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Mentalizzazione, regolazione affettiva e sviluppo del sé

Capitolo 1 - Le prospettive storiche e interdisciplinari sugli affetti e sulla regolazione affettiva

È bene esaminare il rapporto tra le prime relazioni oggettuali e la mentalizzazione, utilizzando i temi dell’emozione e della regolazione affettiva. Da sempre sia la filosofia che la psicologia hanno considerato le emozioni in due differenti modi contrapposti: come strettamente connessi alla cognizione; come intrinsecamente indipendenti, fuori dal controllo del pensiero razionale.

In realtà le neuroscienze ci insegnano come entrambe le tradizioni/orientamenti sono stabilmente collocate nelle strutture cerebrali che si occupano dell’esperienza emotiva. Un aspetto importante dello studio delle emozioni riguarda la regolazione affettiva, la quale per alcuni teorici riguarda la regolazione dell’emozione stessa, mentre per altri implica qualcosa di più complesso: cioè, il processo mediante il quale i bambini passano dalla co-regolazione alla autoregolazione.

Prima di esaminare le diverse posizioni filosofiche, approfondiamo che cosa si intende per “mentalizzazione”. È il processo che permette di interpretare se stessi e gli altri, ovvero il comportamento proprio e altrui. Consiste nel concepire se stessi e gli altri come dotati di una mente, ossia come persone che agiscono sulla base di credenze, desideri, intenzioni e sentimenti. La mentalizzazione è la capacità individuale di elaborare o interpretare l’informazione relativa agli stati mentali, essenziale per il funzionamento in un mondo sociale pieno di tensioni. È il processo attraverso cui apprendiamo che la nostra esperienza del mondo è mediata dal fatto che possediamo una mente. È un processo di ordine cognitivo, che tuttavia è profondamente influenzato da esperienze di natura affettiva, e specificamente dalla precocissima relazione affettiva e regolativa tra il bambino e la figura di accudimento.

La “funzione riflessiva” rappresenta la traduzione in termini operativi del concetto di mentalizzazione. Essa è intrinsecamente legata allo sviluppo del sé, all’elaborazione della sua organizzazione graduale e alla partecipazione alla società umana. Implica sia una componente autoriflessiva, sia una interpersonale. In modo combinato, queste due capacità forniscono al bambino la possibilità di distinguere adeguatamente il mondo interno dal mondo esterno, i processi mentali intrapersonali ed emozionali dalla comunicazione interpersonale. L’esperienza del bambino come un essere dotato di una mente o di un sé psicologico non è un dato genetico; è una struttura che si sviluppa dalla prima infanzia in poi, e il suo sviluppo dipende in modo critico dalle interazioni con menti più mature, la cui qualità sia benigna e riflessiva.

L’autoriflessività, così come l’abilità di riflettere sulle menti degli altri, sono abilità da costruire, che evolvono oppure no, nelle relazioni primarie. La funzione evoluzionistica delle relazioni oggettuali precoci è quella di fornire al bambino un ambiente all’interno del quale la comprensione degli stati mentali del sé e degli altri possa avere pieno sviluppo.

In termini di sviluppo la mentalizzazione comincia con la scoperta delle emozioni all’interno delle relazioni con l’oggetto primario. Centrale rispetto a questo è il concetto di “regolazione affettiva”, che è la capacità di modulare gli stati affettivi. Ma, gli stati affettivi stessi sono usati per regolare il sé. Il concetto di “affettività mentalizzata” indica una capacità matura di regolazione affettiva e denota la capacità di scoprire i significati soggettivi dei propri stati affettivi.

Prospettive filosofiche

L’inclinazione filosofica è sempre stata quella di considerare la razionalità come la via regia di orientamento all’azione, accantonando l’importanza delle emozioni. Tuttavia, il problema rimaneva, per cui i più importanti filosofi hanno sentito la necessità di dare una qualche spiegazione delle emozioni.

Aristotele: gli affetti sono indispensabili per una vita felice e ricca. I sentimenti sono delle credenze, in quanto forniscono giudizi più o meno giustificati sul mondo. Questo significa che non sono né dannosi, né contrapposti alla razionalità. Diventano dannosi soltanto nel momento in cui il nostro carattere è troppo debole e si lascia sopraffare da essi. Regolare gli affetti dunque significa trovare un giusto bilanciamento tra i due poli opposti. La virtù degli antichi greci era sofrosune. L’uomo era frutto dell’integrazione di ragione e sentimento.

Gli stoici si collocano nella posizione diametralmente opposta, per cui le emozioni sono al di là del controllo ed eludono l’educazione. All’uomo spetta prendere le distanze e agire solo sulla base della razionalità. Solo con il “distacco” e l’autosufficienza è possibile prosperare.

Per quanto questi paradigmi sembrano escludersi a vicenda, di fatto c’è chi ha tentato un’integrazione:

  • Spinoza compendia i diversi aspetti di entrambi i paradigmi. Egli fu influenzato dalla rivoluzione cartesiana. Tuttavia, egli si allontanò dal dualismo cartesiano, arrivando a concepire gli esseri umani come menti incarnate. Da una parte considera gli affetti come giudizi errati; ma nella terza parte dell’Etica sostiene che l’uomo dovrebbe ricorrere alla ragione per correggere gli affetti, senza abbandonarli.
  • Cartesio: anche essendo un fedele assertore della razionalità, nella sua opera Le passioni dell’anima ritrovava gli affetti sia come sensazioni corporee che come eventi mentali. L’enfasi su mente e corpo anticipò la psicologia.
  • Hume: ha gettato luce sul fatto che le emozioni contribuiscono alla condotta morale. Non tutte le emozioni adempiono a questa funzione, ma la moralità si basa su sentimenti e ciò che ne consegue è che non può essere regolata dalla sola ragione.

Le prospettive psicologiche

Rispetto al campo filosofico, la psicologia ha sempre mostrato un interesse entusiasta per tutto ciò che si trova al di là della ragione. Ciò nonostante durante l’era del comportamentismo e della rivoluzione cognitiva, gli affetti sono stati quasi del tutto esclusi dall’interesse della ricerca psicologica. Fatta eccezione per Tomkins che ha rappresentato una voce relativamente isolata nella psicologia americana degli anni ’50 e ’70, lavorando allo sviluppo della visione darwiniana secondo cui le emozioni si manifestano attraverso le espressioni facciali e fanno parte di un più ampio programma biologico che ci orienta all’azione. Inoltre, per questo autore, le emozioni costituiscono una sfera indipendente di coscienza, distinta da percezione, cognizione e memoria.

Ekman aggiunge che le emozioni sono universali e riconoscibili nelle diverse culture attraverso le espressioni facciali. Individua cinque emozioni fondamentali: felicità, tristezza, rabbia, paura e disgusto. Entrambi sottolineano, come gli stoici, come le emozioni ci occorrano, come se ci capitassero, invece di avvertire che siamo noi a scegliere. Eppure a differenza degli stoici, valutano il contributo delle emozioni per la sopravvivenza.

Si possono avanzare due critiche al lavoro di Ekman:

  • Ci si chiede se gli affetti formino delle categorie discrete, o se ciò che è realmente fondamentale non siano piuttosto le loro dimensioni come il livello di attivazione, di piacere, di attività.
  • Validità transculturale. Il fatto che le emozioni sono simili tra le diverse culture, non determina necessariamente che siano identiche.

Altri autori si sono concentrati poi su come la cognizione, quindi la ragione, determina e influenza l’esperienza affettiva. In questo caso faremo riferimento alla teoria di James-Lange, la quale stabilisce che gli affetti non sono altro che il riconoscimento delle reazioni fisiologiche del nostro organismo a qualche stimolo del mondo esterno. In pratica noi utilizziamo le emozioni per etichettare gli stati affettivi di attivazione fisiologica generale. Questa concezione era il pilastro su cui si fondava il lavoro dei primi terapeuti cognitivo-comportamentali, in cui prevaleva il primato della cognizione sull’affetto. Questa idea è comunque rigettata da altri psicologi come Zajonc, in quanto afferma che è possibile avere delle emozioni senza il controllo della cognizione. Infatti, si è soffermato su cosa si intende realmente per “cognizione”: se si tratta di un concetto delimitato, come la consapevolezza, oppure sia più astratto, più vicino all’inferenza logica.

La prospettiva delle neuroscienze

LeDoux è una delle figure più di spicco nel settore emergente delle “scienze affettive”. Il suo lavoro si è soffermato sulle emozioni sui ratti, che è simile nelle varie specie. In particolare ha rintracciato nell’amigdala la struttura cerebrale centrale che determina il significato delle emozioni e, in particolare, è coinvolta nella sensazione di paura. Per LeDoux nel cervello esistono due sistemi di risposta emozionale:

  • Il primo, che origina nell’amigdala, è descritto come rapido e approssimativo, automatico e piuttosto grossolano;
  • Il secondo, che coinvolge la neocorteccia, è responsabile delle nostre risposte più sofisticate e implica una componente cognitiva.

Il processo di elaborazione emozionale ha sia una forma immediata che mediata. Questi due sistemi di risposta sono definiti di “Tipo I” e di “Tipo II”. Le emozioni di tipo I sono immediate e il frutto dell’esperienza evoluzionistica della specie. Le risposte emozionali di tipo II piuttosto che essere attivate sono prodotte. Esse sono specifiche per l’individuo riflettendo l’esperienza passata e il giudizio in merito alla possibilità di applicare le situazioni passate a quelle attuali.

Certamente il suo intento non era quello di localizzare l’emozione esclusivamente in due distinte e limitate aree del cervello. Nel suo libro Il cervello emotivo ripete continuamente che non esiste un’unica sede cerebrale dell’emozione. Sottolinea inoltre la distinzione tra risposte emotive antiche e più primitive che hanno la funzione di “sistema primario di allarme”, che ci consentono di tenerci alla larga da stimoli minacciosi, e le risposte emotive più recenti e complesse che hanno funzioni differenziate. La visione dei due sistemi di risposta emozionale ha un valore nella misura in cui riesce a mitigare la tensione tra paradigmi stoici e aristotelici.

Altri neuroscienziati hanno raccolto la sfida di considerare la relazione tra emozioni e il sé. Uno di questi è Damasio, che nel suo primo libro, L’errore di Cartesio, propone di superare il dualismo mente-corpo, e in particolare il primato della ragione rifiutando di considerare le emozioni. In una prospettiva neuroscientifica, l’emozione è costitutiva della stessa razionalità, la quale è plasmata e modulata dai segnali corporei. È il corpo a fornire i contenuti della mente, oltre che un sostegno alla consapevolezza delle condizioni degli apparati viscerali e muscoloscheletrici. Ha trovato che in alcuni suoi pazienti un ridotto funzionamento emotivo interferiva gravemente con le capacità di ragionamento. Partendo, quindi, dall’assunto che le emozioni sono parte integrante della razionalità, propone l’ipotesi del marcatore somatico, il quale mostra che i nostri processi decisionali incorporano risposte viscerali che di fatto sono segnali automatici provenienti dal corpo, che ci proteggono, ci aiutano a limitare e scegliere tra le possibili opzioni. Nel suo volume, La coscienza estesa, amplia il suo precedente lavoro distinguendo tre differenti sensi del sé, per colmare la lacuna di come il sé neuronale sia collegato al sé fenomenico:

  • Il proto-sé è un insieme di dispositivi cerebrali che mantengono continuamente e non coscientemente il corpo entro la stabilità necessaria alla sopravvivenza;
  • Il sé nucleare ci consente di entrare in contatto con l’esperienza del qui e ora;
  • Il sé autobiografico che è il prodotto di un tipo più complesso di coscienza, potremmo definirla “coscienza estesa”, che ci fornisce un’identità e un senso di essere persone. Ci rende consapevoli sia di aver vissuto un passato, che di aver anticipato un futuro.

La prospettiva psicoanalitica

Per capire perché gli affetti sono diventati centrali solo ora nella teoria psicoanalitica dobbiamo cominciare da Freud. Ci sono due tendenze:

  • Secondo la prima, le emozioni costituiscono una scarica di energia e devono essere comprese come la manifestazione psichica delle pulsioni;
  • In base alla seconda tendenza, gli affetti sono segnali e sono soggetti, almeno in una certa misura, al controllo dell’Io. Questo ha come implicazione che gli affetti forniscono un contributo al funzionamento adattivo. Questa seconda tendenza è fiorita negli ultimi anni grazie all’influenza della teoria delle relazioni oggettuali.

Per Freud, gli affetti hanno una componente sia fisica che mentale. Come Spinoza, Freud concepì la mente come incarnata, e spiegò la natura dell’esperienza psichica in modo tale da evitare le lacune del dualismo cartesiano. Freud ascrive agli affetti una funzione mentale nella misura in cui sono delle manifestazioni pulsionali, ma certamente teneva in gran conto anche la base biologica delle emozioni come funzionali alla sopravvivenza. Freud si concentrò principalmente sull’angoscia, in quanto è stato l’affetto su cui poggia gran parte della sua teoria psicoanalitica e per la sua chiara importanza clinica. Questo gli è costato una critica di un’attenzione agli affetti negativi e non alla dimensione sana dell’esperienza affettiva.

In definitiva, è pressoché impossibile immaginare una psicoanalisi che non affronti la relazione che ciascuno ha con le proprie emozioni. La regolazione affettiva va diretta al cuore del cambiamento che la psicoanalisi vuole produrre.

La prospettiva della teoria dell’attaccamento

Gli affetti sono cruciali nella teoria dell’attaccamento poiché la relazione d’attaccamento tra il bambino e il caregiver è in se stessa un legame affettivo. In questa teoria la regolazione degli affetti serve ad alimentare la comparsa dell’autoregolazione a partire da una regolazione guidata dall’esterno, una coregolazione, passando da un sistema di regolazione “diadico” a uno “individuale”.

Sroufe ritiene che le emozioni compaiano durante la seconda metà del primo anno di vita. Nello specifico rigetta la visione per cui i bambini nascerebbero già dotati delle emozioni fondamentali, ponendo l’accento sul fatto che queste emozioni vengono ad esistere attraverso il contributo del cargiver. Le emozioni esistono alla nascita solo sotto forma di precursori e il cambiamento avviene solo dopo la metà del primo anno di vita quando diventano meno globali e più differenziate. Secondo Sroufe la regolazione affettiva consiste nella capacità di mantenere l’organizzazione di fronte alla tensione; essa viene vista come una Anlage o prototipo dell’autoregolazione. L’autoregolazione, a sua volta, è spiegata come parte di un circuito che comprende l’autostima e la fiducia in se stessi. Il meccanismo è questo: la fiducia nel caregiver diventa fiducia di sé con il caregiver e, infine, la fiducia in se stessi.

Magai verte il suo interesse sulla relazione tra stili affettivi genitoriali e capacità di regolazione. Il suo lavoro è tratto da quello di Cassidy, per cui la regolazione affettiva può essere legata alla qualità dell’attaccamento. Di conseguenza, lo stile ansioso-evitante tende a minimizzare gli affetti mettendo in atto una sovra-regolazione, ossia una regolazione eccessiva; lo stile ansioso-ambivalente tende a incrementare gli affetti mettendo in atto una sotto-regolazione, nel senso che non è in grado di far funzionare bene il processo; infine, lo stile sicuro mostra una regolazione aperta e flessibile.

Un’area problematica nella teoria riguarda il concetto di strutture interne, o “modelli operativi interni”. Inizialmente venivano concepiti come qualcosa di molto simile alla replica delle interazioni esterne. Main ha reso più complesso tutto ciò, ponendo l’accento sulla metacognizione, capacità di ordine superiore di valutare e riorganizzare i ricordi.

Una prospettiva integrata

La psicoanalisi e la teoria dell’attaccamento convergono nell’attribuire un ruolo importante alla regolazione affettiva nello sviluppo precoce, nella comparsa del senso di sé, e nella trasformazione della coregolazione in autoregolazione. Entrambe le posizioni definiscono la regolazione come un equilibrio tra affetti positivi e negativi; in particolare sostengono il valore degli affetti negativi, piuttosto che prevederne l’esclusione. Tuttavia ci sono alcuni punti di divergenza:

  • La psicoanalisi classica vede gli affetti come connessi alle pulsioni, e quindi connessi a potenti forze primitive;
  • Per la teoria dell’attaccamento gli affetti sono considerati adattivi e la regolazione affettiva assicura che le cose siano effettivamente così.

Come conseguenza c’è la tendenza, forse troppo frettolosa, di pensare che gli psicoanalisti sostengono il primato degli affetti, mentre i teorici dell’attaccamento hanno soprattutto a cuore la regolazione degli affetti. Tuttavia, quest’ultima è importante anche per la psicoanalisi, soltanto che in questo caso la regolazione, come ogni attività mentale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli psicodinamici dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Giannone Francesca.
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