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La psicologia dell'invecchiamento

L'aumento della speranza di vita e la voglia di comprendere i cambiamenti correlati all'età sono stati il motore che, negli ultimi anni, ha dato enorme spinta agli studi e alla ricerca sull'invecchiamento. Una prima distinzione vede da una parte le discipline che studiano l'invecchiamento patologico e dall'altra quelle che studiano l'invecchiamento normale. Per esempio, la geriatria ha come oggetto di studio gli aspetti legati alle patologie che caratterizzano l'invecchiamento. La gerontologia, invece, è una branca della psicologia che studia i processi di invecchiamento non patologico. Infine, lo studio della stabilità o dei cambiamenti psicologici della persona che invecchia caratterizza la psicologia dell'invecchiamento.

Ci sono tre modelli che hanno guidato l'attività di ricerca all'interno di questa disciplina: la psicologia della vecchiaia che descrive le caratteristiche e le problematiche di natura biologica, sociale e psicologica di questo periodo della vita. Successivamente, l'interesse si è spostato verso l'analisi delle differenze tra gruppi diversi dipendenti dall'età che caratterizza la psicologia delle differenze di età. Infine, la psicologia dell'invecchiamento studia i cambiamenti comportamentali che avvengono con l'avanzare dell'età in una prospettiva di "arco di vita".

Modelli di ricerca e studi storici

I primi studi e le prime ricerche sull'invecchiamento risalgono al 1902, anno in cui lo scienziato russo Botkin pubblicò uno studio condotto su 3000 azioni di San Pietroburgo che fornì i primi dati sulle differenze tra invecchiamento normale e invecchiamento patologico. Uno dei primi studi di laboratorio di invecchiamento fu invece condotto da Pavlov, che mostrò come gli animali anziani mostrassero maggiori capacità di apprendimento rispetto a quelli più giovani. Ma perché la comunità scientifica ha approfondito lo studio dell'invecchiamento solo negli ultimi decenni? Storicamente, pochi individui raggiungevano età avanzate. A partire dai primi anni del Novecento, migliori condizioni di vita e minori tassi di mortalità hanno comportato un aumento della speranza di vita e, di conseguenza, l'invecchiamento della popolazione. In sostanza, sempre più persone raggiungono con successo la vecchiaia. Nasce la figura del geropsicologo, un professionista specializzato nella pratica clinica con questa particolare fascia di popolazione, consapevole dei processi che caratterizzano l'invecchiamento normale e quello patologico e pronto a fornire adeguati interventi volti a soddisfare i bisogni della persona anziana e della sua famiglia.

È stato stimato che nell'antichità la speranza di vita alla nascita fosse intorno ai vent'anni, circa 60 in meno rispetto agli attuali 81. Se in epoca romana c'era chi considerava la vecchiaia di per sé stessa una malattia, fino a poco tempo fa non si distingueva ancora invecchiamento normale e malattia cronica. Invecchiare deve essere distinto dalla malattia. Invecchiare porta con sé cambiamenti universali e irreversibili ma non è necessariamente invalidante. La malattia può essere curata o ritardata nel suo insorgere, colpisce solo una parte della popolazione ma è invalidante. L'età biologica è un indicatore dinamico dello stato di salute e di funzionamento dell'organismo. Viene definita attraverso il numero di anni che una persona si aspetta di vivere in relazione alla funzionalità dei suoi organi vitali. L'età psicologica è l'età soggettiva che ognuno sente di avere. L'età sociale è determinata dalla posizione sociale raggiunta a una data età rispetto all'età media. L'età funzionale fa riferimento alle competenze che la persona mostra di avere mentre svolge specifici compiti. Nei decenni scorsi, età biologica ed età sociale erano sovrapponibili, mentre ora il miglioramento delle condizioni fisiche ha allungato l'età biologica ma non quella socialmente attiva.

Classificazioni e percezioni dell'età avanzata

Alcune persone adulte possono apparire molto più giovani rispetto alla loro età cronologica, non ci sono quindi regole che stabiliscono quando una persona è considerata vecchia. È a partire dall'istituzione del 1919 del sistema di previdenza sociale italiano che si è radicata nel tempo l'idea che corrisponde al 65º anno di età. È un errore pensare che quando una persona raggiunge 65 anni diventi parte di un gruppo omogeneo. Indipendentemente dal gruppo di età, ogni persona è caratterizzata da profonde differenze. Proprio per mettere in risalto la variabilità dell'età adulta, sono state proposte delle categorie: giovani anziani (64-74 anni), anziani (75-85 anni), grandi vecchi (85-99 anni) e centenari.

Temi, problemi e prospettive della psicologia dell'invecchiamento e della longevità

L'invecchiamento può essere definito come un processo che ha luogo in un organismo vivente e che con il passare del tempo ne diminuisce la probabilità di sopravvivenza. Per questo, gli esseri umani hanno cercato da sempre di combattere l'invecchiamento tentando di allungare la vita. Se nell'antichità si ricorreva a pozioni e riti magici, oggi si fanno diete, si utilizzano sostanze chimiche e integratori.

Cambiamenti sensoriali e cognitivi

A livello sensoriale vi sono una serie di cambiamenti dipendenti dall'età e, secondo l'ipotesi della causa comune, il legame tra processi sensoriali e cognizione diventa più importante nell'età adulta avanzata, compromettendo per esempio l'elaborazione e la codifica delle informazioni.

Vista: con l'avanzare dell'età si verificano cambiamenti a carico del sistema visivo che possono rendere più difficoltoso lo svolgimento di attività quotidiane come leggere o guidare, influenzando di conseguenza il livello di autonomia dell'anziano.

Udito: la perdita dell'udito viene percepita dall'anziano come una delle principali cause della perdita di funzionalità e autonomia nella vita quotidiana. Approssimativamente, circa il 30% degli anziani con più di 65 anni manifesta un notevole deficit dell'udito, con gravi conseguenze tra cui il ritiro sociale. La difficoltà maggiore che viene generalmente vissuta dall'anziano è la comprensione del discorso.

Gusto e olfatto: la perdita della sensibilità agli odori inizia intorno ai sessant'anni e tende ad aumentare con l'avanzare dell'età. Tale disfunzione influenza in modo significativo il benessere fisico e la qualità di vita dell'anziano, nonché l'alimentazione, soprattutto il piacere per il cibo. Tra gli incidenti domestici più frequenti e pericolosi vi è la perdita di gas, di cui l'anziano non riconosce l'odore.

Principali cause di morte e malattie croniche

Tra le principali cause di morte nell'invecchiamento vi sono i problemi cardiovascolari, l'ictus, la cui frequenza aumenta a partire dai 65 anni, e il cancro, la cui insorgenza raggiunge il picco verso i settant'anni. Invece, tra le più comuni malattie croniche vi sono l'artrite e l'artrite reumatoide, l'osteoporosi, l'ipertensione, con i connessi problemi vascolari e coronarici, e il diabete. Tra le malattie neurodegenerative croniche troviamo invece la demenza, il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson. Incidenti e fratture in tarda età a seguito di una caduta sono altresì molto frequenti, per questi motivi in molti paesi europei vengono pianificati interventi di prevenzione del rischio di caduta e vengono promosse attività fisiche ed esercizi di equilibrio. La presenza di cambiamenti fisici e sensoriali, di malattie anche croniche, indicano un indebolimento del potenziale fisiologico che causa varie forme di fragilità. La fragilità è definita in generale come una riduzione delle riserve di cui l'individuo dispone e che lo rende più vulnerabile all'ambiente o meno idoneo a gestire alcuni compiti della quotidianità.

Fattori di fragilità e benessere

I principali fattori che determinerebbero la fragilità dell'anziano sono:

  • Età superiore a 75 anni
  • Carenza o assenza di rete di supporto
  • Recente ospedalizzazione
  • Presenza di eventi sentinella
  • Presenza di disabilità cognitiva o demenza
  • Presenza di segnali di depressione
  • Presenza di polipatologia
  • Basso livello economico

È importante sottolineare che una parte rilevante di anziani gode di un buon margine di autonomia e indipendenza. In Italia, la percentuale di anziani sopra i 65 anni con disabilità è alquanto bassa (7,5%). È stato infatti dimostrato che alcuni fattori psicologici, sociali e comportamentali favoriscono un buon invecchiamento e allungano la speranza di vita. Tra questi troviamo: astensione dal fumo, dieta e non essere in sovrappeso, esposizione al sole moderata, esercizio fisico costante, consumo moderato di alcol, check-up regolari, presenza di momenti di svago, un adeguato numero di ore di sonno, un atteggiamento positivo verso la vita, e la presenza di relazioni sociali.

Tecnologie assistenziali e qualità della vita

Le tecnologie assistenziali si sono sviluppate per far fronte agli eventuali problemi che possono causare dei limiti nella funzionalità fisica, motoria, sensoriale e cognitiva, ledendo la buona qualità di vita dell'anziano. Sempre in un'ottica di promozione della qualità della vita dell'anziano, la società si sta organizzando per dare alle persone l'opportunità di invecchiare raggiungendo il massimo successo possibile. Oggi si fa riferimento al concetto di "rete di servizi", che a partire dagli anni '90 ha sostituito quella di lista di servizi, modificando l'idea, il metodo, le strategie e il funzionamento dell'organizzazione dei servizi rivolti alla popolazione anziana. Il motore che fa funzionare la rete dei servizi è l'unità centrale. Le principali funzioni dell'unità centrale sono: recepire la domanda, valutare il bisogno espresso, elaborare un progetto esistenziale, predisporre e controllare lo sviluppo operativo del progetto, e verificare i risultati raggiunti. Devono essere valutati: gli aspetti cognitivi, gli aspetti sanitari, gli aspetti motori, le abilità della vita quotidiana, e gli aspetti sociali.

Invecchiamento e cambiamenti cognitivi

L'avanzare dell'età comporta anche cambiamenti nella sfera cognitiva. Non tutte le abilità risentono però dell'età: alcune infatti rimangono stabili nel corso della vita, altre addirittura si sviluppano e si perfezionano, come le abilità verbali. Per spiegare cosa cambi, Horn e Cattell hanno distinto due componenti tra loro collegate: le componenti fluide, quali ragionamento, memoria e pensiero astratto, che sono molto sensibili all'età; e quelle cristallizzate, cioè abilità legate all'esperienza accumulata che si mantengono alquanto stabili con l'età.

Benessere sessuale nella terza età

Con l'aumentare dell'aspettativa di vita è legittimo porsi interrogativi legati al benessere della popolazione che invecchia, e uno di questi riguarda la sfera sessuale. Purtroppo, permane ancora un'ampia fascia di atteggiamenti pregiudiziali intorno alla sessualità delle persone anziane, considerata da molti disdicevole o addirittura patologica. L'attività sessuale può essere ostacolata o limitata da alcune malattie croniche o da altre patologie, ma anche dallo stato di salute mentale. Dal punto di vista psicosociale, rivestono un ruolo importante anche fattori di altra natura come la disponibilità di un partner e la qualità della relazione di coppia. Purtroppo, molte persone anziane diventano vittime della cosiddetta "sindrome da breakdown sessuale", l'anziano interiorizza atteggiamenti sociali negativi, percependo se stesso come persona non sessuata con il rischio di sviluppare problemi di autostima e di insicurezza. La letteratura disponibile sulla vita sessuale della persona anziana è ancora poca. Non va trascurato inoltre il ruolo gratificante del contatto fisico, fondamentale in tutte le fasi della vita, soprattutto in quelle in cui l'individuo si mostra più fragile.

Attività e reinserimento lavorativo

Un altro stereotipo che deve essere superato è quello degli anziani inattivi. Gli anziani infatti manifestano in modo sempre maggiore la voglia e la determinazione di restare attivi. Molte persone, per esempio dopo il pensionamento, esprimono il desiderio di continuare a lavorare. Alcuni contesti lavorativi sono oggettivamente meno favorevoli per chi invecchia, come quelli in cui la forza fisica e le abilità cognitive particolarmente complesse sono richieste. Creare nuove posizioni lavorative per gli anziani implicherebbe da un lato problemi per i giovani, riducendo le loro possibilità di impiego, ma nello stesso tempo aiuterebbe a risolvere il problema previdenziale. Il reinserimento di lavoratori anziani rimane un problema raramente affrontato dalle istituzioni politiche e sociali. Una risposta è costituita dalle iniziative di apprendimento e educazione permanente: LLL (Life Long Learning). Il punto di partenza del LLL è quello di considerare che ogni generazione è portatrice di distinti saperi e abilità che, se condivisi, portano a una crescita delle competenze individuali.

Studi sui centenari

Negli ultimi anni si è assistito a un grande fiorire di studi sugli anziani centenari, soprattutto perché il numero di persone anziane che raggiungono il secolo di vita è aumentato molto rapidamente. L'Italia è tra i paesi con il maggior numero di centenari. Nel 2011 ne risultavano 15.000. L'interesse della psicologia dell'invecchiamento deriva da due obiettivi: il primo è quello di far luce sulle particolarità e sui fattori di natura più psicologica che li caratterizzano; il secondo è quello di capire se sia possibile generalizzare agli individui più longevi tutta una serie di conoscenze che abbiamo sull'invecchiamento psicologico relative alla fascia d'età 65-85 anni.

Classificazioni di centenari secondo Gondo ed Evert

In letteratura sono stati proposti diversi tipi di anziani centenari. Gondo ha distinto:

  • Centenari eccezionali (presentano ottime condizioni fisiche e cognitive)
  • Centenari normali (hanno avuto la diagnosi di una o più patologie tra gli 80 e 90 anni)
  • Centenari deboli (presentano deficit fisici o cognitivi)
  • Centenari fragili (presentano deficit sia fisici sia cognitivi)

Evert ha distinto:

  • Centenari sopravvissuti (ai quali vengono diagnosticati una demenza o deficit cognitivi prima degli 80 anni)
  • Centenari ritardatari (ai quali i deficit vengono diagnosticati a 80 anni o dopo)
  • Centenari fuggitivi (hanno compiuto 100 anni senza diagnosi di demenza o disturbi cognitivi)

La maggior parte degli studi sui centenari fa riferimento al modello teorico e concettuale che vede la centenarietà come risultato dell'interazione di molteplici fattori determinanti. Dal punto di vista genetico, gli studi sui centenari evidenziano come la componente familiare della centenarietà sia molto forte. Questi dati sostengono l'ipotesi che esista un pool di geni condivisi all'interno della stessa famiglia cruciali nel garantire la centenarietà e nel favorire la longevità. Dal punto di vista psicologico, gli studi evidenziano come i centenari siano individui estroversi, energici e dinamici, con un atteggiamento positivo verso la vita. Gli studiosi hanno evidenziato come quegli anziani centenari che non avevano smesso di dedicarsi ad attività intellettive ne ricavassero un vantaggio importante per il loro stato cognitivo.

La popolazione che invecchia

Il criterio elementare utilizzato dai demografi per riconoscere l'invecchiamento è l'età anagrafica degli individui. Per definire la vecchiaia viene generalmente indicata l'età di 65 anni come limite inferiore, mentre il superiore coincide con la morte. Ma negli ultimi anni si usa suddividere l'invecchiamento in due tempi: il primo che riguarda la popolazione compresa tra i 65 e 74 anni, chiamato "anzianità" o terza età; il secondo che comprende la popolazione oltre 75 anni chiamato "vecchiaia" o quarta età. In epoca recente, per individuare l'inizio della vecchiaia si fa riferimento all'uscita dal mondo del lavoro; quindi si parla di "età del pensionamento". Per definire tale inizio è inoltre necessario considerare le convenzioni culturali, la salute fisica, e le storie di vita individuale. Si elaborano così degli indicatori.

Indicatori demografici dell'invecchiamento

Il primo e più semplice indicatore è l'indice di invecchiamento, che rapporta le classi di età con 65 e più con l'intera popolazione e che esprime il peso percentuale dell'invecchiamento all'interno della struttura della popolazione. Il secondo indicatore è la vita media alla nascita, conosciuto anche come aspettativa o speranza di vita alla nascita. Esso stabilisce il numero medio di anni che un individuo può aspettarsi di vivere a partire dalla sua nascita. Un altro indicatore è l'indice di vecchiaia, che rapporta gli individui collocati al di sopra della soglia che segna l'inizio della vecchiaia (65 anni) alle fasce di popolazione collocate alla base della piramide (fino all'età di 14 anni). L'ultimo indicatore è l'indice di dipendenza, che mette in relazione le fasce di popolazione non attive, cioè quelle che non lavorano, con le fasce di popolazione che lavorano.

Longevità e fattori ambientali

La longevità non è un indicatore ma un termine che qualifica la durata dell'esistenza nel momento in cui questa supera significativamente i limiti della vita media. La longevità ha quindi un valore relativo, in rapporto alla vita media di una popolazione. L'immagine del longevo è generalmente un'immagine positiva. Biologicamente, c'è l'ipotesi che l'uomo possa arrivare a 125 anni, a condizione ovviamente che il contesto nel quale vive non intervenga negativamente nel processo vitale. Infatti, l’allungamento della vita non dipende soltanto da fattori individuali e biologici, ma anche dall'ambiente nel quale la persona vive, dalla sua collocazione sociale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Federica93_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicogeriatria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Di Ceglie Antonella.
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