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Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Le comunità per minori Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicodinamica del setting, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giannone Le comunità per minori, seguendo il programma, dell'università degli Studi di Palermo - Unipa, facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicodinamica del setting docente Prof. F. Giannone

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sostitutive (residential care), di dimensioni ridotte, organizzate su modelli pedagogici alternativi

alla cultura massificante e spersonalizzante della filosofia assistenziale dei vecchi istituti per

minori. Tali realtà, tuttavia, per motivi diversi, sia di ordine amministrativo, che di equilibrio

psicodinamico, hanno spesso condotto a cambiamenti solo apparenti o a risultati positivi poco

evidenti, tanto da far dubitare la comunità internazionale dell’efficacia educativa e riparativa di ogni

sistema residenziale di assistenza/cura dei minori fuori famiglia. In ogni caso, il periodo compreso

fra gli anni 70 e 80 disegna l'attuale welfare italiano, basato sulla valorizzazione della prossimità

territoriale dei servizi di cura e assistenza alla persona e sulla promozione della salute e del

benessere del cittadino. Si assiste, infatti, alla chiusura dei manicomi e alla nascita della Servizi di

Igiene Mentale pubblici (1978), all'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (1978) e dei

Consultori Familiari (1975) e, nell'area scolastica, all'abolizione delle classi differenziali e

all'integrazione dell'alunno disabile nella scuola dell'obbligo. Nel corso dell'ultimo secolo, si è

sviluppato un crescente interesse per l'infanzia e per il riconoscimento giuridico dei suoi diritti. In

ambito internazionale, questo cambiamento di paradigma culturale è stato assimilato attraverso la

promulgazione di Convenzioni che hanno introdotto l'idea del bambino come soggetto attivo di

diritti umani fondamentali. Questa prospettiva ha ispirato la Convenzione sui Diritti del Fanciullo

(ONU, 1789), che costituisce oggi una magna charta dei diritti dell'infanzia e anche la

Convenzione Europea sull'esercizio dei diritti del fanciullo che riconosce il bambino quale parte

processuale autonoma.

IL CAMPO ISTITUZIONALE DEI SERVIZI PER LA TUTELA DEI MINORI→ Occuparsi della tutela

e della cura di bambini in condizione di grave rischio psicosociale significa rivolgersi a soggetti

che, nella maggior parte dei casi, non portano una domanda d'aiuto all'esterno del sistema

familiare. Ciò deriva da una parte dall'età e quindi dalla limitatezza delle risorse, in una fase

evolutiva in quel bambino dipende ancora completamente dall'adulto; dall'altra è da ricondursi al

fatto che spesso il bambino traumatizzato non ha cognizione della propria situazione e ha un

contatto solo parziale con la propria sofferenza. Il disagio avvertito dal minore, non riconosciuto in

famiglia, finisce con il tradursi in sintomi somato-psichici e/o sociali, che possono parlare solo a un

attento osservatore esterno, terzo rispetto alla relazione del bambino con le sue figure rilevanti.

Questo complesso di dinamiche configura quindi la necessità di attivare un “contesto coatto di

presa in carico” attraverso la segnalazione al Tribunale per i Minorenni. Infatti, recenti dispositivi di

legge prevedono che, in caso di conflitto di interesse fa il minore di suoi genitori, prevalga la tutela

del primo. La costruzione di un contesto coatto avviene attraverso un provvedimento del Tribunale

per i Minorenni che, dalla sua chiamata in causa, diventa il garante del complesso di interventi a

protezione e a sostegno del minore dalla sua famiglia. Con l'emissione di un decreto prescrittivo,

esso assume ruolo di Super-Io ausiliario rispetto all’immediatezza della coppia genitoriale. Questo

organo non esercita un'azione penale nei confronti degli adulti, in quanto pone al centro della

propria attenzione la tutela del benessere del minore, compreso il suo diritto a crescere nella

famiglia naturale. Per poter svolgere il mandato di tutela e di cura psicosociale, i Servizi per la

tutela dei minori si avvalgono di un equipe multidisciplinare, composta solitamente da assistenti

sociali e psicologi, ma talvolta anche da neuropsichiatri infantili, pedagogisti ed educatori.

All'assistente sociale spettano i compiti di assistenza, promozione alla sicurezza, controllo,

individuazione, prevenzione dei rischi sociali. Il ruolo dello psicologo si esprime invece nella

funzione diagnostica, come valutazione bilanciata dei fattori protettivi e di rischio evolutivo del

bambino, tenuto conto della sua età e delle caratteristiche individuali di vulnerabilità e resilienza.

Al neuropsichiatra infantile sono invece affidate le valutazioni neurologiche-psichiatriche che

integrano la diagnosi psicologica nonché i profili di sviluppo in caso di sospetto handicap. Il

moltiplicarsi del numero di operatori coinvolti rappresenta una garanzia irrinunciabile per

sostenere la spinta trasformativa in nuclei familiari spesso caratterizzati da insufficiente

differenziazione o da inversione di ruoli e funzioni.

ACCESSO DELL’UTENZA AL SERVIZIO DI TUTELA→ L'accesso avviene come segnalazione da

parte di servizi pubblici sociosanitari (comune, ospedale, consultorio familiare) o agenzie (scuola,

parrocchia, ecc). Meno frequente è il caso in cui sia la rete sociale della famiglia (parenti,

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conoscenti, pediatra, medico di base) ad attivare il servizio. Il Servizio di Tutela risponde con

un'attività di raccolta di informazioni sullo stesso sulla famiglia, che ha la finalità di valutare le

condizioni di rischio psicosociale. Se l'esito è positivo, viene inoltrata una segnalazione alla

Procura della Repubblica per i Minorenni, che si trova presso il Tribunale per i Minorenni, la quale

decide se archiviare la richiesta di intervento oppure richiedere un provvedimento civile di

protezione. In questo caso, il tribunale emette un mandato. Esistono tre tipologie di mandati:

mandato conoscitivo, con il quale il tribunale chiede un approfondimento della situazione del

minore e del suo nucleo attraverso un’indagine psicosociale; mandato valutativo, con il quale

viene chiesto ai servizi della rete di esprimersi in termini diagnostici e prognostici sulla condizione

di sviluppo del minore, sulla qualità delle relazioni familiari e sulla recuperabilità delle capacità

genitoriali; mandato esecutivo, con il quale il tribunale richiedere l'immediata protezione del minore

da parte del Servizio di Tutela.

LA COMUNITA’ RESIDENZIALE PER I MINORI COME STRUMENTO DI CURA→ Oltre

all'esercizio della funzione di tutela, la comunità si propone al bambino mal-trattato come un

luogo, pensato nella sua globalità, per la cura quotidiana del suo Sé. Lo strumento di protezione,

crescita e riparazione è rappresentato dalla relazione con adulti significativi, in uno spazio

caratterizzato da routine condivise, da un caldo clima relazionale in grado di ridurre la catena di

reazioni negative, sostenute da una prolungata esposizione a condizioni di rischio psicosociale e

di eventi critici. L’inserimento del minore in comunità può rappresentare l'opportunità per una

significazione di Sé, della propria storia, delle relazioni con i familiari. Un'altra funzione

fondamentale è quella dell'aggiornamento e supervisione dell'equipe. Ciò consente da un lato di

mantenere aggiornate le competenze, dall'altro di monitorare l'efficacia del gruppo di lavoro,

bonificandolo dalle angosce che si attivano al contatto prolungato con la sofferenza grave e con la

responsabilità della tutela.

L’ACCOGLIENZA IN COMUNITA’ DEL MINORE: IL TEMPO DELL’INCONTRO E DELLA

PROTEZIONE→ La fase dell'accoglienza del minore è di estrema delicatezza perché la sua

separazione dalla famiglia è innaturale. Il collocamento in comunità, per quanto rappresenti il male

minore, resta un’esperienza che il bambino non sceglie ma subisce. Egli si trova in una condizione

di impotenza che contiene in sé una certa quota di traumaticità. Il tempo dell'incontro è quello in

cui la comunità si adatta alla sofferenza del bambino, offrendo le prime forme di stabilità: un

educatore di riferimento, un ascolto sempre attivabile, un'osservazione attenta di tutte le forme di

comunicazione verbale e paraverbale. È già questa una condizione trasformativa perché lo

accoglie in una relazione in cui i ruoli sono definiti, differenziati e asimmetrici affinché la

responsabilità sia chiaramente degli adulti e le necessità del bambino. Il disorientamento iniziale

può gradualmente trasformarsi nell'accettazione di una condizione, non minacciosa, di

dipendenza dall'adulto. La comunità deve presentarsi con un ambiente sufficientemente

prevedibile, che consenta la formazione di aspettative e che non attivi sentimenti di paura e

allarme. Una delle modalità è quella di organizzare la quotidianità attorno a routine che rendono la

vita in comunità familiare e rassicurante. La stabilità può quindi essere interiorizzata dal minore e

contribuire ad allentare il suo bisogno di mantenere una vigilanza continua su quanto gli accade

intorno. Un'altra funzione che contribuisce a stabilizzare il bambino traumatizzato è quella di offrire

un'adeguata sintonizzazione con i suoi bisogni fisici e psicologici e con suoi comportamenti. Si

tratta di una compartecipazione degli affetti, che consente alla coppia di modulare l'interazione,

ma soprattutto di creare una “risonanza affettiva”, ossia l'esperienza di condividere uno stato

d'animo necessario per sviluppare un senso del Sé. Anche quando si presenti la conflittualità,

l’ambiente comunitario offre la garanzia che la discontinuità relazionale che egli ha sperimentato in

famiglia in modo traumatizzante non si ripresenteranno più, neppure quando sarà egli stesso, per

un principio di coazione a ripetere, a riproporle in comunità.

IL SOSTEGNO ALL’INTEGRAZIONE DEL Sé COME CURA DELLA SOFFERENZA

TRAUMATICA→ Per poter sopravvivere psicologicamente in un ambiente prevaricante, il bambino

può sviluppare una certa abilità nell’alterare lo stato di coscienza, attivando stati dissociativi. In

condizioni di ripetuta ed elevata traumaticità, il bambino non acquisisce la capacità di regolare le

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emozioni: la normale modulazione e variabilità degli stati emotivi lascia il posto a un sottofondo

persistente di disforia, un insieme di confusione, solitudine, senso di vuoto e di agitazione. Per

quanto riguarda lo sviluppo dell'identità, dobbiamo tenere presente che la necessità principale del

bambino è quella di salvaguardare il legame primario. Attraverso “un'identificazione con

l'aggressore”, egli trova più tollerabile sentire di meritare i maltrattamenti e gli abusi di cui è vittima,

piuttosto che pensare di essere in balia di genitori sadici o disinteressati. Il bambino può inoltre

pensare che, sforzandosi di essere degno di amore, anzi perfetto, potrà riacquistare il controllo

della relazione con gli adulti e preservarsi ulteriori danni. Su queste rappresentazioni idealizzate il

bambino costruisce un'identità instabile e contraddittoria. La capacità di mentalizzare diminuisce

sotto la spinta della traumaticità fino a venir meno. Al suo posto, restano eventi concreti, del tutto

spogliati di significato e isole frammentarie di memoria sensoriale o emozionale. Diviene quindi

necessario accompagnare il bambino in un lentissimo percorso di comprensione della sua

situazione familiare e personale, che lo ha condotto in comunità. Lo scopo è di consentire al

bambino di pensare alla traumaticità, evitando di ricrearla in forme improvvise e incomprensibili,

come negli incubi, nei giochi ripetitivi, negli stati dissociativi, che non fanno che aumentare il suo

senso di inadeguatezza. Particolarmente importante è lo sviluppo della capacità di modulare ed

esprimere l'emotività in forme socialmente adeguate, che prevedano il contenimento degli eccessi

e la stimolazione delle condizioni di evitamento o di appiattimento emozionale.

OFFERTA DI UN AMBIENTE CHE STIMOLI LA RESILIENZA DEL BAMBINO PER FAVORIRE

TRAIETORIE DI SVILUPPO ADATTIVE→ Le vulnerabilità caratteristiche dei bambini traumatizzati

sono: la paura, che restringe il campo vitale e il piacere di esprimersi, di sperimentare novità e di

affrontare i cambiamenti; senso di colpa e indegnità, come estremo sforzo di riprendere il controllo

su di sé e sul proprio ambiente di crescita; vergogna, come tentativo di costruire una

rappresentazione meno frammentata del Sé, attorno un nucleo di disvalore, di indegnità e di

inadeguatezza. Sebbene possa essere necessario un intervento di psicoterapia per modificare

questi adattamenti disfunzionali alla traumaticità, la comunità può svolgere un'importante funzione

correttiva della rappresentazione che il bambino ha di sé. Per quanto riguarda il lavoro sulla

resilienza, si tratta di offrire al bambino stimoli che sollecitino la sua capacità di autonomia, di

iniziativa e opportunità che lo aiutino a conoscere la sua capacità di fronteggiare le difficoltà con

resistenza e successo. Queste capacità si sviluppano nella dimensione relazionale e si

consolidano attraverso tutte le esperienze che favoriscono una buona autostima, un sentimento di

autoefficacia e di valorizzazione del Sé. La resilienza non è quindi una caratteristica individuale

data una volta per tutte, bensì una qualità in divenire, frutto del patrimonio individuale e

dell'esperienza passata, e motore per la progettualità futura.

L’ACCOGLIENZA RESIDENZIALE DEI MINORI OGGI: “ULTIMA SPIAGGIA” O “ANELLO DI UNA

CATENA”?→ La mancanza di evidenza di outcome rispondenti alle categorie della qualità e

dell’efficacia, unitamente agli effetti derivati dal rifiuto dell’istituzionalizzazione in tutte le sue forme,

ha acceso un dibattito internazionale che può essere sintetizzato in due posizioni fondamentali: 1)

l’inserimento nelle comunità per minori, anche quelle che ospitano piccoli gruppi, viene visto come

assimilabile all’istituzionalizzazione e contrastante con l’affermazione della necessità di offrire ad

ogni bambino una famiglia. Le comunità educative vengono dunque considerate come “l’ultima

spiaggia”, l’ultima risorsa sulla quale contare, nei casi in cui è tramontata ogni possibilità di

adozione o affidamento. D’altra parte, numerosi fattori, quali i costi elevati e l’alto turn over degli

operatori residenziali, non sono dettagli irrilevanti se paragonati con gli stessi parametri

dell’affidamento presso le famiglie. In queste sono più bassi i costi e spesso risulta (almeno

apparentemente) minore la complessità psicodinamica, rispetto alla realtà “di gruppo” delle

comunità residenziali. 2) Una seconda posizione va affermando una concezione dell’intervento di

comunità come “anello di una catena”, secondo la quale l’insieme delle problematiche del minore

si configura come espressione di un insieme di fattori interdipendenti, derivanti dalla “crisi”

sopravvenuta o “cronicizzata” di un sistema più ampio (famiglia, scuola, contesto sociale…).

L’intervento residenziale non deve essere inteso come pratica autoreferenziale e isolata, come

inizio e fine di un percorso riabilitativo/terapeutico staccato da altre tipologie di assistenza e

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sostegno. E’ necessario che si occupi, attivamente ed efficacemente della fase precedente

all’inserimento, di quella immediatamente successiva alla dimissione e di tutto ciò che

contraddistingue il sistema di relazioni più o meno indirette che in qualche modo influenzano la

vita del soggetto preso in carico. La posizione per cui l’assistenza residenziale deve essere

considerata come “ultima spiaggia” e pertanto scoraggiata, è stata impiegata come una sorta di

slogan durante la conferenza internazionale, svoltasi in Svezia, che si occupava dell’accoglienza

residenziale dei minori (Children and Residential Care Conference, 2003), e ripresa nel testo del

2003 dell’organizzazione internazionale Save the Children. La situazione attuale è dominata da

una forte sottolineatura della prospettiva del «diritto del minore ad una famiglia», prioritariamente

alla propria, e dalla prospettiva dell’affidamento familiare come strada privilegiata di intervento. Gli

Stati, le Regioni e gli Enti Locali hanno il compito di sostenere i nuclei familiari in difficoltà, al fine

di prevenire l’abbandono e di consentire al bambino di essere educato nella propria famiglia. Gli

Stati sono stati invitati ad adoperarsi per trasferire le risorse all’assistenza di base alle famiglie,

implementando strumenti e politiche utili a promuovere la crescita in buona salute psicofisica

dell’infanzia e dell’adolescenza, attraverso il coinvolgimento di tutti i servizi preposti alla loro cura.

L’assistenza in strutture residenziali, «comunità di tipo familiare caratterizzate da organizzazione e

da rapporti interpersonali analoghi» a quelli di una famiglia continua ad essere prevista (Legge

149/2001), e rimane una realtà diffusa in maniera significativa, anche se non sono disponibili

attualmente dati certi sul numero di minori in esse presi in carico. Ma va detto che sull’accoglienza

residenziale pesa, in questo momento, e anche non senza ragione, l’assimilazione, di ogni

contesto residenziale, ai temi negativi dell’istituzionalizzazione. I dati disponibili risalgono al 31

dicembre 2005: i servizi residenziali erano allora 2.226, e 11.543 i minori presenti. Tali dati sono

peraltro parziali, in quanto non includono, perché non pervenuti, i numerosi minori accolti nelle 216

strutture censite sempre nel 2005 in Sicilia. Dall’ultima ricognizione effettuata, peraltro solo

telefonicamente, dal Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza

emerge che alla data del 31 marzo 2009 il processo di deistituzionalizzazione previsto dalla Legge

149/2001 sia, almeno formalmente, concluso. I minori accolti in istituto a questa data sono solo

15, ospitati solo in 3 strutture (2 in Sicilia e 1 in Puglia). Non viene comunque precisato in base a

quali criteri sono stati individuati questi istituti, visto che, come già rilevato, sono considerate

«comunità» anche istituti riorganizzati al proprio interno in gruppi appartamento oppure diverse

unità abitative, collegate fra loro, in cui è accolto un numero di minori ben superiore ai sei o dieci

indicati dalla legge. In questo quadro, l’assistenza in strutture residenziali, richiede di essere

ripensata, per comprenderne più in profondità la funzione, i limiti e le possibilità e per capire

quante risorse siano ancora spendibili in questo settore e come esse debbano essere impiegate:

occorre comprendere quali trasformazioni e quali azioni innovative siano necessariamente da

intraprendere, se si vogliono riconsiderare positivamente le nuove forme di accoglienza

residenziale (Bastianoni, 2009). È necessario ribadire l’importanza della legge 149/2001, che

rappresenta la modifica della legge 184/1983 e che ha stabilito la chiusura definitiva degli istituti

entro il 31 Dicembre del 2006. Essa afferma che il minore ha diritto a vivere in un ambiente

familiare e che le comunità per minori possono soddisfare questo parametro. Esse vengono

definite strutture residenziali che accolgono i bambini e adolescenti allontanati dalle famiglie

d’origine e la cui presa in carico richiede l’attuazione di interventi complessi in grado di attivare

reali processi/percorsi di cambiamento e trasformazione delle situazioni di svantaggio.

L’assistenza in comunità è attualmente un bisogno innegabile per tutti quei bambini e adolescenti

provenienti da situazioni di abuso e maltrattamento, bisognosi di trovare riparo dalla violenza e

riparazione dai danni che hanno reso difficili i loro percorsi di vita, così come per molti minori, le

cui problematiche psicopatologiche o di devianza (peraltro sempre più concordemente riconnesse

ad esperienze precoci di maltrattamento e abuso) si presentano così gravi, da rendere

difficilmente praticabile, un immediato, generalizzato ricorso all’affidamento familiare. La

promozione internazionale dell’orientamento giustamente contrario alle istituzioni totalizzanti, può

rappresentare la fonte di un facile riduzionismo a “istituzionalizzare” tutte le forme alternative di

piccolo gruppo residenziale. Non va disconosciuto che sono stati compiuti sostanziali progressi

nella qualità dell’erogazione dell’assistenza residenziale ai bambini, progressi che sono in larga

parte il risultato di uno spostamento da un rifiuto rigido e categorico dell’assistenza “gruppale” a

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una considerazione della stessa come scelta valida e positiva per una parte di loro. Alcune

ricerche mostrano un livello di cambiamento moderato-alto, riduzione di criticità, comportamentali

e di socializzazione; e uno sviluppo psicosociale positivo di bambini e delle loro famiglie. Va detto

che la ricerca sull’andamento e sugli esiti dell’affidamento familiare è ancora troppo esigua per

potere con certezza affermare la sua maggiore, sicura efficacia. Le molte esperienze di fallimento

a cui frequentemente assistiamo ci parlano della difficoltà, di rendere, anche questo istituto, uno

strumento che può incidere positivamente nella vita dei minori bisognosi di tutela e delle stesse

famiglie affidatarie. Il dolore psichico del fallimento e del rifiuto è un costo davvero elevato per chi

è costretto a subirlo e induce a sottolineare con forza la necessità che anche i percorsi che

conducono all’affido familiare siano oggetto di attenzione, e di un accurato lavoro di preparazione,

di cura e di durevole “manutenzione”, che necessita di interventi professionalmente molto

qualificati.

Oggi, l’idea che sta prendendo forma nel dibattito scientifico, sul senso possibile dell’intervento

residenziale per i minori è quello della comunità come “nodo centrale” di “una rete sociale”.

Comunità come microsistema, che collabora con altri soggetti e servizi del territorio, nella

realizzazione di un intervento di rete capace di uscire da logiche di custodialismo,

assistenzialismo, ospedalizzazione, coercizione, vittimizzazione e stigmatizzazione. La direzione è

un “lavoro di rete”, inteso non come tecnica di lavoro sociale, ma come una forma mentis,

attraverso la quale gli operatori riescono a comprendere il valore aggiunto professionalizzante che

coincide con il loro maggiore “decentramento”. Un “lavoro di rete” in cui l’elemento centrale da

considerare è l’azione sollecitante relazione e non la patologia; un’azione dove le persone

coinvolte inter-agiscono in vista di scopi comuni, condivisi; sono interessate a fronteggiare

complesse situazioni di vita, come quelle dei minori accolti nelle comunità attraverso l’applicazione

di saperi e sentimenti congiunti. Una reticolazione di azioni libere e riflessive, non dettate da un

ente erogatore, ma emergenti progressivamente dai processi relazionali innescati dalle

motivazioni spontanee dei soggetti coinvolti”. Un intervento che può essere definito reticolare se

l’operatore “non guarda alla persona “con il problema” e non opera unilinearmente su di essa (in

senso clinico, educativo, assistenziale), ma considera il problema come se questo fosse sempre

“ripartito” all’interno di una rete di relazioni e pensa sempre come se la soluzione dovesse

emergere ed essere concretamente praticata attraverso la stessa rete o parte di essa, o attraverso

una nuova rete potenziata alla quale l’operatore si relaziona. Non dà per scontato di dovere

“riassorbire” dentro di sé il problema, appropriandosene attraverso gli schemi e i filtri della

professionalità: non si sente un erogatore di prestazioni, bensì un attivatore di processi relazionali

per la soluzione condivisa di un problema” (Folgheraiter, 1994). L’intervento di comunità

residenziale richiede riparazione del passato e promozione del futuro. Perciò il modello da

proporre è una comunità come “luogo” mentale e sociale, che organizza un pensiero di rete, dove

l’ambiente è protettivo e riparativo, ma non sostituisce tout court l’ambiente di vita, e quindi è

terapeutico in quanto garantisce processi di cambiamento personali senza sradicare e/o separare

i processi/percorsi della rete relazionale più ampia. Le condizioni di accoglienza che deve

mantenere l’educatore non sono più soltanto di caregiver, cioè di colui che svolge funzioni di

tutoring e scaffolding, ma si trasformano in “azioni sollecitanti relazioni”, in cui l’educatore è

soprattutto un mediatore relazionale, o per dirla come Folgheraiter un facilitatore di rete.

Il secondo ambito di riflessione è meno spesso oggetto di attenzione, nel dibattito sulle

caratteristiche e le possibilità dell’intervento di presa in carico e di cura dei soggetti in condizioni di

difficoltà. Si tratta di un ambito più strettamente psicologico-clinico, che ha a che fare con i temi

del funzionamento psichico e delle sue caratteristiche, con i processi di strutturazione e

organizzazione del sé e del sé-con-l’altro. Pur nella diversità degli orientamenti e dei modelli, i

ricercatori concordano nell'attribuire alla relazione un'importanza sempre maggiore (psicopatologia

evolutiva, psicologia clinica dello sviluppo, sviluppi del pensiero psicoanalitico e psichiatrico,

modelli sistemici, costruttivismo...). Nella stessa direzione procedono anche informazioni e stimoli

offerti da altri campi di ricerca (antropologia, biologia, sociologia...). Studiosi come Stern, con gli

studi sul modo in cui attraverso la relazione prende forma il mondo rappresentazionale del

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicodinamica del setting e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Giannone Francesca.

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