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Progettare al nido – Restiglian

Introduzione

Le strutture per la prima infanzia sono molto diffuse in Italia, pur con differenze organizzative importanti tra le diverse zone e hanno ormai acquistato un ruolo educativo importante.

Legge del 6 dicembre 1971, n. 1044 – oltre a ribadire la funzione di temporanea custodia dei bambini e di strumento facilitante per l'ingresso della donna nel mondo del lavoro, ha previsto per la prima volta l'utilizzo in tali strutture di personale qualificato in grado di garantire l'assistenza psicopedagogica dal bambino. Con tale legge, infatti, incomincia a farsi strada l'idea del nido come luogo educante.

Legge n. 196 del 2007 – viene ribadita la priorità della funzione di cura ed educazione dei bambini, sullo sfondo di altre importanti questioni come la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei genitori e l'accompagnamento nello sviluppo di competenze genitoriali. Proprio a partire dagli anni '70 cominciano a svilupparsi in Italia esperienze molto diverse tra loro, frutto anche di politiche regionali differenti, fermi restano requisiti tecnici, strutturali, qualitativi e igienico-sanitari simili. Accanto ai nidi d'infanzia nascono, infatti, il micronido, il nido aziendale, il centro infanzia, il nido integrato ecc.

Con il passare del tempo si inizia a pensare a un servizio educativo vero e proprio in grado di progettare intenzionalmente percorsi di sviluppo per i bambini e le famiglie. Da qui viene la necessità di definire le attività e le proposte offerte ai bambini che frequentano i servizi per la prima infanzia.

Programmare al nido

A partire dagli anni '80 si inizia a parlare di programmazione al nido.

Fabbroni:

  • Il bambino dovrebbe diventare protagonista della propria storia e non essere considerato adulto prima del tempo.
  • Il nido d'infanzia deve garantire questo diritto in quanto lo riconosce “soggetto di conoscenza e creatività fin dalla nascita”.
  • Il nido offre al bambino occasioni di socializzazione e di apprendimento e, proprio per questo, dovrebbe mettere in atto “itinerari formativi scientificamente fondati”.
  • La sua idea è quella di un nido sperimentale aperto alle collaborazioni con il territorio, ma anche tra le sezioni e tra gli educatori.
  • Fa riferimento ad un nido “sperimentale” che attraverso lo strumento della programmazione riesca a rendere il bambino “reale” e “storico”.

La programmazione, in questo modo, permette di liberarsi in maniera definitiva delle pratiche spontaneistiche ed estemporanee, in quanto definisce dei percorsi formativi che tengono conto di una molteplicità di variabili, mantenendo caratteristiche di flessibilità.

Lavorare come educatori al nido significa essere professionisti e approcciare l'educazione del bambino assumendo un modello di intervento chiaro e definito, nella piena consapevolezza di dove e perché si sta intervenendo.

Anche Mantovani insiste sull'importanza della programmazione al nido, ponendola come esigenza di qualunque intervento educativo. La parola chiave è programmazione dinamica, in quanto azione educativa fondata su teorie e conoscenze, continuamente adattate alla realtà da un educatore che non si pone solo come esecutore, ma soprattutto come ricercatore.

Il ricorso alla programmazione al nido è stato anche sostenuto da Catarsi e Fortunati, sempre facendo riferimento a una programmazione libera da rigidità. Questo tipo di programmazione inserisce la componente casuale, ad esempio gli spunti posti quotidianamente dai bambini, come elemento e occasione di educazione accanto a quanto predisposto dall'educatore.

Il nido quindi si presenta come un contesto complesso in cui tutti gli elementi che lo compongono sono interconnessi e non statici. In esso, l'adulto si pone come un mediatore e parte di relazioni possibili che egli predispone nella piena consapevolezza di non essere il più importante punto di riferimento per il bambino, ma solo un elemento di un sistema più ampio.

Progettare al nido come sistema ecologico, in cui tutti gli elementi che lo compongono sono interconnessi, implica:

  • Progettare l'ambiente e gli spazi, optando da subito per una progettualità complessiva, che consideri i diversi ambienti in relazione e pensando a quali attività verranno proposte e a come verrà utilizzato lo spazio, sia per i bambini che per gli adulti.
  • Individuare numero e tipologia dei gruppi di bambini, solitamente divisi per età. Rimane importante però l'idea di non creare gruppi chiusi di bambini, cercando piuttosto di sviluppare una dinamicità interna che renda possibile situazioni diverse.
  • Programmare le esperienze in funzione delle possibili modalità di incontro tra spazi, bambini e adulti nel corso della giornata. Si tratta per l'educatore di porsi come mediatore di tutte le esperienze.

Dalla programmazione alla progettazione

Il termine programmazione sembra essere oggi superato. I termini di programmazione e progettazione presentano tratti distintivi caratteristici. La programmazione ha avuto il grande merito di ridimensionare la rigidità del programma ministeriale che aveva costituito per quasi tutto il Novecento il fondamento della scuola italiana. Esso elencava i saperi ritenuti indispensabili che dovevano essere perseguiti all'interno delle istituzioni scolastiche in un'ottica che puntava di più alla quantità delle conoscenze che alla qualità. Era l'insegnante quindi a ricoprire il ruolo di protagonista, nella convinzione dell'esistenza di un alunno ideale e non di un alunno inserito in un contesto ambientale e culturale specifico.

Un modello di questo tipo rimandava ad una specifica idea di cultura e di persona elitaria. Esso però era destinato ad essere sorpassato dai cambiamenti portati dai movimenti giovanili che, tra la fine degli anni '60 e gli anni '70, hanno lottato per chiedere una più ampia partecipazione democratica e maggiore giustizia sociale e che in ambito scolastico hanno portato un rinnovamento a vari livelli, ad esempio garantendo il diritto allo studio e una scuola pubblica meno selettiva.

Decreti del 1974 – comprendono ad esempio una gestione allargata degli istituti scolastici e non più solo limitata al preside. Vennero così istituiti il collegio docenti, il consiglio di classe e il consiglio di istituto.

1977 – è stata avviata la possibilità di prevedere degli interventi individualizzati, sono state stabilite nuove norme sulla valutazione ed è stato definito il principio dell'integrazione scolastica attraverso l'assegnazione di un insegnante di sostegno a quelle classi in cui era presente un alunno certificato. Tali aspetti hanno costituito lo sfondo entro il quale si è affermata la programmazione.

Grazie alla programmazione:

  • Gli insegnanti sono stati in grado di tradurre i contenuti e gli obiettivi stabiliti a livello nazionale, tenendo conto dei livelli di partenza e degli stili cognitivi degli studenti.
  • È stata superata la concezione idealistica dell'insegnamento come atto educativo unico che non riconosce l'allievo come soggetto portatore di risorse e specificità educative.
  • Gli interventi non vengono più prescritti dall'alto, ma conformati alle concrete situazioni degli alunni e dell'ambiente.

Programma – è un piano definito nei dettagli. Si programma per stabilire l'ordine e le modalità in cui una serie di eventi deve accadere per poter raggiungere un certo risultato. È predeterminato a priori.

Progetto – è un'anticipazione per il venire in essere di qualcosa che rispetto al futuro è possibile. Non è totalmente prevedibile e predeterminabile.

Dagli anni '90 si cominciò a parlare di progettazione, che poco per volta sostituì la programmazione.

La progettazione prevede maggiori libertà di azione, pur inserendosi nei documenti emanati a livello nazionale i quali, infatti, negli ultimi anni sono stati definiti “indicazioni”, termine meno vincolante rispetto a “programma”. La progettazione infatti è sempre contestualizzata.

Oggi è stata messa da parte l'idea di curricolo per i nidi (processo educativo mirante a conseguire degli obiettivi formativi attraverso contenuti, metodi, tecniche di valutazione), ma non si può rinunciare all'articolazione di progetti per rispondere alla complessità dello sviluppo del bambino.

Pensare ad un'azione educativa significa oggi predisporre contesti di apprendimento in grado di rispondere alle diverse esigenze degli allievi, ma anche essere pronti a modificare le diverse variabili (tempi, spazi, traguardi, obiettivi, materiali ecc).

Progettare

Dal latino projetus, “azione di gettare in avanti”. Il termine quindi indica la mossa di gettare in avanti qualcosa che ancora non c'è e predisporre il futuro a misura di un modello immaginato. Anche se si parla di futuro non è possibile fare previsioni esatte entro l'ambito delle scienze umane, perché la progettazione non riguarda un oggetto ma un soggetto variabile. Progettare significa essere aperti e flessibili.

Incidere sul futuro, promuovendo il cambiamento delle persone (in questo caso i bambini) è una delle funzioni dell'educatore della prima infanzia. La categoria del futuro rappresenta la massima sfida perché introduce i due elementi più difficili da fronteggiare: l'imprevedibilità e il caso.

La progettazione educativa può essere definita:

  • Partecipazione: la progettazione deve favorire il coinvolgimento di tutti i soggetti direttamente e indirettamente coinvolti nel processo.
  • Flessibilità: deve essere in grado di adeguarsi in maniera flessibile ai bisogni dei discenti.
  • Concretezza: deve collegarsi ai problemi concreti della realtà.
  • Adeguatezza: deve perseguire obiettivi realistici e deve essere giustificata rispetto agli obiettivi che si prefigge di conseguire.
  • Continuità: Deve assicurare la continuità tra diversi livelli di istruzione e tra diversi contesti formativi.

A differenza della concezione orientale, la concezione occidentale è volta alla predeterminazione del corso degli eventi e quindi alla previsione di quello che potrebbe accadere (esempi di questa tendenza alla futurizzazione e delle volontà dell'uomo di sviluppare degli strumenti di previsione sempre più precisi sono gli oroscopi, le previsioni meteorologiche). Se vogliamo progettare, però, dobbiamo riconoscere che vi sono dei limiti nella conoscenza e che quindi sono ineliminabili le incertezze.

Gli elementi della progettualità individuati da Zonca sono:

  • L'orientamento al futuro, come propensione del soggetto ad andare oltre il presente.
  • Connessione tra desiderio e decisione, come momento in cui si trasforma l'aspirazione sul futuro in una direzione concreta.
  • Le impostazioni di fondo, come i valori.
  • L'ottimismo.
  • La complessità, come sfondo in cui si inserisce la dimensione progettuale.

Progettare significa considerare molteplici condizioni (contesto, obiettivi, metodi, valori, personalità ecc).

Il termine programmazione (pro-graphein, “l'atto di scrivere prima”) appare superato in quanto, sia nella fase di ideazione, sia in quella di realizzazione, esso si dimostra rigido e definito a priori.

Programmazione – pro-graphein, “l'atto di scrivere prima”

Progettazione – projéctus, “azione di gettare in avanti”

Lavorare a scuola (e in qualunque contesto educativo e formativo) significa elaborare uno tra i vari percorsi possibili ponendolo in costante relazione con la dimensione concreta e accettando modificazioni. Progettare significa acquisire informazioni rispetto un problema da affrontare o una situazione educativa per giungere a decisioni consapevoli, perché all'interno di una struttura educativa, l'educatore è chiamato a proporre azioni sensate. Il progetto comprende anche l'imprevisto, aspetto che impedisce di prevedere e controllare qualunque cosa. Questo perché il nido è un sistema complesso che include non solo il bambino, ma le relazioni del bambino con gli adulti, con i pari, con il contesto, le relazioni tra adulti ecc.

A differenza del programma, il progetto non si fonda soltanto sulle decisioni iniziali e sugli obiettivi definiti, ma anche su decisioni successive, prese in funzione dell'evolversi della situazione, al punto da modificare la natura, la successione delle operazioni e gli stessi obiettivi.

Progettare per obiettivi

Obiettivo – è la meta che ci si propone di raggiungere al termine di un percorso predisposto intenzionalmente. Il concetto di obiettivo è l'essenza del concetto stesso di educazione, visto che ogni azione umana è orientata proprio al raggiungimento di una meta. Adottare un modello centrato sugli obiettivi significa assumere questi ultimi come fattore di regolazione dell'intero percorso educativo e formativo. In questo senso contenuti e metodi sono considerati validi in quanto coerenti con gli obiettivi stessi e la valutazione non può accertare il possesso di conoscenze e abilità diverse rispetto a quelle previste.

È un'esigenza che comincia ad affermarsi nella scuola italiana a partire dagli anni '70. Alla base c'è l'idea che la didattica debba rispondere in modo preciso a quattro quesiti posti da Tyler:

  • Quali traguardi educativi la scuola intende perseguire?
  • Attraverso quali esperienze educative tali risultati possono essere raggiunti?
  • Come possono essere organizzate queste esperienze?
  • In che modo possiamo stabilire se questi risultati sono stati raggiunti?

Progettazione per obiettivi – è un processo razionale di pianificazione delle attività didattiche finalizzato al conseguimento di mete e risultati specifici.

Previsione → Programmazione → Intervento → Verifica

È un processo che si articola in una serie di fasi:

  1. Analisi della situazione di partenza, comprende la raccolta di informazioni disponibili riguardanti le variabili che sono implicate nella realizzazione dell'intervento. Esse possono riguardare la composizione della famiglia, la provenienza, i livelli di istruzione dei membri della famiglia, il contesto economico e socioculturale di appartenenza, ma anche le caratteristiche degli allievi stessi a cui si rivolge l'azione educativa.
  2. Definizione degli obiettivi
  3. Selezione dei contenuti dell'insegnamento
  4. Scelta e organizzazione dei metodi e delle attività, cioè pianificazione delle esperienze di apprendimento ritenute adeguate per raggiungere gli obiettivi stabiliti.
  5. Scelta e organizzazione dei materiali e degli strumenti, cioè dei mezzi che si pensa possano essere utili per raggiungere gli obiettivi.
  6. Strutturazione delle sequenze di apprendimento, cioè l'organizzazione del processo articolato in unità didattiche.
  7. Realizzazione dell'intervento didattico, cioè l'applicazione concreta di quanto definito.
  8. Valutazione dell'apprendimento, cioè l'accertamento della presenza negli allievi dei comportamenti e delle abilità che erano stati indicati come obiettivi. La valutazione accerta anche la validità e l'efficacia della programmazione e delle singole fasi.

(Fino al punto 6. non si agisce ancora con i bambini).

Obiettivi educativi – si riferiscono alla crescita della persona considerata nella sua globalità (richiedono tempi abbastanza lunghi).

Obiettivi didattici – sono da raggiungere nell'ambito di discipline specifiche (sono più specifici dei primi). La loro distinzione è effettuata sulla base di tre elementi:

  • Il contesto di riferimento, come crescita della persona o acquisizione di conoscenze e abilità.
  • L'arco temporale (periodi più o meno lunghi)
  • Il grado di specificità, come possibilità di osservare direttamente i comportamenti e azioni dei soggetti oppure di inferire tramite altri elementi il livello raggiunto.

In relazione ai tempi di realizzazione gli obiettivi possono essere:

  • A lungo termine
  • A medio termine
  • A breve termine

In rapporto alla specificità, si distinguono:

  • Le finalità educative, che rappresentano i traguardi formativi generali a cui tendere con il percorso che si mette in atto. Si tratta di fini pedagogici generali e astratti (es. la formazione dell'uomo e del cittadino).
  • Gli obiettivi generali, che definiscono in termini più operativi, ma comunque generici, i risultati che si intende far raggiungere agli alunni al termine del percorso.
  • Gli obiettivi specifici, che si situano ad un livello di dettaglio più elevato. Possono essere a loro volta precisati in obiettivi comportamentali (o operativi o operazionali) tramite la descrizione precisa di tutti gli atteggiamenti ritenuti indicativi del raggiungimento dell'obiettivo specifico. Il processo è anche conosciuto come “operazionalizzazione degli obiettivi”.

Descrizione del comportamento finale – bisognerebbe avere a che fare soltanto con comportamenti terminali osservabili.

L'azione che il soggetto dovrebbe essere capace di compiere andrebbe indicata con un verbo che esprime comportamenti concreti (es. “risolve un'addizione a due cifre”), meglio se in terza persona, evitando verbi generali come “conoscere”, “pensare”.

Descrizione delle condizioni – l'obiettivo va esplicitato entro due ordini di condizioni:

  • Le condizioni materiali (strumenti che vengono utilizzati, il luogo e l'ambiente).
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ginevra.b di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Progettazione educativa e strumenti per l'avviamento alla professione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Pescarmona Isabella.
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