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domesticità;

3-vi è una particolare posizione di doppia condivisione occupata dalle donne benefattrici, che le

pone contestualmente dalla parte forte e da quella debole della società.

1.3 La filantropia politica, ovvero il femminismo pratico.

Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento cominciano a svilupparsi nuove concezioni della

beneficenza, grazie a figure femminili che si avvicinano al mondo delle vittime con un

atteggiamento segnato da profondo coinvolgimento e da intenzionalità politica.

Alcune fra le donne dell'aristocrazia usano la beneficenza come opportunità per praticare un

percorso politico.

Fanno riferimento al femminismo pratico per il quale le attività assistenziali devono essere

strettamente connesse al progetto di creazione della cittadinanza.

L'attenzione da loro dedicata ai problemi sociali e ai nuovi disagi non trascurava di considerare il

peso dei fenomeni emergenti, quali il decollo industriale, l'urbanizzazione, l'aumento del lavoro

femminile e minorile, la scomposizione del tradizionali istituto familiare, la rottura dell'unità fra

vita domestica e lavorativa, la frantumazione delle solidarietà tradizionali.

Nei programmi delle associazioni emancipazioniste si intrecciano forme di tutela e di assistenza

all'infanzia, alle gestanti povere, agli indigenti, agli anziani e inabili, con interventi di

alfabetizzazione, istruzione professionale, promozione culturale.

Nell'intenzione delle fondatrici dell'Unione Femminile vi è una tensione alla comprensione dei

fenomeni sociali e alla razionalizzazione delle forme istituzionali di beneficenza.

L'informazione e la facilitazione nell'uso delle risorse diventano strumenti di crescita personale e

sociale.

La consueta opera delle donne nella beneficenza si professionalizza e si istituzionalizza l'impegno,

ora sorretto da competenze specifiche, si caratterizza per la sua utilità sociale e quindi in quanto

produttivo, deve essere retribuito.

Paolina Tarugi: milanese, laureatasi in Giurisprudenza nel 1912, diventa nel 1914 relatore al

Congresso Internazionale delle Donne come membro del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane;

nella Prima Guerra Mondiale fa parte di organismi assistenziali e collabora alla rivista

“L'Assistenza civile”. Attiva nell'Unione Femminile, ne dirige insieme a Sofia Ravasi Garzanti la

rivista “La Voce Nuova”. Nel 1921 partecipa alla fondazione dell'Istituto Italiano per l'Assistenza

sociale e organizza l'assistenza sociale in fabbrica. Collabora durante il regime all'attività

dell'Ufficio centrale di Assistenza sociale della Confederazione degli Industriali.

Nel 1928 a Parigi partecipa alla Prima Conferenza Internazionale di Servizio Sociale, come

fondatrice insieme a Margherita Grossmann del servizio sociale italiano. Nel 1946 continuando a

dedicarsi all'insegnamento e all'elaborazione teorica, assume la direzione della Scuola per Assistenti

Sociali di Milano.

1.4. La sfera pubblica femminile nel regime fascista.

Il regime penetra profondamente nella sfera femminile, ma se da una parte cerca di esaudire il loro

desiderio di impegnarsi nella vita pubblica, dall'altra spegne ogni forma di solidarietà femminile.

Il regime investe nella creazione di un consenso di massa intorno alla difesa dell'ordine sociale

esistente. Nascono diverse forme di associazioni tese a coinvolgere ogni ceto e sotto classe della

società (fasci femminili, massaie rurali, giovani fasciste, piccole italiane, ecc).

L'apparenza di tutto questo è dimostrata dalle norme del 1938 che limitavano al 10 per cento la

presenza femminile negli uffici pubblici e privati.

1.4.1 Fascismo e politica sociale.

Nel 1929 il regime lancia il suo appello alle donne affinché aderiscano ai Fasci femminili e prestino

la loro opera volontaria a favore dei poveri.

I gruppi femminili, scarsamente vitali e privi di un riconoscimento sostanziale, non riescono a

rappresentare i problemi delle donne e scindono il binomio filantropia-politica che aveva orientato i

percorsi delle aderenti al femminismo pratico.

Il regime si erge a protettore della famiglia per perseguire i suoi obiettivi di crescita demografica.

Per fronteggiare a questa condizione di debolezza dell'istituto familiare, il regime crea un sistema di

previdenza e di assistenza sociale, basato su forme di integrazione al reddito e su organismi deputati

a fornire aiuto alle famiglie in difficoltà. Per farlo si avvale del volontariato femminile.

Il complesso di interventi e risposte è teso a sviluppare la dipendenza delle famiglie dai servizi

pubblici, in modo da vincolarli sempre più al regime anche attraverso sentimenti di gratitudine.

Imbrigliate in una posizione subalterna, le donne impegnate in quest'opera assistenziale sono ben

lontane dalla tensione che ha animato l'esperienza filantropica del femminismo pratico.

Cap. 2.

Dalla solidarietà spontanea all'organizzazione.

2.1 I Gruppi di Difesa della Donna e per l'Assistenza ai Volontari della Libertà.

“la guerra partigiana è una guerra che si svolge sotto casa, nella quale finiscono per essere coinvolti

tutti”.

Il carattere di molteplicità di questa guerra è evidente nella partecipazione delle donne alla lotta di

liberazione, alla loro presenza nelle bande con funzioni di collegamento e di informazione, di

propaganda, di sabotaggio e nell'organizzare scioperi e sommosse. L'esordio delle donne nella

Resistenza è costituito dalla loro mobilitazione nei confronti dei militari sbandati e minacciati dalla

deportazione in Germania. Comprendono che l'azione individuale deve essere organizzata e nasce

nel 1943 i Gruppi di Difesa della Donna per l'Assistenza ai Volontari della Libertà, nome che non

piace a tutti a causa dei termini difesa e assistenza che danno una connotazione della donna debole e

circoscritta alle sue funzioni di semplice prestazione.

I Gruppi si formano e si sviluppano meglio al Nord Italia dove la durata dell'occupazione permette

di passare dalla forma spontanea ad una organizzata e dove le donne hanno una maggiore

consuetudine di autonomia. Nel 1943 nasce clandestinamente “Noi Donne” che ad un anno dalla

nascita conta tremila donne coinvolte nella lotta partigiana.

2.2 Valenza politica della partecipazione ai Gruppi.

Il dibattito all'interno dei Gruppi esprime un impegno di ampio respiro, orientato alla costruzione di

un mondo nuovo. Le donne sono incitate a risvegliarsi dal torpore e lottare non solo per la rinascita

del paese ma anche per acquisire parità di diritti civili ed economici. Si affermano i diritti delle

donne al lavoro e alla parità di salario, alla partecipazione attiva alla vita sociale, produttiva e

politica.

Una condizione fondamentale del rinnovamento è identificata nella formazione di una coscienza

politica e di una responsabilità sociale.

“intensifichiamo la nostra lotta perché combattendo per la liberazione dell'Italia combattiamo anche

per la rivendicazione dei diritti della donna” diceva un manifesto di propaganda dei Gruppi.

Nello spirito che anima i Gruppi si possono rinvenire tracce dei percorsi dei movimenti

emancipazionisti soffocati dal fascismo e da questo cancellati anche nella memoria delle donne.

2.3 Il riconoscimento.

Il CLNAI nel luglio del 1944 approva un ordine del giorno in cui riconosce i Gruppi di Difesa come

un'organizzazione che agisce nel quadro delle sue direttive e concorda con l'orientamento politico e

con i criteri di organizzazione, apprezzandone i risultati ottenuti nel campo della mobilitazione delle

donne. Questo gesto è importante ma potrebbe nascondere un tentativo di controllo e di

contenimento dei Gruppi.

Nell'ottobre del 1944 i Gruppi ottengono di avere una loro rappresentanza all'interno del CLNAI

anche se con qualche riserva a causa della forte componente comunista sia all'interno dei Gruppi

che del CLNAI il quale teme un egemonizzazione del PCI. Le stesse donne dei Gruppi, comunque,

nutrono diffidenza nei confronti della forte appartenenza comunista di molte componenti

dell'organizzazione e temono che il PCI possa strumentalizzarla come polo di attrazione.

2.4 Unità e dissensi.

Già nel dicembre del 1944 le democristiane, scarsamente rappresentate, escono dai Gruppi e

fondano il Comitato di Coordinamento Femminile. Escono anche le donne liberali.

Le socialiste esprimono a gran voce il loro dissenso per la posizione egemonica delle comuniste

all'interno dei Gruppi ma il conflitto più acceso si manifesta tra azioniste e comuniste.

Nonostante i dissidi, i Gruppi continuano a crescere sul piano numerico e organizzativo e l'azione

sembra rafforzare l'unità.

Unità su cui i Gruppi cercano di fare leva per mobilitare le masse femminili, esprimendo la

necessità di liberarsi dall'oppressione nazifascista, anche su rivendicazioni concrete che possono

coinvolgere anche donne estranee alla politica.

Come disse Lucia Corti “e questa nuova solidarietà femminile sarà forse il modello di quella più

ampia solidarietà nazionale ed umana che dovrebbe essere il frutto della lotta e delle sofferenze di

oggi”.

Questa specificità femminile, anziché costituirsi come elemento di elaborazione politica, diventa

però un ostacolo a una piena cittadinanza della donna, che è invitata a partecipare alla cosa

pubblica, non in quanto cittadina ma in virtù di doti umane particolari. E le viene assegnata una

funzione integrativa confinata all'intero di campi considerati di pertinenza specifica delle donne,

come l'educazione e l'assistenza.

2.5 L'organizzazione.

Nella fase iniziale i Gruppi sono numericamente esigui, ma successivamente si ha un consistente

ampliamento della partecipazione. Nasce l'esigenza di un organizzazione più capillare per evitare lo

sfaldarsi dei Gruppi. Nascono i nuclei e i comitati direttivi aventi funzioni di coordinamento, si crea

una vera e propria struttura territoriale.

Le direttive non sono autoritarie e lasciano ai Gruppi un margine di autonomia. Si sviluppa

un'esperienza di autentica democrazia che contribuisce alla crescita delle donne.

Questo aumenta la sensibilità e il desiderio delle donne di partecipare alla vita politica e il loro

programma di azione prevedeva:

-organizzazione della resistenza nei luoghi di lavoro, nelle scuole e il sabotaggio della produzione;

-reperimento delle risorse concrete per sostenere i partigiani e l'assistenza alle loro famiglie e a

quelle delle vittime;

-la rivendicazione di livelli minimi di risorse necessarie alla vita, quali alloggi, indumenti, ecc.

Grazie alla rete intessuta dai Gruppi diventa possibile fornire ospitalità a malati, feriti, fuggitivi,

condannati a morte, distribuire sussidi, confortare le famiglie.

Tutto questo ovviamente sotto la minaccia di morte estesa da Mussolini a tutti quelli che aiutavano i

prigionieri di guerra evasi.

Molte azioni nascono nella zona di confine fra pubblico e privato, confine reso più fluido dalla

guerra e dall'assenza degli uomini: la casa diventa un punto di riferimento e di organizzazione

clandestina.

Ai Gruppi i CLN affidano l'opera di assistenza alle vittime politiche, ai detenuti, ai reclusi nei campi

di concentramento. Nell'autunno del 1944 sorgono i Comitati Provinciali di Assistenza deputati alla

raccolta e alla distribuzione di fondi.

Cap. 3

L'attività assistenziale nell'esperienza dei Gruppi di Difesa della Donna.

Fin dall'8 settembre 1943 molte donne assumono iniziative autonome e danno vita a quella che

viene considerata una straordinaria operazione di salvataggio.

A parere della Magnani Noja l'azione in cui si erano prodigate queste antifasciste fonda l'assistenza


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale (BIELLA - CUNEO - TORINO)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maddi.sironi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Principi e fondamenti del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Dellavalle Marilena.

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