Introduzione
La riflessione pedagogico-sociale ha costituito modelli pedagogico-didattici in grado di rispondere ai bisogni formativi di tutti gli alunni, assumendo un paradigma inclusivo. Le esigenze di inclusione scolastica degli alunni con difficoltà specifiche hanno portato in Italia a una ridefinizione dell’assetto della scuola e a una ridefinizione dell’orizzonte della pedagogia speciale. La scuola italiana accoglie e forma in contesti comuni gli alunni con disabilità e bisogni educativi speciali dal 1977 e ciò ha un alto valore democratico. Questa scelta è stata precoce se rapportata al resto dei paesi occidentali e rappresenta così per i paesi stranieri il “modello italiano”. A livello internazionale nel 2006 la “Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità” dichiara l’importanza di contesti formativi comuni. In questo quadro trova collocazione lo studio rivolto a patologie quali le difficoltà specifiche di lettura e scrittura. Tali disturbi, denominati Disturbi Specifici di Apprendimento, richiedono una didattica speciale di tipo personalizzato ed individualizzato e stanno mostrando ampi margini di miglioramento provenienti dall’utilizzo di metodologie didattiche e di tecnologie educative appropriate. Leggere e scrivere consentono di avere una chiave di interpretazione del mondo che inizia nella prima infanzia. Chi è impossibilitato ad accedere al codice scritto a causa di un disturbo specifico può trovarsi svantaggiato nei confronti degli altri, in quanto non è in grado di decodificare messaggi che lo circondano ovunque. Un disturbo che può diventare oggi, nell’attuale società alfabetizzata, un vero e proprio handicap che può portare il bambino o il ragazzo a sentirsi gravemente svantaggiato nei confronti delle richieste della scuola e della società. Il senso di disagio lascia una traccia indelebile nella strutturazione della personalità. Gli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento hanno una difficoltà specifica nella decodifica del codice scritto. L’apprendimento in pochi mesi della lettura e della scrittura può avvenire solo in lingue con sistemi fonologici trasparenti, come l’italiano, e, in generale, la lettura e la scrittura sono abilità complesse che presuppongono la maturazione di determinati prerequisiti a livello neuropsicologico e motorio e che coinvolgono una pluralità di funzioni corporee.
Capitolo 1: Lettura, scrittura, corpo e cervello
La scrittura è sorta relativamente tardi nella storia dell’uomo e le motivazioni che l’hanno prodotta sono legate al progredire della civiltà umana e al desiderio di esprimersi e lasciare una traccia di sé. La lettura si è sviluppata contemporaneamente. L’apprendimento della scrittura e della lettura non è naturale ma è indotto dall’esterno. La lettura è un’attività complessa che è sostituita da diverse componenti, cioè la percezione, la visione, il linguaggio, l’attività rappresentativa e simbolica, che si sono sviluppate filogeneticamente e sono state plasmate da secoli di storia umana. Inoltre, la lettura non ha una base ereditaria perché l’uomo non possiede geni specifici per l’attività del leggere. Pertanto l’attività di lettura ha dovuto produrre diversi adattamenti delle originarie strutture cerebrali del nostro cervello. Leggere e scrivere hanno una storia lunga e variegata. La storia della lettura è la storia di come l’uomo ha imparato a leggere, di come la scrittura abbia prodotto una serie di adattamenti della scrittura originaria e di come tale adattamento abbia prodotto una modificazione nel modo di pensare.
Secondo Wolf, in ogni tipologia di scrittura possiamo trovare due condizioni in simultanea: da un lato il manifestarsi di una forma di astrazione e dall’altro nell’intuizione che un sistema di simboli può essere trasmesso da una generazione all’altra e può dare luogo alla trasmissione di una cultura. Vi è poi la terza condizione che solo le lingue alfabetiche hanno raggiunto: la comprensione che ciascuna parola di una lingua è suddivisibile in fonemi, cioè singoli suoni, e che ciascuno di tali fonemi dà luogo a tutti i lemmi di quella lingua e può essere rappresentato da un simbolo grafico.
La scrittura è nata in quattro diversi angoli del mondo indipendentemente. Al Paleolitico superiore risalgono i primi graffiti su rocce e pareti di caverne, eseguiti probabilmente con ciottoli e frammenti di ossa. Questi graffiti rappresentano animali, da collegarsi all’attività di caccia, e segni ripetuti, dovuti alla necessità di annotare o conteggiare qualcosa.
Scrittura cuneiforme
Le prime tracce che riconducono a una vera e propria scrittura si ritrovano nella civiltà sumerica. Imprimendo uno stilo di canna appuntito su tavolette di argilla morbida si diede luogo a una tipologia di scrittura detta cuneiforme, in cui ciascun simbolo è costituito da una figura stilizzata che rimanda a un oggetto. Per eliminare le ambiguità tipiche di questo tipo di scrittura, più tardi i sumeri introdussero dei simboli chiamati determinativi, che aiutavano a precisare il significato di una parola. Agli inizi la scrittura cuneiforme era esclusivamente pittorica, nel senso che il simbolo si configurava come un disegno. Il pittogramma è un segno scritto che rappresenta un simbolo o un disegno il cui significato può essere immediatamente percepito. Ma quando i Sumeri si resero conto che il pittogramma non era sufficiente per rappresentare l’universo mondo, introdussero i fonogrammi, cioè dei segni che rappresentavano il nome dell’oggetto e non più, come prima, l’oggetto in sé. Il fonogramma è un segno che rappresenta un suono o un insieme di suoni. Si trattava di un ulteriore passo verso il processo di astrazione e di oggettivazione della realtà. Il sistema di scrittura sumerico divenne quindi misto. Con il tempo la scrittura cuneiforme iniziò a divenire logografica, nel senso che molti caratteri sumerici rappresentarono alcune sillabe della lingua parlata. La scrittura logografica si caratterizzava per una doppia funzione: rinviare ai concetti e ai suoni sillabici. Ciò rese necessario l’introduzione di marcatori fonetici e semantici per togliere ambiguità ai simboli, portando l’attività di lettura a un processo ancora più elaborato dal punto di vista cerebrale. Ai tempi dei Sumeri, gli insegnanti scrivevano su un lato della tavoletta di argilla i vocaboli in carattere cuneiforme e gli scolari dovevano ricopiarle sul lato opposto. Inoltre dovevano imparare a memoria lunghi elenchi di parole e brani dove una medesima parola poteva contenere informazioni di carattere logografico e fonetico insieme. Il ritrovamento di questi elenchi mostra che si richiedeva non poco tempo agli alunni per apprendere la lettura e la scrittura e che i Sumeri, pur avendo una scrittura logografica, avevano iniziato ad analizzare la loro lingua su base fonologica, cioè in base al suono delle parole. Con il tramonto della civiltà sumerica, la scrittura cuneiforme venne adottata dalle culture babilonese e assira, fino a scomparire nel VII secolo a.C.
Scrittura geroglifica
L’altra “prima scrittura” del mondo è quella egizia. La scrittura geroglifica associa disegni figurativi e caratteri simbolici, all’inizio impressi sulla pietra, poi dipinti su papiro. Quando un geroglifico rappresenta l’idea che vi è associata si parla di ideogramma, letteralmente “idea-scritta”. Quando un geroglifico rappresenta un suono si parla di fonogramma, letteralmente “suono-scritto”. Infine un geroglifico può rappresentare anche una classe semantica e assumere un valore determinativo per specificare meglio il significato di una parola. La scrittura geroglifica è contemporanea a quella cuneiforme e la parola “geroglifico” significa “scrittura sacra”, in quanto la scrittura era ritenuta una qualità divina. La scrittura geroglifica introdusse con il tempo segni nuovi e caratteristiche inedite e attraversò due importanti cambiamenti: l’introduzione di due tipi di scrittura corsiva e la “scoperta” da parte degli Egizi del fonema. Il sistema geroglifico non evolvé mai in una scrittura efficiente a causa del sovraccarico della memoria visiva che richiedeva.
Scrittura alfabetica
Ciò che caratterizza una scrittura alfabetica è che i suoi segni sono arbitrari. La lingua ugaritica della città di Ugarit pare essere il primo alfabeto noto. La lingua che si parlava in questa città commerciale venne utilizzata per la scrittura di testi di vario genere e classificata in un abbecedario, cioè un sistema che elenca le lettere in un preciso ordine. La scrittura alfabetica è un sistema che con un piccolo numero di segni rappresenta l’intero repertorio dei segni di una lingua. Un sistema di scrittura successivo all’egizio e al sumerico comparve a Creta nel II millennio a.C. ed era influenzato dalla scrittura egizia: il “lineare A”. Il “lineare B” è invece una lingua rinvenuta a Cnosso su delle tavolette di argilla dove erano impressi dei caratteri che ricordavano il sistema della “lineare A” ma che tuttavia non presentava analogie con il successivo alfabeto greco. Il “lineare B” era il greco colloquiale comparso durante i secoli bui della storia della Grecia, caratterizzati da invasioni e distruzioni. Ma da quei secoli bui fiorirono una cultura orale e una civiltà senza precedenti, contribuendo alla formazione culturale del cittadino greco. Dall’analisi delle opere scritte in questo periodo emerge che la loro struttura presenta molti aspetti che ben si prestavano alla memorizzazione. L’alfabeto fenicio, invece, mise a punto un sistema di trascrizione della lingua basato sui suoni, i fonemi. Il suo punto di forza fu il numero poco elevato di segni e perciò era molto più facile da apprendere e da utilizzare. Inoltre, grazie a marinai e commercianti, i fenici poterono estendere il loro alfabeto. La scrittura fonetica è un sistema convenzionale ed arbitrario in quanto non esiste alcun rapporto tra il significato del testo e la sua realizzazione grafica e in questo senso può essere utilizzato per la trascrizione di qualsiasi lingua. La scrittura fenicia ha una grafia “difettiva” perché non prevede la registrazione delle vocali. I Fenici portarono in Grecia il loro alfabeto, il quale all’inizio venne utilizzato senza apportarvi cambiamenti ma, poiché all’alfabeto fenicio mancavano le vocali, queste vennero aggiunte. Il maggior successo è stato ottenuto dall’alfabeto latino. La differenza tra la grafia difettiva e la grafia piena corrisponde al rapporto che intercorre, nelle scritture alfabetiche complete che derivano dal greco, tra la grafia storica o etimologica e la grafia fonetica delle parole. La grafia storica o etimologica caratterizza l’ortografia di lingue moderne e riguarda la parte più antica della stabilizzazione e della registrazione di una lingua, mentre, al contrario, la grafia fonetica caratterizza tutte le altre lingue moderne dell’Europa, in particolare quelle che più recentemente hanno fissato la loro ortografia.
La nascita dell’alfabeto ha segnato il passaggio dalla cultura orale, dove il patrimonio culturale era trasmesso da una generazione all’altra e veicolato dalla parola, alla nascita della cultura letteraria, dove la scrittura diventa espressione del pensiero e amplificatore delle potenzialità dello stesso, della memoria e della plasticità cerebrale. Quando leggiamo una parola, nel nostro cervello operano contemporaneamente due livelli diversi. Secondo la “piramide della lettura” di Wolf, il primo livello è quello superficiale, cioè della decodifica del codice alfabetico. Al livello sottostante sta l’attività cognitiva, che implica i processi dell’attenzione e delle facoltà linguistiche e motorie impiegate per leggere. Al livello ulteriormente sottostante vi sono le strutture neurologiche formate da neuroni, il cui funzionamento è determinato dall’eredità genetica e dalle stimolazioni ambientali. L’ultimo livello, quello su cui poggia la piramide, è costituito dalla struttura genetica: i neuroni, infatti, sono capaci di collegamenti che hanno bisogno delle istruzioni dei geni su come formare adeguatamente vie nervose cerebrali. Ma anche l’apporto dell’ambiente risulta fondamentale per l’apprendimento della lettura: il cervello del lettore alfabetizzato è diverso da quello di chi non lo è nella modalità di elaborazione dei segnali visivi, nel modo in cui viene recepito e compreso il linguaggio e nel modo in cui funziona la memoria.
La lettura è un processo culturale avvenuto, secondo il neurologo Dehaene, grazie al “riciclaggio neuronale”. Secondo tale ipotesi il cervello che legge utilizza circuiti nervosi evolutivamente più antichi e specializzati nel riconoscimento degli oggetti. In pratica il cervello utilizzerebbe strutture neuronali preesistenti, progettate per funzioni linguistiche, ma anche per collegare la vista a funzioni concettuali. Le aree cerebrali visive dei nostri antenati preposte al riconoscimento degli oggetti vengono utilizzate per decodificare le lettere della lingua scritta: ciò costituisce un adattamento dei sistemi innati di riconoscimento. Nel caso dei bambini dislessici, la lettura si svolge in maniera diversa perché, per loro, distinguere i fonemi all’interno delle parole, eseguire compiti linguistici e richiamare alla memoria il nome di un oggetto sono attività che evidenziano un diverso modo di operare del cervello della persona con dislessia.
Ai primordi della lettura dell’uomo vi sono i contrassegni sumerici. Secondo Dehaene i contrassegni sono stati prodotti quando i nostri antenati hanno iniziato a trasformare delle attività cerebrali preesistenti per adattarle a nuove funzioni in grado di farci riconoscere dei simboli. In ciò consisterebbe la teoria del “riciclaggio neuronale” con cui lo studioso spiega l’origine della lettura.
L’apprendimento della lingua scritta presuppone dei requisiti specifici che concernono lo sviluppo anatomo-fisiologico del bambino dell’età della scolarizzazione. Tutto il corpo è coinvolto nei processi che sottostanno alla lettoscrittura. Dal punto di vista cerebrale, secondo il modello del “riciclaggio neuronale” di Dehaene, la scrittura si adatta progressivamente nel cervello del lettore principiante. Imparare a leggere è possibile perché il cervello del bambino possiede già strutture neuronali appropriate ereditate dai primati o frutto di un apprendimento precedente. Prima che il bambino impari a leggere, egli ha già una buona comprensione del linguaggio parlato. Nel primo anno di vita le aree del linguaggio si specializzano grazie all’esposizione della lingua materna. Il cervello elabora, classifica ed evidenzia i suoni e le sequenze sonore delle parole. Le sequenze che si ripresentano con frequenza daranno luogo alle prime parole. Al momento del confronto con il testo scritto, il bambino possiede una rappresentazione dettagliata della fonologia della sua lingua. La lettura fa appello alla visione e ai movimenti oculari implicati nei seguenti processi:
- Convergenza e fissazione della parola da leggere, che serve a trasmettere al cervello l’immagine di una o più parole;
- Movimento orizzontale della stringa di lettere da leggere, che consente di passare da una fissazione all’altra;
- Spostamento verticale per passare da una riga all’altra.
Prima di passare dalla lettura di una parola alla successiva, il cervello deve completare l’identificazione di una parola esistente associandola a un repertorio di suoni e ciò presuppone l’utilizzo dell’udito: è necessario parlare prima di leggere. Il linguaggio parlato è una successione di cambiamenti acustici rapidi che devono essere reperiti, riconosciuti e codificati. La consapevolezza fonologica permette al cervello di analizzare correttamente una parola e in seguito una frase. Essa è alla base dello sviluppo del linguaggio e della lettura.
Nell’apprendimento della lettura si tratta di stabilire una corrispondenza tra un suono e un’attività motoria che permette di riprodurlo e bisogna mettere in corrispondenza un suono e un’immagine, che sia una lettera o un insieme di lettere. Un ulteriore prerequisito per apprendere la lettoscrittura è quello di avere la vista perfettamente funzionante. Le parole si imprimono sulla retina sotto forma di macchie di ombra e di luce. Successivamente il nostro sistema visivo estrae i morfemi, cioè la più piccola unità di significato in cui è scomponibile la parola, in un tempo molto breve. Questa funzione della vista, chiamata “priming”, consente il riconoscimento di tutte le parole che condividono gli stessi morfemi. Nella lettura il coordinamento di occhio e mano facilita i movimenti oculari sulla stringa dei caratteri e nello spostamento da una riga alla successiva. La mano dominante, durante la scrittura, partecipa alla memorizzazione della forma delle lettere e dunque anche al loro riconoscimento durante la lettura. Durante l’insegnamento-apprendimento della scrittura va data la giusta importanza all’equilibrio e alla stabilità posturale, prima di occuparsi della presa della matita, perché solo curando la stabilità del corpo, il gomito, il polso e le dita potranno compiere i movimenti giusti per scrivere. La lateralità definisce la mano dominante, cioè quella che scrive.
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