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Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Psicologia dinamica Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicodinamica del setting, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giannone: Psicologia dinamica, seguendo il programma, dell'università degli Studi di Palermo - Unipa. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicodinamica del setting docente Prof. F. Giannone

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Psicologia dinamica

2) la teoria della tecnica psicoanalitica

Nel 1985 Cooper scrivere: nella psicoanalisi vi è un rapporto stretto fra la teoria e la pratica, ma

poiché la teoria è stata elaborata ad alti livelli di astrazione, questa unità fra teoria e pratica non è

sempre chiara come vorremmo”. Malgrado le trasformazioni dei modelli teorici esplicativi, si ha

l’impressione che alcuni principi tecnici più generali siano rimasti costanti, rivisitati nel loro statuto

teorico e nella valutazione delle loro implicazioni cliniche. I psicoanalisti inglesi della scuola delle

relazioni oggettuali avevano sottolineato fin dai primi anni 50 che, se la teoria costruita sulle

pulsioni presentava un modello esplicativo fondato su un approccio “unipersonale” alla psicologia,

considerando in primo piano gli eventi che si verificano all’interno di un individuo, la tecnica

psicoanalitica inventata dallo stesso Freud assumeva un’impostazione decisamente bipersonale

nella misura in cui si occupava dell’interazione di due individui nella situazione terapeutica. Lo

spostamento dell’attenzione sulla teoria clinica ripropone in altri termini la domanda circa la

corrispondenza fra una certa modalità di lavoro clinico e il modello psicoanalitico di intervento.

Infatti, una volta stabiliti i criteri di valutazione dell’efficacia di una psicoterapia sulla base di canoni

ufficiali riconosciuti da una comunità scientifica, la questione se un certo tipo di analisi è da

considerarsi “selvaggia” oppure correttamente condotta travalica l’interesse privato delle

associazioni psicoanalitiche. Dal punto di vista della comunità scientifica, l’appartenenza ad un

modello teorico clinico comporta anche l’uniformità di criteri e di regole per la formazione degli

psicoterapeuti, il che presenta problemi strettamente connessi non solo con la tecnica, ma anche

con la definizione dell’identità culturale e professionale delle diverse istituzioni. Analizzare il

transfert resta l’imperativo categorico del lavoro clinico con impostazione psicodinamica, così

come la risoluzione del transfert è in linea di principio la definizione tecnica dell’obiettivo della

cura, in quanto l’indicatore nel momento in cui è possibile porre un termine al lavoro analitico

senza danni iatrogeni per l’analizzato. Fin dalle origini la psicoanalisi ha posto al centro sia della

teorizzazione sia della cura la comprensione delle dinamiche relazionali psicopatologiche (esterne

e interne alla cornice dell’intervento) e ha cercato di costruire una griglia teorica che permette di

collegare la realtà storica (Le interazioni passate e presenti in quanto osservabili da un

osservatore esterno) con la realtà psichica, cioè con quella dimensione squisitamente soggettiva

dell’esperienza che sovente gli psicologi esistenzialisti hanno rivendicato in polemica contro gli

psicoanalisti classici. Malgrado la rivoluzione operata dal prevalere del paradigma relazionale

nelle teorie psicodinamiche contemporanee, accanto alle ampie variazioni dei contenuti e del

timing dell’interpretazione, nonché della definizione della relazione terapeutica e delle

caratteristiche del setting, sussistono alcuni elementi invariati che rendono ancora oggi specifico il

modello psicodinamico di intervento clinico. In contrasto con Aron che decreta il definitivo tramonto

di una tecnica del modello di base, strettamente correlato con l’abbandono di un’unica meta

psicologia di riferimento, riteniamo preferibile l’ipotesi proposta da Gill, di un modello più

generalizzato basato su parametri di base:

La valutazione diagnostica in termini di qualità e livello evolutivo dell’organizzazione

1) gerarchica delle funzioni nel corso dello sviluppo, nonché della presenza di tendenze

inconsce alla ripetizione di strategie relazionali disadattive

La definizione degli obiettivi terapeutici in termini di riorganizzazione della regolazione

2) affettiva e di una maggiore flessibilità delle strategie relazionali

L’interpretazione di significati impliciti (cioè non esplicitamente presenti alla coscienza)

3) come strumento tecnico fondamentale;

La relazione transfert-controtransfert come esperienza generata dal lavoro analitico che

4) diventa palestra di trasformazioni se opportunamente utilizzata.

2.2. La valutazione psicodinamica: il setting e la tecnica del colloquio

Alcuni problemi relativi alla diagnosi psicodinamica sottolineano l’inesplicabilità dei vincoli che

legano la formulazione psicopatologica di un caso al suo trattamento e la conseguente circolarità

degli obiettivi diagnostici e terapeutici, la valutazione diagnostica in un approccio dinamico appare

1

strettamente collegata all’esigenza di esplorare i significati della richiesta di aiuto e di esaminare la

capacità introspettiva e le risorse motivazionali della persona. Molto spesso è stato sostenuto che

una tecnica correttamente fondata su presupposti psicoanalitici è incompatibile con

l’atteggiamento implicito in un’indagine diagnostica, che di per sé sarebbe oggettivante limitata

agli aspetti comportamentali e/o consci del funzionamento psichico. In particolare, rifacendosi alle

raccomandazioni di Freud di limitare l’indagine preliminare ad un breve periodo di prova, gli

analisti classici, pur riconoscendo la necessità di una iniziale valutazione di analizzabilità del

paziente, tendevano a mettere in guardia da facili operazioni diagnostiche ritenendo che una

diagnosi definitiva si ottiene soltanto dopo un lungo periodo di tempo. Il problema della diagnosi,

del resto, coinvolge una complessiva visione del metodo conoscitivo e terapeutico della

psicoanalisi: nella misura in cui la cultura implica un’acquisizione di conoscenze ed una

comprensione del funzionamento psichico del paziente reciprocamente condivisa fra questo e il

terapeuta, gli stessi colloqui di valutazione diagnostica debbono necessariamente avvalersi della

attiva collaborazione del paziente e acquistano comunque una finalità terapeutica. Fin dal 1904

Freud aveva indicato che la conoscenza della genesi e del contesto psichico dei sintomi era

l’obiettivo stesso della psicoanalisi, segnalando che l’anamnesi clinica e i significati affettivi delle

relazioni personali del paziente assumevano contemporaneamente il valore di obiettivo

diagnostico e di obiettivo terapeutico. Freud raccomandava di selezionare accuratamente pazienti

ai fini di un buon esito del trattamento, sulla base di una serie di indicatori: l’esclusione di

categorie diagnostiche come le psicosi, gli stati confusionali e la depressione profonda, l’assenza

di fenomeni pericolosi come un’anoressia isterica che richiedevano una eliminazione più rapida

dei sintomi, ma anche l’esistenza di una domanda di aiuto spontanea basata sulle sofferenze

personali del paziente. Dal punto di vista tecnico, Freud affermava che un’accettazione solo

provvisorie del paziente, orientata a compiere un sondaggio per conoscere il caso e per decidere

se adatta alla psicoanalisi, poteva ridurre eventuali errori di valutazione e soprattutto permettere al

paziente di interrompere il lavoro senza la penosa impressione di un tentativo di guarigione fallito.

Fin dalle origini, dunque, un approccio psicodinamico alla consultazione o al colloqui iniziali di

valutazione clinica si configura come una ricerca di dati relative al profilo anamnestico e all’attuale

contesto relazionale del paziente, con una particolare attenzione agli aspetti motivazionali e alle

capacità introspettive; la tecnica del colloquio appare fondata sui due pilastri della tecnica

terapeutica cioè le libere associazioni del paziente e l’attenzione liberamente fluttuante

dell’analista. La specificità dell’approccio psicodinamico richiede una particolare attenzione agli

aspetti inconsci della comunicazione che avviene fin dai primissimi contatti. Obiettivo principale

della valutazione, nel modello tradizionale della tecnica psicoanalitica, è quello di selezionare

pazienti sulla base della loro analizzabilità. Con l’ampliarsi degli ambiti di applicazione e con la

crescente flessibilità della tecnica di base, i criteri di analizzabilità si spostano da limiti più

strettamente connessi alla gravità della psicopatologia a fattori relativi alla qualità delle relazione

umane: le motivazioni terapeutiche e anti-terapeutiche del paziente diventano oggetto privilegiato

di indagine, accanto e in relazione alle motivazioni per cui quel particolare analista potrebbe

prendere in terapia quel particolare paziente. Il grado di interesse e di simpatia che un analista

prova fin dall’inizio per un paziente possono essere fattori determinanti nel corso successivo del

trattamento; altrettanto importante e anche che il terapeuta sia motivato a curare il paziente ma sia

consapevole dei limiti del proprio lavoro e in generale del metodo di cura. Daniel Greeson elenca

una serie di criteri di analizzabilità: il livello di funzionamento sociale e la flessibilità dei

meccanismi di difesa; la qualità delle relazioni interpersonali e la capacità di assumersi

responsabilità nei fallimenti relazionali; la tolleranza e la modulazione degli Stati affettivi;

l’attenzione per i propri stati mentali e per i conflitti interni, nonché la capacità di controllare gli

impulsi; la motivazione a sostenere costi emotivi della cura; la possibilità di provare piacere e di

essere soddisfatti di sé almeno in alcune circostanze. È con l’affermarsi delle esigenze di ricerca

sull’efficacia della psicoanalisi o di sue forme modificate per la cura di diversi psicopatologia che si

rivolge nuovamente l’attenzione alla valutazione psicodiagnostica e ai principi tecnici che

informano il colloquio ad essa orientato. Il filo conduttore di questo approccio al colloquio di

valutazione consiste nel tentare una mediazione tra le esigenze “oggettivanti” di una raccolta di

dati che siano in qualche modo confrontabili sia tra diversi operatori sia fra diversi momenti del

percorso terapeutico e nelle esigenze più squisitamente soggettive dell’intervistatore di favorire il

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dispiegarsi spontaneo delle dinamiche relazionali nella situazione clinica allo scopo di valutare la

motivazione terapeutica e la qualità della collaborazione dell’intervistato ad un eventuale

trattamento.

Gill, Newman e Redlich indicano quattro principali determinanti di un primo colloquio:

La struttura di personalità di entrambi i partecipanti, cioè quei fattori che potremmo definire

1) come modelli operativi che tendenzialmente si attivano in una situazione relazionale di

questo tipo sulla parte di aspettative, motivazioni e strategie interpersonali di base;

Il modo in cui ciascuno di loro considera il proprio ruolo e quello dell’altro, cioè le

2) componenti cognitivo-emotive della particolare relazione transfert-controtransfert attivata da

questo specifico campo interattivo;

Gli obiettivi consci e inconsci che ciascuno dei due, cioè quelli che potremmo forse un po’

3) identificare come le componenti motivazionali della relazione transfert-controtransfert;

La tecnica utilizzata dall’intervistatore, che include i suoi riferimenti ideologici ma anche la

4) relazione che lo psicologo clinico ha con la sua formazione e la sua professione.

Il colloquio diagnostico modificato, nella formula tecnica definita da Gill e collaboratori affida al

clinico la responsabilità di condurre il colloquio secondo la propria teoria, tenendo conto che tutto

ciò che accade nel colloquio accade nell’ambito della relazione terapeuta-paziente e può essere

compreso solo in termini di quella relazionale. La situazione del colloquio, scrivono Gill e

collaboratori, è di comunicazione. La libertà è il carattere della comunicazione sono determinati

dalla relazione dei due partecipanti. Ciò implica, in primo luogo che ogni colloquio dipenderà di

fatto, nei suoi contenuti, dal tipo di paziente e dall’atteggiamento del terapeuta che preverrà in

quella circostanza. In altri casi, un’evidente ansia nei confronti di una situazione troppo poco

strutturata potrà ridurre lo stesso clinico a dare una maggiore strutturazione al colloquio fin

dall’inizio; sarà poi il monitoraggio continuo della situazione comunicativa che permetterà al

clinico, nel corso dello stesso colloquio, di passare da uno stile più direttivo ad un atteggiamento

prevalentemente di ascolto o viceversa. Una seconda fondamentale conseguenza di questa

concezione del colloquio iniziale è che, accanto e in stretta connessione con gli obiettivi conoscitivi

dello scambio comunicativo gli autori indicano due obiettivi che potremmo definire interattivi: a)

condividere, ed eventualmente rinforzare, le motivazioni consce e inconscia della richiesta di aiuto

e b) ottenere un primo feedback dal paziente in risposta alle prime interpretazioni formulate nel

corso del colloquio. I colloqui di valutazione così condotti offrono un campione del lavoro

psicoterapeutico utilizzabile per valutare la sensibilità del paziente e la terapia psicanalitica e nello

stesso tempo costituiscono un primo impatto che influenzerà fortemente la relazione successiva.

Kernberg propone una sorta di traccia strutturata per il colloquio diagnostico che può estendersi

fino a coprire anche due o tre colloqui prima dell’inizio del vero e proprio contratto terapeutico: la

definizione di “intervista strutturale” evidenzia che l’obiettivo è valutare la struttura di

un’organizzazione di personalità piuttosto che produrre una classificazione sindromica; il colloquio

riformulato è comunque finalizzato ad un’appropriata decisione circa la forma di intervento

terapeutico da proporre. Kernberg suggerisce, inoltre, di utilizzare le risposte del paziente come

validi indicatori prognostici alla scelta fra psicoanalisi e psicoterapia, o fra psicoterapia espressiva

e supportiva. Recentemente l’intervista strutturale è stata ulteriormente elaborata nella forma di

colloquio proposte degli autori della diagnosi psicodinamica operazionalizzata (OPD di Hoffman et

al) le cui linee guide sono formulate in modo da rispettare l’esigenza di un primo colloquio analitico

e dell’intervista strutturale, perseguendo contemporaneamente l’obiettivo di condurre

un’esplorazione psichiatrica accanto alla costruzione di ipotesi psicodinamiche con un particolare

riguardo per la storia delle relazioni interpersonali del soggetto. Così il colloquio OPD si presenta

come un colloquio aperto nella fase iniziale dove l’unico limite è dato dal tempo e dalle richieste di

aiuto, successivamente il clinico dovrà collaborare a strutturare il colloquio secondo le dimensioni

diagnostiche rilevati. Per quanto riguarda l’articolazione del colloquio l’intervistatore è invitato a

seguire gli argomenti introdotti dal paziente aiutandolo in alcuni casi ad approfondirli. La

valutazione psicodinamica effettuata nel corso di uno o alcuni colloqui diagnostici è indispensabile

anche per decidere quali condizioni proporre ad un determinato paziente per l’eventuale

prosecuzione del lavoro esplorativo in un vero e proprio contratto psicoterapeutico. In una visione

interpersonale della tecnica, dunque, non ha senso studiare il funzionamento del paziente isolato

3

dalle variabili della complessa relazione innescata dalla situazione diagnostica, dalla richiesta di

aiuto terapeutico e dallo svolgimento di tali processi nel tempo.

2.3. Le libere associazioni e i sogni del paziente: i significati affettivi delle narrazioni

Una volta presa la decisione di intraprendere un lavoro psicoterapeutico e stabilire concordemente

le condizioni di setting in cui si svolgerà il lavoro, la tecnica psicoanalitica prevede l’applicazione di

due regole fondamentali: la comunicazione verbale di associazioni libere da parte del paziente e

l’ascolto guidato da un’attenzione liberamente fluttuante da parte del terapeuta. È opportuno a

questo punto precisare il significato clinico del concetto di associazione libera, nella originale

definizione freudiana la proposta innovativa del fondatore della psicoanalisi era di considerare un

principio-guida delle associazioni fra contenuti mentali diversi che non fosse riconducibile alla

coscienza ma che esprimesse piuttosto le spinte motivazionali inconsce, orientate dalle

motivazioni e da tali conflitti affettivi. Le successive elaborazioni del concetto in termini

metapsicologici suggerivano che, se il paziente si lascia andare a dire ciò che gli viene in mente si

produce in lui una regressione al servizio dell’Io per cui il suo pensiero si sposta così verso il

processo primario. Se diamo al termine processo primario il significato teorico di un polo del

funzionamento mentale guidato dal principio di piacere, in contrapposizione al processo

secondario guidato dal principio di realtà, dovremo aspettarci che libere associazioni veramente

spontanee appaiono più simili alla narrazione onirica che a quella degli scambi quotidiani con gli

altri. Come potrebbe un analista seguire un filo del discorso formato esclusivamente da frammenti

di frasi o parole sconnesse che si susseguono momento per momento saltando per così dire di

palo in frasca. Gill sottolinea che le associazioni del paziente sono inevitabilmente guidate

dall’interazione con lo stesso analista: il filo conduttore che collega i racconti e le riflessioni

prodotte in analisi è da ricercare nell’esigenza di quel paziente di comunicare qualcosa a

quell’analista in quello specifico contesto relazionale che la situazione terapeutica presenta in

quella fase dell’analisi. Ciò implica che i contenuti e le verbalizzazioni saranno organizzati

secondo le modalità comunicative del paziente ma anche in sintonia con le modalità interattiva

dell’analista. Con questa riformulazione teorica delle associazioni libere come guidati, non più da

motivazioni inconsce intrapsichiche derivati dei conflitti infantili, ma dall’attuale organizzazione

della motivazione a specifici scambi interattivi nella relazione terapeutica, l’attenzione è stata

rivolta agli specifici significati delle trame relazionali ricorrenti nei racconti riferiti in analisi. Il

termine associazioni libere oggi viene spesso sostituito dal termine narrativa, termine che

evidenzia il fatto che le produzioni verbali dei pazienti sono perlopiù racconti di episodi realmente

avvenuti, oppure sognati o immaginati, temuti o desiderati, nella vita di tutti giorni o in situazioni

particolari del passato. La concezione del sogno che prevale nell’uso clinico contemporaneo delle

narrative oniriche e più vicina alla teoria del sogno proposta da Jung , mentre Freud riteneva che i

sogni rivelassero il loro significato affettivo solo se l’interpretazione riusciva a risalire fino a

pensieri latenti del sogno, ignorandone il contenuto manifesto, Jung rivalutava i fenomeni onirici

nella loro natura stratificata come manifestazioni di modalità di pensiero complesse, radicate nella

vita emotiva attuale dell’individuo, ma connesse con la fantasia collettiva che animano la

produzione culturale dei miti. Il sogno rappresenta la situazione emotiva di chi sogna e può essere

usato clinicamente per facilitare a un paziente l’accesso alle proprie emozioni e propri sentimenti

verso situazioni specifiche. Nella psicoterapia i sogni che il paziente racconta possono costituire

messaggi che indicano il terapeuta e cosa preoccupa il paziente, cioè quale sarebbe il focus

problematico che il paziente vorrebbe trattare ma che non si sente pronto ad affrontare a livello

conscio; oppure può presentare un’immagine che il paziente ha del terapeuta e che non ha il

coraggio di esprimere apertamente. In tutti i casi è possibile ritenere che il paziente si serva

inconsapevolmente del racconto dei sogni come di una forma comunicativa per trasmettere

all’analista quali siano i suoi bisogni di cura e quali le sue aspettative o i suoi timori nei confronti

del lavoro terapeutico.

2.4. Interpretazione e costruzione: gli interventi dell’analista

Nella regola fondamentale freudiana il versante che riguarda l’analista era stato da lui definito

come attenzione fluttuante, successivamente interpretata come un’attenzione uniformemente

sospesa non selettiva e non guidata che consentirà all’analista di seguire il filo del paziente.

L’obiettivo di questa raccomandazione era quello di sollecitare un ascolto il più possibile aperto

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alle diverse forme significative che parole e comportamenti del paziente avrebbero assunto nel

corso delle sedute. Freud specificava che la situazione migliore si ha nei casi in cui si procede

senza intenzione alcuna, lasciandosi sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade con

mente sgombra e senza preconcetti. La logica della tecnica interpretativa è strettamente lineare: il

paziente presenta il materiale guidato, suo malgrado, dei nessi associativi degli affetti inconsci; il

terapeuta raccogliendo senza pregiudizi tutti gli elementi né può gradualmente selezionare

significati inconsci prevalenti grazie alle proprie ipotesi relativa allo sviluppo e all’etiopatogenesi

delle nevrosi; a questo punto l’analista è in grado di fornire a sua volta al paziente la ricostruzione

più appropriata degli eventi e delle reazioni emozionali vissute dal paziente nel suo lontano

passato. La ricostruzione delle origini di questi stessi conflitti infantili caduti nell’inconscio che

hanno alimentato le difficoltà di adattamento e, in ultima analisi, hanno prodotto le formazioni

sintomatiche che dovrebbero consentire al paziente di ripristinare a livello conscio le corrette

catene associative e dunque colmando le lacune della sua memoria, facilitare una

ricanalizzazione delle risorse effettive cognitive nelle funzioni di adattamento alla realtà. Macmillan

denuncia lo scarso numero e l’insufficiente rilevanza degli studi empirici finora prodotti a sostegno

della presunta scientificità del metodo interpretativo come metodo di raccolta di dati per la

costruzione di ipotesi esplicative inoltre, confuta alcune fondamentali proposizioni freudiane

sopravvissute a lungo nella teoria della tecnica psicoanalitica:

Non esistono in realtà associazioni libere, poiché la formulazione dell’intervento da parte

a)

dello sperimentatore o la semplice presenza di un’altra persona nella stanza influenzano in

modo considerevole le associazioni libere prodotte

L’attendibilità dell’interpretazione risulta ampiamente messe in discussione degli studi sulla

b)

mancanza di accordo tra psicoanalisti che fanno ricorso a diverse teorie circa i fattori causali

della psicopatologia.

La validità di un contenuto dell’interpretazione, che Freud tentava di sostenere con il ricorso

c)

alla metafora archeologica, risulta in realtà smentita sulla base della constatazione e non

esiste un secondo scritto che consente di misurare la corrispondenza della nuova edizione

rispetto ad un altro tasto già decodificato in una lingua nota, e dunque non possono esistere

regole per l’interpretazione.

Il tentativo di restituire validità al metodo interpretativo sulla base di criteri di appropriatezza

d)

e coerenza narrativa propri della prospettiva ermeneutica non risolve il problema

dell’accuratezza della spiegazione proposta: questi rinvii a sua volta alla soggettività della

selezione dei dati scelti per determinare l’accuratezza di una certa spiegazione rispetto ad

un’altra.

L’evoluzione della teoria della tecnica, con uno spostamento progressivo dell’attenzione sugli

elementi relazionali del contatto terapeutico condusse ad una moltiplicazione di criteri di

adeguatezza clinica dell’interpretazione. Nella psicologia dell’io, se da una parte Eissler ribadiva

che solo l’interpretazione in senso stretto poteva considerarsi un intervento tanto corretto da parte

del terapeuta in una tecnica psicoanalitica, dall’altra veniva raccomandato agli analisti di

procedere con cautela nel porgere le interpretazioni, muovendo dalla superficie (cioè interpretare

inizialmente i processi adattativi peculiari del soggetto, poi i suoi meccanismi di difesa strutturati)

verso il profondo (solo successivamente ricostruire i conflitti affettivi attuali e la loro radice nei

conflitti nucleari dell’infanzia). L’interpretazione costituisce così un ponte tra le diverse aree

dell’esperienza affettiva e cognitiva. L’impatto emotivo degli interventi del terapeuta nello

svolgimento della comunicazione interpersonale viene sempre più sottolineato come fattore

intrinseco alla tecnica stessa. La posizione più marcatamente interattiva nella discussione del

significato dell’interpretazione e della sua applicazione tecnica è quella di Gill e di Hoffman: in

senso lato l’interpretazione è un’attività di selezione ed elaborazione delle informazioni

reciprocamente scambiate che avviene, sia pure a diversi livelli di consapevolezza, in entrambi i

partecipanti della relazione analitica. Dunque anche il paziente può considerarsi un’interprete

dell’analista anche se, interpretare è compito esclusivo del terapeuta. Tale interpretazione tuttavia

è costruita sulla base di una continua mutua negoziazione della comprensione reciproca: oggetto

privilegiato dell’interpretazione come strumento tecnico diventa dunque l’esperienza che il

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicodinamica del setting e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Giannone Francesca.

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