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Riassunto esame Psicogeriatria, prof.ssa Di Ceglie, libro consigliato L'Invecchiamento, processi psicologici e strumenti di valutazione, autore Chattat Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicogeriatria e della prof. Di Ceglie, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente L'Invecchiamento, processi psicologici e strumenti di valutazione, Chattat. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Psicogeriatria docente Prof. A. Di Ceglie

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frequentemente inseriti altri stimoli non mnemonici, al fine di evitare una ripetizione del materiale da parte

del soggetto. Nel processo di codifica del materiale da ricordare gli anziani possono mostrare prestazioni

simili ai giovani, la differenza è a carico della difficoltà dell'anziano di elaborare proprie strategie di

codifica. I soggetti anziani fanno affidamento maggiormente su supporti esterni, ambientali, piuttosto che

su quelli interni, basati sulla propria capacità di trovare modalità di codifica il richiamo delle informazioni

acquisite. A conferma dell'importanza del supporto contestuale nella fase di codifica, vi sono le ricerche

che evidenziano un'uguaglianza delle prestazioni di richiamo tra anziani e giovani, quando vengono forniti

dei supporti (cues) sia in fase di codifica che di richiamo. Altri fattori che possono facilitare il processo di

codifica di richiamo sono quelli relativi alla natura del materiale presentato. Su questo principio possono

essere sviluppati modelli di intervento volti ad aiutare l'anziano a porre l'attenzione non solo sul contenuto

del materiale ma anche sulle modalità con le quali egli apprende.

Un altro processo coinvolto nella MLT riguarda il processo di richiamo delle informazioni apprese. Una

conferma sull'importanza del supporto viene dal confronto tra ricordo e riconoscimento, gli anziani

mostrano maggiori difficoltà nella prima capacità ma non nella seconda. Un'altra caratteristica legata al

processo di richiamo riguarda la perdita della fonte, cioè della capacità di ricordare oltre al fatto in sé dove

è stato appeso, in questo tipo di funzione gli anziani mostrano un significativo declino rispetto ai giovani.

Un altro aspetto della MLT Riguarda la memoria del passato remoto riferito gli eventi personali e storici

del soggetto. Frequentemente gli anziani affermano di ricordarsi vivamente gli eventi accaduti nella loro

infanzia ma non quelli recenti. Mentre la memoria autobiografica rappresenta uno studio a parte per le

implicazioni che ha sulla persona e sul suo vissuto, la memoria remota per gli eventi storici mostra una

traiettoria di declino che non differisce da quella osservata nei giovani, ed è una funzione lineare degli

anni di distanza dall'evento.

I fattori che possono intervenire nel determinare i "fallimenti" della memoria sono stati elencati da

Schacter e riguardano: la difficoltà di accesso alla memoria per i fatti e gli eventi accaduti molto tempo fa;

l'assenza di elaborazione; il blocco di accesso al materiale memorizzato; l'errore di attribuzione di un

evento in relazione al tempo, al luogo o alle situazioni in cui è avvenuto; la suggestione (cioè la tendenza

a trasformare informazioni ricevute da altri in ricordi propri); l'errore (cioè l'influenza della distorsione sulla

memoria e sulla ricordo da parte delle conoscenze attuali); la persistenza (cioè il continuo ricordo di un

evento che un soggetto preferirebbe dimenticare).

Queste 7 difficoltà della memoria possono rappresentare un sistema di adattamento che permette

all'individuo di alleggerire la quantità di informazioni che deve immagazzinare il utilizzare.

La memoria episodica fa riferimento ai fatti e ai luoghi mentre la memoria semantica si riferisce alle

conoscenze acquisite indipendentemente dal tempo e dal luogo. Sappiamo il significato di molte parole,

sappiamo eseguire molte operazioni aritmetiche ma non sappiamo precisamente dove e quando siano

state acquisite. Le conoscenze sul vocabolario e le altre conoscenze acquisite mantengono una relativa

stabilità negli anni.

La memoria esplicita si riferisce alla capacità attiva e coscia di richiamo del materiale appreso mentre la

memoria implicita si riferisce a quelle situazioni in cui un precedente apprendimento o esposizione a uno

stimolo influenza un comportamento successivo del soggetto senza che gli usi consciamente l'evento

iniziale.

Con l'espressione "memoria prospettica" intende la memoria per gli eventi che devono essere attuati nel

futuro, come il ricordarsi di andare ad un appuntamento tra una settimana. L'aspetto centrale di questa

funzione riguarda la necessità di ricordare sia l’evento in sé sia il momento in cui deve essere fatto. E'

stata rilevata una differenza tra la memoria prospettica per il tempo e quella per l'evento, infatti gli anziani

mostrano un decremento nei compiti inerenti il tempo mentre non sono osservate modificazioni in quelle

inerenti gli eventi. Un altro aspetto segnalato riguarda la finestra temporale utilizzata nella memoria

prospettica: gli anziani tendono ad avere prestazioni minori con frequenti errori o dimenticanze quando la

finestra temporale ristretta.

Il concetto di "metamemoria" si riferisce a diversi aspetti che possono essere così sintetizzati: la

percezione delle proprie capacità di memoria e l'autovalutazione che il soggetto fa di esse; le conoscenze

che il soggetto possiede rispetto al funzionamento della propria memoria e delle strategie utilizzate per

apprendere richiamare; il monitoraggio della propria memoria del suo funzionamento. È difficile però

cercare di individuare le reali modificazioni, in quanto le ricerche sull'argomento hanno dato risultati

contraddittori: alcuni negano la presenza di una correlazione significativa tra prove e di metamemoria e

prove oggettive di memoria, altri rilevano una tale correlazione, seppure di entità lieve.

Il tema della memoria autobiografica nell'anziano è un aspetto complesso poiché, oltre all'aspetto

quantitativo, include una proprietà qualitativa. L'attitudine dell'anziano a ricorrere al racconto degli eventi

passati sia individuali sia storici nel suo dialogo con gli altri è un'osservazione comune. Alcuni autori che

hanno cercato di studiare gli aspetti di questa funzione, hanno sottolineato il ruolo della ripetizione

dell'evento nel mantenimento della sua attualità, la sua carica emotiva e la minore capacità degli anziani

di riportarne dettagli cosiddetti periferici. Il primo riguarda la dimenticanza per gli eventi di lunga data. A

conclusione sembra opportuno sottolineare il ruolo di fattori esterni sulla capacità mnemonica

nell'anziano, tra questi si possono citare: il livello di educazione e il tipo di competenza acquisita, il livello

di motivazione, lo stato di salute.

Invecchiamento e linguaggio

Il linguaggio rappresenta uno degli strumenti fondamentali nell'interazione con il mondo circostante; la

stretta relazione tra linguaggio a memoria ha portato alcuni studiosi a trattarli insieme, in particolare

nell'invecchiamento. Abitualmente lo studio del linguaggio viene separato in 2 parti principali: la

produzione e la comprensione. Entrambi gli aspetti trattati si riferiscono a materiale verbale e non

verbale, quindi coinvolgono i sensi dell'udito e della vista; questi 2 sensi con l'età subiscono delle

trasformazioni. Queste modificazioni possono avere un impatto significativo sulle prestazioni linguistiche

e devono quindi essere prese in considerazione.

Negli anziani si osserva una riduzione di capacità nella produzione di parole e nella denominazione di

oggetti di personaggi. Per quanto riguarda la comprensione, alcune osservazioni mettono in relazione la

difficoltà dell'anziano di comprendere le frasi lunghe e complesse con le difficoltà di mantenimento

dell'attenzione, con la riduzione dell'inibizione e con le capacità di memoria di lavoro descritti in

precedenza.

Secondo La Rue le principali modificazioni del linguaggio correlate all'invecchiamento possono essere

sintetizzate nel modo seguente:

- la tendenza dell'anziano ad utilizzare molte parole per fornire una risposta o una descrizione di un

fenomeno (circonlocuzioni)

- la tendenza dell'anziano a descrivere la funzione degli oggetti e loro utilizzo piuttosto che a descriverne

le caratteristiche (nominalizzazione)

- frequenti errori di tipo percettivo che possono contribuire ad una parente deficit di linguaggio

- possibili errori semantici, soprattutto per quanto riguarda i nessi associativi.

La valutazione cognitiva nel linguaggio

La valutazione di questo campo della gerontologia trae i suoi presupposti dalla neuropsicologia clinica,

che studia l'esito del danno cerebrale in termini di deficit di funzioni. Nelle patologie di tipo degenerativo

dell'anziano raramente si ha a che fare con danni a livello di aree specifiche, il processo di

deterioramento interessa in maniera diffusa l'intero sistema nervoso centrale, almeno nelle fasi

dichiarative di malattia.

In ambito di valutazione, normalmente vengono seguiti 2 percorsi che possono essere sequenziali. Il

primo approccio è basato sull'uso di strumenti che permettono una definizione globale della condizione

cognitiva; il secondo cerca di approfondire le caratteristiche delle diverse funzioni e il loro grado di

interessamento. Per la valutazione delle funzioni specifiche si fa ricorso agli strumenti largamente

utilizzati nell'ambito della neuropsicologia clinica che sono stati validati anche per l'uso nella popolazione

anziana. Dal punto di vista pratico si ricorre frequentemente a strumenti composti da vari item che

esaminano le diverse funzioni oppure a una batteria di strumenti che misurino le diverse aree. Tra gli

strumenti maggiormente diffusi in ambito gerontologico, il Mini Mental State Examination (MMSE) è

quello che viene maggiormente utilizzato per lo screening del deterioramento cognitivo. L'area principale

di applicazione di questa prova è quella dello screening iniziale nella popolazione generale della

presenza di deterioramento cognitivo. Esso presenta anche dei limiti, il principale dei quali riguarda la

graduazione dei livelli: infatti si ha da una parte un effetto soffitto molto pronunciato perché il punteggio

massimo del test coincide con la prestazione media della popolazione anziana e, dall'altra, un effetto

pavimento in base al quale una volta individuata la presenza di un deficit cognitivo è difficile distinguere i

vari gradi di deterioramento. Ciò ha comportato l'inclusione del MMSE in una batteria di test più ampia

che permette una maggiore conoscenza delle condizioni cognitive.

Nel tentativo di individuare i criteri per la diagnosi differenziale della demenza sono state proposte delle

batterie di test compositi che possono permettere una più adeguata definizione del livello di

deterioramento e quindi della diagnosi tra questi possiamo citare la Batteria di Deterioramento Mentale

(BDM) e la MODA. La BDM è composta principalmente da prove neuropsicologiche che esplorano il

linguaggio (produzione), la memoria (immediata e differita), le funzioni esecutive (matrici di Raven) e le

abilità visuospaziali.

La MODA, oltre alle prove neuropsicologiche che sono state adattate per migliorare gli aspetti di validità

ecologica e di facciata per la popolazione anziana, contiene anche item per la valutazione funzionale e

comportamentale.

Un'altra batteria molto utilizzata è l'ADAS che nella sua parte cognitiva esplora le funzioni della memoria

(immediata, differita e di riconoscimento), il linguaggio (produzione e comprensione), la concentrazione, le

abilità visuospaziali, orientamento ed esecuzione di comandi (pianificazione ed esecuzione).

Oltre alle batterie per la valutazione globale centrate sulla funzione di discriminazione tra deterioramento

cognitivo e normalità, vengono sempre più utilizzati strumenti per le singole funzioni.

Dalla valutazione all'intervento

Per quanto riguarda le possibilità di intervento:

- La plasticità cerebrale dell'anziano e la sensibilità agli stimoli psico-sociali offrono delle basi importanti

per interventi di stimolazione cognitiva

- L'apprendimento di nuovo materiale o di nuove capacità è possibile durante l'invecchiamento

- Le modificazioni in alcune caratteristiche dei meccanismi di base a livello cognitivo autorizzano ad

ipotizzare l'utilità di sviluppare nuove strategie per migliorare l'uso delle abilità

- La complessità dell'invecchiamento e la multifattorialità rendono possibile la combinazione di interventi

- Fattori come disuso e ipostimolazione possono avere un ruolo significativo nelle limitazioni cognitive

osservare nell'anziano.

Partendo da questi presupposti sono stati proposti diversi tipi di interventi, che possono essere

raggruppati in 2 categorie principali: la stimolazione cognitiva (CS) e l'allenamento della memoria (MT).

La prima si riferisce ai programmi che affrontano diverse abilità; la seconda si concentra sulle strategie di

memorizzazione prendendo spunto dalle mnemotecniche utilizzate con altre fasce d'età

3 L'INVECCHIAMENTO DELLA PERSONA

Un ruolo importante è svolto dall'immagine che sia individuale sia la società hanno dell'anziano. Eleggere

una categoria di persone ad oggetto di studio e di verifica in base alla loro classe di età comporta in

qualche modo una categorizzazione delle persone in base a qualità che le differenziano da altre. Da parte

degli altri si osserva un'ambiguità verso l'anziano caratterizzata dalla difficoltà di mantenere l'idea che,

oltre a oggetto di attenzione di cure, è anche soggetto partecipe al suo processo di "sviluppo". Questo

atteggiamento è influenzato da fattori quali: la confusione tra invecchiamento primario e secondario, la

percezione che gli altri hanno della fragilità dell'anziano, il pregiudizio sociale sulla vecchiaia.

Personalità e invecchiamento

In psicologia il concetto di personalità è uno dei più complessi. Il termine "personalità" fa riferimento a un

insieme di caratteristiche, di disposizioni, di modi di agire individuale che può essere comune e

condivisibile con altre persone ma riguarda anche ciò che appartiene a una singola persona, che la

caratterizza e la differenzia dagli altri.

Uno degli approcci alla personalità è quello che la vede come un insieme di tratti e di disposizioni

relativamente stabili. Si possono differenziare 3 principali impostazioni: una basata su un concetto di

determinismo biologico (Eysenck), una che concepisce la personalità come una caratteristica che si

costruisce nella dinamica di sviluppo tra l'individuo e l'ambiente sociale (Allport, Murray), un'altra ancorata

allo studio della popolazione e che utilizza il metodo fattoriale per individuare i tratti comuni e i tratti

distintivi che distinguono un soggetto dall'altro (Cattel, Guilford, Costa).

Il modello di Eysenck propone come tratti principali della personalità il nevroticismo, l'introversione-

estroversione e lo psicoticismo. Gli studi che hanno utilizzato questo modello hanno rilevato un declino

dello psicoticismo che avviene indistintamente negli uomini e nelle donne di età giovane adulta, e una

diminuzione dell'estroversione con l'aumentare dell'età, specialmente nei uomini anziani, non si

osservano modificazioni significative rispetto al nevroticismo. Secondo Eysenck e modificazioni

indicherebbero la tendenza dell'anziano ad avere una maggiore stabilità dell'umore che può essere

interpretata come una maggiore tranquillità ma anche come rischio di una maggiore apatia.

Utilizzando l'approccio dei "5 grandi fattori" di Costa che considera 5 tratti principali di personalità noti

come big five (nevroticismo, estroversione, apertura, gradevolezza e coscienziosità), è stata rilevata

una correlazione positiva tra le dimensioni di estroversione, apertura, coscienziosità e gradevolezza da

una parte e lo stato di salute e l'adozione di uno stile di vita più salutare dall'altra.

La psicoanalisi, nonostante la sua complessità, e anche una psicologia della personalità poiché per

essa la nozione di personalità, integrale e indivisibile, è centrale ed è il risultato dell'interazione tra fattori

biologici, sociali e psicologici. Nelle iniziali formulazioni psicoanalitiche la visione dell'invecchiamento era

connotata da un certo pessimismo. Bisognerà attendere la fine della seconda guerra mondiale per veder

comparire contributi che pongono l'accento sulle modificazioni della personalità correlati all'età. Tra questi

il modello di Erikson secondo cui la dinamica tra Io e società caratterizza lo sviluppo dell'individuo,

cosicché in ogni stadio della vita vi è un confronto un conflitto tra tendenze opposte.

Un ulteriore arricchimento è proposto da Peck che afferma che durante la vecchiaia la persona deve far

fronte a 3 compiti importanti che riguardano aspetti sociali, biologici e psicologici: l'aspetto sociale

riguarda l'uscita dal ruolo lavorativo; l'aspetto biologico riguarda le trasformazioni somatiche correlate

all'età e la maggior incidenza di malattie e limitazioni fisiche; l'aspetto psicologico è centrato sul tema

della fine della vita che riguarda la sfida che devo affrontare l'anziano a vivere pienamente la sua vita

nonostante l'avvicinarsi della fine.

In base a queste impostazioni Reichard ha proposto 5 tipi di personalità che si riscontrano

frequentemente nella terza età. Il primo tipo, definito "costruttivo", è capace di contenere le ansie

determinate dal passaggio alla terza età e di mantenere una relazione utile ricca con gli altri. Il secondo è

stato denominato "dipendente": si presenta insoddisfatto della propria condizione e si aspetta il supporto

degli altri oltre che la loro disponibilità poiché viva la terza età come momento di vacanza. Il terzo tipo,

definito come "difensivo", è caratterizzato dalla tendenza a mantenere un elevato livello di efficienza e a

dimostrare agli altri la sua autonomia e indipendenza. Il quarto tipo è detto "ostile" ed è caratterizzato da

un atteggiamento di accusa verso gli altri e verso le circostanze della vita. L'ultimo tipo è basato su una

modalità di autoaccusa.

Il concetto di "stile cognitivo", definito come un tipico e abituale modo di pensare, risolvere i problemi,

percepire ricordare, rappresenta un approccio particolare allo studio della personalità.

Si possono individuare 3 modelli di studio degli stili cognitivi: l'approccio centrato sulla cognitivista,

l'approccio centrato sulla personalità, l'approccio centrato sulle attività.

Del primo gruppo fa parte l'approccio di Witkin che ha esplorato il concetto di "campo-

dipendenza/campo-indipendenza" e le sue modificazioni in relazione all'età. Gli studi dell'autore hanno

rilevato un passaggio dalla campo-indipendenza, osservata nell'adulto, alla campo-dipendenza, più

ricorrente dell'anziano.

Il concetto di "coping" proposto da Lazarus e Folkman riguarda gli sforzi cognitivi e comportamentali

necessari per la gestione e l'elaborazione di una risposta alle richieste ambientali e interne che vengono

percepite come eccessive rispetto alle risorse a disposizione dell'individuo. Le risorse esterne riguardano

le condizioni economiche e sociali, il livello educativo, la rete sociale di interazione e le condizioni

ambientali dell'individuo che possono determinare la tipologia e la qualità delle strategie che vengono

utilizzate. Le seconde interessano le abilità cognitive, le conoscenze e le capacità e le caratteristiche di

personalità.

Nell'ambito degli studi sulle modalità di coping utilizzate dall'anziano per far fronte all'impatto delle

malattie croniche è stato osservato che il ricorso ad alcune diminuisce con l'età, quello ad altre aumenta,

e quello ad altre ancora resta stabile. Le strategie il cui uso aumenta con l'età sono: l'isolazione

dell'affetto, il fatalismo, la modalità di un passo alla volta, la fede, il distanziamento, l'accettazione della

persona responsabilità, la valutazione positiva e la minimizzazione del rischio. Tra quelle che subiscono

un decremento si possono citare le reazioni ostili, la razionalizzazione, l'espressione dei sentimenti, il

pensiero positivo, le fantasie di fuga, il ritiro, l'umorismo e la ricerca di supporto e di aiuto esterno.

Da quanto esposto sulla personalità sembra sostanzialmente è confermata una relativa stabilità della

dimensione durante l'arco della vita.

Emozioni, affetti e invecchiamento

Tra i diversi tipi di approccio previsti dallo studio delle emozioni alcuni si sono concentrati sullo studio

della qualità delle emozioni distinguendo tra emozioni di base e complesse; sono state valutate

soprattutto le 2 categorie di emozioni, positive e negative, di cui sono stati rilevati i correlati esperienziali e

fisiologici. Un altro ambito di studio si è focalizzato sulla valutazione dell'intensità e della frequenza dei

diversi tipi di emozioni descritte. Per quanto riguarda il tipo di emozioni è stato osservato che negli

anziani e nei molto anziani vi è una lieve riduzione della frequenza delle emozioni di tipo positivo, mentre

quelle di tipo negativo non mostrano una modificazione con l'età. Nelle ricerche sulla capacità degli

anziani di esprimere le proprie emozioni, i dati sono contrastanti: alcuni segnalano una maggiore

espressività negli anziani rispetto ai giovani, altri non riscontrano significative differenze. Il terzo aspetto

che si può considerare riguarda il controllo emotivo, inteso come la capacità dell'individuo di regolare il

suo stato emotivo in termini di esperienza e di espressione. Viene riportata la tendenza degli anziani ad

evitare le situazioni cariche emotivamente e a trattenere l'espressività delle proprie mozioni

indipendentemente dal tipo di affetto provato. Secondo alcuni autori uno dei compiti dello sviluppo

nell'adulto anziano è quello di riorganizzare gli affetti e le emozioni. Lo sviluppo dell'Io comporta una

maggiore complessità emotiva e una migliore capacità di integrazione dell'esperienza emotiva livello

cognitivo, perciò con l'invecchiamento vi è una crescente possibilità di autoregolazione dei propri stati

affettivi.

Carstensen ha proposto la teoria della selettività socio-emozionale, nella quale l'influenza del fattore

tempo svolge un ruolo importante nella trasformazione delle preferenze emozionali. Secondo l'autrice la

nozione di tempo è di fondamentale importanza per lo sviluppo psicologico della persona, e proprio

attraverso il monitoraggio dello scorrere del tempo che l'individuo modifica e riorganizza i suoi obiettivi e

le sue preferenze in relazione alla sua vita.

Gli obiettivi sociali vengono divisi in 2 categorie principali: quelli necessari per l'acquisizione di nuove

conoscenze e quelli utili per la regolazione emotiva. In base a questi presupposti, il tempo è ritenuto un

elemento critico nel determinare l'ordine di importanza e la messa in atto di comportamenti diretti alla

realizzazione di un determinato obiettivo. La ricognizione del tempo spinge gli individui a selezionare gli

obiettivi a breve e a lungo termine più adatti. La percezione della limitatezza temporale determina un

riorientamento verso l'attualità, caratterizzata frequentemente e dall'interesse per gli stati emotivi.

L'applicazione di questa visione nell'ambito dello studio dell'invecchiamento ha permesso di rilevare

l'importanza che il fattore temporale ha per gli anziani, il quale viene percepito come limitato.

Infine riportiamo lo studio di Bromley sull'adattamento emotivo dell'anziano. Secondo questo autore la

frequente presenza di eventi stressanti, durante l'invecchiamento, comporta delle risposte emotive

specifiche che possono determinare una condizione di adattamento problematica.

Invecchiare bene

È opportuno descrivere le condizioni che mettono a rischio un buon adattamento alla vecchiaia e quelle

che possono essere definite "protettive". Si è aperto un dibattito sul concetto di "invecchiare con

successo", se da una parte questo concetto permette di identificare e ricercare i fattori che possono

condurre a un buon invecchiamento, dall'altra crea un ulteriore pregiudizio sull'anziano. Nella

formulazione di Rowe e Khan l'invecchiamento con successo comprende 3 componenti principali: la

bassa probabilità di malattia e di disabilità da malattia; l'alta capacità di funzionamento cognitivo e fisico; il

coinvolgimento e la partecipazione attiva alla vita sociale e relazionale. Secondo gli autori ogni elemento

contribuisce alla realizzazione di un buon invecchiamento, ma preso separatamente non può determinare

il successo.

Un ulteriore contributo è quello di Riley che sottolinea il ruolo della società nelle sue componenti

ambientali istituzionali nel favorire un buon invecchiamento.

Khan, analizzando il concetto di invecchiamento con successo, suggerisce di integrare i 3 modelli

proposti in un'unica cornice che includa:

- il modello di Baltes di selezione, ottimizzazione e compensazione che permette di prendere in

considerazione le possibilità e le potenzialità dell'anziano.

- il contributo di Rowe e Khan che permette di aggiungere al modello SOC gli elementi relativi a ruolo

dello stile di vita.

- la proposta di Riley che interessa lo sviluppo sociale e normativo orientato a rendere disponibili le

risorse esterne che possono aiutare l'anziano a realizzarsi verso il successo.

L'anziano e la sessualità

Il tema della sessualità rappresenta una delle espressioni della persona. Per quanto riguarda la vecchiaia

c'è un atteggiamento contraddittorio rispetto all'argomento. Vi sono studi risalenti agli anni 70 e 80 che

riportano che il tema della sessualità in termini di interessi, di desiderio e di capacità è presente

nell'anziano. Se da una parte vi è un declino delle capacità sessuali dell'anziano in termini di frequenza,

dall'altra si osserva una stabilità nelle prestazioni già acquisite, cui l'anziano mantiene le stesse modalità

già utilizzate in precedenza. In una ricerca interculturale Gibson ha osservato una permanenza degli

interessi e delle attività sessuali nell'anziano indipendentemente dalle differenze culturali. L'autore rileva,

inoltre, la discrepanza tra le conoscenze sull'argomento e le rappresentazioni sociali della sessualità

dell'anziano; da un lato si può osservare una modalità di negazione della sessualità nell'anziano, dall'altro

il trattarla come aspetto eccezionale se non anormale. Occorre però sottolineare che questo

atteggiamento sociale si sta modificando; ma il suo cambiamento si esplica con l'attitudine a legare la

sessualità alla prestazione e all'attrattività fisica dell'anziano.

Esiste inoltre una notevole differenza tra i sessi nell'atteggiamento degli anziani verso la sessualità. Per

l’uomo c'è una sufficiente accettazione della possibilità che gli possa avere dei desideri sessuali e perciò

viene ritenuta adeguata un eventuale attività sessuale, per la donna la situazione più complessa. La

differenza può essere attribuita alle influenze sociali e ai diversi atteggiamenti che gli anziani manifestano

verso questo tema.

Si può riassumere che per la comprensione della sessualità dell'anziano occorre: considerare le

modificazioni fisiologiche che l'invecchiamento comporta in questa funzione, sviluppare dei modelli di

formazione per gli operatori geriatrici, affrontare il tema dell'influenza dei giudizi morali dell'approccio

all'anziano, tener conto della necessità di distinguere tra la sessualità intesa come attività e quella

inerente l'interesse, il desiderio e il ruolo che questo aspetto ha per il benessere soggettivo dell'anziano.

I fattori di rischio nella vecchiaia

L'anziano è più esposto dell'adulto al rischio di doversi confrontare con numerosi eventi con un connotato

di perdita. Questi eventi non sono di per sé fattori di disadattamento emotivo ma rappresentano dei fattori

di rischio a maggior incidenza nell'anziano. Considerando l'importanza che l'anziano da alle relazioni

sociali emotivamente significative, la perdita di una persona importante rappresenta l'evento

maggiormente è percepito come fonte di malessere e di sofferenza. La patologia del lutto può essere

definita come la difficoltà a compiere il processo di risoluzione della perdita subita e quindi ad accettare la

perdita e a riorientare i propri interessi verso nuovi investimenti in relazioni sociali importanti. La mancata

risoluzione del lutto comporta il permanere di uno stato di malessere caratterizzato da ansia, dolorosa

assenza, disperazione, rovina, sensi di colpa o rabbia e da pensieri di autoaccusa e di rimprovero.

Nell'anziano si osserva una maggiore tendenza verso lo sviluppo di forme patologiche di lutto, ciò può

essere dovuto ai seguenti fattori: durata della relazione, qualità della relazione, personalità, contesto

sociale in cui avviene il lutto, la sostituzione.

Per quanto riguarda le modalità patologica del lutto nell'anziano sono state individuate le seguenti forme:

attività eccessiva, sviluppo di sintomi simili a quelli sofferti dalla persona perduta, ritiro sociale isolamento,

atteggiamento ostile verso le altre persone importanti, psicopatologia severa di tipo depressivo. Le

conseguenze del lutto possono essere influenzate da aspetti quali l'appartenenza di genere, le condizioni

di autonomia fisica e il contesto sociale. Per quanto riguarda le differenze tra i sessi nella letteratura via

una sostanziale evidenza del maggior rischio per gli uomini rispetto alle donne.

Oltre alla perdita della persona amata, l'anziano e anche a rischio di perdite che, prese isolatamente

possono non rappresentare un particolare problema, ma se sommate possono essere fonte di disagio e

malessere come le modificazioni sensoriali. Le funzioni sensoriali di maggior interesse sono quella

uditiva e quella visiva, ciò è dovuto al loro ruolo nella comunicazione sociale. Durante l'invecchiamento

si osserva una riduzione della possibilità di ascolto per le frequenze elevate (tra 4000 e 8000 hertz) e ciò

comporta una difficoltà nella percezione di alcune lettere, in particolare le consonanti come "Z" e "S". Un

altro deficit frequentemente osservato riguarda l'intensità dei suoni, affinché si possa mantenere la

capacità di comprensione del volume normale della voce umana questo deficit rende necessaria

l'amplificazione. Accanto queste difficoltà di tipo puramente sensoriali e risolvibili attraverso ausili uditivi,

occorre considerare l'atteggiamento dell'anziano verso questa problematica. Si osserva frequentemente

una tendenza dell'anziano a negare la presenza di un deficit spesso rilevato dalle persone a lui vicine.

L'altra funzione sensoriale di interesse riguarda la vista, che può subire dei processi di modifica fisiologici

e pertanto correggibili o essere danneggiata da diversi processi patologici periferici e centrali che

possono causare una perdita non modificabile. In questo secondo caso per l'anziano la perdita può

comportare un malessere significativo.

La problematica del rapporto dell'anziano con il suo corpo che diventa causa di limitazioni è sentito come

fonte di disagio ma anche come segnale di rischio di perdita di autonomia. La polipatologia dell'anziano

ha orientato verso la ricerca dei fattori che possono avere un effetto positivo o negativo nell'adattamento

dell'anziano alla sua condizione. I fattori che possono favorire l'adattamento sono: l'autostima,

l'accettazione di aderire alle cure, il fattore spiritualità, la percezione di una capacità di controllo sulla

propria situazione, il livello di educazione, la presenza e la disponibilità di richiedere supporto.

Tra i fattori che possono avere un ruolo sfavorevole ci sono: le strategie di evitamento, gli atteggiamenti di

pessimismo, la passività e la rinuncia alla partecipazione al processo di trattamento, la considerazione

della malattia comune amico da battere, un livello educativo basso, i tratti di personalità, la presenza di un

supporto sociale di tipo sostitutivo.

Emerge quindi l'importanza della risposta dell'anziano all'evento malattia. Accanto alla malattia fisica, il

grado di perdita di autonomia, la personalità, le risorse interne il contesto sociale possono contribuire a

regolare il livello di benessere e di malessere dell'anziano. La trasformazione da soggetto in oggetto

dell'anziano si rende molto evidente nei contesti istituzionali e residenziali per anziani, dove l'eccessiva

sanitarizzazione e l'attenzione alla salute fisica causano un'esclusione dell'anziano dalla gestione della

propria vita, attuata invece attraverso la cooperazione con i familiari.

Con il termine "istituzionalizzazione" intende la necessità di ricoverare l'anziano in strutture residenziali

a lungo termine. Questa necessità è prodotta dalla perdita di autonomia dell'anziano e dalla difficoltà o

impossibilità della famiglia del potere di assicurare l'assistenza necessaria. La tipologia delle strutture per

anziani può variare a seconda dell'intensità e della caratteristica di assistenza sanitaria necessaria. Le

cause del collocamento in strutture residenziali possono essere: perdita di autonomia fisica,

deterioramento cognitivo, isolamento sociale e solitudine, disagio sociale e psicopatologia.

Il processo di istituzionalizzazione può essere diviso in 3 fasi:

1) La modalità di accesso dell'anziano alla struttura, incluso il percorso che egli ha utilizzato per la scelta

e la decisione di essere collocato.

2) La sindrome del primo mese cioè la reazione di adattamento dell'anziano alla nuova collocazione.

3) Dopo la crisi del primo mese si può osservare un recupero delle condizioni di salute antecedenti il

ricovero oppure un progressivo deterioramento, che può portare anche alla morte.

L'istituzionalizzazione rappresenta quindi un evento difficile per l'anziano, alla complessità del suo

adattamento contribuiscono le sue caratteristiche personali, l'ambito familiare e le condizioni assistenziali.

Ciò suggerisce la necessità di un supporto oltre che all'anziano anche alla famiglia e agli operatori nel

loro lavoro assistenziale, in modo da favorire le loro capacità di cura dell'anziano.

Una delle sfide più importanti che l'invecchiamento pone alla persona è l’uscita dal mercato del lavoro.

A questo proposito è frequente l'osservazione di anziani che continuano a svolgere attività precedenti

oppure che possono dedicarsi ad attività desiderate e non intrapreso in precedenza. Oltre all'ambito

lavorativo l'anziano deve affrontare un processo di riduzione delle sue capacità di partecipazione sociale

di attività. Questo processo è stato descritto da Erikson come la possibilità per l'anziano di ridurre la sua

responsabilità sociale senza però abbandonare un ruolo di utilità, di presenza e di partecipazione. Per

quanto riguarda il rapporto di coppia dopo il pensionamento, se la disponibilità di tempo può essere

utilizzata per svolgere in comune attività desiderate d'altra parte può essere fonte di disagio poiché

obbliga ad affrontare delle difficoltà relazionali trascurate prima.

I temi trattati in questo capitolo evidenziano come l'invecchiamento della persona è un profondo processo

di cambiamento e ogni cambiamento comporta una crisi. La crisi è accompagnata da vissuti di

sofferenza, di ansia e di disagio che rappresentano lo sforzo dell'anziano di affrontare le difficoltà e di

trovare nuove possibilità di adattamento al cambiamento delle condizioni. L’esito favorevole della crisi

permetterà di invecchiare bene. L'esito negativo della crisi è rappresentato dall'anziano che presenta

sofferenza, di saggio, rifiuto ecc. 4 PROBLEMATICHE PIÙ FREQUENTI

Nella letteratura sull'invecchiamento ricorre il termine "fragilità", utilizzato per esprimere la condizione di

rischio dell'anziano. Il termine può assumere 2 accezioni diverse: la prima descrive una situazione nella

quale l'anziano, in relazione al processo di invecchiamento primario è interessato a una riduzione di

riserve; la seconda accezione del termine si riferisce alla condizione in cui l'anziano presenta delle

problematiche di ordine medico e funzionale, relativa al processo di invecchiamento secondario, che

causano una limitazione nelle sue capacità di autonomia.

Autonomia, dipendenza e fragilità

L'autonomia e la dipendenza dell'anziano sono il risultato dell'interazione tra fattori sanitari, sociali ed

ambientali e dipendono da 2 ordini di cause: la prima riguarda il livello di bisogno dell'anziano, la seconda

è il rapporto con le disponibilità di risorse e di supporti che possono sostenere l'anziano e permettergli

spazi di azione e interazione nonostante la non autosufficienza. Il risultato di questo modello si può

riscontrare nelle attuali politiche nazionali e regionali a favore dell'anziano. Il concetto di fragilità

dell'anziano rappresenta un tentativo di descrivere quella condizione di maggiore esposizione al rischio.

La maggiore esposizione al rischio può essere dovuta a diverse cause, tra queste si possono citare: la

riduzione delle riserve funzionali a carico di vari apparati e organi del corpo, i disturbi veri e propri a carico

di vari apparati, le limitazioni funzionali, i processi di deterioramento cognitivo, le condizioni sociali di

isolamento. I dati sulla realtà italiana possono essere desunti dalle indagini Istat, in cui si afferma che le

donne e gli uomini che sopravvivono fino a 75 anni avranno bisogno di aiuto nello svolgimento dell'attività

della vita quotidiana, rispettivamente per un periodo medio di 4,7 e 2,5 anni. La fragilità è una condizione

di rischio dell'anziano, ma non bisogna sottovalutare le sue capacità di adattamento alle condizioni di

limitazione e disabilita.

Nella sua discussione sul tema della dipendenza dell'anziano Baltes mette in evidenza il ruolo

dell'influenza culturale in questo ambito, in quanto nelle società occidentali la condizione di dipendenza

ha un valore sociale negativo mentre l'indipendenza e l'autonomia sono vissute come mete importanti da

raggiungere e da consolidare. Secondo la Baltes la dipendenza presenta 3 caratteristiche importanti:

multidimensionalità, multifunzionalità e multicausalità.

La condizione di dipendenza non può essere definita esclusivamente in base ad un solo orientamento,

sia esso biologico, sociale, economico o psicologico, ma deve essere valutata in termini di contributo di

questi fattori; quindi il bilancio tra autonomia e dipendenza sarà la risultante del complesso equilibrio tra i

fattori citati, il contesto culturale di riferimento e il compito relativo a quella determinata fase della vita

dell'Individuo. Baltes sottolinea inoltre il rapporto tra l'indipendenza e la competenza da una parte e quello

tra dipendenza e incompetenza dall'altra; la sovrapposizione dei 2 attributi può determinare lo sviluppo di

un modello "estensivo" della dipendenza, per cui la presenza di una dipendenza fisica, per un fenomeno

di pregiudizio estensivo, diviene una dichiarazione di incompetenza del soggetto anche in ambiti come

quello relazionale, cognitivo, decisionale. Il modello estensivo della dipendenza per l'anziano non

autosufficiente e comporta un rischio elevato perché può condurre al fatto che i suoi poteri decisionali

vengano assunti da altri in base a una presunzione di incompetenza totale. Un altro aspetto della terza

età descritto dalla Baltes è. quello della dipendenza comportamentale intesa come il risultato delle

interazioni della persona con il suo ambiente, e mette a confronto i 2 approcci teorici principali a questo

tema. Il primo fa riferimento al modello della dipendenza intesa come risultato della perdita di speranza

nel ricevere aiuto. Il secondo è quello proposto dall'autrice e intende la dipendenza come il prodotto

dell'eccesso di cura. Quindi secondo l'autrice, si possono osservare dei comportamenti di dipendenza

rispondenti alle esigenze del contesto in cui vive l'anziano. Si rende quindi necessario una

riconsiderazione della problematica dell'autonomia e della dipendenza nell'anziano basata sull'abbandono

del modello estensivo. Uno degli aspetti più difficili è il rapporto tra la perdita di autosufficienza e

l'istituzionalizzazione, cioè l’uscita dell'anziano dal suo microcosmo ecologico per trasferirsi in un contesto

nuovo in cui trascorrere l'ultima fase della vita.

Il deterioramento cognitivo lieve

Per descrivere le modificazioni dell'abilità cognitive dell'anziano sono stati coniati, nel corso degli anni,

diverse espressioni. Questi termini sono stati impiegati per dare un inquadramento e una definizione di

una caratteristica presentata dalle persone della terza età ma di cui è difficile definirne il valore

diagnostico.

Allo scopo di definire il quadro clinico in neuropsicologico dell'eventuale stato di transizione tra

invecchiamento normale, declino cognitivo benigno e demenza è stata proposta la categoria diagnostica

di Mild Cognitive Impairment (MCI deterioramento cognitivo lieve). Essa è caratterizzata da: disturbi

soggettivi della memoria, rendimento patologico in prove di memoria, non interferenza del disturbo sulle

attività della vita quotidiana, normalità delle altre funzioni cognitive, assenza di demenza, assenza di altre

condizioni morbose. Nelle ricerche effettuate è stato messo in evidenza che il tasso di conversione in

demenza dei soggetti con diagnosi di MCI è di circa il 12% all'anno mentre quello della popolazione

generale e dell'1-2%. Inoltre recentemente, attraverso l'uso delle tecniche di immagine di tipo strutturale e

funzionale, è stato possibile rilevare modificazioni sia del volume e della dimensione delle aree cerebrali,

sia dell'utilizzazione del glucosio, un parametro dell'attività del cervello. I risultati ottenuti permettono di

classificare i soggetti con MCI come appartenenti ad una categoria intermedia tra quella

dell'invecchiamento normale e quella della demenza.

Un altro settore di studio è quello della ricerca dei markers biologici che possono permettere una diagnosi

delle forme precoci di demenza. Nonostante siano state messe in evidenza alcune alterazioni a livello

molecolare e metabolico, nessuna delle strategie utilizzate può ritenersi attualmente è utile a una

diagnosi precoce della possibilità di trasformazione dell'MCI in demenza.

Le demenze

L'interesse per la diagnosi e la verifica del rapporto tra MCI e deterioramento cognitivo è strettamente

collegato all'emergere del problema della demenza. La rivoluzione demografica ha comportato un

aumento considerevole dell'età media della popolazione generale gli ha fatto emergere anche la

consistenza del problema del deterioramento cognitivo, la cui incidenza aumenta con l'età.

Con il termine generico "demenza" si fa riferimento a una condizione clinica caratterizzata da: deficit di

memoria, alterazioni del comportamento, modificazioni del tono dell'umore, deficit neurologici progressivi,

i sintomi descritti causano una compromissione significativa del funzionamento sociale e lavorativo,

esordio insidioso e una progressione lenta. In base al criterio della reversibilità è possibile suddividere le

demenze in 2 categorie principali: degenerative o irreversibili, e secondarie o reversibili. Le

demenze degenerative o irreversibili sono quelle demenze causate da una degenerazione a livello

cerebrale che può essere dovuta a varie condizioni di cui le principali sono: malattie degenerative,

malattie vascolari, traumi e infezioni. Le demenze secondarie o reversibili invece hanno una causa che a

volte può essere modificata.

Un'altra possibile suddivisione delle demenze è quella basata sull'area cerebrale maggiormente

interessata dalla malattia. Da questo punto di vista le demenze possono essere raggruppate in corticali,

sottocorticali e miste. Le forme corticali sono rappresentate dalla malattia di Alzheimer e dalla malattia di

Pick; tra le forme sottocorticali si possono citare la malattia di Parkinson, la malattia di Huntington, la

malattia di Binswanger, l'encefalopatia da HIV, l'idrocefalo normoteso; le forme miste sono la demenza

multi-infartuale, la malattia di Creutzfeldt-Jacob e le demenze tossiche e metaboliche.

I sintomi delle demenze possono essere raggruppati in 3 aree principali: disturbi della cognitività,

disturbi del comportamento, disturbi del funzionamento quotidiano e sociale. I sintomi della cognitività

rappresentano spesso i sintomi di presentazione della demenza in generale e della AD in particolare,

all'inizio e si interessano la memoria, ma possono riguardare anche altre abilità cognitive. La seconda

abilità maggiormente interessata nella AD È il linguaggio. Per quanto riguarda questa funzione,

inizialmente si osserva una difficoltà di ritrovamento delle parole durante una conversazione normale

oppure una perdita di capacità di denominazione di oggetti. La capacità sintattica invece è preservata,

anche se la struttura delle frasi diventa meno complessa. La perdita delle abilità visuo-spaziali produce la

difficoltà di orientamento nello spazio, uno dei primi segnali di un'alterazione a questo livello è la perdita di

orientamento dei soggetti quando sono alla guida dell'automobile oppure quando si allontanano da

ambienti familiari. La presenza di deficit nella capacità di affrontare alcuni problemi di trovare soluzioni

indicate nelle fasi iniziali della demenza vengono interessate anche le funzioni esecutive, inizialmente

queste difficoltà possono riguardare questioni complesse ma con i problemi dire della malattia anche le

situazioni elementari possono risultare di difficile soluzione.

Secondo Galasko in base allo stadio di progressione della malattia può essere suddiviso nel modo

seguente:

-Nella fase lieve si osservano difficoltà nel richiamo nell'apprendimento di nuove informazioni, nel

recupero delle parole e nella soluzione di problemi.

-Nella fase moderata le difficoltà riguardano la memoria degli eventi recenti mentre quella remota in

alterata, compare la difficoltà per i nomi e di orientamento

-Nella forse severa sono presenti notevoli deficit di attenzione, una marcata aprassia e impoverimento del

linguaggio con la possibile comparsa del mutismo.

La seconda classe di sintomi presenti nell'AD è rappresentata dei sintomi comportamentali, che nelle

fasi iniziali della malattia sono soprattutto di tipo affettivo e psicologico, mentre nella fase moderata-grave

sono propriamente comportamentali e psicotici. I sintomi comportamentali sono quelli che vengono

rilevati tramite l'osservazione del paziente e includono l'aggressione fisica, irrequietezza, l'agitazione, il

vagabondaggio, la disinibizione sessuale ecc.

I sintomi psicologici sono quelli che possono essere rilevati attraverso interviste con il malato o con i

curanti e includono l'ansia, l'umore depresso, le allucinazioni e i deliri.

I sintomi psicologici presenti nella demenza sono:

-Deliri: possono essere presenti in tutti i tipi di demenza e la loro frequenza varia dal 10% al 73% in base

al genere di popolazione considerata e al tipo di demenza.

-Allucinazioni: sono presenti nella demenza in una percentuale che varia dal 12% al 49% e quelle più

rappresentate sono di tipo visivo.

-Errori di identificazione o dispercezioni: se le allucinazioni sono percezioni senza oggetto, nelle

dispercezioni vi è un errore di identificazione dello stimolo esterno.

-Depressione: Secondo uno studio alla depressione è presente nell'85% dei pazienti con demenza in una

determinata fase della malattia.

-Apatia: è uno dei sintomi più frequenti ed è presente in più del 50% dei soggetti

-Ansia

I sintomi comportamentali della demenza sono invece i seguenti:

-Vagabondaggio

-Agitazione

-Reazioni catastrofiche

-Disinibizione

In generale si può dire che: nella fase lieve sono più frequenti sintomi di apatia, ritiro, depressione e

irritabilità; nella seconda fase prevalgono i deliri, le allucinazioni, il vagabondaggio, l'insonnia, l'agitazione;

nella fase severa prevale l'agitazione sia di tipo verbale siamo motorio.

La terza classe di sintomi da considerare nella demenza riguarda le limitazioni funzionali e nella vita

sociale causate dal deterioramento cognitivo progressivo.

Per quanto riguarda lo studio sulle cause e sulle manifestazioni della demenza si sta cercando di

utilizzare un modello psicosociale di approccio alla demenza che, cercando di andare oltre il modello

basato sullo studio dei deficit, si avvicina a una concezione centrata su quelle capacità preservate dal

soggetto che gli permettono di mantenere un'interazione con il mondo circostante. In termini di

prospettiva l'approccio psicosociale consente di integrare le conoscenze acquisite sul versante biologico

della malattia con quelle di carattere neuropsicologico, in questo modo ci offre la possibilità di una lettura

ricca di significato almeno di alcuni comportamenti azioni dei malati. Il primo aspetto da considerare

riguarda la problematica della comunicazione dei e con i malati di demenza. La comunicazione in


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Federica93_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicogeriatria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Di Ceglie Antonella.

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