MATERIA: PROCESSI E DINAMICHE DI GRUPPO
RIASSUNTO LIBRO
INTRODUZIONE
La gruppo analisi è un modo di pensare e un modo di fare. Quando pensiamo o
conduciamo un gruppo di psicoterapia dobbiamo sempre tener presente quattro concetti
che costituiscono i pilastri su cui il gruppo si regge.
Questi concetti sono:
- La relazione costituisce la dimensione piu rilevante del gruppo. Ci si ammala
nelle relazioni e ci si cura attraverso le relazioni. Proprio grazie a queste relazioni
che si creano nel setting terapeutico del gruppo che emergono fenomeni come la
matrice dinamica, il campo contro transferale o di versi livelli di comunicazione
consci e inconsci che rendono viva la terapia.
- La circolarità implica che qualsiasi fenomeni che si verifica in un gruppo
coinvolga tutti i partecipanti, analista compreso.
- La trasformazione implica il passaggio da semplici narrazioni a esperienze donate
e dotate di senso. Il pazienze così, può trasformarsi e imparare a “rii – guardare”
con occhi diversi, il mondo che lo riguarda.
- Le molteplicità qualsiasi gruppo non può prestarsi a riduzionismi, poiché ogni
situazione gruppale implica il coinvolgimenti di molti soggetti ognuno con le proprie
caratteristiche e storie personali che complessificano i diversi livelli che devono
essere guardati e analizzati.
Alla luce di tutto questo possiamo provare a leggere la gruppo analisi da tre vertici
differenti:
- La soggettività plurale la soggettività evolve all’interno di una relazione tra un
nascente, con la sua predisposizione biologica ad apprendere, e un campo mentale
familiare che a sua volta è iscritto e si collage co la piu ampia cultura collettiva. In
gruppo analisi oggetto i interesse sono la relazione tra fatti psichici e fatti collettivi.
Ciò che esterno all’individuo diviene interno e poi nuovamente esterno. un individuo
che non solo abita le ambientazioni ma che è ambientato da esse. Una serie di
presenze abita all’interno dell’individuo senza che questo ne abbia consapevolezza.
Ecco perché ci troviamo poi a pensare pensieri già pensanti da altri ritendendoli
nostri. Esiste un “NOI” che abita un “IO” rendendo a sua volta, “NOI”.
La psicopatologia è l’esito di un irrigidimento della rete di significazione che non
consente al soggetto di dare significato alla matrice che lo ha concepito,
impedendogli di trasformare la cultura familiare e transpersonale e promuovendo
qualche forma di discontinuità rispetto alla cultura degli antenati storicamente data.
Si tratta di una:
matrice satura, di un riempimento occlusivo da parte della famiglia che non
concepisce alcuno autonomia da parte del figlio.
Ci riferimento a:
matrice insatura quando sono consentiti margini di possibilità creativa piu
ampi.
- La clinica della gruppo analisi è importante ritenere l’individuo come
l’espressione dei suoi molteplici contesti di appartenenza. Un errore terapeutico può
essere dato dal considerare solo l’aspetto psicologo del paziente, tralasciando
quindi quello sociale e affettivo. Assumere un atteggiamento gruppo analitico vuol
1 dire acquisire la consapevolezza che la sofferenza, è l’espressione di un equilibrio
turbato e disturbato dalla rete di appartenenza. Il gruppo psicoterapeuta è lo
strumento di cura: fondamentale è la fondazione di un gruppo inteso come
momento in cui lo psicoterapeuta dovrà porsi una serie di interrogativi finalizzati a
costruirselo dapprima nella mente. Dalla fondazione del gruppo nella mente alla
conduzione vera e propri, il percorso dovrà essere lungo e la stessa conduzione
deve mirare a favorire la possibilità di esserci del gruppo. Il conduttore deve essere
il garante dello spazio reazionale del gruppo oltre a esserne il primo paziente.
- Gruppo analisi sociale e politica non esiste un individuo separato dal sociale.
Qualsiasi gruppo è collocato in un tempo e in uno spazio. Qualsiasi cosa accade nel
tempo è un processo storico, per questo posiamo dedurre che non è possibile capire
gli eventi senza collocarli all’interno di un determinato spazio. Tale modo di
concepire il sociale viene denominato “inconscio sociale”, ossia la sede destinataria
dei condizionamenti esterni e delle disposizioni sociali, culturali, relazioni,
comunicazionali dei quali siamo consapevoli, ma anche esercitando profondi effetti
sulla nostra esistenza. Anche la politica è un aspetto da tener presente, tener fuori
la politica dai setting, significa tener fuori u prodotto della mente dei nostri pazienti.
Tener presente la dimensione politica nel nostro lavoro clinico rappresenta una
possibilità in piu per lo psicoterapeuta per fare scienza con coscienza.
CAPITOLO 1
1. DALLA TEORIA PULSIONALE ALLA TEORIA DELLE RELAZIONI OGGETTUALI
La teoria psicoanalitica classica ha sottolineato come le pulsioni svolgono un ruolo
determinante nello sviluppo dell’individuo. Freud riconosceva un ruolo primario agli impulsi
biologicamente predeterminanti che avevano origine nel corso e che influenzano
direttamente l’attività mentale.
Obbiettivo: scaricare la propria tensione sotto la pressione delle pulsioni. Ecco perché la
visione di un uomo caratterizzato da una lotta intrapsichica tra l proprie pulsioni inconsce e
la difficoltà di scaricarle a livello conscio. Ogni sfaccettatura della personalità deriva dalle
pulsioni e dalle loro trasformazioni. Il ruolo degli oggetti è quello di inibire, facilitare o
servire da bersaglio per queste pulsioni, per questo possiamo dire che senza un oggetto
non può esserci espressione di domanda pulsionale.
Da ciò scaturisce proprio la teoria delle relazioni oggettuali, che vede le pulsioni come
qualcosa che emerge nel contesto delle relazioni con il mondo esterno dal quale non
possono essere separate. Non verrà quindi interiorizzato un oggetto o un individuo ma
l’intera relazioni con esso.
Gli individui interagiscono non sol con un altro oggetto reale ma anche con un atro interno,
facendo riferimento a delle relazioni prototipiche che influiscono sia sugli stati affettivi
dell’individuo sia sulle reazioni comportamentali manifeste.
Il concetto di “relazioni oggettuali”, va a riferirsi alle interazioni degli individui con altre
persone, esterne e interne ed alle relazioni tra i loro mondi oggettuali esterni e interni.
2. DALLA TEORIA DELLE RELAZIONI OGGETTUALI ALLA TEORIA DELLE RELAZIONI
SOGGETTUALI
La teoria delle relazioni soggettuali propone una frattura sia epistemologica che clinica dei
modelli individualistici, intendendo il rapporto del soggetto con il mondo esterno e la
relazioni terapeutica stessa come un fenomeno “complesso”. Quindi si compie uno
scostamento dal processo di interiorizzazione oggettuale, e si sottolinea come
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l’interiorizzazione delle relazioni non si fermi esclusivamente al contesto strettamente
familiare, ma coinvolga l’intero ambito sociale e culturale. La soggettività è il prodotto di
un processo che inizia nel rapporto con il campo mentale transgenerazionale. La teoria
della relazioni soggettuali oltre che dalla psicologia, psicodinamica ed epistemologia ha
avuto anche degli influssi dalla biologia. In particolare, si fa riferimento al lavoro di Gehlen,
il quale offre il concetto di “neotenia”.
L’autore pensa che la “deficienza organica” e la “non specializzazione” dell’essere umano
lo pongono nella condizione di essere biologicamente predisposto ad apprendere dal
proprio nucleo antropologico di appartenenza così che possono adattarsi nel miglior modo
al mondo esterno. senza tale supporto l’uomo non sarebbe in grado di sopravvivere nel
mondo naturale.
L’autore al quale va riconosciuto il merito di questa grande elaborazione sulla teoria
gruppo analitica è in verità “Foulkes”, il quale disse: “il gruppo è la matrice della vita
mentale dell’individuo. Da queste affermazioni possiamo capire come sia ben importante
per l’individuo costruire una rete di relazioni per lo sviluppo della sua individualità e per il
nostro benessere. Le relazioni che siano famigliari o collettive, fondano
l’esperienza psichica in una matrice, intesa come una rete di tutti i processi
mentali individuali, il mezzo psicologico in cui si incontrano, comunicano e
interagiscono.
Per questo possiamo ben capire che gli accadimenti psichici non avvengono come eventi
interni che coinvolgono soltanto l’individuo, ma anche le sue relazioni con il mondo
esterno.
Questo io e tu, diventano piu grandi, diventano un noi, diventa un senso di coppia, di
famiglia e di gruppo, un sentimento di essere dentro mentre gli altri sono fuori.
3. LA CONCEZIONE GUPPALE
Un’esaustiva rassegna sui modelli e sugli approcci al lavoro clinico e sociale con i piccoli
gruppi incontra subito un’enorme difficoltà. La molteplicità degli aspetti e delle dimensioni
da prendere in considerazioni richiede l’utilizzo di piu criteri e modalità di
osservazione/descrizione.
Gli assi concettuali che potrebbero inquadrarlo sono 3:
- L’aspetto storico cronologico segue nel tempo il complessificarsi
che
dell’oggetto “gruppo” a partire dalla scoperta delle potenzialità del radunarsi di
individui fino alle utilizzazioni piu recenti e varie
- L’asse terapeutico/ non terapeutico esistono diversi gruppi le cui
caratteristiche sono molto diverse dal gruppo clinico in senso stretto.
- L’ultimo attraversa i tre poli che l’epistemologia gruppista denomina
IN gruppo
DI gruppo
ATTRAVERSO o MEDIANTE il gruppo
L’idea stessa di gruppo e il suo sviluppo sono comprensibili solo accumulando le varie
esperienze, vero e proprio risultato di un lavoro gruppale e gruppalmente inteso.
All’inizio del XX secolo cominciarono a diffondersi “set collettivi” all’interno di attività
terapeutiche e successivamente psicoterapeutiche. In queste attività venivano sfruttate
intenzionalmente alcune delle qualità curative dello stare insieme. Esse erano condotte da
professionisti della terapia, cioè da persone che occupavano precisi ruoli sociali all’interno
di realtà deputate per mandato istituzionale alla terapia, che tentavano di proporre letture
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della terapeuticità del gruppo compatibili rispetto alle culture scientifico – professionali di
appartenenza.
Nel caso di Joseph Pratt viene individuato il primo caso di utilizzo per fini terapeutici. Egli
integrò il trattamento di pazienti tubercolotici con periodiche riunioni durante le quali
venivano discussi aspetti medici e psicologici della malattia. Secondo Pratt tali incontri
avevano esiti positivi sia sul morale dei pazienti sua sul decorso della malattia. La sua
tecnica ebbe una vista popolarità e ispirò altre iniziative. Così successivamente l’uso di
questa terapia fu esteso a pazienti psichiatrici, dando vita alle prime esperienze di
psicoterapia di gruppo. Dello stare in gruppo era importante la potenzialità i influenzare le
dimensioni relazionali e le risonanze affettive del disturbo su cui in primis si interveniva. I
fattori agenti sembrano essere quelli legati alla condivisione e universalizzazione dei temi
psicologici legati al disturbo oggetto dell’intervento.
Dagli anni 30 in poi, diversi psicoterapeutici e psicoanalisti iniziarono ad utilizzare il gruppo
come strumento di lavoro in trattamenti specificamente analitici, o rivolti ai pazienti
psichici ai fini di psicoterapia. Nel campo psicoanalitico, dopo la prima esperienza di
Burrow, i principali orientamenti gruppali, venivano definiti come
- Analisi in gruppo
- Analisi di gruppo
- Analisi mediante il gruppo
Negli anni 20 Trigant Burrow opera con i gruppi negli Stati Uniti e usa il gruppo in
psicoterapia. Egli pubblicherà un testo nel quale fonda una concezioni del gruppo come
strumento terapeutico e nel quale dirà che il gruppo è alla base dello sviluppo normale e
patologico.
Che cos’è un gruppo?
Il gruppo è un tutto unico, un legame organico interno comune a diversi elementi che lo
compongono. Non si può considerare l’individuo isolato senza ritenerlo parte della specie,
e quindi dotato di un istinto sociale naturale.
La nevrosi si origina da un conflitto sociale, dovuto cioè al rapporto conflittuale tra
individuo e pseudo gruppi, ovvero l’istinto naturale al legame e le relazioni sociali che non
ne consento lo stabilirsi improntate all’imposizione di codici morali convenzionali di
comportamento.
Cosi si può parlare di una società malata, nevrotica, partendo da ciò si può capire il gruppo
come possibilità terapeutica in quanto consente la messa in discussione delle false
immagini di se dettate dai ruoli e dalla morale sociale.
Il fine terapeutico della psicoanalisi è rivolto all’individuo, perciò i primi psicoanalisti di
gruppi terapeutici hanno concepito trattamenti come terapie individuali condotte in gruppo
piu come terapie di gruppo, ritenendo quindi il gruppo solo come un ambiente, un luogo in
cui effettuare una terapia rivolta al singolo.
Il gruppo solo come un ambiente, un luogo in cui effettuare una terapia rivolta al
singolo
Dagli anni 30’ negli USA, altri clinici come Louis Wender comincia ad utilizzare il gruppo
con scopi terapeutici, egli riuniva assieme i pazienti che erano in trattamento individuale,
a scopo didattico, Schilder piu di Wender utilizzò tali raggruppamenti a fini terapeutici. Di li
a poco molti furono quelli che utilizzarono i gruppi a fini terapeutici.
Schilder sarà il primo a evidenziare i vantaggi dell’approccio gruppale. Uno di questi
consiste nell’universalizzazione: la scoperta da parte di goni paziente delle basi comuni
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della personalità attraverso il confronto con gli altri. Ciò conduce ad una riduzione della
pressione del Super – Io su ciascuno dei partecipanti e ad un rafforzamento dell’Io
attraverso l’identificazione con dei simili, arrecando sollievo ai pazienti del gruppo.
Inoltre, l’attenuarsi della pressione superegoica consente un’espressione piu libera e
spontanea dei vissuti emotivi e affettivi. Tuttavia, all’interno di un gruppo di questo tipo
permangono gli strumenti tecnici classici dell’analisi individuale.
elementi di conservazione.
Una delle figure piu significative dell’orientamento in gruppo è Slavson, il quale ebbe
modo di valutare positivamente la possibilità di svolgere una vera e propria pratica
psicoanalitica individuale “in” gruppo.
Egli iniziò con il definire le differenza tra il gruppo “terapeutico” e quello “non terapeutico”.
Nel primo caso il fine che l’individuo si pone è del tutto personale, non vi è uno scopo
comune. Al contrario nei gruppi “non terapeutici” viene perseguito uno scopo che
interessa il gruppo come totalità. I benefici sono appannaggio di ogni singolo membro, uno
scopo che interessa il gruppo come totalità.
Viene inoltre esclusa l’azione comune, il setting analitico è garantito dal terapeuta, e al
centro vi è l’espressione emotiva, non le idee e gli scopi comuni. Sono le relazioni affettive
a rappresentare il focus dell’interesse terapeutico, attraverso l’interpretazione analitica del
transfert. Il gruppo terapeutico, rispetto a quelli non terapeutici, presenta un transfert che
può manifestarsi senza limitazioni, laddove in questi ultimi, prevale l transfert positivo
desessualizzato.
Nonostante queste premesse, Slavson non giunge mai ad attribuire valore terapeutico al
gruppo in quanto tale, ma sostiene che la coesione di gruppo può essere un ostacolo al
lavoro analitico.
Con Wolf e Schwartz si ha una svolta verso una sistematizzazione teorico metodologica
del modello “in gruppo”. Gli autori iniziarono la loro pratica analitica con lo scopo di
permettere ai pazienti di esprimere piu liberamente i sentimenti verso l’analista,
introducendo la cosiddetta “seduta alternata”, una seduta settimanale gestita dai pazienti
in assenza dell’analista. Manifestarono così come le dinamiche intrapersonali che si
istauravano tra i membri non erano ostacoli anche se rimaneva la convinzione di una
sostanziale non terapeuticità del gruppo autocentrato.
Nella terapia psicoanalitici “di gruppo” devono essere considerati i lavoro dei teorici del
Conflitto locale di gruppo e gli autori come Bion ed Ezriel.
In essa viene data molta importanza al gruppo rispetto al singolo con l’analisi del transfert
gruppo – terapeuta e il principale esponente di tale prospettiva è Bion. Questo modello
vuole are un’integrazione della dinamica di gruppo di origine Lewiniana con la teoresi e la
pratica psicoanalitica. Il gruppo viene considerato come una totalità che agisce sugli
individui e sui loro conflitti inconsci. Nel tentativo di descrivere gli aspetti nascosti ma
condivisi della vita di gruppo è stato adottato “un conflitto focale di gruppo”, “movente
disturbante”, “movente reattivo” e “soluzione”. Il conflitto focale di gruppo è un conflitto
inconscio e condiviso dai componenti che si determina dalla contrapposizione tra un
motivo disturbante e un motivo reattivo che pervadono il gruppo e ne orientano le energie.
La soluzione del conflitto focale fi gruppo risulta essere un compromesso tra le forze
opposte.
La soluzione del conflitto può essere data da:
- Una natura restrittiva quando si realizza una diminuzione della paura senza che il
movente si esprima
- Natura progressiva quando si alleviano le paure reattive e si esprime il movente
perturbatore.
Affinché s
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