Manuale di didattica per l'handicap
Capitolo 1: L'handicap
La via della conoscenza dell’uomo traccia un percorso che si svolge di pari passo con la scoperta della funzione delle sue strutture interne. A seconda delle epoche, l’uomo è stato visto in modi differenti. I filosofi dell’antichità erano soggiogati dalla potenza evocativa del linguaggio e dalla forza creatrice del pensiero. Nel Medioevo veniva accettata l’immagine che il medico Galeno aveva dato del corpo umano, secondo cui il cervello veniva considerato la sede centrale e primaria della produzione delle facoltà mentali.
Le principali facoltà mentali erano considerate il sensoriocomune, la ragione e la memoria e ad esse confluivano le sensazioni trasmesse dagli organi di senso. Soltanto gli studi anatomici, a mano a mano che avanzavano, mettevano in dubbio le teorie precedenti, in gran parte frutto di affermazioni basate più sulla logica dell’immaginazione che su quella dell’osservazione. Tra il Cinquecento e il Seicento, Cartesio pensò all’attività dei diversi processi organici come al funzionamento di una macchina.
Alla fine del Seicento, Locke afferma che il cervello è una “tabula rasa” che l’esperienza individuale riempie di dati e che diviene uno strumento articolato e sensibile, costantemente presente e pronto ad arricchirsi di nuove esperienze. Sulla scia di Locke, de Condillac rende radicale la teoria della conoscenza basata sull’esperienza attraverso i sensi: nasce il sensismo.
Dai sensi si giunge alla formazione del pensiero e al linguaggio. L’uomo si realizza attraverso l’esperienza: partendo dal tatto, l’organo che coglie il mondo fenomenico in modo immediato, seguito dall’odorato, dalla vista e così di seguito, l’uomo costruisce le idee e i relativi giudizi. Per dimostrare l’ipotesi sensista, Condillac sceglie un modello inizialmente del tutto nuovo, una statua. La statua è priva di ogni facoltà innata e inizia dal nulla: con il tatto percepisce la solidità del proprio corpo e così scopre d’averne uno. Ogni senso ha una sua particolare funzione.
Sarà necessario arrivare a Darwin per capire che la “tabula rasa” è soltanto un immaginario scientifico: ogni individuo porta con sé, alla nascita, il patrimonio genetico della sua specie. Nel Settecento, il desiderio e la necessità di elaborare una costruzione dell’uomo che superasse i limiti stretti dell’anatomia, percorse vie rette più da un immaginario collettivo che da prove verificabili.
Evoluzione delle teorie sul cervello
La fisiognomica o scienza delle fisionomia, dopo aver attribuito agli animali qualità psichiche positive e negative proprie dell’uomo, le recupera e le restituisce agli esseri umani, dando ad esse valori di scienza acquisita. Ad esempio, se l’uomo aveva attribuito al leone qualità di forza e di coraggio, ora la fisiognomica riporta all’uomo alcuni caratteri fisiognomici del leone, come la fronte quadrata o il volto largo, e l’uomo con queste qualità riceve i tratti caratteriali leonini. È una logica che consiste nell’attribuire un legame per analogia a due avvenimenti o situazioni che sono vicini per caso, per attribuzione o solo nello spazio o nel tempo.
Alla fine del Settecento, Gall fondò una nuova scienza chiamata psico-fisiologia, secondo la quale le facoltà psichiche sono localizzate in determinate sedi o zone del cervello: in altre parole, ad ogni zona del cranio doveva corrispondere una determinata facoltà della mente. Il nuovo tentativo di comprensione dell’uomo vivificò l’idea di un’identità tra la struttura fisiologica del cervello e la funzione ideativa della mente, anticipando così molte teorie psicologiche future.
Gli studiosi Broca e Wernicke localizzarono determinate funzioni del cervello. Broca rimase interdetto rilevando l’asimmetria tra i due emisferi (desto e sinistro) del cervello e la “dominanza” cerebrale, ossia la prevalenza di un emisfero sull’altro, relativamente ad alcune funzioni. Come risultato dell’evoluzione, alcune funzioni psico-fisiologiche si erano fissate nell’emisfero destro e altre in quello sinistro.
Scoperte dei disturbi neurologici
Le ricerche di Broca vertevano sull’afasia, ossia sugli esiti di una lesione cerebrale. Si tratta di un disturbo che rende il malato incapace di articolare le parole, pur essendo integro l’apparato periferico del linguaggio, cioè l’udito e la struttura fonetica. A differenza di Broca che rilevò e descrisse l’afasia motoria, Wernicke fece lo stesso per l’afasia sensoriale. Nell’afasia sensoriale il malato non è capace di comprendere il significato delle parole, pur rimanendo totalmente integra la capacità uditiva e di articolazione delle parole. La causa dell’afasia è una lesione anatomica localizzata nell’emisfero sinistro del cervello e in particolare: nella zona frontale nell’afasia di Broca e in quella temporale per quanto riguarda l’afasia di Wernicke.
La visione della fisiologia imponeva una rilettura dell’attività cerebrale e si doveva parlare di processi e non più di “celle”. Nel tardo Ottocento alcune scoperte misero in allarme gli studiosi, poiché si scoprì che la corteccia cerebrale non era soltanto sede “naturale” del pensiero, ma che avrebbe pure un preciso ruolo nell’organizzazione delle attività senso-motorie. La seconda scoperta che investì la scienza in tutti i campi fu l’ipotesi dell’evoluzionismo: l’idea di considerare l’uomo come prodotto storico di una trasformazione spinse gli studiosi ad una revisione dei problemi irrisolti.
Teorie dell'evoluzione
Alla fine del Settecento, Lamarck aveva tentato di rompere l’egemonia del fissismo, ossia l’idea dell’immutabilità della specie, contrapponendovi l’idea del trasformismo. Egli sosteneva che tutti gli animali, compreso l’uomo, possono subire delle modificazioni della struttura fisiologica dovute all’influenza dell’ambiente. Darwin accettò l’idea secondo cui le specie animali si sono diversificate dando origine a specie nuove, ma sostenne che il meccanismo del passaggio stava nella selezione: la lotta e la riuscita del più idoneo alla sopravvivenza o del più predisposto alimentava l’idea della selezione. La teoria dell’evoluzione era scientifica poiché teneva conto solo di fenomeni naturali osservabili e misurabili.
Nei suoi lavori, Darwin dimostra una diretta corrispondenza genetica uomo-animale nella fisiologia e nell’espressione delle emozioni. Un convinto evoluzionista fu Jackson, che partì dal presupposto che il sistema nervoso si fosse evoluto nel tempo fino a comporre una piramide o un insieme gerarchico di funzioni sempre più complesse. La parte più stretta della piramide costituirebbe lo stadio evolutivo più recente e dovrebbe controllare i livelli più bassi e primordiali. In numerose forme di disturbo neurologico, il controllo esercitato dagli strati superiori veniva meno e si assisteva a un “riaffiorare” di livelli primitivi e incontrollati.
Penfield riuscì a costruire l’homunculus motorio, cioè una mappa con l’indicazione della distribuzione sulla corteccia delle attività sensorie e motorie. Le varie parti del corpo sono rappresentate con le dimensioni proporzionali alla corrispondente zona di cervello.
Studi sul riflesso e sistema nervoso
Le prime osservazioni da un punto di vista anatomico sul meccanismo del riflesso vanno attribuite a Whytt, il quale osservò che i muscoli si contraggono in seguito a stimolazione diretta e quando la stimolazione viene fatta sui nervi che si trovano all’interno del muscolo. Il termine “riflesso” fu dato dal medico scozzese Hall alle risposte automatiche, ossia al movimento involontario e non controllato dal cervello, sede della volontà. Hall stabilì inoltre che i meccanismi riflessi provenivano dal midollo spinale e non dal cervello.
- Una via afferente o via centripeta, composta da nervi che collegano i recettori con i centri nervosi;
- Un centro riflesso, dove arrivano e partono gli impulsi;
- Una via efferente o centrifuga, costituita da nervi motori che partono dal centro verso la periferia, verso il muscolo.
Il movimento riflesso è considerato la più piccola unità del comportamento e dalla sua funzione di regolazione automatica dipende la sopravvivenza organica. Numerosi sono i riflessi presenti sin dalla nascita. La reazione può essere provocata da una stimolazione esterna o interna. L’arco riflesso agisce in modo automatico per il fatto che la struttura nervosa entra in funzione indipendentemente dalla volontà del soggetto. Si tratta di un’attività che dipende dal midollo spinale, il quale costituisce la struttura più antica del sistema nervoso dell’uomo.
Sistema nervoso periferico
I riflessi sono quindi funzioni innate che non richiedono apprendimento e che non vengono modificate dall’esperienza. Altre strutture antiche sono il midollo allungato, rappresentano dalla continuazione del midollo spinale verso il cervello, e il cervelletto, che regola le attività motrici che regolano l’equilibrio, l’orientamento spaziale e così via. Tutti questi sistemi di regolazione automatica fanno parte del sistema nervoso periferico (SNP).
Il sistema nervoso periferico (SNP) comprende organizzazioni nervose che partono dal midollo spinale e dalla porzione terminale della colonna vertebrale. Fanno parte del SNP:
- Il sistema nervoso somatico, che controlla i movimenti della muscolatura scheletrica e permette al corpo un movimento armonico;
- Il sistema nervoso autonomo, che controlla le attività riflesse e di autoregolazione degli organi interni.
Lo studioso americano MacLean ha parlato di un “cervello tripartito”, poiché è possibile parlare di tre livelli:
- Il midollo spinale, che deriva dai vertebrati primitivi ed è la sede di alcune funzioni autoconservative e di sopravvivenza;
- Il paleoencefalo, che appartiene ai rettili e, anche se mantiene alcune funzioni primordiali, è di carattere più evoluto rispetto al precedente. Esso regola i processi emotivi ed organizza forme di comportamento di tipo emotivo-sociale, come le cure materne o la difesa del territorio;
- Il neoencefalo, che caratterizza il cervello dei mammiferi e svolge funzioni complesse, di tipo adattivo e cognitivo.
Ogni livello svolge la sua funzione e regola processi essenziali per lo svolgimento di numerose attività quotidiane. Altre parti essenziali del cervello sono il sistema limbico, che controlla le reazioni primitive (come l’aggressività e la paura) e reazioni superiori (come l’attenzione e la concentrazione), e la corteccia, che è composta da uno strato di cellule ed è sede di numerose attività superiori.
Teoria delle emozioni
Darwin, in L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali del 1872, giunse alla conclusione che le emozioni sono l’espressione dei cambiamenti o delle alterazioni fisiologiche. La teoria James-Lange, che rimase predominante fino agli anni Venti del Novecento, afferma che un evento esterno provoca risposte “fisiologiche” e reazioni del sistema nervoso autonomo. Per emozione s’intende la percezione immediata di questi eventi. L’emozione è quindi risultato di reazioni fisiche e viscerali che dipendono dalla mente o sono dettate dal comportamento. Sono queste emozioni che provocano l’emozione.
Secondo gli studi attuali, pur lasciando all’esperienza emotiva il necessario legame con l’attivazione viscerale, il risultato non è sempre univoco, ma ogni individuo descrive le sue sensazioni in termini cognitivi e l’emozione ne è il colore. La qualità dell’emozione dipende quindi da valutazioni cognitive, ambientali e personali. L’emozione può essere considerata una scarica di energia o una modifica viscerale, a cui si collega un’interpretazione mentale, relativa alla causale della modifica. La risposta emotiva è comunque sempre una spinta all’azione, ovvero un comportamento attivo.
Una delle principali funzioni di sollecitazione proviene dal bisogno organico del neonato di recuperare lo stato di equilibrio, che l’insorgere del bisogno ha interrotto. Se l’aspettativa viene compensata l’emozione riceve conferma e la sua azione viene rinforzata. È possibile parlare di uno sviluppo delle emozioni: dopo un primo bisogno di eccitazione, il comportamento, a tre mesi, si fa più specifico e si distingue tra sofferenza e piacere. Il piacere diventa esultanza verso il primo anno di età, poi gioia e, ancora più tardi, affettività.
Negli ultimi tempi si è fatta strada la teoria organicista. Papez indica la sede dell’emotività negli strati inferiori della gerarchia cerebrale, legandosi ai bisogni organici di sopravvivenza, e precisamente in regioni quali l’ippocampo, l’ipotalamo e l’amigdala. MacLean la insedia nel “sistema limbico” o corteccia più antica e, secondo lui, l’emozione è una “reazione aggiustativa” che tende a ripristinare un equilibrio che è stato alterato o da sollecitazioni provenienti dall’esterno o da stimoli interni.
Definizione di handicap
Il termine handicap non ha una definizione univoca, poiché indica un insieme di danni fisici o psichici o un insieme di situazioni culturali o sociali. Handicap è un termine recente poiché entra nelle circolari e nelle ordinanze ministeriali solo negli anni Settanta. In precedenza si parlava di anormali, minorati, deficienti, cretini o idioti (termine che deriva dal greco: idios vuol dire privazione e quindi idiota è colui che è privato o è mancante di qualcosa).
Quando la scienza stabilì il quoziente di intelligenza (QI), impose anche la necessità di specificare le caratteristiche di chi non era nella "norma". Si definì pertanto chi era al di sotto del limite della norma: ipodotato, borderline, minus e idiota. Dal punto di vista linguistico, il termine handicap indica un insieme di alterazioni, disfunzioni, disabilità e patologie che rendono il bambino incapace di svolgere le attività relative all’età.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) definisce il termine handicappato come qualsiasi persona che è incapace di garantirsi per proprio conto, in tutto o in parte, le necessità di una vita individuale e/o sociale normale, a causa di una menomazione, congenita o no, delle sue capacità fisiche o mentali. Il Consiglio delle Comunità Economiche Europee (CEE) analizza anche alcune caratteristiche inerenti al termine handicap, come la menomazione in relazione all’handicap e il relativo riadattamento.
La menomazione è la limitazione delle capacità fisiche o mentali, congenita o acquisita, che si ripercuote sulle attività correnti o sul lavoro di una persona, riducendo il suo contributo alla vita sociale, la sua attività professionale e la sua capacità di utilizzare i servizi pubblici. Handicappato è la persona la cui menomazione è riconosciuta ai fini del trattamento. Il riadattamento è il complesso delle misure intese a stabilire e a mantenere i rapporti, il più possibile soddisfacenti, tra una persona e il suo ambiente, dopo l’insorgere di una menomazione.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) introduce il concetto di “scostamento” dalla norma di un determinato gruppo e definisce handicappato chi viene riconosciuto tale dal suo gruppo di riferimento: il concetto di norma è relativo alla cultura di appartenenza e alle aspettative da parte dei membri di quella determinata cultura. La Curva di Gauss o curva a campana è un indice statistico che illustra la tendenza centrale della distribuzione di una serie di dati significativi. La norma indica i valori che sono distribuiti all’interno della curva. Ogni ambito culturale ha, nei confronti dei valori che compongono quella cultura, una sua distribuzione dei dati.
Proprio nei confronti dei diversi, degli emarginati e degli handicappati si può affermare che la curva di molte culture si è modificata, aumentando la possibilità di far rientrare nella norma molti più elementi del passato. Il concetto di norma è relativo, in quanto la gravità dell’handicap viene considerata dal modo in cui si è capaci di affrontare il problema e di risolverlo nell’ambito culturale, sociale ed economico.
In ambito scolastico, il “documento Falcucci” del 1975 definisce l’handicappato come il minore che, in seguito ad un evento morboso o traumatico, presenta una menomazione delle proprie condizioni fisiche, psichiche e/o sensoriali, che lo mette in difficoltà di apprendimento o di relazione. L’art. 3 della legge-quadro n. 104 del 1992 definisce la persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
Classificazione dell'handicap
Per classificare l’handicap è necessario avere dei punti di riferimento, come una definizione del concetto di “normale” e di “patologico”. Il quadro nosografico delle patologie infantili espone una serie di “disabilità” caratterizzate da danni fisici, dai quali derivano una serie di situazioni iniziali di handicap, e una serie di “alterazioni” di altra natura (psichica, sociale), che comportano la formazione di una serie di handicap. Le “disabilità” si distinguono in:
- Deficit sensoriali (udito, vista);
- Deficit cerebrali (cerebropatie);
- Deficit del settore psichico, che riguarda disturbi la cui patogenesi ha una radice o almeno dei legami molto stretti con la fisiologia.
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