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Politica economica

Capitolo 1: i fondamenti

Un'introduzione alla politica economica

L'economista e il Principe: tre impostazioni diverse

Ci sono 3 diversi tipi di approcci:

  • Economia positiva: l’economista cerca di determinare attraverso quali canali le decisioni pubbliche influenzano i comportamenti privati (es. analisi degli effetti di un aumento della spesa pubblica). In questo caso la politica economica è considerata come un dato esogeno di cui l'economista cerca di studiare l'impatto.
  • Economia normativa: l'economista, in veste di consigliere del Principe, cerca l'insieme di decisioni pubbliche che possa meglio sostenere le finalità dichiarate (es. disoccupazione, miglioramento della vita, salvaguardia ambiente). Si basa sulle acquisizioni dell'economia positiva, ma richiede strumenti diversi. Bisogna disporre di una metrica che permetta di valutare gli effetti di ogni possibile decisione, anche se diversa da quella fissata dal Principe. Per esempio, nel caso di riduzione della disoccupazione, bisognerà definire un ordine di preferenze fra situazioni caratterizzate da un certo tasso di disoccupazione, un dato livello di reddito medio e un dato grado di disuguaglianza. L'economia normativa obbliga spesso a rinunciare a soluzioni di first best (che conduce a un ottimo di Pareto) per raccomandare quelle di second best. Facendo un esempio di first e second best: nel caso della politica commerciale, l’ottimo di first best sarebbe la scomparsa delle barriere agli scambi compensata con dei trasferimenti per i settori a svantaggio comparato. Una liberalizzazione soltanto nei confronti di alcuni partner potrebbe portare ad una soluzione di second best, ma allo stesso tempo potrebbe comportare una perdita di efficienza. È evidente un problema di informazione asimmetrica tra il decisore pubblico e coloro ai quali si applica la decisione presa da esso. Grazie a Jeans-Jacques Laffont ci si è occupati di definire i contratti che stimolino gli agenti a rivelare le informazioni private di cui dispongono e che tengono a mantenere riservate. Infine quindi l'economia normativa si occupa di problemi che sfuggono all'economia positiva: necessità di definire gli obiettivi di politica pubblica e di comporre i trade-offs tra gli obiettivi alternativi; incertezza sulla decisione giusta basandosi solo su degli ottimi di second best; asimmetrie informative.
  • Political economy: osserva gli accadimenti come l'economia positiva, ma invece di considerare il comportamento dei decisori politici come esogeno, si occupa di renderne conto degli altri agenti privati. Lo Stato dunque è una macchina pilotata dalla politica, quindi non domina l'economia privata e la regola nel nome della collettività. Questa politica si occupa di rappresentare i vincoli e i processi di decisione nei regimi democratici. Determina come il modo di governare e il mandato dei politici o delle istituzioni influiscono sulle performance dell'economia. La scelta di un regime di politica economica dipende da considerazioni normative, ma le decisioni di politica economica sono determinate da processi politici. Nel corso del tempo l'approccio della political economy è stato rafforzato da due sviluppi concomitanti:
    • Integrare i modelli con una rappresentazione del comportamento dei decisori pubblici (es. i tassi d'interesse sono fissati dalle banche centrali in funzione della situazione dell'economia).
    • Sviluppo di modelli esplicativi dei comportamenti politici dovuti al fallimento dell'intervento pubblico nella gestione dell'inflazione, dell'occupazione o dello sviluppo dei paesi poveri.
    Infine, l'economia positiva resta alla base dell'analisi delle decisioni pubbliche, ma viene spesso integrata alla political economy. L'economia normativa ha un ruolo importante, purché la decisione presa migliori effettivamente la situazione. La political economy fornisce spiegazioni utili.

Quale ruolo per la politica economica?

I principali compiti dei decisori di politica economica si classificano in 6 categorie:

  • Definire e applicare le regole del gioco economico: la legislazione economica definisce il quadro dove gli agenti privati prendono decisioni.
  • Tassare e spendere
  • Emettere moneta e regolarne l’offerta: decisione spettante alla banca centrale
  • Produrre beni e servizi: per es. sanità e istruzione
  • Risolvere i problemi: responsabilità dei ministri
  • Negoziare accordi con altri paesi: i governi negoziano in tema di liberazioni commerciali o di definizione delle regole internazionali. Partecipano alla governance delle istituzioni regionali e mondiali.

Una rappresentazione semplificata della politica economica

La politica economica dispone di molti strumenti che riguardano soprattutto la politica monetaria (fissazione di tassi d’interesse ufficiali) e la politica di bilancio o fiscale (livello spesa pubblica e delle aliquote di imposizione). Si avvale anche di una gamma di strumenti microeconomici come le regolamentazioni, la struttura dei tributi diretti e indiretti sulle famiglie e sulle imprese, sussidi ecc. Le istituzioni poi estendono la loro azione al funzionamento dei mercati e influenzano l’efficacia degli strumenti di politica economica. Queste rappresentano una sorta di capitale sociale e possono essere considerate come dati nell’analisi delle scelte di politica economica.

La politica economica come insieme di trade-offs

Consideriamo un governo che persegua n obiettivi economici diversi. Questi obiettivi possono essere riassunti in una funzione di perdita che contabilizzerà la differenza fra ciascuna delle variabili osservate e il suo target (obiettivo). Supponiamo poi che il governo abbia p strumenti di politica economica. La politica economica consiste nello scegliere i p strumenti al fine di minimizzare il valore della funzione di perdita, vincolata al funzionamento dell’economia. Quando n = p, allora gli obiettivi potranno essere raggiunti. Questa è la regola di Tinbergen, in base alla quale il perseguimento di n obiettivi indipendenti di politica pubblica necessita che il governo disponga di un numero almeno equivalente di strumenti indipendenti. Quando questo non accade, cioè p < n, allora si ricorre a dei trade-offs. Questi modificheranno i loro orientamenti in dipendenza del rapporto con le altre istituzioni (es. bisogna capire come eliminare la disuguaglianza salariale, quindi decido in base alle regole sindacali o ai vari datori di lavoro).

Curva di Phillips, indica che la riduzione della disoccupazione di un punto percentuale deve essere sanata con un aumento del tasso di inflazione (es. caso dei salari). Il compito dell’economista quindi è di mettere in luce il trade-off, quello del politico è di scegliere una combinazione inflazione/disoccupazione funzionale agli orientamenti più diffusi nella collettività.

Cambiare le istituzioni: le riforme strutturali

Il grafico rappresenta il trade-off occupazione/produttività. Viene descritto come una retta con pendenza negativa AA. La politica di un governo può essere orientata a modificare la propria posizione sulla retta AA in base a delle scelte che possono per es. essere: aumentare il numero di occupati, oppure aumentare la produttività restando invariato il numero di occupati ecc. Nel caso in cui un paese decidesse di elevare sia produttività che occupazione (e quindi investire su istruzione e innovazione), bisognerebbe che la retta si spostasse verso l’alto per es. Le proposte di riforma strutturale quindi sono tentativi di modificare le combinazioni di politica economica cambiando le varie istituzioni ad esse preposte. Nel caso più semplice, ci sono due obiettivi e uno strumento per raggiungerli. La relazione fra strumenti e obiettivi può essere scritta come:

I1 I2 Y = b (X) Y = b (X).

È possibile eliminare lo strumento X fra queste due e giungere al trade-off tra Y e Y quindi otteniamo g (Y , Y ) = 0. Con l’inserimento dei trade-offs hanno trasformato per es. i mercati finanziari, con l’eliminazione dei controlli sul credito; oppure i mercati dei prodotti, con la regolamentazione dei trasporti; oppure in Europa con l’introduzione di un mercato unico dei beni e dei servizi in tema di commercio internazionale. Al contrario, i mercati del lavoro e i sistemi fiscali hanno subito trasformazioni esigue. Si parla quindi di aggiustamento strutturale, cioè un insieme di riforme raccomandate dal Fondo monetario internazionale e dalla banca mondiale e imposte ai paesi richiedenti assistenza finanziaria. Per valutare le politiche strutturali possiamo riferirci a una funzione obiettivo intertemporale. Le riforme strutturali hanno un effetto negativo nel breve periodo, ma positivo in quello lungo.

Le motivazioni dell'intervento pubblico

Le tre funzioni della politica economica

La politica economica ha 3 funzioni:

  1. L'allocazione delle risorse: politiche dirette a fornire i beni pubblici.
  2. La stabilizzazione macroeconomica: fa fronte agli shock esogeni che spostano l’economia dall’equilibrio, riducendo questa distanza.
  3. La redistribuzione fra agenti o fra regioni: modifica della distribuzione dei redditi.

Le politiche allocative tentano di accrescere l’output raggiungibile senza inflazione (output potenziale); le politiche di stabilizzazione invece si propongono di minimizzare lo scarto fra output effettivo e potenziale (output gap).

Perché intervenire?

L’intervento pubblico deve trovare una giustificazione. Infatti gli economisti si riferiscono al primo teorema dell’economia del benessere in base al quale ogni equilibrio concorrenziale è un ottimo nel senso di Pareto. Significa che muovendo da un equilibrio di concorrenza perfetta non si può migliorare il benessere di un agente economico senza ridurre quello di un altro. Ripercorrendo più specificamente gli argomenti sopra trattati:

  • Allocazione: si tratta di rimediare ai fallimenti dei mercati. Spesso si interviene per presenza di:
    • Monopoli: si ha un ottimo paretiano soltanto in presenza di concorrenza perfetta. In caso di monopolio, l’ottimo consiste nell’uguaglianza fra il costo marginale di produzione e il ricavo marginale per un’unità in più venduta. Quindi il monopolista riduce le quantità offerte e aumenta il loro prezzo, a scapito del consumatore. Lo Stato quindi interviene per ristabilire una condizione di concorrenza, ma non sempre è possibile. Infatti in presenza di rendimenti di scala crescenti, avremo un monopolio naturale, che è quindi più efficiente in termini di organizzazione industriale.
    • Esternalità: si ha quando un’impresa produce una materia prima dannosa per l’ambiente, ma il costo di produzione non tiene conto dei danni e quindi si tenderà a produrne sempre più. Lo Stato quindi trova dei meccanismi (es. tassazione o sovvenzione, negoziazione decentralizzata) in grado di portare gli agenti interessati a considerare gli effetti della loro produzione su terzi.
    • Asimmetrie informative: l’equilibrio si basa su una situazione di informazione perfetta. Se gli agenti usano l’informazione in modo strategico, non si può arrivare ad una soluzione pareto efficiente.
    • Mercati incompleti: se si verificano assenze di certi mercati, non è possibile avere una situazione di equilibrio. Lo Stato in questo caso potrebbe intervenire finanziando dei progetti per far ripartire un ciclo economico.
  • Stabilizzazione: minimizzare le deviazioni nel breve periodo rispetto all’equilibrio. Keynes ha fornito due motivazioni alla stabilizzazione:
    • L’instabilità dei privati può condurre ad un’alternanza di estremi, dall’ottimismo al pessimismo.
    • Le rigidità nominali dei salari e dei prezzi possono impedire l’equilibrio dei mercati, soprattutto quello del lavoro.
    Nel modello offerta aggregata/domanda aggregata si studiano le politiche di stabilizzazione di ispirazione keynesiana. Da una parte c’è una relazione fra produzione e prezzo del prodotto e dall’altra una relazione fra domanda e prezzo del prodotto. La relazione fra prodotto potenziale (offerta aggregata) e prezzo nel breve periodo è crescente perché un aumento dei prezzi riduce il salario reale e rende la produzione più redditizia. Nel lungo periodo la disoccupazione è in equilibrio e l’offerta si adegua. La domanda aggregata invece, dipende negativamente dal prezzo, poiché un aumento di questo riduce il consumo.

Uno shock da offerta è una modificazione esogena della relazione fra prodotto potenziale e prezzo. Uno shock da domanda è una modificazione esogena della relazione fra domanda e prezzo. Entrambi gli shock possono portare ad una diminuzione/aumento della produzione, ma richiedono soluzioni di politica economica diverse. Uno shock da domanda positivo sposta la curva di domanda aggregata verso destra, con uno spostamento dell’equilibrio da E ad A’. In questo caso produzione e prezzo sono entrambi più elevati. Uno shock da offerta positivo sposta la curva di offerta aggregata verso destra, con una produzione più elevata ma un prezzo più basso (punto B’). Nel lungo periodo la curva dell’offerta aggregata diventa verticale, perché i prezzi si aggiustano e la disoccupazione raggiunge il suo presunto livello di equilibrio. Stessa cosa per lo shock di domanda, ci spostiamo da E ad A’’.

Redistribuzione

La distribuzione non garantisce la giustizia sociale. Quindi l’intervento pubblico interviene per un’esclusiva attenzione all’equità sociale. Un miglioramento dell’equità si può realizzare a livelli di efficienza costanti, oppure può comportare perdita di efficienza e dunque di un trade-off fra i due obiettivi. Le preoccupazioni relative all’equità sono completamente indipendenti dalla ricerca dell’efficienza. La redistribuzione dei redditi richiede spesso un trade-off fra equità ed efficienza, più il reddito è ridistribuito, maggiore sarà la perdita di efficienza, perché sia le imposte sia i sussidi riducono soprattutto l’offerta dei fattori di produzione (lavoro e capitale).

La valutazione delle politiche economiche

I criteri decisionali

Un obiettivo unico?

L’obiettivo più grande che si possa assegnare alla politica economica è la soddisfazione delle famiglie residenti, l’utilità. È in grado di contemplare sia il consumo di beni e di servizi che il tempo libero o la qualità dell’ambiente. Possiamo scrivere U = U(C1, C2; N;O,E) dove C è il consumo da parte del consumatore i del bene k nel periodo t. N è la quantità di lavoro fornita dal consumatore i nel periodo t. O è un vettore di variabili rappresentative delle condizioni di lavoro. E è un vettore di variabili rappresentative della qualità dell’ambiente. L’utilità istantanea è però un criterio riduttivo. Bisogna adottare un contesto intertemporale e dotarsi perciò di un tasso di sconto p al fine di aggregare le utilità nel tempo:

U = E Σ U/(1+p)

Quindi l’utilità intertemporale U del consumatore i è il valore attuale, al tasso p, delle sue utilità future, dove E significa la speranza matematica alla data t. Un tasso di sconto elevato darà maggior peso al breve periodo e dunque al consumo immediato, un basso tasso di sconto farà considerare maggiormente il benessere delle generazioni future. Bisogna poi aggregare le utilità degli individui estrogeni. In questo caso serve il concetto di Pareto per poter considerare allo stesso modo le utilità di tutti gli agenti. Il criterio di Pareto permette di comparare solo una minima frazione delle situazioni possibili. Supponiamo che lo spazio dei livelli possibili di utilità sia descritto da una curva che collega le utilità dei due individui, 1 e 2. Il criterio di Pareto porta ad eliminare tutti i punti, fra A e C e fra E e F, a partire da quelli dove è possibile migliorare simultaneamente le utilità dei due individui. Per scegliere fra i punti situati su CE occorre una funzione di benessere sociale del tipo Ѓ (U , U ) dove gli indici rappresentano gli individui o le famiglie che formano la società.

Quindi possiamo comparare due distribuzioni dei redditi:

  • Funzione benthamiana: Ѓ = U1 + U2 ..
  • Funzione rawlsiana: Ѓ = Min (U1, U2 ..)

La prima considera solo l’utilità totale. Conduce a scegliere un punto come D, dove la somma delle utilità è massima ma il reddito non è distribuito in modo uguale. Se si volesse una scelta egualitaria allora il punto B sarebbe la scelta migliore, non è quindi Pareto-ottimale perché bisogna rifiutare un miglioramento dell’utilità dei due agenti pur di avere una distribuzione uguale. La seconda funzione invece porta a scegliere il punto C dove l’utilità dell’agente meno favorito è massima.

Allocazione, stabilizzazione, redistribuzione: i criteri specifici

La valutazione degli effetti delle politiche economiche richiede strumenti economici diversi per le questioni di allocazione, di stabilizzazione e di redistribuzione. Le funzioni di benessere di sopra sono usate per la valutazione delle politiche di allocazione, ma non tengono conto di altre variabili importanti.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucy95- di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Petretto Alessandro.
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