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Il modello relazionale

Il "modello relazionale" nasce dall’amalgama di teorie e concetti clinici provenienti da tradizioni psicoanalitiche diverse, in particolare la psicoanalisi americana interpersonale e la scuola inglese delle relazioni oggettuali. Erano correnti di pensiero che si proponevano su versanti opposti: quello delle relazioni esterne e reali e quello delle relazioni e degli oggetti interni e interiorizzati. La parola relazione, scrive Mitchell, è stata espressamente scelta per mettere in evidenza il collegamento tra le relazioni interpersonali e le relazioni oggettuali interni.

Il movimento di integrazione di queste correnti della psicoanalisi, alla base di quella che fu poi chiamata la "svolta relazionale", include molti altri contributi e percorsi della psicoanalisi, come ad esempio quello kohutiano. Più precisamente, è stata la corrente interpersonale a rappresentare sul piano storico, la prima radice dell’emergente pensiero relazionale, che tale non sarebbe diventato tale se non avesse subito l’influenza dell’opera di esponenti della psicoanalisi inglese.

La storia remota della Psicoanalisi Relazionale inizia con i contributi di Sullivan, che con la teoria dell’interpersonalità stabilisce un modello alternativo a quello freudiano, e di Fairbairn, che similmente teorizza un sistema motivazionale primario non teso a soddisfare le pulsioni, ma a stabilire relazioni. Se la libido cerca prima di tutto il piacere gli oggetti libidici dovrebbero essere più intercambiabili. La libido non è diretta al piacere, sostiene Fairbairn, ma all’oggetto. Il bisogno fondamentale del bambino non è quello della gratificazione o del piacere, ma quello di una relazione intensa con un’altra persona. Se vengono procurate soltanto esperienze dolorose, il bambino non per questo rinuncia alla relazione per cercare altrove le esperienze piacevoli, ma ricerca il dolore come veicolo di interazione con l’altro per lui significativo.

La teoria relazionale

Ma cos’è il "modello relazionale"? Scrive Aron: "La teoria relazionale si basa sul passaggio dall’idea classica secondo cui è la mente del paziente che viene studiata (e in cui si pensa che la mente esista indipendentemente e autonomamente all’interno dei confini dell’individuo), alla nozione la quale la mente è intrinsecamente diadica, sociale, interattiva e interpersonale. Secondo la prospettiva relazionale, l’indagine della mente implica necessariamente lo studio del campo intersoggettivo".

Le ascendenze teoriche

La teoria interpersonale

Il principio generale che sosteneva il pensiero interpersonalista era molto semplice: "l’ambiente ha un ruolo nel modellare l’esperienza umana". Applicato al passato, continua Mitchell, questo concetto si traduce in principio ecologico per cui ciò che è accaduto è importante, che le dinamiche familiari e il carattere dei genitori hanno un forte impatto sulla formazione della personalità e della psicopatologia. Applicato al presente, il concetto generale si traduce nel principio di partecipazione: ciò che accade è importante, la partecipazione del terapeuta ha un ruolo cruciale nel generare i dati che il terapeuta stesso si sforza di comprendere.

Tutto questo aveva portato la psicoanalisi interpersonale a concentrarsi sulla veridicità delle comunicazioni del paziente. Il terapeuta così si trasforma in un osservatore esperto che controlla e verifica i dati ottenuti. Ovviamente Sullivan è consapevole che il terapeuta non può osservare da una posizione distaccata e invisibile, dunque non può evitare di influenzare e di essere influenzato da ciò che sta osservando. L’indagine clinica provoca una reazione nel paziente. Scopo dell’osservazione era di eliminare le illusioni, omissioni, distorsioni e mistificazioni fino ad ottenere un’approssimazione sempre maggiore a "ciò che è veramente accaduto". Per fare questo l’analista doveva promuovere una relazione antagonista con il sistema del Sé del paziente in modo da diventare un nemico esterno e dare la possibilità al paziente di vivere una minaccia che proveniva non dall’interno del sé ma dall’esterno, dal campo interpersonale formato dal paziente e l’analista. Una volta ottenuto questo risultato, l’analista poteva iniziare l’analisi vera e propria, che consisteva nel delicato processo di discriminazione tra residui deformati del passato e realtà dell’interazione attuale.

Le relazioni oggettuali britanniche

La psicoanalisi britannica è un’altra corrente che ha fortemente influenzato gli analisti relazionali, soprattutto perché ha fornito la possibilità di controbilanciare l’eccessiva attenzione rivolta alla sola realtà delle interazioni con l’ambiente sociale, tipica dell’impostazione interpersonale. Gli autori che più hanno contribuito sono Fairbairn, Balint, Winnicott. Un discorso a parte merita il ruolo giocato dell’opera di Melanie Klein.

Con la sua rivisitazione del sistema motivazionale, Fairbairn è forse l’autore che ha rappresentato il vero ponte concettuale tra la tradizione interpersonale e quella freudiana. Per Fairbairn l’Io è sempre legato agli oggetti. Il bambino fin dalla nascita ha bisogno degli altri, verso cui è orientato. Il piacere non sarebbe dunque l’obiettivo finale dell’impulso, ma un mezzo per raggiungere il suo vero fine: la relazione. Egli è stato uno dei primi analisti a esplorare le caratteristiche della personalità schizoide, a guardare alle relazioni terapeutiche negative come segno del legame con un oggetto interno cattivo, a parlare del ruolo terapeutico e dell’analista come persona.

Melanie Klein e i kleiniani, con la loro lettura intrapsichica della motivazione, delle fantasie e delle spinte aggressive della prima infanzia, sono stati oggetto di critiche da parte degli emergenti relazionali americani. Se da un lato Klein poneva l’accento sull’importanza delle prime fasi dello sviluppo, slegando il suo ragionamento da una riflessione sull’ambiente reale, dall’altro proponeva un vocabolario concettuale (attacco invidioso, gratitudine, trionfo maniacale, riparazione ecc.), stimolando così i relazionali a una rilettura di tali concetti nel contesto delle reali vicissitudini evolutive.

Per esempio, Mitchell scrive: "è possibile pensare che la spinta alla riparazione emerga come reazione non tanto al danno immaginario, quanto alle sofferenze reali e alla patologia caratteristica dell’altro. L’attacco invidioso si può intendere non come legato ad aggressività innata, ma come un tentativo di sottrarsi alla posizione dolorosa di chi ama e desidera un genitore per lo più assente o danneggiato o, in modo particolare, un genitore incoerente".

Tipicamente era l’attenzione alle dinamiche transferali e controtransferali, fino a considerare la situazione analitica una condizione di "transfert totale". Il controtransfert veniva considerato sempre più spesso un elemento indispensabile per la comprensione dei vissuti del paziente. Per gli autori relazionali si trattava quasi di un "invito" a mettere in gioco la soggettività dell’analista nella situazione analitica.

Introdotti nel pensiero relazionale, concetti come comunicazione inconscia e identificazione e contro-identificazione proiettiva consentivano di prendere in considerazione la faccia interna dell’impatto interpersonale dell’analista. Molto importante è stata la creazione di un atteggiamento clinico relazionale: non dogmatico, capace di flessibilità tecnica e riconoscimento delle inevitabili speranze e aspettative dell’analista.

Winnicott con il suo concetto di holding environment sottolinea la necessità di creare un ambiente analitico capace di favorire l’emersione di aspetti autentici del sé del paziente. Ha certamente colui il quale ha contribuito a ridisegnare l’ambiente clinico organizzato intorno ai temi del contenimento, del riconoscimento reciproco e dell’autenticità.

Secondo Aron le metafore dell’analista come "madre sufficientemente buona" (Winnicott) o come "contenitore" e "metabolizzatore" (Bion) dei contenuti patologici del paziente, sono state estremamente utili per richiamare l’attenzione sui sottili scambi verbali e sui modi in cui l’analista ha bisogno di rispondere a queste "comunicazioni primitive". Tuttavia, il pericolo consiste nell’infantilizzare eccessivamente il paziente privandolo di un tipo di intimità più intima e complessa, ma anche nel fatto che l’analista viene strumentalizzato e gli venga negata un’esistenza soggettiva.

Ma è proprio l’enfasi sulla regressione della situazione analitica un’altra influenza della psicoanalisi britannica sul pensiero relazionale. Per Winnicott e Balint il paziente era davvero un bambino e come tale doveva essere avvicinato. Winnicott, infatti, sottolineava l’importanza della creazione di uno spazio transizionale di gioco, capace di sostenere questa illusione senza spostarsi troppo velocemente verso una chiarificazione di cosa fosse reale e fantasticato, solo così poteva emergere il vero Sé.

Questo approccio ad un paziente regredito era assai diverso rispetto all’impostazione della correnti nordamericane classiche, ad un paziente adulto che doveva discernere l’illusione dalla realtà, o che doveva abbandonare fantasie e desideri infantili per adeguarsi alle esigenze dell’ambiente (psicologia dell’Io).

L'approccio evolutivo

Una visione del paziente non solo come adulto regredito e la necessità di considerare l’analista come più di un "oggetto che soddisfa il bisogno" sono due elementi che hanno caratterizzato la visione evolutiva del pensiero relazionale. Un’altra prospettiva che ha influenzato il pensiero relazionale è stata quella dell’infant research. La risonanza ottenuta va ricondotta all…

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli psicodinamici dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Giannone Francesca.
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