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Le riforme degli anni '70

A partire dalla fine degli anni '60 in Italia ci fu un periodo di grande fermento e idee innovative portate avanti da manifestazioni studentesche ('68) e manifestazioni operaie (autunno caldo '69). Emersero idee contro la marginalizzazione e la segregazione nelle istituzioni totali delle persone più deboli, in particolare minori e anziani, e contro la centralizzazione degli enti di assistenza.

Quindi iniziò un processo di trasformazione sociale, culturale e politica con una vasta gamma di riforme riguardo la nuova concezione della società e dei rapporti fra cittadini e stato con una maggior attenzione ai diritti degli individui. In particolare ricordiamo due provvedimenti: quello del 24 luglio 1977, numero 616, e quello del 23 dicembre 1978, numero 833.

Legge 616 del 1977

Il primo proseguì il processo di trasferimento alle Regioni, Provincie e Comuni di funzioni amministrative sino a quel momento esercitate dagli organi centrali dello stato, nelle materie elencate dall’art. 117 della Costituzione. Tali materie vennero raggruppate in 4 settori, fra i quali quello dei servizi sociali che comprendeva: polizia locale, urbana e rurale, beneficenza pubblica, assistenza sanitaria, scolastica, istruzione professionale. Il termine di beneficenza pubblica compare all’art. 22 della legge 616, e comprendeva le funzioni amministrative relative alle attività che attengono alla predisposizione ed erogazione di servizi gratuiti e a pagamento o di prestazioni economiche, sia in denaro che in natura, a favore dei singoli o dei gruppi, qualunque sia il titolo in base al quale sono individuati i destinatari.

Quindi con il trasferimento alle Regioni e ai Comuni di tali attività si cercò di superare un quadro assistenziale verticistico, poiché i centri di potere decisionale erano lontani dai cittadini, e anche settoriale, poiché erogava prestazioni non in base al bisogno, ma alla categoria di appartenenza della persona. Invece, la legge del 1977 rese possibile l’avvio di un sistema organico e integrato avvicinato gli enti per i servizi sociali alle persone, il Comune prima di tutto, il quale doveva curare gli interessi e tutelare il benessere dei cittadini.

Legge 833 del 1978

La legge 833 del 1978 istituì in Italia il servizio sanitario nazionale al quale potevano accedere tutti, senza distinzione di reddito, categoria. Questo provvedimento rese effettivo il diritto alla salute. L’art. 1 stabiliva che il servizio sanitario nazionale era costituito dall’insieme degli organi, strutture e funzioni volte alla tutela della salute fisica e psichica di tutti i cittadini, secondo criteri di uguaglianza. Il sistema era articolato su 3 livelli: lo Stato, a cui erano attribuiti compiti di programmazione nazionale, Regioni, che avevano compiti inerenti alla programmazione regionale, con l’emanazione di norme per l’organizzazione sul territorio delle Unità sanitarie locali (USL) definite come strutture dei comuni e costituite dal complesso di uffici e servizi che assolvevano ai compiti del servizio sanitario nazionale.

Le USL a loro volta dovevano essere articolate in distretti definiti come strutture per l’erogazione di servizi di primo livello e pronto intervento (vaccinazioni, prelievi, assistenza infermieristica domiciliare). E in questi distretti si prevedeva la figura di assistente sociale che si occupava di tutti i problemi che avessero rilevanza sociale (malattia mentale, tossicodipendenza, anziano non autosufficiente, tutela della maternità e dell’infanzia).

Le leggi degli anni '80 e '90

Quindi già negli anni '80 il riordino dei servizi sociali era rafforzato. Non in tutte le Regioni però si sviluppò allo stesso livello e anche nell’ambito di una stessa regione si determinarono differenze tra una zona e l’altra. Quindi già negli anni '80 il Welfare comincia a dare segni di difficoltà, che può essere collegata a una crisi generale che investe il paese, crisi che può essere ricondotta a tre ambiti: politico, sociale e economico. Politico perché si sente sempre di più il malcontento per un sistema politico sempre più corrotto, basato sul voto di scambio, sui propri interessi, con spreco di denaro pubblico. Questo avrà ripercussioni anche a livello economico appunto, tanto che già a partire dal 1986 si introdurranno le prime forme di partecipazione economica da parte degli utenti dei servizi (ticket), con l’istituzione di fasce di reddito nel settore sanitario.

Per quanto riguarda l’organizzazione dei servizi sociosanitari, le leggi più rilevanti sono: quella del 8 giugno 1990, numero 142, quella del 30 dicembre 1992, numero 502, e quella del 19 giugno 1999, numero 229.

Legge 142 del 1990

Con la legge n. 142 viene riconosciuta più autonomia al Comune, attraverso lo strumento di Statuti e Regolamenti propri. I comuni possono gestire direttamente i servizi sociali o darli in concessione a terzi con società per anziani, aziende speciali o la creazione di istituzioni. La necessità di contenimento delle spese porta alla cosiddetta aziendalizzazione; in poche parole, la USL, da struttura operativa dei comuni singoli o associati, diviene ASL, azienda sanitaria locale, dotata di personalità giuridica pubblica e autonomia organizzativa, contabile, gestionale. E viene introdotta la figura di direttore generale, di nomina regionale. Di fatto questo ha portato a una separazione tra il sistema dei servizi sociali gestito dal comune e quello che fa capo alla ASL. Frattura che potrà essere ricompensata attraverso lo strumento del Piano di zona.

Legge 328 del 2000

L’8 novembre 2000 è stata approvata la riforma dell’assistenza, con la legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali, legge n. 328. I principi ispiratori di questa legge sono: universalità, art.2, delle prestazioni e servizi sociali; al comma 3° tuttavia inserisce il concetto di universalismo selettivo, assegnando priorità alle persone che vivono in condizioni particolari. Eguaglianza di trattamento, libera scelta dei servizi, cioè i comuni e le regioni dovevano disporre di una pluralità di offerte di servizi in modo che i cittadini fossero liberi di scegliere l’accesso a diverse strutture e servizi. La partecipazione, ossia la partecipazione dei cittadini alle spese sanitarie, già introdotta negli anni '70, con la legge 328 si riafferma anche come diritto al controllo di qualità dei servizi.

Tuttavia l’entusiasmo per questa legge viene ben presto sostituito da sconcerto e incertezza. Infatti il 18 ottobre 2001 viene approvata la legge n. 3 che ha rivisto la distinzione delle competenze legislative fra Stato Regione e Comune. Infatti in questa revisione l’assistenza è divenuta materia esclusiva delle Regioni, quindi sono le regioni che decidono se e in quale misura far riferimento alla legge 328.

Tuttavia l’art 117 della costituzione inserisce una previsione (comma 2 lettera m) per evitare forti diseguaglianze e disparità territoriali dei diritti civili e sociali, affiancando altre due norme (119,120) per ribadire il potere dovere dello stato di intervenire per garantire l’uniformità dei diritti su tutto il territorio nazionale.

La storia del servizio sociale italiano

In Italia il servizio sociale ha inizio nel secondo dopoguerra. In ritardo rispetto ai paesi anglosassoni, avvenuta a cavallo tra l’800 e il 900, influenzata da tre fattori principali: i movimenti di riforma sociale, l’avvio della social research e le charity organization societies (COS); quest’ultime nacquero a Londra come tentativo di porre rimedio alla situazione di grave crisi per la precarietà economica di metà '800 cercando di rendere più efficace l’organizzazione degli aiuti, sia pubblici che privati mediante la cooperazione di tutte le attività caritative proprio per rendere meno dispersiva la distribuzione degli aiuti, introducendo in questo modo la distinzione tra l’attività prestata a titolo volontaristico e quella prestata dietro retribuzione.

L’attività delle COS si basava su alcune regole base: la cooperazione di tutte le agenzie caritative, la creazione di un registro confidenziale, le indagini sulla situazione dell’assistito, condotta da un visitatore amichevole che stabiliva un rapporto continuativo con tali persone per individuare i bisogni reali e le misure necessarie. Questi operatori avvertirono l’esigenza di avere delle conoscenze più specifiche per svolgere al meglio l’attività, da qui le richieste di corsi di preparazione e la nascita delle prime scuole per operatori sociali. Ricordiamo che nel 1898 a New York sorse la prima scuola per assistenti sociali, dove insegnava Mary Richmond, che nel 1917 scrisse il primo testo di metodologia del servizio sociale, Social Diagnosis.

In Italia invece si ha un percorso inverso, si sono prima formate le scuole (le prime tra il 1945-48) e dopo la pratica operativa. Si possono collocare le origini del servizio sociale anche prima, fra le due guerre perché già in quel periodo esistevano figure definite a.s. Più specificatamente, agli inizi degli anni '20 sorse a Milano l’istituto per l’assistenza sociale che formava le segretarie sociali che avevano poi il compito di fornire info agli operai sulle prestazioni assistenziali, di aiutarli nelle relative pratiche.

Nel '28 il partito fascista istituì a Roma la scuola femminile fascista di assistenza sociale per formare a.s. di fabbrica. Tuttavia però non vengono attribuite alla nascita del servizio sociale italiano, perché ritenuto più uno strumento del partito per la sua immagine. Quindi per riferirci alla nascita in Italia dobbiamo guardare alla nascita e trasformazione delle scuole, che nacquero più che altro in risposta alle condizioni del paese, e facendo propri gli ideali che si erano diffusi nel paese: l’ideale democratico e i valori di libertà e di uguaglianza, l’aspirazione al rinnovamento del paese.

Fondatori e prime scuole di servizio sociale

I più importanti fondatori della professione sono: Maria Comandini Calogero, Odile Vallin, Guido Calogero e don Giovanni de Menasce che avevano individuato come punti base del servizio la centralità della persona, unita alla responsabilità per l’assistente nell’impegno civile. Questa figura non doveva identificarsi come funzionario ma come un operatore che aveva il ruolo centrale di promuovere le idee della democrazia e di una società giusta.

Le prime scuole che sorsero vennero collocate in due gruppi:

  • Di ispirazione cattolica, l’ONARMO (opera nazionale per l’assistenza religiosa e morale agli operatori) e l’ENSISS (ente nazionale scuole italiane di servizio sociale) promossa da don de Menasce.
  • Di ispirazione laica, l’UNSAS (unione nazionale scuole di assistenti sociali) e la CEPAS (centro di educazione per assistenti sociali) sostenuta anche da Guido Calogero.

Essendo sorte per iniziativa privata e quindi nate fuori dal sistema pubblico, il titolo che rilasciavano non era riconosciuto legalmente, ma nonostante questo negli anni successivi conobbero una grande notorietà tanto che dalla fine degli anni '50 alcune furono inserite in ambito universitario (la prima nel '56 a Siena). A farsi carico dei finanziamenti fu l’amministrazione per gli aiuti internazionali (AAI) che promosse anche programmi per l’inserimento lavorativo e scambi internazionali tra operatori sociali e esperti di servizio sociale.

Il fatto che nel nostro paese la nascita del servizio sociale ha avuto origine in strutture private ha sia effetti positivi che negativi:

  • Negativi perché il mancato riconoscimento giuridico del titolo ha pregiudicato la possibilità di sviluppo e affermazione della professione.
  • Positivi perché proprio la natura privata delle sedi di formazione ha permesso una maggior autonomia e libertà dei piani di studio, rendendo possibile l’inserimento di materie come l’antropologia, la psicologia e soprattutto l’addestramento pratico, che nelle università non era previsto, e questo era molto importante perché metteva in collegamento teoria e pratica e permetteva agli studenti di sperimentarsi nel ruolo professionale.

Si arriverà al corso di studi in scienze del servizio sociale con la riforma universitaria completata dal decreto ministeriale del 3 novembre 1999 n. 509.

Il contesto istituzionale

Per quanto riguarda il contesto istituzionale nel quale gli a.s si trovano ad operare negli anni '50 e '60, la realtà lavorativa fu costituita dagli enti assistenziali le cui prestazioni consistevano in contributi economici o nel ricovero in istituto e fornivano prevalentemente prestazioni rivolte ai problemi di persone singole. Si avviò così la riflessione sulla dimensione politica del ruolo del servizio sociale, inteso come lavoro volto sia a modificare le istituzioni, sia ad assumere una funzione promozionale nei confronti delle persone, gruppi e comunità, ricercando nuovi strumenti e proponendo un nuovo assetto.

Queste riflessioni trovarono sviluppo in vari convegni e assemblee, investendo ampie masse e che portò a una stagione di grandi riforme e arrivando al 1970 con il superamento dell’accentramento degli enti assistenziali pubblici, con la concretizzazione del progetto di ricomporre a livello locale la programmazione, la gestione e l’erogazione di servizi ai quali i cittadini potessero accedere facilmente. Tuttavia il processo fu lento e tormentato e sarà solo con il decreto del 1977 e la legge del '78 che si definirà il quadro dei poteri regionali e locali.

Il servizio sociale territoriale, non avendo più fasce già selezionate di utenti ma avendo come referente una comunità territoriale, con tutti i suoi diversi bisogni e esigenze, non rivolge più il proprio intervento soltanto a problemi e bisogni già manifestati, ma al sociale nella sua interezza, alla comunità con un intervento unitario, globale e generale. Questo nuovo approccio permette anche di rielaborare i metodi, la distinzione dei metodi (casework, groupwork, community work) verranno superati e ci sarà il riconoscimento di unico metodo, qualunque sia la dimensione dell’intervento.

Quindi questa sarà la nuova realtà operativa del servizio sociale. Tuttavia già dagli anni '80 si porranno in evidenza anche i nodi critici di questa realtà, fra cui il mancato riconoscimento giuridico del titolo di studio, inoltre gli a.s, soprattutto nel lavoro di équipe, collaboravano con altri professionisti con profili riconosciuti e spesso si trovavano in una posizione di svantaggio.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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