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Riassunto esame psicodinamica del setting, prof. Giannone, libro consigliato La svolta relazionale Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicodinamica del setting, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giannone: La svolta relazionale, seguendo il programma, dell'università degli Studi di Palermo - Unipa. Scarica il file in PDF!

Esame di Modelli psicodinamici dello sviluppo docente Prof. F. Giannone

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proveniva non dall’interno del sé ma dall’esterno, dal campo interpersonale formato dal paziente e

l’analista. Una volta ottenuto questo risultato, l’analista poteva iniziare l’analisi vera e propria, che

consisteva nel delicato processo di discriminazione tra residui deformati del passato e realtà

dell’interazione attuale.

Le relazioni oggettuali britanniche

La psicoanalisi britannica è un’altra corrente che ha fortemente influenzato gli analisti relazionali,

soprattutto perché ha fornito la possibilità di controbilanciare l’eccessiva attenzione rivolta alla sola

realtà delle interazioni con l’ambiente sociale, tipica dell’impostazione interpersonale. Gli autori

che più anno contribuito sono Fairbairn, Balint, Winnicott. Un discorso a parte merita il ruolo

giocato dell’opera di Melanie Klein.

Con la sua rivisitazione del sistema motivazionale, Fairbairn è forse l’autore che ha rappresentato

il vero ponte concettuale tra la tradizione interpersonale e quella freudiana. Per Fairbairn l’Io è

sempre legato agli oggetti. Il bambino fin dalla nascita ha bisogno degli altri, verso cui è orientato.

Il piacere non sarebbe dunque l’obiettivo finale dell’impulso, ma un mezzo per raggiungere il suo

vero fine: la relazione. Egli è stato uno dei primi analisti a esplorare le caratteristiche della

personalità schizoide, a guardare alle relazioni terapeutiche negative come segno del legame con

un oggetto interno cattivo, a parlare del ruolo terapeutico e dell’analista come persona.

Melanie Klein e i kleiniani, con la loro lettura intrapsichica della motivazione, delle fantasie e delle

spinte aggressive della prima infanzia, sono stati oggetto di critiche da parte degli emergenti

relazionali americani. Se da un lato Klein poneva l’accento sull’importanze delle prime fasi dello

svilupo, slegando il suo ragionamento da una riflessione sull’ambiente reale, dall’altro proponeva

un vocabolario concettuale (attacco invidioso, gratitudine, trionfo maniacale, riparazione

ecc.),stimolando così i relazionali a una rilettura di tali concetti nel contesto delle reali vicissitudini

evolutive. Per esempio, Mitchell scrive: “è possibile pensare che la spinta alla riparazione emerga

come reazione non tanto al danno immaginario, quanto alle sofferenze reali e alla patologia

caratteristica dell’altro. L’attacca invidioso si può intendere non come legato ad aggressività

innata, ma come un tentativo di sottrarsi alla posizione dolorosa di chi ama e desidera un genitore

per lo più assente o danneggiato o, in modo particolare, un genitore incoerente”. Tipicamente era

l’attenzione alle dinamiche transferali e controtransferali, fino a considerare la situazione analitica

una condizione di “transfert totale”. Il controtransfert veniva considerato sempre più spesso un

elemento indispensabile per la comprensione dei vissuti del paziente. Per gli autori relazionali si

trattava quasi di un “invito” a mettere in gioco la soggettività dell’analista nella situazione analitica.

Introdotti nel pensiero relazionale, concetti come comunicazione inconscia e identificazione e

contro-identificazione proiettiva consentivano di prendere in considerazione la faccia interna

dell’impatto interpersonale dell’analista.

Molto importante è stata la creazione di un atteggiamento clinico relazionale: non dogmatico,

capace di flessibilità tecnica e riconoscimento delle inevitabili speranze e aspettative dell’analista

Winnicott con il suo concetto di holding environment sottolinea la necessità di creare un ambiente

analitico capace di favorire l’emersione di aspetti autentici del sé del paziente. Ha certamente colui

il quale ha contribuito a ridisegnare l’ambiente clinico organizzato intorno ai temi del contenimento,

del riconoscimento reciproco e dell’autenticità.

Secondo Aron le metafore dell’analista come “madre sufficientemente buona” (Winnicott) o come

“contenitore” e “metabolizzatore” (Bion) dei contenuti patologici del paziente, sono state

stremamente utili per richiamare l’attenzione sui sottili scambi verbali e sui modi in cui l’analista ha

bisogno di rispondere a queste “comunicazioni primitive”. Tuttavia, il pericolo consiste

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nell’infantilizzare eccessivamente il paziente privandolo di un tipo di intimità più intima e

complessa, ma anche nel fatto che l’analista viene strumentalizzato e gli venga negata

un’esistenza soggettiva.

Ma è proprio l’enfasi sulla regressione della situazione analitica un’altra influenza della

psicoanalisi britannica sul pensiero relazionale. Per Winnicott e Balint il paziente era davvero un

bambino e come tale doveva essere avvicinato. Winnicott, infatti, sottolineava l’importanza della

creazione di uno spazio transizionale di gioco, capace di sostenere questa illusione senza

spostarsi troppo velocemente verso una chiarificazione di cosa fosse reale e fantasticato, solo

così poteva emergere il vero Sé. Questo approccio ad un paziente regredito era assai diverso

rispetto all’impostazione della correnti nordamericane classiche, ad un paziente adulto che doveva

discernere l’illusione dalla realtà, o che doveva abbandonare fantasie e desideri infantili per

adeguarsi alle esigenze dell’ambiente (psicologia dell’Io).

L’approccio evolutivo

Una visione del paziente non solo come adulto regredito e la necessità di considerare l’analista

come più di un “oggetto che soddisfa il bisogno” sono due elementi che hanno caratterizzato la

visione evolutiva del pensiero relazionale. Un’altra prospettiva che ha influenzato il pensiero

relazionale è stata quella dell’infant research. La risonanza ottenuta va ricondotta all’interesse

degli autori interpersonali-relazionali per l’immediatezza delle interazioni dirette e alla necessità di

trovare un contrappeso al modello britannico, troppo centrato sulla relazione-analista in termini

madre-bambino. In questo modo l’attenzione del clinico si rivolgeva al ciclo di rotture e riparazioni

nella relazione terapeutica e alle ritmicità relazionali. Ritmicità e sintonizzazione diventano termini

ricorrenti nel vocabolario relazionale: lo sguardo si sposta verso quegli aspetti delle capacità di

auto ed etero-regolazione che contraddistinguono lo stile della relazione terapeutica e ne

influenzano necessariamente le vicissitudini.

La prospettiva intersoggettiva

Il campo intersoggettivo che emerge da due “menti che si incontrano” è un altro degli elementi

privilegiati dell’approccio relazionale, dove il focus non è tanto l’oggetto in relazione al soggetto,

bensì il modo in cui i due soggetti si relazionano. I contributi del Middle Group e della psicologia

del Sé hanno contribuito a privare l’analista della sua soggettività, relegandolo a un ruolo di madre

non intrusiva, oggetto che soddisfa un bisogno. In altre parole, si correva il rischio di sostituire la

metafora della “schermo bianco” con quella del “contenitore vuoto”. La critica femminista partiva

proprio dalla denuncia di una scotomizzazione (operazione inconscia mediante la quale il soggetto

esclude e occulta dalla sua coscienza o dalla memoria un ricordo penoso e sgradevole) della

soggettività della figura materna.

Jessica Benjamin scriveva: “abbiamo appena cominciato a pensare alla madre come soggetto a

pieno diritto, soprattutto grazie al femminismo contemporaneo, che ci ha fatto capire quanto sia

dannoso per le donne sentirsi ridotte a un semplice prolungamento di un bambino di due mesi.

Nessuna teoria psicologica ha analizzato adeguatamente l’esistenza indipendente della madre. La

vera madre non è semplicemente l’oggetto delle richieste del suo bambino; di fatto è un altro

soggetto il cui centro indipendente deve restare al di fuori del bambino per potergli concedere il

riconoscimento che cerca. In questo senso, nonostante l’ovvia disparità tra genitore e bambino, il

riconoscimento deve essere reciproco e consentire l’affermazione di ciascun Sé. Il riconoscimento

reciproco è un obiettivo della crescita tanto importante quanto la separazione. Da qui la necessità

di una teoria fondata sul presupposto che fin dall’inizio ci sono sempre (almeno) due soggetti.

Nella letteratura relazionale possiamo identificare due visioni dell’intersoggettività:

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Clinica: in questo caso il termine viene utilizzato per comprendere il modo in cui l’analista fa

1. uso della propria soggettività per comunicarla al paziente;

Evolutiva : il termine compare negli scritti di alcuni autori relazionali attraverso il lavoro

2. dell’infant research. Per Stern l’intersoggettività consiste nel graduale riconoscimento della

soggettività madre/altro (M/other) come unità indipendente con i propri bisogni, e acquista

valore di un sistema motivazionale indipendente e autonomo. Beebe e Lachmann vedono

l’intersoggettività all’interno di una visione sistemico-diadica dello sviluppo, in cui ciascun

partner influenza le capacità di auto ed etero-regolazione. Nella descrizione di Fonagy

l’intersoggettività viene subordinata alla capacità di mentalizzare , intesa come la capacità

di pensare se stessi e gli altri in termini di stati mentali, come desideri, sentimenti,

credenze). In questo caso il concetto di intersoggettività si intreccia con altri campi di

ricerca, come per esempio le neuroscienze.

Postmodernismo e costruttivismo

La verità postmoderna è prospettivista, pluralista, frammentata, discontinua, caleidoscopica e in

continuo mutamento.

l’influenza della visione postmoderna sul pensiero relazionale è assimilabile, per Mitchell, a una

seconda rivoluzione psicoanalitica: una rivoluzione metateorica che ha messo in discussione lo

statuto di “verità” delle teorie classiche e ha permesso di ripensare la qualità dell’interazione tra

paziente e analista. Le radici di questa rivoluzione sono rintracciabili soprattutto nell’influenza

filosofica di autori come Hebermans e Ricoeur. È però attraverso l’opera di Spence e Shafer che

questa corrente filosofica arriva a modificare la teoria psicoanalitica americana fino ad arrivare alla

“svolta linguistica” nel paradigma relazionale. Per questi autori il processo analitico consisteva

nella costruzione attiva del racconto di vita del paziente, riunendo i pezzi della sua storia sulla

base non tanto di una verità storica, quanto di una verità “narrativa”.

Il collegamento tra realtà dell’intervento e modello teorico di riferimento non è unico e lineare. È

ciò che Kohut chiamava “principio psicologico di complementarietà”. Uno dei compiti dell’analista è

di sapersi muovere tra le diverse scuole di pensiero, imparando a considerarle come funzioni

analitiche specifiche da inserire nel campo relazionale. Lo psicoanalista stesso è un soggetto che

svolge funzioni, di cui la persona in analisi mette in atto e utilizza parti diverse: la riflessività, il

senso di umorismo, gli aspetti materni e quelli paterni, la sensualità, i dubbi, la reverie ecc. alcuni

autori hanno fatto propria la soluzione costruttivista e in parte ermeneutica che, pur continuando a

garantire un posto importante alla conoscenza dell’analista, richiede un cambiamento nel modo in

cui essa viene concepita. Mitchell: “ci costringe a occuparci della natura relativistica di ogni

spiegazione clinica. Incoraggia un sano scetticismo su che cosa l’analista sa”. Paradossalmente

questo atteggiamento ci costringe a sapere di più. Capire qualcosa significa organizzarlo. Dire che

l’esperienza è fondamentalmente ambigua significa dire che il suo dignificato non è intrinseco ed

evidente, ma si presta a comprensioni multiple, a interpretazioni multiple.

L’analista (la sua teoria) assume lo statuto di ipotesi che mostra la sua utilità, non la sua verità. Ma

ciò implica un ulteriore cambiamento. La scelta di una particolare teoria chiama in causa la

soggettività dell’analista che ha scelto di organizzare l’esperienza del paziente in un modo

specifico. Dato che nessuna teoria è più corretta dell’altra, ma è il risultato di una scelta, quello

che l’analista sa è sempre espressione della sua soggettività e della sua personalità. Di fatto,

anche Jung ha da sempre sostenuto con forza l’importanza della presenza del terapeuta in toto e

ha anticipato temi di straordinaria attualità, come il “rapporto di mutua comprensione” e che

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l’importante è “che io mi ponga dinanzi al paziente come un essere umano di fronte a un altro

essere umano: l’analisi è un dialogo e racchiude due interlocutori”.

La psicoanalisi è un linguaggio che si genera in un contesto, e come tale deve associarsi e

confrontarsi con altri linguaggi. Meglio abituarsi allora al plurale: le psicoanalisi.

Bisogna rinunciare alle etichette e al ricorso ad un sistema binario che, seppur necessario a volte,

rischia di far scadere in contrapposizioni nette e discrete. Nessun comportamento umano

significativo è dovuto a fattori esclusivi. Nel funzionamento psicologico il mondo “esterno” è

costruito in modo significativo dal mondo “interno” e viceversa. Uno degli assunti su cui si basa il

pensiero relazionale è proprio l’insostenibilità epistemologica della dicotomia. Vi è una coesistenza

paradossale di livelli multipli della realtà. L’idea di una realtà clinica totalmente co-costruita e in

continuo richiamo alla soggettività, soprattutto dell’analista, ha portato numerose critiche. Eagle

definisce assurda quell’eccessiva enfasi ermeneutica che vede lo scambio dialogico tra paziente e

analista determinato soltanto dal contesto sociale e linguistico in cui sono immersi entrambi. Eagle

critica la convinzione che l’analista possa conoscere solo ciò che viene creato nella diade col

paziente, scotomizzando così gli aspetti storici ed evolutivi della costruzione della personalità.

Altre critiche si rivolgono alla mancanza di una chiarezza dei presupposti filosofici e teorici.

La rivoluzione meta-teorica di Mitchell si è rivelata necessaria non solo per spogliare l’analista del

suo atteggiamento di superiorità conoscitiva e restituire alla relazione analitica una dimensione

meno gerarchica, ma anche per sottolineare l’importanza e la centralità della soggettività

dell’analista finora trascurata.

CAPITOLO 2

un dato di fatto in cui ci i imbatte sempre più spesso è quello delle lonely relations cioè delle

relazioni-senza-l’altro, delle pseudorelazioni, inautentiche. La speranza è di fornire spunti su come

prendersi cura con intelligenza di tante lonely relations, così a trasformarsi in lovely relations.

CREDO

Il credo è semplice ed essenziale: attraverso le relazioni ci si sviluppa, ci si ammala, ci si cura, si

prova a vivere. Ogni mancata regolazione delle emozioni, ogni deficit del sentirsi presenti in ciò

che si fa, ogni trascuratezza verso l’altro, ogni impulsività incontrollata o atto di violenza verso

un’altra persona, ogni difetto della stima di sé, è da comprendere come conseguente a un

mancato sviluppo della capacità di stare in relazione o, per meglio dire, di vedere la relazione che

c’è. Come scrive Mitchell (ricordando Sullivan) “la chiave di una vita più ricca è centrata proprio

sull’apprezzamento del nostro senso di comunanza con gli altri, e non dalla nostra distinzione”.

IL LESSICO RELAZIONALE

Alcune delle espressioni in uso sono:

“Sé ”, e non Io;

 “sé multipli ”, e non singolo;

 “sé come funzione ” e non come struttura;

 Qui/ora , il tempo come kairòs è la dimensione temporale alla quale maggiormente riferirsi,

 con kronos sullo sfondo.

Per definire la partecipazione del terapeuta si parla di “osservazione partecipe”, ma

 soprattutto di “partecipante che osserva, con modalità ricettiva e non intrusiva”;

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli psicodinamici dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Giannone Francesca.

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