:

- il loop fonologico (responsabile del mantenimento delle info acustiche e verbali)

- il taccuino visuo-spaziale (mantiene info spaziali e visive)

- il buffer fonologico (recupera info dalla memoria a lungo termine)

- l'esecutivo centrale (sistema di controllo attentino che supervisiona e coordina le attività).

Molte variabili possono influire sulla prestazione dell'anziano come ad esempio il contesto, le

emozioni, la personalità e lo stato di salute. Molto importante è anche il momento della giornata in cui

vengono sottoposte le prove (ToD), è stato dimostrato infatti come ritmi circadiani subiscano delle

fluttuazioni nello sviluppo: orologio biologico sembra essere fissato nel tardo pomeriggio per i giovani,

ma al mattino per gli anziani.

8 EMOZIONI, MOTIVAZIONI E PERSONALITÀ NELL'INVECCHIAMENTO ATTIVO

Molti studi hanno evidenziato come le emozioni e gli affetti acquistino grande rilievo nella vita

quotidiana di un anziano. Rispetto ai giovani, gli anziani sono più proiettati verso gli affetti,

assegnano una via preferenziale alle emozioni, ricercano relazioni e affetti stabili come la famiglia i

nipoti ecc. nella letteratura sull'elaborazione emotiva nell'invecchiamento sono stati proposti tre

approcci teorici: delle emozioni differenziali (DET), dell'integrazione dinamica (DIT), della selettività

socioemotiva (SST).

L'approccio delle emozioni differenziali sostiene che le emozioni diventano sempre più complesse

in età avanzata a causa di un maggior numero di rielaborazioni cognitive che mettono in relazione le

diverse emozioni tra di loro. Secondo questo approccio c'è un numero limitato di emozioni umane di

base, molte delle quali non cambiano per tutto l'arco della vita.

L'approccio dell'integrazione dinamica afferma che la capacità di integrare aspetti cognitivi con le

esperienze affettive aumenta con l'età.

Entrambi questi approcci sostengono che con l'aumentare dell'elaborazione cognitiva, aumenta la

complessità delle emozioni. In particolare secondo la DIT, Durante tutto l'arco di vita individui

possono evidenziare due percorsi di sviluppo emotivo, uno basato sull'ottimizzazione e uno sulla

differenziazione delle emozioni. L'ottimizzazione è un meccanismo di natura automatica e non

richiede grandi risorse cognitive; la differenziazione degli stati emotivi invece è un meccanismo che

prevede maggiore elaborazione consapevole delle emozioni e maggiori risorse cognitive.

Infine, l'approccio teorico più influente è quello della teoria della selettività socioemotiva che

sostiene che gli anziani danno priorità agli obiettivi emotivi in misura maggiore rispetto ai giovani.

I punti principali sono 3:

- gli obiettivi che guidano le nostre azioni possono essere classificati in 2 gruppi: gli obiettivi

conoscitivi, che si basano sull'osservazione, l'esplorazione ecc; gli obiettivi emotivi, che si riferiscono

alla capacità di regolare i propri stati emotivi.

- la percezione del tempo influenza la natura degli obiettivi che perseguiamo, quando il tempo viene

percepito come illimitato gli individui sono proiettati verso gli obiettivi conoscitivi, quando invece si

percepisce il tempo come limitato di individui sono orientati verso gli obiettivi emotivi.

- la percezione temporale influenza la qualità degli stati emotivi nell'invecchiamento.

Una serie di studi ha evidenziato che giovani anziani prediligono esperienze emotive diverse, per

esempio i giovani adulti mostrano una maggiore attenzione verso gli aspetti negativi di un evento,

invece l'aumentare dell'età assistiamo allo spostamento di interesse verso gli aspetti positivi. Il dato è

stato definito "effetto positività", per spiegare la tendenza degli anziani a prediligere ricordi positivi

ai fini del loro benessere. Tuttavia non tutti gli anziani mostrano l'effetto positività, il controllo

cognitivo è infatti cruciale per la generazione di quest'effetto: solo gli anziani che ottengono

prestazioni elevate nei compiti di controllo cognitivo sono in grado di soddisfare meglio i propri

obiettivi di regolazione delle emozioni e mostrano quindi un effetto positività più marcato.

Quotidianamente viviamo successi insuccessi e ci chiediamo la ragione, questo tipo di riflessione

conduce allo stile attributivo, ovvero quella modalità piuttosto stabile di attribuire i nostri agli altri

risultati alle nostre capacità o ai fattori esterni. L'importanza dello stile attributivo per la motivazione e

per il benessere è notevole. Studi condotti per confrontare lo stile attributivo di giovani e gli anziani

hanno dimostrato che gli anziani tendono più dei giovani ad attribuire a cause stabili e specifiche,

come il non sentirsi portati o in grado di affrontare un dato compito. Si arriva a ritiro dal compito, al

disimpegno, a non cimentarsi nemmeno e si parla quindi di impotenza appresa. Un ruolo

determinante nello stile attributivo dell'anziano è quello svolto dall'ambiente. Quanto più le persone

significative pensano che i successi o gli insuccessi dell'anziano dipendono da cause controllabili o

incontrollabili, tanto più l'anziano sarà portato a pensare alla stessa maniera.

Sentirsi capaci, attribuire all'impegno personale propri successi, poter scegliere, essere soddisfatti in

questi processi è certamente motivante perché incide sui giudizi di fattibilità.

Secondo un modello motivazionale proposto da Eccles, la motivazione è il prodotto di due fattori:

le aspettative e i valori. Le aspettative riguardano il credere di riuscire, i valori il voler riuscire. A

definire il valore vi sono quattro distinti aspetti, tre addittivi e uno sottrattivo. I primi 3 sono: gli obiettivi

a lungo termine, le emozioni anticipate e la percezione di utilità. L'elemento sottrattivo è il costo, cioè

quanto il compito comporti fatica.

I pensieri possono demotivare, ma anche l'ambiente gioca un ruolo determinante andando a

incidere sulle attribuzioni, sulla soddisfazione dei principali bisogni e sui valori. Inoltre l'ambiente può

demotivare anche in maniera più diretta senza modificare il sistema di pensieri e le percezioni.

Esaminiamo 3 modalità attraverso le quali ciò può avvenire:

- La minaccia dello stereotipo: gli stereotipi inducono i soggetti che ne sono colpiti a comportarsi in

conformità alle attese; è questa la minaccia dello stereotipo, si teme di dimostrarsi come gli altri

credono e mossi da questo timore si rischia di fare peggio.

- Sostituirsi: ogni persona esprime il bisogno di sentirsi competente in diversi ambiti e situazioni,

l'eventuale frustrazione di tale bisogno genera demotivazione e riduce la percezione di benessere.

- Feedback che stimolano una teoria entitaria e il ritiro: fra le condizioni ambientali

potenzialmente dei motivanti vi sono i feedback, ovvero quei messaggi che volutamente o a volte

anche spontaneamente vengono a rafforzare un risultato ho un impegno. I feedback sulla persona

tendono a demotivare, mentre i feedback sul compito favoriscono la motivazione e riducono la

tendenza a evitare compiti e situazioni.

Appare chiara quindi l'importanza delle dimensioni motivazionali ed è possibile individuare strategie

e modalità per motivare gli anziani e i caregivers:

- La percezione di controllo: il sentire che si sta padroneggiando la situazione e si è protagonisti. Il

benessere la soddisfazione sembrano dipendere non tanto da quanto controllo è oggettivamente è

possibile esercitare, ma dal rapporto fra attesa di controllo esercitabile controllo effettivamente

esercitato.

- L'esercizio del controllo: ci sono tre modalità per sentirsi artefici della propria vita: sostenere

l'autoefficacia, contrastare gli stereotipi, percepire le possibilità di scelta come opportunità.

L'autoefficacia consiste nel credere, posti davanti a un compito, di riuscire.

Con il termine "personalità" ci si riferisce al complesso insieme di sistemi psicologici che

contribuiscono all'unità e alla continuità della condotta e dell'esperienza individuale. Essa quindi è un

costrutto complesso, che analizza come vediamo gli altri, come gli altri vedono noi stessi e come noi

vediamo noi stessi. Lo studio dello sviluppo della personalità pone quindi interrogativi sulla stabilità e

sul cambiamento della personalità con l'età. L'idea di stabilità implica un'assenza di cambiamento

nel tempo. Recentemente però al concetto più rigido di stabilità si preferisce quello di continuità,

concetto che vede la persona come capace di svilupparsi dinamicamente e di cambiare nel tempo,

pur continuando a preservare determinate caratteristiche salienti.

Gli strumenti utilizzati per misurare la personalità sono diversi: le interviste o gli inventari di

personalità, misure proiettive, l'osservazione del comportamento, studi trasversali e studi

longitudinali.

La ricerca nel campo della personalità e dell'invecchiamento sia sviluppata a partire dalla

concettualizzazione di stadio, la quale sottolineava come ogni fase della vita avesse un cambiamento

di personalità caratteristico.

I modelli a stadi suddividono il ciclo di vita in periodi tipici nei quali la personalità si sviluppa e cambia.

A ogni stadio, quindi alcuni tratti e alcune caratteristiche saranno predominanti per quel periodo di

vita. Due teorici dello sviluppo a stadi furono: Carl Jung e Erik Erikson.

- Jung nella sua teoria degli stadi, ha proposto che lo sviluppo della personalità continuasse anche

nell'età adulta, dove alle persone richiesto di bilanciare i vari aspetti del sé in base sia alle richieste

dell'ambiente sia i propri bisogni. Jung propose che lo sviluppo della personalità fosse collegato a

due dimensioni: l'estroversione/introversione e la mascolinità/femminilità. Per quanto riguarda la

prima dimensione afferma che con il passare dell'età si osserva il passaggio dal estroversione, tipica

dei giovani, all'introversione, tipica degli anziani. Per quanto riguarda la dimensione

mascolinità/femminilità, Jung afferma che nella giovane età la differenza tra mascolinità e femminilità

è molto marcata, mentre nell'invecchiamento la pressione a comportarsi come definito dal ruolo di

genere diminuisce.

- Erikson ha proposto una teoria con otto stadi psico-sociali, ognuno dei quali è caratterizzato da una

particolare sfida, che l'individuo deve affrontare e che mette alla prova il suo sì. Io ultimi tre stadi

sono quelli che caratterizzano la vita adulta e la vita anziana. Dai 20 ai 35 anni la sfida da affrontare

è quella dell'intimità vs l'isolamento. Se il giovane la risolve positivamente conoscerà la virtù

dell'amore. Dai 35 ai 65 anni la sfida è la generatività vs stagnazione, riferita alla capacità di

produrre e dare un contributo alla generazione successiva. Gli adulti che risolvano positivamente

questa fase sono quelli che potranno conoscere la virtù del prendersi cura. Infine, per gli

ultrasessantacinquenni, la sfida è quella tra l'integrità dell'io vs disperazione, per la quale l'anziano

deve cercare di mantenere integro il proprio Sé.

Questo concetto di integrità dell'Io nell'invecchiamento è stato ripreso da molti altri studiosi della

personalità e può essere visto come un aspetto chiave per un invecchiamento di successo.

In corrispondenza con gli anni della vecchiaia si possono presentare alcune situazioni critiche di

stress, come il distacco dalla vita lavorativa o la perdita di persone care. Gli studi hanno trovato che

gli anziani usano una combinazione di strategie di coping focalizzate sulla regolazione delle

emozioni e sulla maggiore accettazione del proprio stato, come controllo e soluzione degli eventi

stressanti.

Secondo Rotter il locus of control è definito su un continuum che va da interno a esterno. Le

persone con un locus of control interno percepiscono di avere controllo su quello che gli accade,

viceversa le persone con locus of control esterno attribuiscono i risultati a fattori esterni.

9 INVECCHIAMENTO DI SUCCESSO:VIVERE A LUNGO, VIVERE BENE

In psicologia si fa riferimento spesso alla prospettiva dell'arco di vita, assunto di base di tale

approccio è che lo sviluppo caratterizzi tutta la vita. Tra le varie influenze sullo sviluppo individuale e

quindi anche sull'invecchiamento giocano un ruolo importante quelle dovute all'età, quelle dovute agli

eventi storici, quelle dette "non normative". Nell'analisi di questa prospettiva non può essere

tralasciato il ruolo attivo che ogni individuo ha nella costruzione del proprio sviluppo e del proprio

invecchiamento. È possibile infatti invecchiare bene, individuando e utilizzando in modo flessibile il

potenziale personale è costituito dalle riserve cognitive, emotive, fisiche, personali e di relazione nelle

molteplici circostanze della quotidianità. Nella sua metateoria dello sviluppo Baltes definisce e

spiega tre componenti fondamentali che influiscono in modo determinante nella crescita individuale:

la selezione, l'ottimizzazione e la compensazione (SOC). Con selezione si fa riferimento alla scelta

dell'individuo di definire obiettivi per raggiungere un alto livello di funzionamento, nei limiti imposti

dalle risorse biologiche e ambientali disponibili. Si fa invece riferimento all'ottimizzazione quando le

risorse personali e sociali disponibili vengono adoperate in modo ottimale, per elaborare e

perfezionare i mezzi a disposizione al fine di raggiungere gli obiettivi proposti.

La compensazione è lo sviluppo di adeguate strategie in grado di sopperire alle perdite, utilizzando

risorse residui, siano esse personali, cognitive, affettive o sociali.

Lo studio del benessere psicologico è piuttosto recente, esso trova spazio solo a partire dagli anni

90, con l'emergere della psicologia positiva.

In psicologia positiva si distinguono il benessere soggettivo o edonico dal benessere psicologico o

eudaimonico.

Per la sua rilevanza teorica e storica, di seguito è approfondito il modello multicomponenziale di

Ryff. L'autrice identifica, nell'accezione eudaimonica del benessere psicologico, 6 fattori principali

che concorrono a determinare:

-Autoaccettazione

-Crescita personale

-Relazioni positive con gli altri

-Autonomia, autodeterminazione e indipendenza

-Dominio sull'ambiente

-Scopo di vita

Ryff basandosi su tali dimensioni propose anche uno strumento per valutare il benessere: la scala

del benessere psicologico, con 84 item volti a indagare le dimensioni sopra riportate.

Keyes estende il modello precedente all'ambito sociale identificando cinque fattori che contribuiscono

a determinare il benessere sociale:

-Integrazione

-Coerenza

-Contributo

-Realizzazione

-Accettazione

Questi cinque fattori, considerati congiuntamente, indicano se e quanto un individuo funziona bene

nel contesto sociale.

La resilienza, la virtù, gli scopi di vita e il benessere psicologico costituiscono i quattro pilastri della

moderna sì con lo Gia positiva. Molti studi si sono focalizzati sugli aspetti di personalità sociali o

ambientali che possono favorire il benessere psicologico. La relazione tra costrutto multidimensionale

di benessere e la percezione soggettiva è stata ed è tuttora oggetto di interesse e di vari studi che si

sono spinti a esplorarla anche nell'ambito dell'invecchiamento normale e patologico. Suscita molto

interesse la relazione tra benessere psicologico multidimensionale e le età.

Non va inoltre ignorata l'importanza della percezione di benessere anche in realtà come quelle

dell'istituzione nella quale la percezione la soddisfazione di vita assolvono un ruolo ancora maggiore.

Vivere in istituto ha indubbiamente un'influenza sulla percezione di benessere. L'alta percezione del

benessere vissuta, sperimentata ed espressa dagli anziani stessi, che si percepiscono soddisfatti

della loro vita nonostante le difficoltà che l'età porta con sé è nota in letteratura come il "paradosso

del benessere nell'invecchiamento". Esso viene spiegato riferendosi ai seguenti fattori psicologici:

maggior senso di controllo, maggiore creatività nell'anziano, ma soprattutto maggiore capacità di

adattamento ai cambiamenti che caratterizzano l'invecchiamento stesso.

Con l'avanzare dell'età si passa infatti da l'utilizzo di strategie di coping rivolte alla soluzione dei

problemi a strategie più focalizzate sulle emozioni, si acquisisce quindi maggiore abilità nel gestir le,

privilegiando quelle positive ed evitando situazioni conflittuali. In sintesi è possibile concludere che

nell'invecchiamento è presente una certa stabilità nei livelli di benessere psicologico esperito. Ad

eccezione degli ultimissimi anni precedenti la morte, gli anziani si ritengono soddisfatti della propria

esistenza, anche in condizioni oggettive di disagio. Ciò è dovuto a cambiamenti nella regolazione

emotiva e nelle strategie di coping nonché a un aggiustamento continuo degli obiettivi di vita.

Un aspetto centrale nello studio del benessere consiste anche nella modalità con la quale esso viene

misurato. Adottando l'approccio teorico multidimensionale proposto da Ryff, il Questionario del

benessere percepito (Ben-SSC), permette di esaminare i seguenti aspetti:

-Soddisfazione personale

-Strategie di coping

-Competenze emotive

All'interno della psicologia positiva nascono interventi di potenziamento definiti Positive Psychological

Intervention. Tali interventi sono accomunati dal focalizzarsi sul potenziamento di talune componenti,

come adeguate competenze emotive, la soddisfazione di vita, la resilienza e la pratica di un pensiero

ottimista. L'interesse di questi interventi è quello di accrescere componenti che possano favorire

un'espansione delle proprie potenzialità e degli scopi di vita. Al contempo e si sarebbero efficaci

nell'agire sull'affettività negativa, incrementando gli atteggiamenti positivi. Solo recentemente questo

tipo di interventi è stato preso in considerazione come possibilità di trattamento per individui con

elevati livelli di ansia o con un tono dell'umore deflesso. Alla luce di tali evidenze positive presenti

letteratura, De Beni e colleghi hanno proposto un percorso di potenziamento del benessere, Lab.1

Empowerment Emotivo, che si propone di affrontare tale aspetto in termini di funzionamento ottimale,

considerandolo nella sua multidimensionalità e di accrescere alcune componenti nella gestione della

quotidianità.

Il Lab.1 Empowerment Emotivo si colloca all'interno del Progetto Cornaro, Che si propone di fornire

strumenti di valutazione e di miglioramento in un'ottica multidimensionale e multifattoriale. Potenziare

gli aspetti emotivi ha quindi un'importante influenza anche sugli aspetti cognitivi. Questo ci induce a

pensare come sia sempre più necessario considerare le continue interazioni che avvengono tra

questi due sistemi non privilegiandone uno rispetto ad un altro.

10 LA PROMOZIONE DELL'INVECCHIAMENTO ATTIVO

L'Organizzazione mondiale della sanità ha proposto il concetto di "invecchiamento attivo" per indicare

il processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza degli anziani. La

parola "attivo" riflette l'importanza attribuita al coinvolgimento in attività produttive, al mantenimento di

un impegno sociale, economico, spirituale, culturale e civico, e perciò non soltanto l'importanza di

mantenersi fisicamente attivi. È stata più volte confermata la relazione positiva tra attività fisica

regolare e invecchiamento di successo, per quanto riguarda sia la salute fisica sia quella psicologica

e il funzionamento generale dell'individuo. I benefici di una regolare attività fisica, infatti, concernono

non soltanto il corpo, ma anche il benessere mentale, le funzioni emotive, la qualità della vita in

generale. L'esercizio fisico ha mostrato inoltre sortire effetti positivi sulla salute mentale, sul

funzionamento cognitivo, contrastando la depressione, l'ansia, e giovando alle relazioni sociali. il

processo di invecchiamento dipende dall'interazione tra fattori mio genetici e fattori di sviluppo, molti

di questi agenti sono correlati con lo stile di vita adottato dalle persone, includendo il modo di di

nutrirsi, il fumo e il consumo di alcol. Numerosi studi dimostrano che l'attenersi alla dieta

mediterranea si associa ad una significativa riduzione della mortalità totale, a un abbassamento del

rischio dell'insorgere di malattie cardiache e coronariche, con conseguente aumento dell'aspettativa

di vita. Fumare rappresenta un'abitudine comportamentale nociva alla salute che si associa un alto

rischio di mortalità. I non fumatori confrontati con i fumatori dimostrano un decremento del 35% nei

fattori di rischio di morte.

La promozione dell'invecchiamento ottimale non comporta solo il potenziamento della salute fisica e

la prevenzione della disabilità, ma anche la compensazione e il potenziamento di abilità cognitive,

emozionali, della personalità e psico-sociali. Numerosi studi hanno dimostrato l'importanza di alcune

variabili che influenzano e predispongono le persone a mettere in atto comportamenti diretti al

miglioramento della propria salute. La relazione tra percezione di controllo e salute è particolarmente

importante con l'avanzare dell'età, dal momento che gli anziani più di altri si trovano esposti a

condizioni ed eventi socio ambientali e personali che rappresentano una minaccia per il benessere.

Un elemento centrale del controllo percepito è rappresentato dai giudizi che le persone danno sulle

proprie capacità di organizzare e gestire le situazioni, in altre parole le loro "convinzioni di

autoefficacia". L'autoefficacia percepita corrisponde alla convinzione che gli individui hanno di

essere capaci di realizzare determinate azioni e di raggiungere livelli prefissati.

La vecchiaia porta con sé un declino più o meno marcato delle diverse funzioni neuropsicologiche, e

dunque in evitabile che tale deteriorarsi compromette in qualche modo il buon funzionamento

psicologico sociale. Tuttavia il normale declino cognitivo associato all'invecchiamento può

significativamente essere ritardato, attenuato e compensato. Gli studi sulla capacità di riserva e

plasticità cognitiva dimostrano che il cervello invecchiando mantiene la capacità di adattarsi agli

stimoli e che, se esistono funzioni cognitive che subiscono un inevitabile declino con l'età, vi sono

altre funzioni cognitive che subiscono modificazioni che permettono di compensare quelle più

compromesse.

I vantaggi legati alla pratica regolare di attività fisica sono ormai evidenti. Risulta chiaro come l'attività

fisica sia più ampia e comprensiva rispetto all'esercizio fisico. Rientrano in questa descrizione attività

svolte quotidianamente, i lavori fatti in casa, le attività ricreative del tempo libero. I vantaggi legati alla

pratica dell'attività fisica regolare si evidenziano in primis relativamente alla salute fisica; essa è

inoltre associata un ridotto rischio di sviluppare alcune forme di neoplasie e di diabete, a una minore

incidenza dell'obesità, a un recupero più rapido in seguito a malattie gravi e in generale a un

funzionamento fisico più efficiente.

Sono moltissimi gli studi che si sono occupati della relazione tra attività fisica e depressione, tono

dell'umore, ansia e autostima e sono stati riscontrati effetti positivi.

L'interesse per il funzionamento cognitivo patologico è certamente più recente e di grande rilevanza

considerando che rischio di sviluppare una demenza aumenta con l'aumentare dell'età e comporta

costi molto elevati per la sanità. I risultati, sebbene non permettano di definire quale sia la quantità

ottimale di attività fisica da praticare, evidenziano come la pratica di attività fisica riduca il rischio di

declino cognitivo, di demenza e di Alzheimer. Nonostante tutti questi dati il numero di praticanti tra

coloro che hanno superato i 65 anni di età rimane piuttosto basso.

La letteratura scientifica ha evidenziato diversi fattori che possono facilitare un sano comportamento

in termini di attività fisica. Secondo la teoria socialcognitiva, i fattori personali, ambientali e

comportamentali interagiscono reciprocamente nel determinare il comportamento, il quale è a sua

volta influenzato da tre meccanismi di autoregolazione che operano insieme: l'autoefficacia

percepita, le aspettative del risultato e gli obiettivi personali.

Bandura ha introdotto l'espressione "autoefficacia regolativa" per indicare la fiducia nelle proprie

capacità di mantenere nel tempo il comportamento anche di fronte a una serie di ostacoli e ne ha

sottolineato il ruolo fondamentale nella regolarità di uno stile di vita attivo.

La teoria del comportamento pianificato postula che il migliore predittore del comportamento sia

l'intenzione comportamentale, essa è predetta dagli atteggiamenti, dalle norme soggettive e dal

controllo comportamentale percepito. Gli atteggiamenti si riferiscono al grado con cui una persona

valuta favorevolmente o favorevolmente il comportamento in oggetto. Le norme soggettive

riguardano la valutazione che gli altri esprimerebbero di fronte alla messa in atto di quel

comportamento. Infine, il controllo comportamentale percepito fa riferimento alla facilità o difficoltà

percepita di attuare il comportamento.

A partire dagli anni 2000 si è manifestato un crescente interesse nell'applicazione dei modelli

ecologici alla promozione dell'attività fisica. Secondo tali modelli, nello spiegare il comportamento di

attività fisica va preso in esame anche l'ambiente di vita. Uno studio del 2004 ha concluso che la

sicurezza e l'estetica dell'ambiente sono correlati allo sviluppo di attività fisica da parte delle persone

anziane.

11 INVECCHIAMENTO AL LAVORO: LA TARDA CARRIERA E LA TRANSIZIONE AL

PENSIONAMENTO

Il nostro paese è impegnato negli ultimi anni a innalzare l'età pensionabile e a incrementare la

porzione di occupati in età compresa tra i 55 64 anni. Vi sono alcuni macroprocessi demografici e

sociali che hanno reso in qualche modo inevitabili queste tendenze.

Ne possono essere sintetizzate 3:

-Il tasso di fertilità femminile è drasticamente è crollato negli ultimi cinquant'anni

-La speranza di vita delle persone è costantemente aumentata nell'ultimo secolo, raggiungendo oggi

circa i 82 anni

-La generazione del baby boom (1964-1965), che ha rappresentato l'ultimo segnale temporaneo di

ripresa della natalità nel secolo scorso.

A questo proposito l'indice demografico denominato "old age dependency ratio" mostra un trend

molto chiaro: oggi in Italia vi è un over 65 ogni quattro persone in età da lavoro. Ciò ha spinto molti

studiosi a occuparsi della carriera lavorativa in età avanzata e di come lavoratore anziano è

considerato a livello di immagine sociale. In particolare l'attenzione di numerosi ricercatori si è

focalizzata sullo studio degli stereotipi nei confronti del lavoratore anziano e sulle potenziali ricadute

in termini di comportamenti discriminatori. Svariate ricerche hanno messo in evidenza la presenza di

stereotipi negativi associati al lavoratore anziano, essi sono generalmente considerati: meno

produttivi, più resistenti al cambiamento, con minore propensione ad apprendere, più costosi, con

prospettive a più breve termine, più esposti a disturbi e a malattie, più vulnerabili dal punto di vista

dell'interferenza tra vita lavorativa e vita familiare.

Si è già sottolineato come la motivazione al lavoro non tende a declinare con l'età, smentendo così

stereotipi ampiamente diffusi. Un primo modello teorico cerca di spiegare come diversi aspetti

motivazionali possono evolvere con lo sviluppo e l'invecchiamento.

Gli individui in età avanzata potrebbero cercare nel lavoro in modo più intenso l'opportunità di

collaborare con altri, di costruire relazioni umane più significative. Si parla a questo proposito di

motivazione generativa, cioè la spinta a fare qualcosa di utile per gli altri e per la società.

Una seconda teoria riguardo lo studio della motivazione in età avanzata è quello della SOC, secondo

cui le persone perseguono un tentativo continuo di massimizzare esiti desiderabili della propria

esistenza e minimizzare esiti negativi.

Una terza sfera psicologica in cui è possibile intravedere alcune caratteristiche tipiche del lavoratore

anziano è quella relativa agli atteggiamenti alle emozioni, si può notare come in generale vi siano

modeste correlazioni tra età anagrafica e atteggiamenti.

Un'altra teoria al riguardo è quella della SES, Che ipotizza che la selezione degli scopi, l'assetto

motivazionale e la costruzione dei progetti da parte degli individui siano fortemente influenzati dalla

percezione del tempo.

In estrema sintesi e il profilo del lavoratore maturo può essere così tratteggiato: più attento al

contesto organizzativo, più orientata a valorizzare gli aspetti intrinseci del lavoro, più stabile sul piano

emotivo, più impegnato nel valorizzare le relazioni sociali.

Sono state sviluppate due linee di approfondimento: la prima riguarda il rapporto tra età,

caratteristiche del compito e job design. Entro tale prospettiva di ricerca si cerca di comprendere

quali sono le caratteristiche della mansione di lavoro che possono essere più adatte al lavoratore

maturo.

La seconda linea di ricerca approfondisce il tema dell'occupazione che prevedono continui contatti

con la clientela e con il pubblico, interazioni regolari, compiti di gestione delle relazioni sociali in

rapporto all'età dei lavoratori.

L'esperienza individuale del passaggio dal lavoro al pensionamento ha subito notevoli

trasformazioni, le norme sociali sul pensionamento sono in fase di forte trasformazione. In sintesi,

livelli di salute, disponibilità finanziaria, struttura delle opportunità del mercato e normativa vigente

sono i quattro fattori tradizionalmente ritenuti determinanti nella decisione del ritiro dal lavoro.

Sarchielli e Fraccaroli propongono di interpretare la fase di pensionamento come una importante

transizione psicologica che porta ristrutturazioni identitarie e un riesame profondo del concetto di sé.

12 TRAINING DI MEMORIA NELL'INVECCHIAMENTO

Nell'invecchiamento i nuovi apprendimenti sono spiegati da quella che viene chiamata plasticità

cognitiva, presente a tutte le età, con essa si fa riferimento al concetto di modificabilità e viene

intesa come quella quantità di risorse cognitive che attraverso procedure specifiche può essere

attivata per migliorare le prestazioni in differenti compiti cognitivi. Accanto alla plasticità cognitiva

l'invecchiamento si caratterizza anche per una certa plasticità cerebrale. Il concetto di plasticità è

stato studiato anche relazione alla memoria episodica, come stato dimostrato infatti l'avanzare

dell'età compromette la memoria episodica. Queste riflessioni hanno spinto i ricercatori a seguire

varie strade per progettare percorsi di potenziamento: la maggior parte degli studi aver seguito un

obiettivo di potenziamento o riattivazione, una seconda serie di studi avuto un approccio

compensativo.

All'interno dei training con la finalità di potenziare o riattivare le abilità carenti si può fare una

distinzione, ci sono infatti: training strategici, training centrati sul problema, training process-based,

training metacognitivi, training multifattoriali.

Nei training strategici ai partecipanti si insegna a utilizzare delle strategie o tecniche di memoria. I

training centrati sul problema nascono invece dall'esigenza di risolvere la specifica difficoltà

lamentato dall'anziano proponendo soluzioni pratiche per dimenticanze legate alla vita quotidiana. I

training process-based hanno come obiettivo migliorare il sistema di elaborazione delle

informazioni. I training metacognitivi focalizzano il percorso di promozione sulle conoscenze e

sull'atteggiamento verso i compiti di memoria quindi su quella che viene chiamata metamemoria. I

training multifattoriali nascono dall'evidenza che la prestazione di memoria dipende non solo dalla

conoscenza di strategie ma anche da altre variabili cognitive e non cognitive.

L'approccio compensativo nasce, invece, dai risultati presenti letteratura che dimostrano come gli

anziani nello svolgere prove in cui hanno difficoltà utilizziamo strategie di esecuzione differenti

rispetto ai giovani.

I dati presenti letteratura circa l'efficacia dei training riguardano soprattutto quelli di potenziamento,

non sono molti infatti gli studi che hanno adottato un approccio compensativo. Sono risultati più

efficaci i training in cui: erano incluse sedute di pre-training, le attività si svolgevano in situazioni di

gruppo, le sedute non erano troppo lunghe, i partecipanti non erano molto anziani. Un effetto

auspicabile di un training è il miglioramento non solo nell'abilità direttamente trattata, ma anche

abilità che implicano quella potenziata (far transfer effect). Per quanto riguarda il miglioramento

nell'abilità trattata, questo dovrebbe essere misurabile anche con prove che valutano processi diversi

rispetto quelli in cui partecipanti sono stati esercitati (near transfer effect).

Un aspetto critico della ricerca sui training di memoria nell'invecchiamento riguarda le convinzioni che

gli anziani hanno circa le proprie abilità cognitive e in particolare quelle relative al funzionamento

della propria memoria. Molti studi hanno evidenziato che gli anziani vivono i cambiamenti nella loro

memoria in termini di un peggioramento, hanno più credenze negative. Il percepirsi non efficaci ha

come conseguenza una forte demotivazione che si manifesta con una scarsa propensione all'uso di

strategie utili e con l’evitamento delle situazioni sfidanti percepite come un probabile fallimento. Le

prestazioni dell'anziano quindi risentirebbero maggiormente del sistema di credenze e di fiducia nella

propria efficienza mnestica rispetto ai giovani.

Un ristretto numero di ricerche sui training centrati sulla memoria episodica si è preoccupato di

verificare l'efficacia degli interventi a lungo termine, infatti il mantenimento dei benefici dovuti al

training non è sempre riscontrabile nei mesi successivi. In conclusione l'analisi della letteratura

suggerisce un mantenimento dei benefici dovuti al training anche negli anziani, favorito dalla richiesta

esplicita di riutilizzare la strategia appresa durante il training e da sedute intermedie fra post-test e i

successivi follow-up.

Recentemente De Beni e colleghi hanno proposto un intervento strategico-metacognitivo per

potenziare la memoria negli anziani. Il progetto nasce dalla consapevolezza che il declino della

memoria non sia determinato solo dal decadimento biologico, ma dipenda anche da deficit

metacognitivi risolvibili con opportuni interventi. Sulla base di queste considerazioni il training

proposto prevede sia l'insegnamento di differenti strategie di memoria, sia l'intervento metacognitivo

volto a modificare l'inadeguato atteggiamento emotivo-motivazionale dell'anziano di fronte a compiti

di memoria. L'intervento metacognitivo si struttura in 9 incontri a cadenza settimanale della durata di

due ore ciascuno. A ogni incontro vengono assegnati alcuni compiti individuali da svolgere durante la

settimana, in ogni sessione inizialmente viene dedicato uno spazio di discussione delle tematiche

affrontate nell'incontro precedente e dell'esperienza legata ai compiti per casa. Le principali strategie

insegnate vanno da strategie molto semplici, come la reiterazione, ad altre più complesse, come la

creazione di storie. Nella nuova generazione di studi training, rispetto alle due generazioni

precedenti, vengono valutati sia il mantenimento del beneficio nel tempo sia la sua generalizzazione

ad altre abilità non direttamente potenziate dall'intervento. Questi studi sono centrati su quelli che

vengono chiamati "process-based training". Viene data particolare importanza alla memoria di lavoro

e l'obiettivo comune di tali training è migliorare il sistema di elaborazione delle informazioni, limitando

le strategie compito-specifiche, favorendo effetti di generalizzazione a lungo termine e superando i

limiti dei training mnemonici. In conclusione, gli studi sui training di memoria di lavoro mostrano come

anche uno degli aspetti chiave della cognizione possa essere modificato e come questo possa

avvenire anche dell'invecchiamento. Ciononostante, un intervento per essere efficace deve

promuovere lo sviluppo di strategie personali per lo svolgimento del compito stimolando quindi

l'individuo sia dal punto di vista cognitivo sia dal punto di vista motivazionale.

Dal punto di vista teorico, gli studi sui training di memoria pongono al ricercatore il problema di

chiarire a cosa sia dovuto all'incremento che gli anziani mostrano dopo il training e cosa

effettivamente venga modificato. Distingue fra tre livelli di prestazione che insieme contribuiscono al

profilo di plasticità individuale: la prestazione di base, la plasticità di base, la plasticità evolutiva. La

prestazione di base indica livello iniziale della prestazione dell'individuo senza alcun intervento o

supporto. La plasticità di base fa riferimento alle risorse che possono essere attivate dopo aver

fornito un supporto, prima che la prestazione venga emessa. La plasticità evolutiva si riferisce

all'incremento di prestazione ottenibile con attività specifiche.

In conclusione il dato che emerge chiaramente riguarda la possibilità di potenziare la memoria degli

anziani, o meglio di riattivarla, grazie a una latente e capacità di apprendimento e a una plasticità che

caratterizza l'età adulta avanzata. L'efficacia di un training è data non solo da variabili che riguardano

i partecipanti ma anche dalla sua struttura, quindi da variabili che dipendono dal ricercatore.

13 RAPPRESENTAZIONI DELL'AMBIENTE, ABILITÀ E PREFERENZE VISUO-SPAZIALI

NELL'INVECCHIAMENTO

Nei prossimi paragrafi studieremo alcuni modelli teorici che cercano di identificare quali fattori

interni ed esterni entrino in gioco nella complessa interazione individuo-ambiente, ponendo

l'accento su diverse variabili. In particolare, nell'ambito della psicologia ambientale sono stati

proposti alcuni modelli che cercano di precisare quali fattori interni ed esterni permettono all'individuo

di mantenere un buon livello di autonomia e quindi una buona qualità della vita. Altri modelli, invece,

pongono l'accento sulle caratteristiche affettivo-emotive e sociali della relazione individuo-ambiente.

Più recentemente nell'ambito della cognizione spaziale sono stati proposti alcuni modelli che

considerano il ruolo delle abilità cognitive e delle differenze individuali in relazione a caratteristiche

ambientali utili a capire come cambia la relazione individuo-ambiente nella persona che invecchia.

Modelli classici

Il modello ecologico è uno dei principali modelli teorici della psicologia ambientale e cerca di

individuare quali fattori influiscono sulla capacità della persona di adattarsi all'ambiente e assicurarsi

un buon livello di autonomia e benessere. Il modello definisce il processo di adattamento

dell'individuo in termini di equilibrio tra competenza ambientale della persona (fattore interno) e

pressione ambientale (fattore esterno). La competenza ambientale include le capacità sensoriali,

motorie e cognitive che ciascun individuo possiede e come le utilizza per creare intorno a sé un

ambiente in grado di soddisfare i propri bisogni. Con il concetto di pressione ambientale, invece si

fa riferimento a tutte quelle variabili contestuali ambientali che influenzano il processo di adattamento

dell'individuo, creando situazioni problematiche e sfidanti.

Un secondo modello è il modello della complementarità-congruenza che è utile per spiegare

come cambia la relazione individuo-ambiente nell'invecchiamento. Il modello è diviso in tre parti: i

predittori, modificatori, risultati. I predittori sono i bisogni dell'individuo e le caratteristiche ambientali

che promuovono/ostacolano il soddisfacimento di tali bisogni.

I modificatori sono la parte significativa del modello e si trovano al centro, essi sono variabili che

intervengono nella relazione tra competenze dell'individuo, risorse ambientali e soddisfacimento dei

bisogni. I risultati sono presentati nella parte destra del modello e sono ottenuti dalla relazione tra

competenza dell'individuo e risorse ambientali in termini di soddisfazione, benessere, autonomia e

indipendenza.

Modelli di attaccamento all'ambiente

Altri ricercatori hanno studiato la relazione individuo-ambiente in termini di attaccamento della

persona un luogo. L'attaccamento un luogo è il legame che si crea tra l'individuo e un ambiente per

lui significativo. Ci sono 3 tipi di fattori che intervengono a definire il legame di attaccamento: fattori

personali, processi psicologici, fattori ambientali.

Fattori personali: la persona costruisce grazie all'esperienza significati coerenti con l'immagine di

sé, che condivide con la collettività. La "place identity" o identità di luogo, dunque, è una dimensione

dell'identità personale che si sviluppa nel tempo grazie alle esperienze ambientali della persona, ed è

influenzata da variabili individuali come l'età o il sesso.

Processi psicologici: la costruzione del legame di attaccamento un luogo si realizza attraverso il

coinvolgimento di processi affettivi, cognitivi e comportamentali. Generalmente, il legame affettivo di

attaccamento a un luogo è definito in termini di valenza positiva, l'attaccamento sarà più forte verso

un luogo che evoca sentimenti ed emozioni positive.

Fattori ambientali: le caratteristiche dell'ambiente naturale e costruito che garantiscono la creazione

di significati e simboli oltre che il supporto e la soddisfazione dei bisogni di ciascun individuo.

Modelli cognitivi spaziali

Recentemente nell'ambito della cognizione spaziale sono stati introdotti dei modelli teorici che

prendono in considerazione la relazione individuo-ambiente in termini di interazione tra fattori interni

ed esterni alla persona, ampliando i costrutti di riferimento e aggiungendo l'analisi delle differenze

inter e intraindividuali.

Secondo il modello di Carlson la capacità di una buona esplorazione in un ambiente costruito

dipende da tre fattori principali che interagiscono tra loro: ambiente/edificio, strategie e differenze

individuali, mappa cognitiva.

Le caratteristiche dell'ambiente/edificio sono fattori esterni alla persona, cioè caratteristiche

strutturali dell'ambiente come accesso visivo, differenziazione e complessità della struttura

architettonica.

La mappa mentale dell'ambiente è la rappresentazione mentale dello spazio che la persona

costruisce, modifica e aggiorna in relazione agli input ambientali che riceve.

La persona si muove nell'ambiente grazie all'utilizzo di strategie di orientamento e preferenze

nella rappresentazione dell'ambiente.

Questi tre fattori sono in relazione tra loro. La navigazione è un processo complesso che dipende

dalla corrispondenza tra caratteristiche strutturali dell'ambiente e mappa cognitiva, dalla completezza

della mappa cognitiva grazie all'utilizzo di strategie messe in atto dalla persona sulla base delle

proprie caratteristiche individuali, e dalla compatibilità tra utilizzo di strategie e caratteristiche

strutturali dell'ambiente.

La rappresentazione dell'ambiente viene definita mappa cognitiva, espressione introdotta da

Tolman nel 1948. Attualmente le mappe cognitive e le loro caratteristiche sono studiate nell'ambito

della cognizione spaziale.

Il modello cumulativo prevede che l'acquisizione delle informazioni spaziali, necessari alla

costruzione della mappa cognitiva, avvenga in modo graduale: in un primo momento vi è la

formazione di una rappresentazione basata sugli elementi salienti dell'ambiente. In seguito vi è la

formazione della rappresentazione dei percorsi che collegano questi elementi salienti. Solo quando la

persona ha familiarità con l'ambiente, si costruisce una rappresentazione nella quale gli elementi

sono in relazione tra loro indipendentemente dal proprio punto di vista come se l'ambiente fosse

osservato dall'alto su una mappa.

Alcune ricerche hanno studiato le differenze di età tra giovani anziani nell'apprendimento di percorsi

attraverso la navigazione reale dell'ambiente. La familiarità con l'ambiente sembra una variabile

rilevante nell'influenzare l'accuratezza delle prestazioni a compiti spaziali dell'invecchiamento.

Un percorso in un ambiente può essere appreso non solo attraverso la navigazione, ma anche

attraverso l'utilizzo di input verbali, come quando in una città nuova si chiedono indicazioni ai

passanti, oppure attraverso l'uso di input visivi.

Dal momento che le abilità verbali sono meno sensibili al declino cognitivo relativo all'età, gli anziani

potrebbero essere favoriti dell'apprendimento di un percorso dall'utilizzo di input e verbali, come la

lettura con l'ascolto di una descrizione spaziale.

L'abilità visuo-spaziale può essere definita come la capacità di rappresentare, trasformare,

generare recuperare informazioni simboliche di tipo no linguistico. Gli studi letteratura concordano sul

fatto che si tratti di un'abilità complessa, che può essere distinta in 3 sottoabilità: la percezione

spaziale, la visualizzazione spaziale, la rotazione mentale.

Alcuni studi hanno cercato di comprendere le traiettorie di sviluppo di queste abilità visuospaziali

lungo l'arco di vita, e in particolare se è riscontrabile un declino con l'avanzare dell'età. Hanno rilevato

come persone over 60 avessero prestazioni inferiori di una o due deviazioni standard rispetto ai

giovani in compiti che misuravano l'abilità di visualizzazione spaziale. Tuttavia è possibile che queste

abilità vengono maggiormente preservate se si coltivano tali abilità durante la propria vita ad esempio

per quanto riguarda le professioni di architetto o ingegnere.

La costruzione della rappresentazione mentale dell'ambiente può essere influenzata anche da come

la persona si percepisce capace di orientarsi nell'ambiente e dalle strategie che utilizza.

Generalmente le strategie che si possono adottare nella formazione di una rappresentazione mentale

dell'ambiente sono: di tipo survey (strategia allocentrica, basata sui punti cardinali), di tipo route

(strategia senso-motoria ed egocentrica), o di tipo visivo (basata sui landmarks dell'ambiente). È

possibile rilevare come la persona si percepisce rispetto al proprio senso dell'orientamento grazie ad

autovalutazioni rilevate con i questionari, un altro tipo di autovalutazione è la preferenza a esplorare

luoghi familiari o luoghi sconosciuti.

L'età, le prestazioni alle prove spaziali e di apprendimento di un ambiente sono state messe

relazione attraverso un modello di equazioni strutturali. I risultati hanno evidenziato come l'età sia

l'iniziale predittore che influisce negativamente sulla funzionalità delle abilità visuo-spaziali. Le abilità

visuo-spaziali A loro volta sono in relazione positiva con l'apprendimento dell'ambiente; quest'ultimo

influisce sull'abilità di wayfinding. Quindi tale modello dimostra che, anche se declinano con l'età, le

abilità visuo-spaziali permettono sia in persone giovani sia anziane una migliore prestazione in

compiti di wayfinding.

Il ruolo delle differenze di genere nello studio dell'abilità spaziali è risultato essere cruciale nei

giovani, ma è un aspetto che è stato meno considerato nell'invecchiamento. Per quanto riguarda le

abilità spaziali, è stato trovato che a partire dei sessant'anni la prestazione era ugualmente deficitaria

in maschi e femmine. Per quanto riguarda invece le autovalutazioni spaziali, le differenze di genere

sono preservate come nella popolazione giovane. Per quanto riguarda infine la prestazione di uomini

e donne anziani a confronto in compiti di navigazione di apprendimento di ambiente, non sono

disponibili molti dati di letteratura.

Alcuni studi hanno cercato di comprendere in che modo sia possibile potenziare le abilità spaziali

dell'anziano, attraverso interventi di potenziamento cognitivo. Generalmente, in questi interventi i

partecipanti si allenano con compiti di apprendimento e riproduzione dei percorsi, o prove di

rotazione mentale. Forte interesse è rivolto inoltre al mantenimento delle abilità di spostamento

nell'ambiente potenziando le abilità di guida per promuovere l'autonomia dell'anziano e allo stesso

tempo garantire sicurezza, ottenendo risultati promettenti.

Le caratteristiche dell'ambiente hanno un forte ruolo nel promuovere o ostacolare un buon

adattamento della persona all'ambiente. Il letteratura sono presenti ricerche che individuano quali

fattori ambientali determinano un buon riadattamento della persona anziana a una nuova condizione

abitativa. In particolare ci si è concentrati sulle residenze per anziani e sulle comunità age-friendly.

Residenze per anziani: con l'avanzare dell'età numerosi cambiamenti possono modificare il rapporto

tra la persona anziana e l'ambiente in cui vive. Poiché spesso l'anziano vive da molto tempo a

contatto con gli stessi luoghi e gli utilizza in modo abitudinario, il trasferimento di residenza comporta

un notevole sforzo cognitivo per orientarsi nel nuovo ambiente, crearsi nuovi punti di riferimento e

adattarsi ai nuovi ritmi di vita. La persona anziana avverte una sensazione generale di perdita,

depressione e numerose ricerche hanno mostrato come il trasferimento spesso siano associati

disturbi fisici e psichici anche gravi. Emerge quindi la necessità di sostenere e proteggere l'anziano


PAGINE

33

PESO

78.06 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Federica93_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicogeriatria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Di Ceglie Antonella.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Psicogeriatria

Riassunto esame Psicogeriatria, prof.ssa Di Ceglie, libro consigliato L'Invecchiamento, processi psicologici e strumenti di valutazione, autore Chattat
Appunto
Riassunto esame Neurofisiologia dei processi psichici, prof Andrea Minelli, libro consigliato Neuroscienze cognitive, Purves
Appunto
Riassunto esame di Psicologia clinica nei servizi psichiatrici, prof. Rossi Monti, libro consigliato Manuale di psichiatria per psicologi
Appunto
Riassunto esame Psicologia clinica nei servizi psichiatrici, prof. Rossi Monti, libro consigliato Manuale di psichiatria nel territorio
Appunto