Che materia stai cercando?

Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Le interazioni madre bambino, Stern Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicodinamica del setting, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giannone: Le interazioni madre bambino, Stern, seguendo il programma, dell'università degli Studi di Palermo - Unipa.

Esame di Modelli psicodinamici dello sviluppo docente Prof. F. Giannone

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Il bambino considerato da un punto di vista cognitivo e quasi certamente in grado di sapere che il

sé e l’altro sono delle entità oggetti del tutto separati, niente affatto confusi o fusi. Le teorie

psicoanalitiche hanno sempre dato per scontato che sono gli affetti e le motivazioni ad

organizzare l’esperienza, e che la percezione e la conoscenza del sé e dell’altro si strutturano

sulla base dell’esperienza affettiva occasionata dall’altro. È possibile distinguere tre maniere

generali di “essere con” un altro in base agli aspetti affettivi e cognitivi che possono essere

schematizzati all’interno di una tale esperienza. Un problema fondamentale nella

concettualizzazione degli schemi di essere con un altro riguarda la natura della memoria umana,

uno schema di essere con richiede il ricordo di una qualche serie dinamica degli eventi, questo

implica una qualche forma di conoscenza degli eventi. Un altro problema di una certa importanza

nasce dal fatto che uno degli eventi più importanti negli schemi di essere con un altro è

l’emozione; finora il lavoro svolto non ha considerato l’emozione come uno degli attributi rilevanti

dell’evento ricordato. I tre tipi di essere con un altro sono descritti come azioni, questo perché

l’assunto di Stern è che l’esperienza di essere con qualcuno e gli schemi di rappresentazioni di

tale esperienza consistono di eventi dinamici, non di entità statiche. Nel primo tipo, la

complementarietà sé- altro, ciascuno dei due membri compiono azioni differenti, necessari al

completamento o soddisfacimento dell’esperienza interpersonale. La relazione tra il sé e l’oggetto,

e il comportamento eseguito con l’altro, è esso stesso l’obiettivo della relazione. Nella

condivisione di stati mentali e nella sintonizzazione di Stati il sé o l’altro inducono nel membro

opposto uno stato di esperienza simile al proprio. Nel corso della condivisione di Stati il nucleo

centrale della relazione tra il sé e l’altro è la similitudine dell’esperienza. Nella trasformazione di

Stati si verifica un importante cambiamento dello Stato fisiologico e nello stato di coscienza,

causato dall’azione di un altro. Non è sempre possibile distinguere i tre tipi di esperienza in base

al comportamento manifesto. In qualsiasi esperienza data, il centro di gravità dell’incontro può di

volta in volta cambiare dalla complementarità sè-altro alla condivisione di Stati e viceversa, dalla

trasformazione di Stato alla condivisione, e così via.

La complementarità se-altro possiede quattro caratteristiche essenziali:

Ciascun membro dell’azione è complementare rispetto all’altro, un partner compie l’azione,

1)

l’altro lo subisce,

dal momento che ciascun partner agisce in modo differente dall’altra, l’integrità del sé e

2)

dell’altro si mantiene inalterata; gli indizi percettivi del fatto che l’altro sta vivendo

un’organizzazione separata dal punto di vista temporale e di profilo di intensità, e che si trova

all’interno di una relazione causale non sono interrotti dall’attività complementare,

l’obiettivo dell’attività e di avere un’esperienza diretta dell’altro,

3) l’esperienza del sé coinvolge una parte affettiva, sensomotoria, e cognitiva del sé che non

4)

può essere sperimentata al di fuori dell’esperienza comportamentale dell’altro né può esserlo in

isolamento.

L’esperienza del sé non può mai svincolarsi dall’esperienza e dall’aspetto complementare

dell’altro. L’esperienza del sé e l’esperienza dell’altro sono due cose irrevocabilmente legate. Non

c’è un modo di avere una qualche esperienza del genere senza un altro, reale e/o immaginario.

Perché la complementarità sia possibile deve già esiste una distinzione tra il sé e l’altro, sia il sé e

l’altro devono già essere presenti, mentalmente se non in senso letterale, altrimenti il fenomeno

non potrà prodursi. Le esperienze e gli schemi di complementarità si sviluppano come parti

normali e durature della nostra psicobiologia. Molti episodi di complementarità sono tali da rendere

possibile, con lo sviluppo, l’esperienza del sé anche senza l’esperienza dell’altro.

Nella condivisione e sintonizzazione di stati mentali sono due le caratteristiche essenziali:

10

Le attività dei due partner sono sufficientemente simili, in quanto isomorfe, simultanee e

1)

con lo stesso profilo di intensità; in questo modo gli indizi percettivi che permettono al bambino di

distinguere tra il sé e l’altro sono in gran parte annullati, mentre rimane ovviamente presente la

componente propriocettiva,

Esiste un qualche senso di comunanza d’esperienza o di condivisione esperienze interne o

2)

esterne simili. L’espressione “stato mentale” è intesa in un senso piuttosto ampio, condivisione di

Stati e condivisione di esperienze verranno usate con espressioni equivalenti.

Queste esperienze, a differenza di quelle di complementarietà, sono esperienze di similarità tra il

sé-altro. Teoricamente essi sono in grado di annullare temporaneamente e parzialmente il senso

di distinzione

sè-altro del bambino e di creare potenzialmente un completo per l’integrità del sé. Molti hanno

affermato che la visione e la percezione che abbiamo di noi stessi si possono sviluppare solo a

partire dal modo in cui gli altri si comportano in relazione a noi, e che siano in grado di valutare noi

stessi sono attraverso il modo in cui percepiamo che gli altri ci percepiscono. Tuttavia, anche più

fondamentale è che nel corso di questi momenti di condivisione di esperienze il bambino ha una

prima impressione di cosa significa avere un’esperienza comune con un altro. Questo fenomeno è

stato chiamato da Stern condivisione di stati mentali La quale non è limitata alla condizione di

sentimenti, e neppure ala condivisione di conoscenze e motivazioni come sono al contrario le

parole intersoggettività e Interintenzionalità. La condivisione di Stati si riferisce al riconoscimento,

più o meno consapevole, che alcuni aspetti della nostra azione, percezione, sensazioni,

sentimenti, motivazioni, intenzioni, pensieri o credenze sono condivisi da un altro. La natura dello

Stato che viene condiviso e di importanza secondaria, ciò che è essenziale è la possibilità della

condivisione. La condivisione di Stati, per sua natura, crea un’intimità soggettiva; più esattamente

l’intimità soggettiva consiste in gran parte della condivisione di esperienze su molti livelli, ossia

nella condivisione di molti stati mentali. I momenti di condivisione di Stati sono ovviamente della

più grande importanza. Secondo il punto di vista attuale, in questi momenti di essere con un altro il

bambino si unisce o si fonde con l’altro, oppure lentamente fa esperienza del sé mediante un

processo di rispecchiamento. Al contrario, la posizione di Stern è che il bambino è impegnato nella

scoperta che la sua esperienza, che egli percepisce già distintamente come propria, non è unica e

incomparabile, ma è parte dell’esperienza umana in generale, e dunque condivisibile con altri. Il

rispecchiamento è in effetti basato sul concetto più fondamentale di condivisione di Stati. Le

condivisione di Stati è generalmente un’esperienza di elevato impatto emozionale e di grande

intimità. Tuttavia, il prodursi di una condivisione di Stati all’interno di un episodio di similarità tra

se-altro può anche avere una valenza negativa.

Nella trasformazione di Stati si assiste ad una modificazione dello stato interno in conseguenza

dell’azione dell’altro, si assiste, infatti, alla trasformazione del sé derivanti da eventi fisici umani.

Questo è il tipo di esperienze di cui tradizionalmente si è occupata la psicoanalisi, soprattutto per

quanto riguarda la gratificazione del bambino affamato e il passaggio dalla fame al sonno.

In linea con questa concezione le esperienze e le rappresentazioni di trasformazione di Stato che

avvengono a causa di un altro possono essere considerate d’importanza cruciale per lo sviluppo

dell’intimità fisica, ma non di quella soggettiva. È importante sottolineare che le tre forme di

esperienza se-altro, complementarità, condivisione e trasformazione possono tutte aver luogo

all’interno di una singola attività. Inoltre non è sempre possibile riconoscere la fama di esperienza

con cui abbiamo a che fare sulla base del comportamento manifesto.

13) La Rappresentazione Dei Modelli Di Relazione.

Dal punto di vista clinico, le relazioni si sviluppano secondo modelli prevedibili. Tale prevedibilità

costituisce un’importante carattere della relazione. I modelli che si ripetono possono essere

11

normali, problematici o decisamente disturbati. Una prima questione concerne la collocazione dei

modelli di relazione che implicano il contributo di almeno due persone. La risposta a questa

domanda riveste un’importanza cruciale.

I modelli di relazione, normali o disturbati, hanno origine soltanto nel corso dell’interazione tra due

o più persone. Anche nel caso estremo e tuttavia comune in cui una sola persona rappresenta un

modello di relazione, nella solitudine fisica, riteniamo che esista nella mente di quella persona un

compagno di interazione che fornisce il suo contributo al modello attraverso il ricordo dei modelli

che in passato sono stati messi in atto esplicitamente dei due partner. I modelli di relazione si

collocano nella diade nella famiglia, e non nell’individuo. Nella fase iniziale di ogni modello di

relazione vi è una sequenza prevedibile di interazioni osservabili, che potrebbe essere confermata

da un osservatore esterno all’interazione. Collochiamo le origini dei modelli di relazione nella

realtà oggettiva, cioè in qualcosa che di fatto è avvenuto fra due persone e che potrebbe, almeno

in linea teorica, essere convalidato in modo indipendente. La natura delle relazioni oggettuali o dei

modelli di relazione è in gran parte il risultato della storia delle interazioni reali con la figura

materna. Naturalmente, l’esperienza soggettiva dell’interazione viene interpretata o costruita

dall’infante, ma senza distorsioni significative dovute all’ontogenesi intrinseca della fantasia (come

veniva sostenuto da M. Klein). In quest’ottica, i modelli di relazione al loro inizio risiedono al di

fuori di individui isolato e si costituiscono soltanto nel corso dell’interazione fra due o più persone.

Essi derivano dalla reciprocità, anche se sono costituiti soggettivamente. Sono

contemporaneamente eventi oggettivi ed esperienze soggettive.

Il modo in cui un’interazione viene percepita e interpretata, attraverso le molte lenti personali dei

partecipanti all’interazione (lenti delle fantasie, delle speranze, delle paure, delle tradizioni e dei

miti familiari, delle esperienze personali importanti, delle esigenze della vita attuale e molte altre)

produce un amalgama di storia ricordata e interpretazione personale che Stern chiama

rappresentazione. La continuità dei modelli relazionali è garantita dalla storia dell’individuo e

dalla sua memoria. Il ricordo delle interazioni passate serve come guida per l’interazione attuale, e

la conduzione dell’interazione attuali (insieme a quelle passate) serve come guida per le

interazioni future. In altre parole, sono le rappresentazioni mentali degli eventi interattivi che si

ripetono ad assicurare lo strutturarsi della continuità dei modelli di relazione. La memoria, sotto

forma di rappresentazione mentali degli eventi interattivi, costituisce il deposito della continuità.

Ogni individuo può avere sperimentato, o interpretato e codificato, una data interazione in maniera

alquanto differente in base a varie asimmetrie, le più importante delle quali, nella diade del

genitore-bambino, è l’età.

Poiché le rappresentazioni della storia dell’interazione costituisce il motore principale e lo

strumento della ripetizione della continuità, è di grande importanza considerarne la natura. Le

relazioni sono costituite dalle interazioni, ma la relazione non è semplicemente un’unità più ampia

dell’interazione, essa appartiene ad un ordine concettuale diverso. Le relazioni sono il prodotto

cumulativo della storia delle interazioni, la quale pertiene al presente per quanto riguarda le

aspettative che si realizzano nell’interazione in corso, e al futuro per quanto riguarda le aspettative

riguardanti le interazioni a venire. L’interazione, come unità, è in genere definita mediante reti

comportamentali osservabili e oggettivi, mentre la relazione è concepita come un’unità di

rappresentazione più astratta. La relazione, tuttavia, è costituita dal modo in cui vengono

interpretate le interazioni osservate. Allo scopo di prendere in esame il mondo delle

rappresentazioni delle relazioni interpersonali del bambino.

Possiamo concepire le unità di interazione come ordinate in una gerarchia. Nella progressione

dello sviluppo ogni unità successiva ingloba le unità precedenti. Queste unità iniziano con uno

specifico momento interattivo vissuto detto momento V. Questo momento V viene poi codificate in

12

memoria per formare il ricordo di un episodio specifico chiamato momento M. Molti ricordi di

episodi specifici simili vengono organizzati per formare un prototipo, ossia una rappresentazione

di una serie di momenti M che possono essere ordinati in modo da formare un momento

generalizzato, cioè una rappresentazione della serie di momenti M. Questa rappresentazione è

chiamata momento R, e costituisce l’unità gerarchica successiva. Il momento R è dunque un

prototipo, un momento generalizzato, una rappresentazione della serie di momenti M.

Analogamente vi sono sequenze di momenti vissuti che sono chiamati scenari V, che divengono a

loro volta dei ricordi di episodi specifici, gli scenari M. Molti scenari M vengono organizzati e

generalizzati sino a formare rappresentazioni dette scenario R. Stern ha parlato di RIG è sono

rappresentazioni (R) di un’esperienza interattiva (I) generalizzata (G). Il termine RIG può

essere utilizzato come una forma abbreviata per una o l’altra unità rappresentazionale, o per

entrambe.

I momenti V e i momenti M. L’unità più piccola che prendiamo in considerazione è il momento

interattivo specifico vissuto. Trattandosi di un evento oggettivo, è definibile in modo operazionale

da un osservatore. Si ritiene che il momento interattivo specifico costituisca per il bambino

un’esperienza soggettiva discreta. È importante sottolineare che il momento interattivo è un’unità

ipotetica di dimensione non chiare, con limiti indefiniti che consistono di elementi (attributi) le cui

interrelazioni non sono ancora stata stabilita e su cui non vi è accordo. L’unità nel momento V non

è una rappresentazione: è semplicemente l’esperienza vissuta nel presente, che viene poi

codificate in memoria come esempio specifico di evento vissuto. È una traccia amnestica isolata di

uno specifico momento vissuto, cioè un momento M. Il grado di corrispondenza tra il momento V e

il suo momento M è una questione aperta, perlomeno per quanto riguarda l’infanzia. Il ricordo

dell’esperienza autobiografica in questo campo di eventi interpersonali costituisce la memoria

episodica. La memoria episodica si riferisce al ricordo di momenti della vita reale o di esperienze

che si sono verificate in un tempo, l’esperienza soggettiva di momenti vissuti. Questi episodi di

esperienza vissuta possono essere banali o più significativi. La memoria episodica offre notevoli

vantaggi, essa include, come attributi di un episodio, quei caratteri essenziali che sono per noi del

massimo interesse: i cambiamenti effettivi, di attivazione, motivazionali, cognitivi, percettivi e

motori. Nessuno di essi costituisce di per sé un’unità fondamentale. L’unità di base è l’episodio in

quanto vissuto e soggettivamente sperimentato. Sembra che un episodio entri in memoria come

unità indivisibile, un momento di esperienza unico, e venga richiamato dalla memoria come unità

indivisibile, sebbene ciò non significhi che non si possa cedere al ricordo attraverso soltanto uno

dei suoi attributi.

Il momento R. Riteniamo che i momenti V entrino in memoria come momenti M i quali vengono

organizzati in categorie funzionali al livello delle rappresentazioni, i momenti R. Vi sono due

ragioni che rendono necessaria la costruzione di tali rappresentazioni:

in primo luogo, nel corso di una breve interazione il bambino mette a punto un programma

1.

del modo in cui l’evento interattivo dovrebbe verificarsi; questo induce a ritenere che il bambino si

formi un qualche tipo di rappresentazione dei modelli interattivi sociali ripetuti durante i primi sei

mesi di vita e certamente nella seconda metà del primo anno. La presenza di un’aspettativa si

inferisce dalla risposta del bambino alla violazione della normale routine.

la seconda ragione per cui il bambino ha bisogno di formarsi delle rappresentazioni

2.

organizzati separate di molti di questi momenti di interazione sociale è costituita dall’economia

mentale: il bambino deve essere dotato di un sistema di memoria che registra un’interazione come

caso specifico e poi opera su questo vasto insieme per creare delle aspettative, oppure deve

essere in grado di formarsi delle categorie generali di interazione e poi creare delle aspettative

sulla base delle categorie generali di interazione piuttosto che di molti casi specifici. Ogni nuovo

13

caso di momento interattivo non fa che confermare oppure modificare leggermente la

generalizzazioni, e quindi non sarà più necessario conservarlo. Sarà sufficiente il rimodellamento

costante della generalizzazione. Alcune ricerche mostrano che il bambino inizia a formare delle

categorie di momenti vissuti che siano relativamente invariabili.

Le ricerche sulla memoria, tuttavia, non impongono più la scelta esclusivamente tra un sistema di

rappresentazioni che conserva tutte le tracce mestiche e lavora con esse in modo computazionale

e un sistema costantemente impegnato nella creazione e nel rimodellamento dei prototipi dinamici

e nell’eliminazione delle tracce mestiche separate. Il modello distributivo della memoria

propone che ogni traccia mnestica influenzi i modelli di attivazione del cervello e venga così

conservata. Non esistono prototipi o generalizzazioni che vengano formati e immagazzinati

separatamente in qualche luogo come “strutture” di rappresentazione. Piuttosto: il modello

cumulativo di attivazione, che pervade ogni parte del cervello, attraverso il contributo di ogni

singola traccia mnestica opera al servizio del funzionamento generale. Si è anche osservato che

alcuni prototipi appaiono molto presto nella vita e si ritiene che siano innati o predeterminati.

Questa abilità precoce sembra dipendere dalla capacità del bambino di riconoscere gli esempi

prototipici di determinati colori. Non sappiamo se categorie, prototipi e rappresentazioni esistono

come strutture cerebrali distinte o come strutture mentali, ma sappiamo con certezza che le

funzioni a cui si riferiscono esistono fin dall’infanzia. Sappiamo tuttavia che l’identificazione di

caratteri invarianti di un’esperienza è una delle tendenze mentali fondamentali che conduce ad

una categorizzazione progressiva dell’esperienza. Tale categorizzazione porta alla formazione di

prototipi, che si possono definire come momenti R di esperienza mentalmente costruiti, che

rappresentano nel modo migliore la costellazione di caratteri invarianti che costituisce molti

momenti ricordati e vissuti. Questi momenti R sono piccoli ma coerenti segmenti di esperienza

interattiva generalizzata che immagazzinano sensazioni, obiettivi, affetti, passioni percezione di sé

e degli altri in una breve sequenza temporale-causale. Nelson e Gruendel hanno descritto il

modo in cui bambini piccoli si formano rappresentazioni generalizzate (REG) di questi eventi

sequenziali. Una REG si forma mediante la generalizzazione dei caratteri invarianti di un flusso

ordinato di eventi collocati nella giusta sequenza, come il modello o la rappresentazione

emergente da una situazione caratteristica prototipica come “la festa di compleanno” o “il

momento di andare a letto”. Le piccole unità che compongono queste REG sono soprattutto eventi

che accadono fra il soggetto e gli oggetti o nel mondo in generale, oppure tra il soggetto e una

persona non meglio specificata che svolge un ruolo sociale conosciuto o prevedibile. Il momento

R e la REG sono entrambi prodotti dei principi generali relativi alla formazione delle categorie

funzionali evidenziati in campo cognitivo sulla formazione, generalizzazione e rappresentazione

delle categorie. Il momento R si distingue da ogni altra categoria costruita non per i principi

generali che vi sono coinvolti, ma per le sue dimensioni, per la natura degli eventi che devono

essere categorizzati e rappresentati e per la situazione generale in cui questi eventi si verificano. Il

momento R riguarda quelle sequenze microinterattive del comportamento sociale tra i bambini e la

figura di accudimento che regolano l’affetto, il livello di attivazione, la motivazione, la tensione,

l’intimità d’attaccamento. Il momento R ha molti aspetti distinti:

gli elementi dell’esperienza da categorizzare provengono da due persone;

1. gli elementi o gli attributi dell’evento consistono in variazioni dell’affettività, del grado di

2.

attivazione, delle motivazioni e degli stati di coscienza specifici, nonché gli atti motori, cognizioni e

percezione di sé e degli altri. Questo universo di attributi comprende l’intera serie di elementi che

formano l’esperienza autobiografica soggettiva.

il momento R riguarda i tentativi reciproci di regolare un sistema diadico e si origina soltanto

3.

nelle interazioni fra intimi. 14

Si tratta di un evento di breve durata, una manciata di secondi, che contiene un singolo, ma

4.

coerente, segmento di esperienza.

È altamente plausibile che le leggi che regolano la formazione delle categorie funzionali in

quest’ambito abbiano alcuni caratteri distintivi. Sembra ragionevole, pertanto, mantenere un

termine distinto (momenti R) per le categorie formate nel dominio interattivo interpersonale.

Il concetto di momento R, inteso come categoria di certi episodi ricordati (momento M), solleva

alcune problematiche. I vari attributi che costituiscono il ricordo di un episodio o momento M sono

essenzialmente uguali in quanto l’intera esperienza vissuta viene codificata come unità. In ogni

occasione un attributo può essere soggettivamente più saliente, ma tutti sono sempre presenti. In

momenti interattivi diversi, attributi diversi sembrano avere maggiore salienza, ma nel complesso

nessuno viene privilegiato e tutti sono sempre presenti nel momento vissuto V e nella formazione

dei momenti R. In questo modo il mondo rappresentazionale delle interazioni consiste di eventi

ordinari quotidiani, sia quelli che le nostre teorie segnalano come particolarmente rilevanti, che

tutti gli altri.

Scenari V, Scenari M, Scenari R. Oltre al momento V e alle sue rappresentazioni, l’unità

gerarchica successiva nella presentazione delle relazioni è costituita dai momenti V interattivi. Il

modello, per questo tipo di unità composta di diversi eventi interattivi in sequenze invariate, è lo

script (copione). Possiamo denominare questa unità scenario V, il ricordo dell’episodio può

essere chiamato scenario M e la sua rappresentazione scenario R. Lo scenario R si formerà

quando molti scenari M analoghi saranno disponibili in memoria per essere organizzati, cioè si

formerà in base ai medesimi principi che presiedono alla formazione del momento R a partire nei

momenti M, con l’unica differenza che ora è coinvolta un’unità più ampia. Usiamo il termine

scenario R per distinguerlo, come forma di autobiografia interattiva personale, dallo script come

forma di rappresentazione di un effetto generale. I singoli momenti R possono aver luogo in molti

scenari R diversi tra loro, tuttavia la combinazione e la sequenza dei momenti R che costituiscono

uno scenario R sarebbe sempre unica. La struttura di uno scenario R deriva probabilmente da due

fonti: la generalizzazione di molti scenari M e il repertorio di momenti R. La conoscenza delle

rappresentazione infantile dei momenti in sequenza è ancora limitata. Probabilmente i bambini

possiedono degli scenari R ben sviluppati per molte sequenze di gioco, specialmente ritualizzato,

per la nutrizione, per il cambio dei pannolini, il momento in cui vengono messi a letto. Occorrono

informazioni più dettagliate sulla conoscenza che i bambini hanno di questi scenari e sull’età in cui

li apprendono.

Fino adesso abbiamo affrontato soltanto le relazioni formali fra le unità di rappresentazione dei

momento R e degli scenari R. dobbiamo a questo punto rivolgere la nostra attenzione

all’organizzazione di queste rappresentazioni in categorie di contenuto.

I modelli operativi interni MOI sono la rappresentazione che permette al bambino di formarsi

delle aspettative e di valutare le interazioni che regolano il suo sistema di attaccamento interno. Il

modello operativo interno (MOI) opera a livello di inconsapevolezza ed è una guida simbolica

all’azione, all’interpretazione al sentimento. Il MOI è un’unità di rappresentazione che organizza

momento R selezionati e scenari R in termini di contenuti specifici. Il modello operativo interno è

stato tradizionalmente riservato al contenuto motivazionale dell’attaccamento. Tuttavia è

ugualmente applicabile a ciascuno dei principali sistemi motivazionali: il gioco, la regolazione

fisiologica, l’autocontrollo, o altre attività che richiedono una regolazione reciproca. I modelli

operativi interni possono esistere come categorie di contenuto per gli affetti, per esempio felicità

tristezze, o come categorie di contenuto per la valutazione edonica principale, ad esempio

piacevole-spiacevole, buono-cattivo. Concepiamo il modello operativo interno come

un’organizzazione di momento R e scenari R selezionati che fanno parte della stessa categoria di

15

contenuto. Sembra necessario postulare l’esistenza di più modelli operativi interni separati e

verificare empiricamente la loro coerenza interrelazionale. Un unico momento R può contribuire a

due diversi script di scenari R. la condivisione faciliterà il bambino nell’associare unità diverse di

rappresentazione. Un MOI può anche consistere in un gruppo di scenari R, due o più dei quali

possono essere in contraddizione. Ciò genera un MOI ambivalente e può servire a spiegare un

attaccamento insicuro. L’esistenza di modelli operativi interni concomitanti solleva la questione di

stabilire dove collocare il modello operativo interno di Bowlby, che viene in genere usato dai vertici

dell’attaccamento. Stern ritiene che il termine abbia accezioni diverse: in primo luogo, viene

impiegato un termine abbastanza generico in riferimento alla rappresentazione in quel momento

che meglio spieghi il comportamento in corso. In questo senso può riferirsi a livello del momento R

e allo scenario R, oppure insieme, che costituisce il modello operativo interno. Un uso così

generico del termine non desta alcun problema: in effetti esso è molto utile, specialmente dal

punto di vista clinico, per giustificare l’influenza della struttura mentale sul comportamento attuale,

in parte proprio a causa della mancanza di specificità. In secondo luogo, storicamente il termine si

è affermato in stretta associazione con l’emergere della teoria dell’attaccamento, giungendo a

giustificare l’intera rete nelle gerarchie di rappresentazioni che sono organizzate dall’attivazione o

dalla disattivazione del sistema motivazionale di attaccamento. In questo modo il modello

operativo interno diviene sinonimo del modello operativo di regolazione dei trattamenti, e quindi

manca un termine o un concerto equivalente per i modelli operativi interni di gioco, fame, curiosità

per l’apprendimento e così via. Non soltanto esistono modelli operativi differenti per differenti

sistemi motivazionali, ma persino all’interno dello stesso sistema motivazionale possano esistere

modelli differenti a seconda delle diverse figure di accudimento. Stern riserva il termine modello

operativo di regolazione per l’intero complesso di momento R e scenari R che regolano un

sistema motivazionale separato e importante, come l’attaccamento, la curiosità, la fame o il gioco.

Modelli narrativi. Il modello narrativo è la storia o una spiegazione dei modelli operativi interni

raccontata a se stessi o ad un altro. È in parte la produzione verbale dei modelli operativi interni di

regolazione non verbali, ma non vi è una corrispondenza semplice: il modello narrativo pone i

modelli operativi non verbali in un contesto più ampio. Per molte ragioni il modello narrativo di

regolazione non corrisponde mai al modello operativo di regolazione. In primo luogo, il modello

operativo interno è inconscio, non verbale, privato e costituito da eventi soggettivamente vissuti. Il

modello narrativo generalmente è conscio, verbale, raccontabile, sociale e costituito da referenti

vissuti attraverso le parole. Non vi è sovrapposizione ma affiancamento fra un modello operativo e

un modello narrativo dello stesso sistema di regolazione. È importante sottolineare che l’emergere

di un modello narrativo, intorno al terzo anno di vita, non rende obsoleto o inattivo il modello

operativo di regolazione. I due coesistono in relativa armonia o disarmonia per tutta la vita. Il

modello narrativo inoltre, comprende non solo il modo in cui ciascun individuo si racconta la

propria infanzia nelle relazioni d’attaccamento, ma può comprendere anche elementi o caratteri

che non hanno mai fatto parte dell’esperienza diretta individuale, ma che giungono di seconda

mano, per così dire, dalla diretta esperienza di altri, come storie, i miti, le bugie e segreti. A livello

del modello operativo interno ogni input per il modello deriva dall’esperienza storica diretta della

persona. Con la formazione del modello narrativo è possibile che si verifichi un processo di co-

costruzione che congiunge l’esperienza storica della persona all’esperienza storica separata di

altri. Il concetto di modello narrativo ci consente di comprendere in che modo operano alcuni di

questi fenomeni di gruppo, che vengono trasmessi prevalentemente in forma narrativa. La

trasmissione avviene in base al contenuto e al modo in cui la storia viene raccontata, con

particolare riguardo alle incongruenze, alla mancanza di coerenza, alle parti mancanti, alle

interruzioni premature della storia e così via. Il modello narrativo differisce dal modello operativo

interno in quanto garantisce un tipo diverso di regolazione. Quando gli eventi relazionali vengono

16

verbalizzati, il fatto stesso di parlarne può agire più modi per regolare e persino alterare le

esperienze raccontate. Infine, il modello narrativo è, dal punto di vista gerarchico, distinto e più

ampio del modello-interno perché può includere più di un modello operativo: il modello narrativo di

attaccamento può includere intere parti di un MOI per la curiosità, l’apprendimento, il gioco, la

motivazione fisiologica. Questa mescolanza è probabilmente la regola e la sua esatta natura

risulterà dalla storia individualizzata delle associazioni fra i distinti sistemi motivazionali.

CONCLUSIONI SLIDE

Sono state distinte una organizzazione formale e una organizzazione del contenuto delle unità

rappresentazionali.

• I momenti R e gli scenari R costituiscono le unità formali

• I modelli operativi interni e i modelli narrativi sono le unità di contenuto formate dalla

riorganizzazione delle unità formali.

Specificare le unità di rappresentazione e porle in ordine gerarchico può essere utile dal punto di

vista teorico, clinico ed empirico. Dal punto di vista teorico è utile conoscere come vengono

strutturate le rappresentazioni delle relazioni e come si formano le strutture. La schematizzazione

delle unità di rappresentazione e del loro ordinamento, è un passo in questa direzione. Dal punto

di vista clinico, la definizione operativa della rappresentazione delle relazioni, consente di

analizzarle sistematicamente. La schematizzazione proposta è più specifica nella descrizione e

nell’identificazione delle parti costitutive delle rappresentazioni e può pertanto essere più precisa

nella considerazione, ad es. della coerenza o dell’adeguatezza di un modello. Dal punto di vista

empirico, la schematizzazione può dimostrarsi utile per definire gli argomenti della ricerca futura.

UNITA’ D’INTERAZIONE sono organizzate in una gerarchia:

MOMENTO V  momento interattivo vissuto

MOMENTO M  ricordo di un episodio specifico (momento v codificato in memoria)

MOMENTO R  momento generalizzato (una rappresentazione di una serie di momenti M)

SCENARI V  sequenze di momenti vissuti

SCENARI M  ricordi di episodi specifici

SCENARI R  momenti m simili organizzati e generalizzati.

RIG  rappresentazioni interattive generalizzate

REG  rappresentazioni generalizzate di eventi sequenziali

MOI  modello operativo interno (organizzazione di momenti R e scenari R selezionati dalla stessa

categoria di contenuto.

17) Il Percorso Dello Sviluppo Infantile Tra Conservazione E Clinica.

17

Il modello rappresentazionale del bambino “relativo all’oggetto” riveste un particolare interesse

clinico. Questo mondo si sviluppa dall’esperienza soggettiva del bambino nel partecipare agli

eventi interpersonali. Ma cosa è una rappresentazione di un’esperienza soggettiva relativa

all’oggetto? Abbiamo bisogno di qualcosa come uno “schema di esperienza interpersonale relativa

all’oggetto”; uno schema che comprenda, insieme, i sentimenti, le azioni, i pensieri, le percezioni,

le motivazioni, che sono vissute durante un evento interpersonale, uno schema che colga quello

che è l’essere con un altro in un certo modo, e uno schema che ben rappresenta le componenti

affettive dell’esperienza. Nelson e Gruendel hanno individuato una fondamentale

rappresentazione umana disponibile nei bambini, cioè una sequenza di eventi che era presentata

come un copione, uno scenario, una rappresentazione di eventi. Questo ci fornisce almeno

quattro differenti e separati generi di formati rappresentazionali di base con cui lavorare nel creare

qualcosa come uno schema dell’intera esperienza: percezioni, concetti, operazioni sensomotorie e

sequenze di eventi. Ognuno di questi formati da solo è inadeguato per il nostro compito, sono

sufficienti per spiegare gli atti motori, la conoscenza di eventi, vanno bene per spiegare quello per

cui sono stati creati ma per quanto riguarda l’esperienza soggettiva relativa all’oggetto sono

necessarie almeno altre due forme di rappresentazione: un formato di base per rappresentare gli

affetti e le motivazioni e un formato per rappresentare l’esperienza nel suo insieme. Per quanto

riguarda il primo, si è rivelato difficile contestualizzare il modo in cui gli affetti vengono

rappresentati. Da una parte, molti clinici hanno insistito sul fatto che a causa del fenomeno

dell’affetto “liberamente fluttuante”, cioè degli effetti che sembra essere non legati distaccati dei

pensieri, delle motivazioni dalla percezione, è necessaria per una forma per rappresentare gli

affetti che sia indipendente dalla cognizione, dalla percezione, dall’azione motoria, ecc. Dall’altra

parte, c’è la tendenza a considerare gli affetti come legati ad altri eventi mentali della loro

rappresentazione, cioè legati alla cognizione, o alla conoscenza di eventi, o alla motivazione e agli

scopi adattivi. Gli affetti sono rappresentati in modo multiplo e simultaneamente in diversi formati.

Quello che ci interessa maggiormente è quella che Stern chiama temporal feeling shape (forma

temporale affettiva). Essa consiste nel profilo temporale affettivo che si dispiega durante un

momento in cui una motivazione è in gioco. La forma temporale affettiva unisce in una singola

esperienza soggettiva i cambiamenti nell’attivazione, i cambiamenti nel tono edonico, i

cambiamenti nell’intensità dell’affetto, i cambiamenti nella forza della motivazione attivata e la

qualità dell’affetto, ognuno dei quali si verifica nel corso di un momento vissuto. La configurazione

temporale, cioè il profilo nel tempo di questi cambiamenti, è il fondamento strutturale

dell’esperienza affettiva. La seconda integrazione necessaria alle concezioni dei formati

rappresentazionali riguarda un genere di rappresentazione dell’intera esperienza di “essere con

un altro in un certo modo”. L’esperienza nel suo complesso comprende alcune (o tutte) le

esperienze in ognuno dei formati rappresentazionali di base (senso motorio, percettivo,

concettuale, copione, forma effettiva). Ognuno di questi schemi separati e processati in modo

indipendente parallelo agli altri. Ma questo solleva il problema di come l’intera esperienza, una

volta rappresentata, possa essere rievocata e rivissuta dai diversi e separati schemi che la

compongono. Una soluzione e di supporre che i fenomeni soggettivi di un’intera esperienza siano

una proprietà emergente dell’attivazione di una rete di schemi di base separati. Questo è

concettualmente possibile, ma sembra ancora in qualche modo magico senza la guida di formati

preesistenti che forniscano una struttura generale affinché la proprietà emergente prenda forma.

Uno schema dell’intera esperienza costituisce esattamente tale formato. Stern propone un formato

di tipo narrativo che chiama “involucro protonarrativo”, che può, secondo l’autore, essere il

formato rappresentazione fondamentale che coordina i separati schemi di base in una singola e

soggettiva esperienza intera emergente. Esistono tre differenti schemi paralleli: quello percettivo,

quello concettuale, quello sensomotorio, il copione, la forma affettiva e il più olistico “involucro

18

protonarrativo”. Insieme essi formano una rete di schemi che Stern chiama “schema di essere

con”.

Il modello presentato presuppone la centralità della motivazione diretta ad uno scopo nel

comprendere il comportamento umano rilevante clinicamente, specialmente nei soli aspetti

soggettivi. Gli studiosi della conoscenza di eventi e della struttura narrativa hanno trovato che le

motivazioni e l’orientamento allo scopo sono aspetti indispensabili. La gamma delle motivazioni e

degli scopi che possono rivestire un ruolo centrale e in gran parte quella sviluppata da Sandler.

Essa comprende gli strati esterni e interni di relazione con l’oggetto, i stati affettivi, gli Stati di

autonomia, così come la soddisfazione dei bisogni fisiologici e gli atti consumatori. Ci sono

motivazioni ampie a lunga azione e all’interno di queste possono essere inserite motivazioni più

piccoli a breve azione. La messe in atto (in senso comportamentale o mentale) di una motivazione

e l’esperienza soggettiva di queste messe in atto ha come risultato quattro fenomeni che sono la

conseguenza delle motivazioni che sono state messe in gioco. Tali fenomeni sono:

→ il momento emergente come elemento referente per la rappresentazione. La

rappresentazione riguarda qualcosa, essa ha un referente. Il referente a cui siano interessati è

definito e limitato come motivazione messa in gioco in una situazione interpersonale. È, perciò,

un’esperienza soggettiva che comprende allo stesso tempo affetti, pensieri, percezioni, azioni,

motivazioni, persone. Il referente è, quindi, un momento vissuto di un’intera esperienza. Di

conseguenza, viene proposta un’unità soggettive fondamentale dell’esperienza interpersonale

vissuta nel qui ed ora che viene chiamata “momento”. Il momento è una parte di esperienza

soggettiva ed è costituita dalla mente mentre viene vissuta. Esso organizza diversi avvenimenti

simultanei che vengono registrati durante l’evento motivato. In questo senso, il momento è una

proprietà emergente della mente e sarà chiamato “momento emergente”. Le scienze cognitive

hanno concepito le “proprietà emergenti della mente” come la capacità della mente di dare senso

o rendere coerente un’esperienza costruita da molte parti indipendenti che si verificano

simultaneamente. Una proprietà emergente è un’organizzazione che il processo di divenire o che

ha appena preso forma. il momento emergente è questa proprietà emergente della mente che

effettua l’integrazione delle esperienze in corso. Esso tuttavia non emerge di colpo dal

pandemonio mentale e continua e si dispiega, emerge come un movimento verso la coerenza in

successivi stadi, spesso transitori, composti da molteplici schermi che non hanno bisogno di

arrivare a uno stato finale di fissità e di coerenza ma solo ad uno, o due, schemi attuali utilizzabili.

Stern suppone che le motivazioni e gli affetti giocano un ruolo fondamentale nella strutturazione

soggettiva dei momenti emergenti e di altre esperienze. Ciò avviene perché il momento è un’unità

di esperienza diretta ad uno scopo.

→ Le “forme temporali affettive” come formato rappresentazionale per gli affetti.

Quando una motivazione e messe in atto si verifica necessariamente un cambiamento

nell’aspetto, nel tono edonico, nell’arousal e nel livello di motivazione/conseguimento dello scopo

che accompagna la messa in atto. Questi cambiamenti si dispiegano nel tempo e descrivono dei

profili temporali che agiscono in comune accordo, sembrano essere vissuti soggettivamente come

un singolo sentimento complesso. Questa è la forma affettiva che comprende anche la particolare

qualità affettiva e viene temporaneamente rilevata e che dipende da quali effetti e motivazioni

sono coinvolti. Le forme affettive e gli affetti sono alla fine considerati entrambi come proprietà

emergenti di diversi altri processi separati. Essa struttura soggettivamente l’esperienza nel tempo.

Identificazione di un’unità come la forma affettiva sembra rientrare nella capacità del bambino,

essa offre al bambino un modo di strutturare temporalmente un momento emergente. La forma

temporale effettiva può quindi essere considerata come un fenomeno rappresentazionale

plausibile per schematizzare l’esperienza affettiva.

19


PAGINE

23

PESO

65.72 KB

PUBBLICATO

9 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli psicodinamici dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Giannone Francesca.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Modelli psicodinamici dello sviluppo

Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del sé, Fonagy
Appunto
Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato La svolta relazionale
Appunto
Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Infant Research
Appunto
Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato Gruppo Analisi Soggettuale
Appunto