L'assistente sociale
Società complesse, nuovi bisogni, strategie e modelli di intervento
- Nascita ed evoluzione della professione
- La formazione dell’assistente sociale
- Mappatura dei bisogni e agire strategico
- I modelli teorici del servizio sociale
- Il processo metodologico e le tecniche del servizio sociale
- I livelli di funzione dell’assistente sociale
- L’organizzazione del sistema dei servizi sociali e socio-sanitari sul territorio
- Giustizia penale e servizi sociali
- L’area non pubblica in ambito territoriale
A cura di Milena Cortigiani Paolo Marchetti
Riassunti di Daniela C.
Cap. 1 Nascita ed evoluzione della professione
L'Italia nel dopoguerra
Dopo la liberazione dell'Europa dal fascismo e dal nazismo si svilupparono fenomeni sociali, politici e culturali che hanno dato il via alla nascita e soprattutto allo sviluppo della formazione di figure professionali. Nel dopoguerra ci fu l’elaborazione della carta costituzionale da parte di tutte le forze politiche. Questo evento permise la costruzione della democrazia nel nostro paese. Sono anni travagliati, anni di lotta, anni di incomprensione ma anche anni di rivalsa: tanti riuscirono ad ottenere migliori condizioni di vita rispetto al periodo fascista.
Lo sviluppo industriale d'Italia fu uno degli aspetti rilevanti che determinò modifiche strutturali e sociali, tra cui un intenso fenomeno migratorio dal sud verso il nord, dalla campagna verso la città, determinando lo spostamento della produzione, non più agricola ma industriale. L'Italia, che viveva da millenni in una cultura agraria, si avviò verso una nuova cultura. Tali conseguenze non furono indolori: l'abbandono della terra nel meridione determinò il conseguente abbandono della propria cultura e il nord non era preparato ad affrontare il fenomeno migratorio.
Il latifondismo fu abolito e questo diede vita alla Riforma agraria del Sud, un sud però impreparato per una nuova forma di produzione. Bisogna ricordare che, nonostante tutto, restava un grande divario tra nord e sud. Il fenomeno migratorio portò uno sviluppo urbano dell'Italia, che si trasformò: da un paese di cultura contadina, dove le persone erano dislocate in larga parte del territorio, a un paese dove la gente inizia a concentrarsi nei vincoli urbani e a far diventare città quelli che non erano che semplici borghi. Le istituzioni locali non furono capaci di regolare il cambiamento e di garantire un’organizzazione territoriale adeguata.
Il clima di impegno civile per lo sviluppo della democrazia e della giustizia sociale, presente nell'immediato dopoguerra, fu recepito dai padri costituenti. Infatti, fu redatta la Carta Costituzionale che sancisce: la tutela della salute per ogni cittadino garantendo cure gratuite agli indigenti (articolo 32), il diritto al mantenimento e all'assistenza a ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere. Inoltre, i lavoratori hanno diritto ad essere provvisti di mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia.
Tuttavia, la dirigenza statale non fu modificata e la Carta Costituzionale aveva valenza solo teorica, di fatto i livelli di assistenza rimanevano legati alla collocazione lavorativa del capofamiglia. Nonostante i limiti degli interventi, si avviava il primo Welfare italiano che giungerà a concretizzarsi con le riforme strutturali degli anni ’70 sia in campo sociale che sanitario.
Le origini della figura dell'assistente sociale
Fino agli anni ’70 il Servizio Sociale Italiano si è sviluppato grazie a contributi di esperti stranieri. Nelle democrazie occidentali, in particolare nei paesi di cultura anglosassone, già nella seconda metà del XV secolo avevano iniziato ad operare assistenti sociali con un mandato pubblico. Le prime assistenti sociali italiane sono state formate dalla scuola fascista di San Gregorio al cielo a Roma con un corso annuale residenziale, cui potevano iscriversi solo donne laureate.
Rossetta Stasi fondò nel 1948 l'associazione nazionale degli assistenti sociali (ANAS) e Paolina Tarugi fondò l'unione nazionale delle scuole per assistenti sociali (UNSAS). Nel 1928 a Parigi fu organizzata la prima conferenza internazionale di servizio sociale, voluta dal medico belga René Sand. Tale conferenza ha stimolato la nascita di varie forme associative.
Per la storia del moderno servizio sociale Italiano, un evento considerato fondamentale è il convegno tenutosi a Tremezzo nel 1946 organizzato dal MAP (ministero per l'assistenza postbellica), dall'UNRRA (agenzia delle Nazioni Unite per la ricostruzione e la riabilitazione), dalla delegazione italiana per i rapporti con l'UNRRA, con il contributo di tutte le organizzazioni che operavano nel sociale. La partecipazione al convegno era estesa a tutte le regioni d'Italia, era, a tutti gli effetti, un convegno nazionale di assistenza sociale. Gli argomenti principali erano: l’assistenza sociale all’infanzia e ai minori, legislazione del lavoro, problemi del dopoguerra.
Al convegno di Tremezzo si gettarono le basi per la trasformazione radicale dell'assistenza in Italia. Gli aiuti economici provenienti dagli Stati Uniti, attraverso l'UNRRA, furono fondamentali per la ricostruzione economica e morale del paese. Per l'utilizzo di tali fondi, la delegazione italiana per i rapporti con l'UNRRA diede origine all'AAI (amministrazione per gli utenti internazionali, poi divenuta amministrazione per le attività assistenziali italiane ed internazionali), un'amministrazione pubblica atipica. Tale organismo diede ampio spazio alla sperimentazione di servizi innovativi, in particolare a favore di bambini ed anziani, oltre che alla formazione di assistenti sociali.
L'AAI ha contribuito, fino alla soppressione, il proprio impegno nella promozione e sperimentazione di servizi sociali. La chiusura del programma di assistenza è stata decisa in quanto si riteneva che fosse corretto il passaggio delle competenze sulla formazione degli assistenti sociali al Ministero delle istruzioni. L'AAI si impegnò nell'assistenza ai profughi, nel miglioramento degli istituti educativi assistenziali e nella formazione del personale operante. Si devono ad esso: le prime sperimentazioni del servizio sociale a dimensione territoriale, l'assistenza domiciliare, i soggiorni di vacanza per anziani e minori.
È nel quadro dello sviluppo che si concepisce la nascita della nuova professione dell'assistente sociale. Figura che troverà nei gangli difettosi di questo sviluppo il proprio ambito di intervento, sia in senso orizzontale che verticale. Professione che sarà chiamata a dare risposta a problemi delle persone e a fasce di popolazione che si trovano in difficoltà. Nelle nuove realtà sociali, gli assistenti sociali troveranno un nuovo modo di muoversi e il coraggio di capire che devono esistere strade diverse di intervento rispetto a quelle sviluppate e conosciute.
Uno dei meriti dell'Italia di quel tempo fu quello di accogliere una prospettiva di avanzamento in certi settori, di credere al valore dello sviluppo dell'uomo e di credere che questo non poteva avvenire solo attraverso forme assistenziali tradizionali. Il servizio sociale fu pensato come un intervento tecnico e metodologico, anche politico sociale e di garanzia istituzionale: erano figure di libertà. Nei paesi britannici e in buona parte dell'Europa il servizio sociale ebbe un'origine spontanea a seguito della trasformazione dell'attività di volontariato in lavoro retribuito. Il servizio sociale nasce, in Italia, dalla spinta di un'élite culturale e con il contributo di organizzazioni internazionali.
Il dopoguerra fu portatore anche di un clima di attenzione ai problemi della disuguaglianza sociale. L'ordine e la pace sociale sono strettamente legati all'eliminazione della miseria, l'affermazione della democrazia deve essere condizionata dallo sforzo di uguaglianza sociale e tutti i cittadini dinanzi al diritto ad una vita umana dignitosa.
L’inserimento del servizio sociale nelle organizzazioni istituzionali pubbliche e private
Importante è stata la nascita delle scuole di servizio sociale e il loro sviluppo attraverso l'impegno dei docenti e il tirocinio concepito come elemento formativo indispensabile. Il campo di intervento era limitato alle competenze proprie dell'organismo, ad esempio a favore dei Minori orfani, erano attivi, oltre all'ENAOIL (ente Nazionale assistenza agli orfani dei Lavoratori italiani), l'ONOG (Opera nazionale orfani di guerra). Pertanto, la risposta al bisogno derivante dalla perdita del genitore si declinava in maniera diversificata in base alla categoria lavorativa di appartenenza del genitore defunto.
Vi era la mancanza di una visione globale di programmazione del settore che creava ulteriori diseguaglianze, sovrapposizioni e sprechi di risorse. Il settore della Giustizia minorile e per gli adulti, in seguito, è stato un ambito in cui l'intervento degli assistenti sociali ha saputo incidere in maniera significativa i nuovi concetti pedagogici che annunciavano l'inutilità della pena solo di reclusione a favore di un trattamento rieducativo. Fu proprio in questi anni che ci fu una rapida industrializzazione e un boom economico.
L'assistente sociale voleva essere agente di cambiamento nel quadro politico, in coerenza con i valori di cui era portatore. Il servizio sociale rifiutava un ruolo di adattamento degli assistiti per allargare il proprio intervento ponendo attenzione alle cause del disagio ed ad un'azione preventiva individuando strategie ecc.
Il nuovo assetto istituzionale
In seguito al rallentamento dello sviluppo economico, il servizio sociale rimase all'interno delle nuove strutture che si crearono come il Sert o il DSM (il dipartimento salute mentale a seguito dell'abolizione degli ospedali psichiatrici). Sono anni caratterizzati da un ruolo forte dello Stato, da alcuni definito stato interventista, che tende a soddisfare tutti i bisogni dei cittadini. Sono gli anni nei quali, mediante le leggi di settore, si creano servizi volti a soddisfare i bisogni sociali e sanitari.
Le principali leggi emanate negli anni '70 sono:
- L.n 898/1970 la possibilità di divorzio (legge fatta valere da un referendum popolare),
- L.n 1204/1971 si regolamenta il lavoro delle donne prima e dopo la gravidanza,
- L.n 39/1975 si abbassa la maggiore età da 21 a 18 anni,
- L.n 903/1978 sancisce la parità uomo donna sul lavoro.
Cominciano a realizzarsi forme di de-istituzionalizzazione:
- L.n 354/1975 la riforma carceraria prevede una serie di misure alternative alla carcerazione, vengono previsti i programmi educativi, riabilitativi e di inserimento. È previsto l'affidamento ai servizi sociali,
- L.n 180/1978 sancisce la chiusura dei manicomi e istituisce i servizi psichiatrici territoriali. È prevista la presenza dell'assistente sociale.
La mobilitazione per le riforme in atto nel paese vede gli assistenti sociali e gli altri operatori del settore sostenitori della necessità di attuare la Costituzione. Una delle idee portanti è che l'emarginazione si supera istituendo servizi sociali per la popolazione, nell'utopia presente in questa fase si prevedono servizi sociali gratuiti per tutti. Si svilupperanno nuovi orientamenti di politica sociale e si investirà maggiore ricchezza in servizi utile alla società. C'è un impegno alla partecipazione.
Nel 1970 vengono istituite le regioni a statuto ordinario, un decentramento delle funzioni. Le regioni devono legiferare nelle materie loro attribuite per applicare le norme di indirizzo dello Stato centrale tenuto conto delle esigenze del proprio territorio. Successivamente, d.P.R. 24 luglio 1977, n 616 e n 617, hanno previsto un massiccio trasferimento di funzioni dallo stato centrale alle regioni ed agli enti locali. Scompaiono gli enti di settori pubblici e privati, il personale si collocherà nei vari organismi dello Stato. I cittadini potranno eleggere i propri rappresentanti per le scelte di politiche territoriali.
Ci fu un ampliamento dell'inserimento del servizio sociale nelle istituzioni attraverso l’attuazione della Costituzione nel 1978, in cui venne approvata la legge n. 833/1978 di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) prevedeva che le unità socio-sanitarie locali (USSL), fossero organismi diretti dall'assemblea dei comuni, e che fossero gestite le competenze sanitarie, sociali e socio-sanitarie. Ciò avvenne solo in poche regioni come Lombardia, Veneto ecc. Dove fu attuato, l'intervento pubblico non era più riparativo, per cittadini appartenenti a categorie particolari, ma rivolto a tutti. Cambia il modello di società, una società che accoglie tutti, non discrimina.
Ci fu un ampliamento dell'inserimento del servizio sociale nelle istituzioni portando a un'attuazione della Costituzione. Scompare una forma elitaria di servizio sociale. La presenza degli assistenti sociali costituisce la conferma che l'operatore è considerato risorsa per lo sviluppo delle riforme, tuttavia risulta inevitabile il rischio di un appiattimento burocratico di tale figura, soprattutto nelle situazioni nelle quali l'assistente sociale rischia di perdere la sua specificità, dovendo adempiere a procedure amministrative estranee agli obiettivi del proprio lavoro. Nello stesso periodo si avvierà la prima grande riforma delle scuole di servizio sociale che si inseriranno nelle università come scuole dirette.
L’attuazione delle autonomie locali e il ruolo degli assistenti sociali
Il nuovo sistema fu avviato senza una chiara programmazione dell'uso del personale. La gestione innovativa delle competenze che le istituzioni locali avevano nei confronti della popolazione non ebbe il contributo delle esperienze maturate del personale dei servizi sociali. Fu difficile realizzare esperienze di integrazione socio-sanitaria. La persona necessita che il sistema salute-sociale si approcci ad essa tenendo particolare riguardo alla sua globalità, intesa come benessere.
Nel 1990 la normativa di modifica del servizio internazionale separerà il sanitario dal sociale, che rimarrà competenza esclusiva dei comuni. La legge di riforma del Servizio Sanitario Nazionale e il decreto sui Lea (livelli essenziali di assistenza) (d.P.C.M 29/11/2001) stabilirono regole dell'integrazione socio-sanitaria e la ripartizione dei costi delle prestazioni socio-sanitarie fra le a.s.l, le famiglie e i comuni. Anche se al comune era stata attribuita la responsabilità dello sviluppo della comunità, ad esso mancava uno statuto ed i regolamenti atti a garantire l'organizzazione del funzionamento dei servizi.
Bisognerà arrivare al 2000 con la legge numero 328 che porterà il comune al centro della gestione dei servizi sociali territoriali. Al comune si richiede di mettere in atto una sistemazione di protezione sociale, cioè costruire un complesso organico di servizio di prestazioni per fronteggiare nel tempo le esigenze del ciclo di vita degli individui, delle famiglie e delle comunità territoriali e non solo per le emergenze, saper soddisfare i bisogni e prevenire i disagi. La legge quadro supera il tradizionale concetto passivo dell'assistenza a favore di un sistema di protezione attiva e di integrazione dei servizi.
La legge non stabilisce solo chi ha diritto alle prestazioni ma sollecita singoli, famiglie e collettività a essere soggetti non oggetti di prestazioni. La strategia non è sulla quantità ma sulla qualità. Viene prospettata una condizione di welfare comunitario e gli interventi mirati (handicappati, disagiati psichici, tossicodipendenti) non sono visti come aspetti settoriali ma come realtà vive che devono essere conosciute per ricomporle e portarle ad unità.
L’unità che può essere data solo da una programmazione fra tutte le forze che operano in un ambiente territoriale del quale il comune è il centro il punto di riferimento dei soggetti pubblici e privati. Gli strumenti sono: le risorse economiche previste dal fondo nazionale per le politiche sociali, il piano nazionale degli Interventi dei servizi sociali, i piani regionali, i piani di zona dei comuni da realizzarsi di concerto con le Aziende Sanitarie Locali e con tutte le altre risorse del territorio pubbliche e private, il sistema informatico e la carta comune dei servizi.
La programmazione diventa il metodo per la realizzazione degli interventi. Tuttavia, la forte esigenza di una programmazione ha sempre trovato difficoltà nel paese, proprio per la sua intrinseca validità e quindi per l’impegno che richiede a livello degli obiettivi e dei contenuti ai quali dar seguito. Il fatto che la legge numero 328 del 2000 ponga la programmazione al centro dello sviluppo delle politiche sociali sul territorio richiede mutamenti, sia a livello politico che amministrativo e di gestione del sistema dei servizi. Quindi richiede non solo volontà politica, ma un'organizzazione politica e tecnica.
Il simbolo di un nuovo metodo di governare le politiche sociali è costituito dall’ufficio di piano di zona, principale strumento e sede di elaborazione, costruzione e gestione delle politiche di quello specifico territorio. La Costituzione italiana e la sua organizzazione divengono per il comune anche una scelta di carattere politico, considerando che adesso vengono attribuite dalla legge non solo competenze tecniche, ma anche politiche. L'ufficio di piano, quale organismo tecnico, può essere inteso come un centro di studi, di elaborazione e valutazione dei dati ma, proprio per questo compito, ha bisogno di sviluppare relazioni.
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