Le comunità per minori: un dibattito attuale
Occuparsi di comunità residenziali per minori significa affacciarsi su una realtà multiforme di strutture che intervengono, su indicazione del Tribunale per i Minorenni o del Tribunale Ordinario, a tutela e al supporto di bambini e adolescenti, per la disfunzionalità del loro ambiente familiare. L'intervento delle comunità residenziali non si esaurisce tuttavia all'ambito civile, ma si estende anche a quello penale.
Secondo uno studio specifico sulla realtà residenziale per minori, i fattori che influenzano l’intervento residenziale vanno ricercati su più livelli. Tale prospettiva si rifà alla prospettiva ecologica dello sviluppo umano di Bronfenbrenner, la quale descrive il contesto come l’insieme articolato di livelli interdipendenti tra loro e interagenti con l’individuo. Quindi, l’uomo è al centro di una serie di anelli concentrici che esercitano un’influenza bidirezionale su di esso (ambiente ecologico).
Il cerchio concentrico più esterno rappresenta i valori della società e della cultura (macrosistema), quello più interno (il microsistema) indica le situazioni in cui la persona è coinvolta in interazione diretta, ad esempio la famiglia, gli amici, i vicini, la scuola. Le interazioni tra i diversi microsistemi che una persona sperimenta durante la sua vita quotidiana costituiscono il mesosistema, mentre l’esosistema include tutte quelle situazioni che influenzano indirettamente l’individuo (può essere rappresentato dall’ambiente di lavoro dei genitori e dalle loro amicizie). L’individuo, muovendosi all’interno di questi quattro sistemi, si trova costantemente coinvolto in processi dinamici, o per meglio dire in transazioni ecologiche.
Il processo di deistituzionalizzazione
La pratica di istituzionalizzazione dei minori in orfanotrofi o in Istituti di Educazione Speciale ha rappresentato la risposta all'urgenza di togliere l'infanzia abbandonata dalla strada e di garantire forme di assistenza incentrate sulla soddisfazione dei bisogni primari essenziali. Anche le strutture manicomiali hanno conosciuto il fenomeno dell'internamento dei minori: si trattava dei figli di pazienti ricoverati ed i bambini rifiutati dalle loro famiglie per disturbi del comportamento.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, grazie al crescente sviluppo della psicologia dell'età evolutiva, della psicoanalisi infantile e dell'Infant research, sono stati progressivamente evidenziati gli effetti negativi della pratica dell'istituzionalizzazione sullo sviluppo psicologico e sociale dei minori. Le riflessioni di Spitz e Bowlby hanno evidenziato la necessità di mettere in discussione il ricorso all’istituzionalizzazione dei bambini e degli adolescenti. Nelle loro ricerche è stato dimostrato come l’assenza di relazioni significative con persone adulte capaci di far fronte agli essenziali bisogni di cura e di protezione poteva determinare gravi effetti negativi sullo sviluppo psicologico e sociale dei minori. La separazione precoce e prolungata dalla madre nei primi mesi di vita costituisce un danno potenzialmente irreversibile sullo sviluppo psichico-intellettivo.
I bambini obbligati a vivere in un contesto estremamente carente di relazioni interpersonali significative, in grandi strutture “totali” quali gli orfanatrofi, soprattutto se in età precoce, vanno incontro ad una serie di percorsi di sviluppo sfavorevoli e ad una maturazione psichica inadeguata ad un buon adattamento al mondo. La crescente consapevolezza che le grandi strutture generano di per sé anomia e sofferenza e non aiutano a sviluppare o ricomporre, riparare un sistema intrapsichico danneggiato dalle relazioni - perché tali riparazioni nelle istituzioni totali sono pressoché impossibili - ha condotto, in tutto il mondo, al progressivo abbandono, ed infine allo smantellamento degli istituti residenziali.
Durante gli anni ’70 sono emerse idee che esprimevano il rifiuto di gruppi numerosi di ospiti e promuovevano la creazione di realtà caratterizzate da un numero non superiore alle 12 persone; si è pertanto diffusa l’opinione che i trattamenti assistenziali di tipo custodialistico/contenitivo causassero processi di esclusione e depersonalizzazione e che le cure personalizzate e contestualizzate, all’opposto, potessero garantire con maggiore facilità un’offerta di percorsi non dannosi.
Con gli anni ’80, ormai in quasi tutta Europa si sono avviati interventi politici tesi a promuovere il superamento dell’istituzionalizzazione dei minori e la conseguente chiusura più o meno definitiva degli istituti stessi. Nel caso dell’Italia, la legge 4 maggio 1983 n184, ha rappresentato un importante punto di svolta in ambito legislativo, poiché è stata una delle prime ad affermare la necessità di superare l’istituzionalizzazione per promuovere alternative quali l’adozione e l’affidamento familiare, proclamando il diritto per ogni minore di vivere in una famiglia.
Parallelamente alla eliminazione dei grandi istituti sono andate sorgendo innumerevoli realtà sostitutive (residential care), di dimensioni ridotte, organizzate su modelli pedagogici alternativi alla cultura massificante e spersonalizzante della filosofia assistenziale dei vecchi istituti per minori. Tali realtà, tuttavia, per motivi diversi, sia di ordine amministrativo, che di equilibrio psicodinamico, hanno spesso condotto a cambiamenti solo apparenti o a risultati positivi poco evidenti, tanto da far dubitare la comunità internazionale dell’efficacia educativa e riparativa di ogni sistema residenziale di assistenza/cura dei minori fuori famiglia.
In ogni caso, il periodo compreso fra gli anni 70 e 80 disegna l'attuale welfare italiano, basato sulla valorizzazione della prossimità territoriale dei servizi di cura e assistenza alla persona e sulla promozione della salute e del benessere del cittadino. Si assiste, infatti, alla chiusura dei manicomi e alla nascita della Servizi di Igiene Mentale pubblici (1978), all'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (1978) e dei Consultori Familiari (1975) e, nell'area scolastica, all'abolizione delle classi differenziali e all'integrazione dell'alunno disabile nella scuola dell'obbligo.
Nel corso dell'ultimo secolo, si è sviluppato un crescente interesse per l'infanzia e per il riconoscimento giuridico dei suoi diritti. In ambito internazionale, questo cambiamento di paradigma culturale è stato assimilato attraverso la promulgazione di Convenzioni che hanno introdotto l'idea del bambino come soggetto attivo di diritti umani fondamentali. Questa prospettiva ha ispirato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo (ONU, 1789), che costituisce oggi una magna charta dei diritti dell'infanzia e anche la Convenzione Europea sull'esercizio dei diritti del fanciullo che riconosce il bambino quale parte processuale autonoma.
Il campo istituzionale dei servizi per la tutela dei minori
Occuparsi della tutela e della cura di bambini in condizione di grave rischio psicosociale significa rivolgersi a soggetti che, nella maggior parte dei casi, non portano una domanda d'aiuto all'esterno del sistema familiare. Ciò deriva da una parte dall'età e quindi dalla limitatezza delle risorse, in una fase evolutiva in cui il bambino dipende ancora completamente dall'adulto; dall'altra è da ricondursi al fatto che spesso il bambino traumatizzato non ha cognizione della propria situazione e ha un contatto solo parziale con la propria sofferenza.
Il disagio avvertito dal minore, non riconosciuto in famiglia, finisce con il tradursi in sintomi somato-psichici e/o sociali, che possono parlare solo a un attento osservatore esterno, terzo rispetto alla relazione del bambino con le sue figure rilevanti. Questo complesso di dinamiche configura quindi la necessità di attivare un “contesto coatto di presa in carico” attraverso la segnalazione al Tribunale per i Minorenni. Infatti, recenti dispositivi di legge prevedono che, in caso di conflitto di interesse tra il minore e i suoi genitori, prevalga la tutela del primo.
La costruzione di un contesto coatto avviene attraverso un provvedimento del Tribunale per i Minorenni che, dalla sua chiamata in causa, diventa il garante del complesso di interventi a protezione e a sostegno del minore dalla sua famiglia. Con l'emissione di un decreto prescrittivo, esso assume ruolo di Super-Io ausiliario rispetto all’immediatezza della coppia genitoriale. Questo organo non esercita un'azione penale nei confronti degli adulti, in quanto pone al centro della propria attenzione la tutela del benessere del minore, compreso il suo diritto a crescere nella famiglia naturale.
Per poter svolgere il mandato di tutela e di cura psicosociale, i Servizi per la tutela dei minori si avvalgono di un'equipe multidisciplinare, composta solitamente da assistenti sociali e psicologi, ma talvolta anche da neuropsichiatri infantili, pedagogisti ed educatori. All'assistente sociale spettano i compiti di assistenza, promozione alla sicurezza, controllo, individuazione, prevenzione dei rischi sociali. Il ruolo dello psicologo si esprime invece nella funzione diagnostica, come valutazione bilanciata dei fattori protettivi e di rischio evolutivo del bambino, tenuto conto della sua età e delle caratteristiche individuali di vulnerabilità e resilienza.
Al neuropsichiatra infantile sono affidate le valutazioni neurologiche-psichiatriche che integrano la diagnosi psicologica nonché i profili di sviluppo in caso di sospetto handicap. Il moltiplicarsi del numero di operatori coinvolti rappresenta una garanzia irrinunciabile per sostenere la spinta trasformativa in nuclei familiari spesso caratterizzati da insufficiente differenziazione o da inversione di ruoli e funzioni.
Accesso dell’utenza al servizio di tutela
L'accesso avviene come segnalazione da parte di servizi pubblici sociosanitari (comune, ospedale, consultorio familiare) o agenzie (scuola, parrocchia, ecc.). Meno frequente è il caso in cui sia la rete sociale della famiglia (parenti, conoscenti, pediatra, medico di base) ad attivare il servizio.
Il Servizio di Tutela risponde con un'attività di raccolta di informazioni sul minore e sulla famiglia, che ha la finalità di valutare le condizioni di rischio psicosociale. Se l'esito è positivo, viene inoltrata una segnalazione alla Procura della Repubblica per i Minorenni, che si trova presso il Tribunale per i Minorenni, la quale decide se archiviare la richiesta di intervento oppure richiedere un provvedimento civile di protezione. In questo caso, il tribunale emette un mandato.
Esistono tre tipologie di mandati:
- Mandato conoscitivo, con il quale il tribunale chiede un approfondimento della situazione del minore e del suo nucleo attraverso un’indagine psicosociale.
- Mandato valutativo, con il quale viene chiesto ai servizi della rete di esprimersi in termini diagnostici e prognostici sulla condizione di sviluppo del minore, sulla qualità delle relazioni familiari e sulla recuperabilità delle capacità genitoriali.
- Mandato esecutivo, con il quale il tribunale richiede l'immediata protezione del minore da parte del Servizio di Tutela.
La comunità residenziale per i minori come strumento di cura
Oltre all'esercizio della funzione di tutela, la comunità si propone al bambino maltrattato come un luogo, pensato nella sua globalità, per la cura quotidiana del suo Sé. Lo strumento di protezione, crescita e riparazione è rappresentato dalla relazione con adulti significativi, in uno spazio caratterizzato da routine condivise, da un caldo clima relazionale in grado di ridurre la catena di reazioni negative, sostenute da una prolungata esposizione a condizioni di rischio psicosociale e di eventi critici. L’inserimento del minore in comunità può rappresentare l'opportunità per una significazione di Sé, della propria storia, delle relazioni con i familiari.
Un'altra funzione fondamentale è quella dell'aggiornamento e supervisione dell'equipe. Ciò consente da un lato di mantenere aggiornate le competenze, dall'altro di monitorare l'efficacia del gruppo di lavoro, bonificandolo dalle angosce che si attivano al contatto prolungato con la sofferenza grave e con la responsabilità della tutela.
L’accoglienza in comunità del minore: il tempo dell’incontro e della protezione
La fase dell'accoglienza del minore è di estrema delicatezza perché la sua separazione dalla famiglia è innaturale. Il collocamento in comunità, per quanto rappresenti il male minore, resta un’esperienza che il bambino non sceglie ma subisce. Egli si trova in una condizione di impotenza che contiene in sé una certa quota di traumaticità.
Il tempo dell'incontro è quello in cui la comunità si adatta alla sofferenza del bambino, offrendo le prime forme di stabilità: un educatore di riferimento, un ascolto sempre attivabile, un'osservazione attenta di tutte le forme di comunicazione verbale e paraverbale. È già questa una condizione trasformativa perché lo accoglie in una relazione in cui i ruoli sono definiti, differenziati e asimmetrici affinché la responsabilità sia chiaramente degli adulti e le necessità del bambino.
Il disorientamento iniziale può gradualmente trasformarsi nell'accettazione di una condizione, non minacciosa, di dipendenza dall'adulto. La comunità deve presentarsi con un ambiente sufficientemente prevedibile, che consenta la formazione di aspettative e che non attivi sentimenti di paura e allarme. Una delle modalità è quella di organizzare la quotidianità attorno a routine che rendono la vita in comunità familiare e rassicurante. La stabilità può quindi essere interiorizzata dal minore e contribuire ad allentare il suo bisogno di mantenere una vigilanza continua su quanto gli accade intorno.
Un'altra funzione che contribuisce a stabilizzare il bambino traumatizzato è quella di offrire un'adeguata sintonizzazione con i suoi bisogni fisici e psicologici e con i suoi comportamenti. Si tratta di una compartecipazione degli affetti, che consente alla coppia di modulare l'interazione, ma soprattutto di creare una “risonanza affettiva”, ossia l'esperienza di condividere uno stato d'animo necessario per sviluppare un senso del Sé. Anche quando si presenti la conflittualità, l’ambiente comunitario offre la garanzia che la discontinuità relazionale che egli ha sperimentato in famiglia in modo traumatizzante non si ripresenterà più, neppure quando sarà egli stesso, per un principio di coazione a ripetere, a riproporle in comunità.
Il sostegno all’integrazione del Sé come cura della sofferenza traumatica
Per poter sopravvivere psicologicamente in un ambiente prevaricante, il bambino può sviluppare una certa abilità nell’alterare lo stato di coscienza, attivando stati dissociativi. In condizioni di ripetuta ed elevata traumaticità, il bambino non acquisisce la capacità di regolare le emozioni: la normale modulazione e variabilità degli stati emotivi lascia il posto a un sottofondo persistente di disforia, un insieme di confusione, solitudine, senso di vuoto e di agitazione.
Per quanto riguarda lo sviluppo dell'identità, dobbiamo tenere presente che la necessità principale del bambino è quella di salvaguardare il legame primario. Attraverso “un'identificazione con l'aggressore”, egli trova più tollerabile sentire di meritare i maltrattamenti e gli abusi di cui è vittima, piuttosto che pensare di essere in balia di genitori sadici o disinteressati. Il bambino può inoltre pensare che, sforzandosi di essere degno di amore, anzi perfetto, potrà riacquistare il controllo della relazione con gli adulti e preservarsi ulteriori danni.
Su queste rappresentazioni idealizzate il bambino costruisce un'identità instabile e contraddittoria. La capacità di mentalizzare diminuisce sotto la spinta della traumaticità fino a venir meno. Al suo posto, restano eventi concreti, del tutto spogliati di significato e isole frammentarie di memoria sensoriale o emozionale. Diviene quindi necessario accompagnare il bambino in un lentissimo percorso di comprensione della sua situazione familiare e personale, che lo ha condotto in comunità. Lo scopo è di consentire al bambino di pensare alla traumaticità, evitando di ricrearla in forme improvvise e incomprensibili.
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