Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

per la scrittura.

Braille  cieco anch’esso, inventa un codice di letto-scrittura digitale (punti in rilievo entro

uno spazio adeguato al polpastrello)

Educazione degli “idioti”  scuole interne agli ospizi per alienati (=altri).

 Germania nazista  leggi raziali anche per i disabili (operazione T4)

 Italia, Liguria, Chiavari  istituto per frenastenici (insufficienza mentale)

CAPITOLO 3 – sviluppi nel secolo XX

Tra il 1800 e il 1900 si diffonde in Europa l’interesse per la scolarizzazione dei bambini disabili. In

questo modo vengono resi visibili tutti quei bambini che presentano problemi nell’apprendimento,

per cui servono soluzioni speciali. Nel 1877 viene istituito l’obbligo scolastico in Italia, e grazie ai

test per l’intelligenza di binet e Simon, si possono individuare i bambini che presentano ritardi

(Q.I.--> metodo sbagliato). Inoltre si creano delle associazioni per il mutuo soccorso dei bambini

con ritardi mentali e dei nuovi movimenti, come le Scuole Nuove e Pedagogia dell’Attivismo (in cui

troviamo Decroly, Montessori, Freinet e Claparede).

In italia vi sono 3 nomi fondamentali:

- De Sanctis  istituisce il primo asilo a Roma

- Montesano  istituisce la formazione iniziale e continua per gli insegnanti, affinchè

conoscano metodi e strumenti speciali).

- Montessori  esponente dell’Attivismo pedagogico. Secondo lei è fondamentale la cura

dell’ambiente educativo. Inoltre da grande importanza al concetto di mente assorbente

(vale a dire la tendenza dei bambini all’assorbimento inconscio di dati presenti

nell’ambiente che li circonda).

Nel 1900 viene fondata a Roma la prima Scuola magistrale ortofrenica, in cui collabora Montessori,

per la rieducazione dei fanciulli frenastenici e per la formazione specializzata di insegnanti.

Riforma Gentile: segna l’intervento indiretto e diretto da parte dello Stato nell’educazione speciale;

con la diffusione dell’obbligo scolastico, esso viene applicato anche ad alcune categorie di disabili,

cioè ai sordi e ciechi (erano considerati solo questi). Per gli altri disabili, in particolare i bambini con

problemi intellettivi psichici (chiamati anormali psichici) vengono stabilite tre possibili soluzioni:

classi differenziate, classi annesse e l’asilo-scuola (chiamata anche “scuola-autonoma). Nascono

anche le scuole speciali grazie ai Comuni e i privati, e solo nel 1934 passano allo Stato, portando

un miglioramento di vita alle famiglie, che vengono sradicate, perché in esse i bambini non

potevano essere educate adeguatamente. Negli anni si diffondono sempre di più nei Comuni,

risultando vicine e utili alle famiglie.

Con l’avvento della scolarizzazione, cresce sempre di più la domanda di alfabetizzazione, tanto da

essere aperti dei centri medico-psico-pedagogici con lo scopo di formalizzare diagnosi preliminari

a interventi specialistici di recupero. Inoltre si afferma una nuova mentalità, grazie anche alla

Costituzione del 1948 che afferma pari dignità di tutti i cittadini senza esclusioni, dunque anche i

disabili, e che tutti devono poter accedere all’educazione scolastica.

Nel 1971, dunque, entra in vigore la legge sull’inserimento dei minori disabili nella scuola

pubblica  restano esclusi solo i ciechi e i sordi, a cui le porte della scuola verranno aperte

rispettivamente nel 1976 e nel 1977 (legge 360 e legge 517).

Il primo periodo di frequenza delle scuole dei disabili trova il sistema scolastico non preparato

adeguatamente e attrezzato a riceverli. Si ricorda una circolare, denominata Circolare Falcucci, la

quale afferma che l’inserimento deve obbedire la logica della territorialità e della gradualità:

devono, cioè, essere garantiti spazi adeguati ai disabili, la presenza di un’equipe per l’assistenza

medico-psico-socio-pedagogica e fissare un tetto massimo di 20 alunni per classe.

Giovanni Bollea (cattedra di Neuropsichiatria Infantile) afferma con decisione che i bambini con

ritardo mentale sono intoccabili, e che la loro non si tratta di una malattia, bensì di una disabilità

nell’apprendimento e nell’adattamento. Inoltre riconosce lo stretto rapporto tra neuropsichiatria

infantile e educazione, valorizzando il ruolo della famiglia che è parte integrante del percorso

educativo del bambino.

Comparetti è il promotore dell’autonomia del piccolo fin dalla nascita, individuando nelle possibilità

di azione il nodo strategico per la collaborazione tra minorazioni e società. Introduce il concetto di

“medicina della salute”, che va a sostituire quello di “medicina della malattia” il quale identificava il

difetto presente; secondo Comparetti ciò è sbagliato, perché non bisogna sottolineare ciò che il

soggetto non può fare, ma anzi ciò che il soggetto sa fare. Comparetti inoltre si pone vicino alle

famiglie e si dedica al recupero non solo medico, ma anche educativo degli infanti colpiti da

problemi neurologici e motori.

Giorgio Moretti introduce la riabilitazione dei soggetti disabili gravi, affermando che questa si

propone come fine piuttosto che metodo, che porti alla reintegrazione sociale dell’individuo

disabile. Vale a dire gli restituisce la dignità della sua condizione umana. Tale processo è

fondamentale anche nell’età evolutiva, in modo che lo sviluppo complessivo avvenga nel migliore

dei modi, sia in senso educativo che sociale.

Più di tutti, il giovane disabile deve “imparare a lavorare”, cioè acquisire la maturità necessaria per

sapere rispettare le regole organizzative e relazionali; per questo è necessaria l’assegnazione di

un ruolo, in modo tale che egli si riconosca come membro di una comunità. Il processo di crescita

non è solo per il disabile, però, ma anche per la famiglia, che deve imparare a comportarsi, a

vedere il mondo in modo più positivo, accettando il figlio e cercando di avere fiducia in lui.

Enrico Montobbio è un neuropsichiatra che ha studiato le dinamiche esistenziali dei giovani con

minorazione intellettiva, specie individui con sindrome di Down, ritenendo che per loro non c'è

speranza di un’identità reale senza l’assegnazione di un ruolo sociale attivo nel mondo degli adulti.

CAPITOLO 4 – LA SCUOLA COME VOLANO AL PROGETTO DI VITA

SVOLTA LEGISLATIVA: Legge 104 del 1992  Legge quadro sull’handicap

Si tratta di un’importante svolta nel mondo dell’educazione, poiché essa vuole riorganizzare la

questione disabilità: per la prima volta, infatti, il disabile viene preso in considerazione lungo tutta

la sua esistenza, nei diversi campi (salute, integrazione sociale, istruzione, educazione e

formazione professionale).

La parte fondamentale riguarda soprattutto quella dell’istruzione e educazione, in quanto dichiara

l’obbligo di istruzione scolastica a tutti i disabili dal nido all’Università (istruzione è di tutti). In essa

poi si trovano anche altri aspetti:

- Diagnosi clinica, ovvero come riconoscere un soggetto disabile

- Procedure di valutazione individualizzata

- Diritto ai servizi di trasporto

- Abbattimento barriere architettoniche

- Diritto al lavoro

- Diritto alla casa

- Diritto ad ausili a titolo gratuito per garantire una buona condizione di vita

Tuttavia ancora si fatica a rendere reale tutto ciò, ma come legge è un buon punto di partenza per

cambiare la mentalità, rendendola più aperta verso i deboli e bisognosi.

Progetto di vita aperto ed evolutivo: pensare ad una prospettiva futura.

PROGETTO  è l’oggetto lanciato in avanti; l’ipotesi, il disegno del futuro.

PROGRAMMA  l’esplicitazione dell’ipotesi in un’azione definita; la parola esposta.

Programma/programmazione si intende la pianificazione di un progetto, come l’educazione; con

progetto, invece, si intende un insieme di mete, conoscenze e pratiche che entrano in gioco nel

rapporto interpersonale.

Con i disabili è più facile restare fermi alla logica di programma/programmazione, mentre l’idea di

progettare la vita di qualcuno viene vista come un azzardo  l’uomo è per essenza progetto, ed è

sempre oltre se stesso in vista di un più autentico poter essere.

Anni ’90  cambiamenti significativi nell’ambito della disabilità. Condizioni di benessere,

autorealizzazione e buona qualità di vita sono sempre più possibili.

Giugno 2011  su 7 miliardi della popolazione, più di un miliardo vive una situazione di svantaggio

e difficoltà. Solo nel 2006 vi è stata l’approvazione della “Convenzione per il riconoscimento dei

diritti dei disabili” da parte dell’ONU. Questa è un trattato che pone i diritti dei disabili nell’insieme

dei diritti umani. Tutto ciò è stato possibile grazie all’azione volontaria delle associazioni.

Occidente: i disabili ricevono cure dal momento della nascita e lungo tutto il tragitto esistenziale.

Tuttavia incontrano ostacoli e difficoltà quando si tratta di partecipare alle offerte espressive e

artistiche promosse dal territorio, o ad occupare posizioni in primo piano nel settore lavorativo. Per

questo motivo si sente il bisogno di una convenzione che tuteli i loro diritti e gli conferisca una

qualità di vita il più normale possibile.

Purtroppo ancora oggi, in alcune parti del mondo, lo status del disabile è ancora visto come

qualcosa di negativo.

Gardou  ragioni antropologiche dell’emarginazione: il mondo da sempre ha paura del diverso,

traducendola nei pregiudizi e distaccamento da questo.

Disability Studies: Hunt, fisico disabile, afferma che il ridurre la disabilità ad una tragedia personale

occulta la vera natura di costrutto sociale.

Gli anni Novanta sono stati teatro di notevoli cambiamenti per quanto riguarda la disabilità:

- Nuova mentalità nel modo di interpretare le condizioni dei disabili

- Sviluppo di politiche a tutela di questi

- Crescente visibilità dell’azionismo

- Progressi delle scienze mediche (con i vaccini), scienze psicopedagogiche (con i propri

studi sono arrivate ad indentificare sempre più i disturbi nell’età scolastica) e sviluppo

tecnologico (progressi a favore della qualità di vita dei disabili grazie a nuovi aiuti)

I miglioramenti sul piano scientifico hanno portato al prolungamento di vita. Oggi, in Italia, i disabili

contati sono circa 3 milioni. Il progresso ha visto l’introduzione di strumenti che compensino la loro

condizione.

Un po’ di storia

Nell’antichità si privilegiavano i valori umani della prestanza fisica: gli infermi sono esclusi a

o priori.

Antica Roma: gli vengono dati appellativi negativi e spregevoli (stupido, ebete, stolto,

o imbecille).

Ottocento: si usano ancora appellativi negativi e spregevoli; nel caso in cui il soggetto non

o riscontri capacità educative, viene definito “idiota”.

Prima metà del Novecento: vengono chiamati anormali e minorati.

o

Stando alla coerenza della rappresentazione dei disabili come persone al di sotto, ci si muoveva

fin dalla loro nascita alla rieducazione medica e scolastica, con lo scopo della loro

normalizzazione; in questo modo si faceva riferimento alla pedagogia emendativa, ovvero quella

curativa e correttiva.

MODELLI PEDAGOGICI

Non esiste un unico modello standard da seguire per l’educazione dei disabili.

Modello medico: tende a focalizzare il difetto, la patologia nel soggetto. I genitori e gli

 insegnanti vogliono affidare il bambino disabile ad un sapiente, in modo da poterlo

conoscere. Questo tipo di modello utilizza due “modelli” di classificazione diagnostica:

- ICD, International Classification of Diseases, Injures and Causes of Death, proposto

dall’Organizzazione Mondiale della Sanità

- DSM, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, elaborato e adottato

dall’Associazione americana degli Psichiatri.

Per riflettere meglio l’evoluzione dei progressi scientifici, questi manuali sono

continuamente posti a revisioni  ICD è all’undicesima revisione, il DSM alla quinta.

CRITICHE: Questi manuali rischiano di stare fermi in un’ottica determinata e povera di

prospettive. Un approccio clinico tende a trascurare il ruolo dell’ambiente circostante.

Modello sociale: diversamente dal metodo medico, il metodo sociale non tiene conto solo

 delle dimensioni personali, ma anche quelle sociali. Innanzitutto si deve definire i termini. Il

più frequente nella storia è sicuramente il termine “handicap”. Deriva da “han in cup”;

solitamente si intendeva un’azione fatta a svantaggio di qualcuno. Ad esempio, nelle gare

ippiche veniva posto uno svantaggio ai cavalli più forti, come farli partire per ultimi.

Negli anni ’70, l’OMS da una definizione completa del termine: vuole indicare una

condizione di svantaggio vissuta da una persona in seguito ad una menomazione, una

disabilità o un handicap. Tuttavia, l’uso del termina handicap continua a designare un

soggetto come fragile, con meno potenzialità; si è preferito successivamente utilizzare

“persona con handicap”, evitando così che l’handicap designi l’essere della persona. In

realtà però designa la presenza di una caratteristica tra le altre. Si è così passati da

“persona in situazione di handicap”, a “disabile” e “abile diversamente”.

ICD Importante traguardo licenziato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001.

 Si prefigge di fornire un linguaggio unificato e standard per descrivere la salute del

 soggetto, definendo le possibili conseguenze e le relative osservazioni. È rivolto a tutti

senza distinzioni di alcun genere tra la popolazione.

Non vi si ritrova l’uso di termini negativi come “handicap”, mentre si preferisce l’uso di

 “partecipazione sociale” e il concetto di “disabilità” viene sostituito con quello di “attività”. In

questo modo vuole mettere in luce le abilità del soggetto, e non ciò che non è in grado di

fare per il deficit.

Occorre il concorso di diversi punti di vista (sanitario, familiare, il soggetto stesso,

 professionale): tutti questi campi devono fornire le proprie osservazioni e collaborare, al

fine di ottenere una diagnosi il più corretta possibile.

La sua diffusione, tuttavia, ha reso difficile la diagnosi clinica nei soggetti in età evolutiva o

ancor più piccoli, poiché le manifestazioni in un adulto sono differenti da quelli di un bambino.

Per questo motivo si è ideato un modello “parallelo”, chiamato ICF-CY, indirizzato

esclusivamente a bambini e adolescenti, privilegiando l’attività di gioco come funzione

educativa e di apprendimento.

Altro modello, Processo di produzione dell’handicap (PPH): insiste sull’interazione

 dei diversi fattori, con la volontà di introdurne di nuovi legati alle abitudini di vita.

Critica al modello ICF: carente per ciò che concerne il campo di interiorità psichica.

 Anche gli esponenti dei Disability Studies criticano il modello ICF, affermando che

perpetri l’adozione di criteri normativi di stampo medico e solo in un secondo momento

applicherebbe uno sguardo antropologico, alla persona nel suo essere.

Disabilità a scuola

Minorazione visiva

Il soggetto affetto non è mai spettatore del mondo: questo perché egli non vede. La cecità può

essere:

- Totale  il campo visivo binoculare inferiore al 3%

- Parziale  campo visivo inferiore a 1/10 del normale

Sul piano educativo e didattico: è necessario fare ricorso agli altri organi sensoriali, in particolar

modo l’udito e il tatto, creando delle attività connesse e adeguate all’uso di questi. Per quanto

rigaurda la scrittura e la lettura, la tecnologia offre l’uso del metodo Braille, così da consentire

l’inclusione nella classe e nel mondo esterno.

Minorazione uditiva

Carenza nell’azione del sentire. Tale deficit provoca la mancata percezione di suoni e rumori

ambientali.

Sul piano educativo e didattico: si promuove il metodo orale, cioè si sollecita il soggetto sordo

all’apprendimento della parola tramite la parola stessa. Un altro metodo è l’uso della lingua dei

segni (metodo dei segni), in uso fluente sia da parte del soggetto che da parte di un

educatore/insegnante. Ancora, il metodo “bimodale” che vede l’uso del gesto e della parola

contemporaneamente.

Ciascun metodo è valido, va a discrezione del soggetto e della famiglia scegliere quale utilizzare.

Autismo

Le conoscenze in merito a questo deficit sono povere e ancora in via di sviluppo. Si tratta di un

disturbo molto complesso da interpretare, per questo si preferisce definirlo con la dicitura “disturbo

dello spettro autistico”. Il termine autismo viene utilizzato per la prima volta nel 1908, grazie a

Kanner. Egli parla di un autismo precoce in età infantile per indicare un complesso di sintomi

presenti in diverso piccoli pazienti: evidenzia la presenza di “isole di abilità”, cioè competenze di

buon livello, capacità “normali” presenti nel soggetto insieme ad altre capacità che sono

compromesse.

Contemporaneamente a lui, Asperger individua una popolazione di piccoli soggetti con sintomi

simili, ma con linguaggio e intelligenza a buoni livelli  attualmente la Sindrome di Asperger.

Negli anni ’70 si pensava che il comportamento autistico fosse un meccanismo di difesa attiva del

bambino in seguito all’alterazione del rapporto madre-figlio; tuttavia già verso la fine del decennio

si cambia idea, non dando più la colpa ai genitori, ma definendo una causa organica.

Caratteristiche del disturbo:

- Linguaggio e simbolizzazione vengono compromessi, dunque il soggetto risulta incapace di

interagire emotivamente.

- Il soggetto autistico non è in grado di comprendere i propri stati mentali né quelli altrui.

- Il soggetto non è in grado di cogliere l’intera esperienza, ma rimanendo fermi solo ad alcuni

momenti.

Fra le possibili strategie di trattamento, vi sono:

- L’approccio “ABA”, un modello di intervento intensivo, volto all’acquisizione e

consolidamento delle capacità intellettive, verbali e comportamentali.

- Metodo “TEACCH”, che si focalizza su due linee d’intervento: 1. Potenziamento delle

capacità individuali e 2. Modificazioni dell’ambiente.

- La Comunicazione Aumentativa Alternativa, un insieme di tecniche e strategie volte a

favorire l’intenzionalità espressiva di un soggetto che non parla, cercando di potenziare tutti

glia ltri codici non verbali (sguardo, mimica, gesto, postura, residui vocali, strumenti

tecnologici)

La tecnologia è risultata un ottimo strumento di aiuto per i soggetti autistici, mostrando un trend

positivo di efficacia sugli interventi educativi e riabilitativi.

Il ritardo mentale

Il soggetto riscontra difficoltà nello sviluppo psicomotorio, nel linguaggio, nella capacità di

espressione. Le differenze tra questi e i coetanei consistono in uno sviluppo evolutivo più lento, e

dunque un ritardo nell’acquisizione di conoscenze e nei tempi di evoluzioni propri.

Le cause possono essere prenatali o perinatali (sindrome di Down, processi infettivi durante la

gravidanza, lesioni cerebrali durante il parto) o ancora postnatali (cause ambientali).

È fondamentale, in questo caso, che l’attività educativa prenda conoscenza in modo accurato di

tutto il profilo funzionale del soggetto, facendo particolare attenzione alla funzione intellettiva e alla

storia di vita.

La paralisi cerebrale infantile

In realtà il termine non vuole limitare il disturbo alla sola età infantile, ma piuttosto indica una

comparsa precoce le cui conseguenze si ripercuotono per tutta la vita.

Caratteristiche:

- Paralisi di tutti e quattro gli arti, o solo di quelli inferiori o una parte del corpo.

- Ipertensione muscolare

- Lentezza, disarmonia motoria

Molti disabili presentano alche compromissioni miste: il livello può essere lieve, media o grave.

Per quanto riguarda il trattamento, esso richiede l’approccio di più competenze, multidisciplinare,

che va accordato con la famiglia.

DALLA NASCITA ALL’Età ANZIANA

Distinzione tra individuo e persona:

individuo  l’individuale, quello che ci distingue dagli altri, può essere rappresentato da un danno

fisico, psichico o intellettivo;

Persona  va sempre oltre i dati e le compromissioni, è l’essere vita reale di una persona.

Per garantire dunque la dignità di persona all’individuo disabile serve il ricorso all’etica anteriore:

accesso al livello morale, sollecitando l’accettazione e la valorizzazione dell’altro in quanto

portatore di umanità senza condizioni, qualunque siano le caratteristiche proprie della sua identità.

Dentro l’individuo compromesso, infatti, c’è sempre la persona in primis, con tutte le sue

esigenze emotive, affettive, esperienziali proprie.

Tuttavia, la persona abile o dis-abile non bastano a sé stesse. Perché il riconoscimento avvenga

nel modo migliore, sono necessarie le relazioni di mutuo riconoscimento; in particolare si

riconoscono utili 3 sfere di riconoscimenti:

1. Relazioni primarie, cioè quelle che riguardano la famiglia e le amicizie. Rapporti affettivi che

conferiscono fiducia in sé.

2. Relazioni giuridiche, basate sul diritto; il singolo diventa portatore di diritti considerando i

propri atti come una manifestazione accettata e rispettata da tutti  rispetto di sé.

3. Comunità etica, cioè il riconoscimento all’esercizio delle proprie capacità; il soggetto viene

considerato per i suoi valori sociali, guadagnando autostima.

Nonostante tutto, il riconoscimento più difficile sta nelle persone “normali” vedere le cose buone, le

potenzialità e capacità della persona disabile.

Concetto di “ Vita Indipendente ”: movimento americano degli anni ’70. Si tratta dell’azione a

livello mondiale da parte di un gruppo di studenti per rivendicare i diritti inalienabili delle persone

con esperienze di deficit. Richiedono che i disabili possano effettuare tutti i giorni scelte di vita che

le persone non disabili normalmente fanno riguardo la propria vita.

Autonomia: “educare all’autonomia” significa offrire l’opportunità di crescere e realizzare il proprio

progetto, grazie all’acquisizione di sempre nuove capacità utili alla quotidianità. Seppure

dipendenti da qualcuno.

autosufficienza: patrimonio di coloro che hanno gli strumenti adatti a bastare a se stessi.

Un altro punto per favorire la vita indipendente, è l’autodeterminazione: capacità di essere agente

causale del proprio modo di essere. Tuttavia le competenze di autonomia e autodeterminazione

non possono dirsi acquisite con l’età adulta: anche in questa fase i soggetti sono suscettibili di

incremento e maturazione. Vi sono due direzioni:

1. Diritto del disabile alla predisposizione di un progetto di vita individuale lungo l’arco

esistenziale. Progetto individuale a rete, poiché si intrecciano la vita del singolo con gli

interventi coinvolti nel percorso esistenziale del disabile.

2. Contemporaneo intervento della comunità, al fine di modificare l’ambiente rendendo più

accessibile e dunque inclusivo per il disabile.

Si comincia con la nascita

Il progetto di una vita indipendente prende vita fin dal momento della nascita: l’aiuto che i servizi

sociali, educativi offrono va sviluppato già precocemente. Il primo appuntamento cruciale è la

diagnosi: assieme a questa è fondamentale l’informazione, perché non si corra il rischio di

oscurare la possibilità di vedere oltre la minorazione o si isoli la famiglia. Uno dei primi obiettivi

degli specialisti è aiutare i genitori a riconoscersi nel loro neonato, accettando la sua condizione

senza vederla come la fine ma sempre come un inizio di vita, anche se diversa da come la

immaginavano. Come tutti i genitori, devono imparare a riconoscere i segnali che il neonato lancia,

gli stimoli e seguire ogni reazione conseguente ad un’azione precisa.

Successivamente all’uscita dall’ospedale, comincia la “vera” sfida di vita, in cui la vita familiare si

modifica adattandosi al figlio disabile. L’adolescenza in particolare è riconosciuta come “età di

crisi” per il figlio e la famiglia insieme.

Muttini spiega: in caso di disabilità, il corpo dell’adolescente viene visto come ostacolo

all’integrazione sociale o delle competenze adulte, così da vedere il corpo come un qualcosa di

negativo, sbagliato, senza trovarne il valore.

Un’esperienza ineludibile nella vita di ogni adolescente è il gruppo dei pari: ciascuno cerca dei

modelli di identificazione e sostegno, così da non rimanere escluso. In una famiglia con un figlio

disabile, non è raro vedere quella che ostacola questo rito di passaggio, temendo conseguenze

dannose come atti di bullismo. Al contrario, l’integrazione non la si risolve con la distanza dai

coetanei, ma incoraggiando il figlio a trovare delle capacità proprie e metterle in luce con gli altri,

per dimostrare che è una persona tale che è come tutti loro.

Un altro punto cardine della vita è l’accesso al lavoro: Montobbio parla di “viaggio imperfetto” del

disabile verso il mondo lavorativo. È sbagliato fermare il soggetto disabile senza permettergli di

fare esperienze, anche negative, e tenerlo lontano dal mondo. Anzi, è compito della famiglia, della

scuola e degli specialisti lasciarlo andare avanti, fin dove gli è possibile secondo le sue

competenze. Il lavoro più di tutto costituisce un punto importante per l’integrazione con gli altri: è

importante, comunque, trovare un progetto individuale di apprendimento che sia coerente con il

progetto di vita della persona disabile, in modo che questi concilino tra loro, e che sia adattabile

anche alle esigenze lavorative.

L’invecchiamento: come già detto, le aspettative di vita delle persone disabili sono aumentate negli

ultimi anni, permettendo loro di accedere al periodo della vecchiaia. Tuttavia, il ciclo della vecchiaia

rischia di riportare il soggetto in famiglia, facendogli in un certo senso perdere l’integrazione che si

era costruito fino a quel momento. Come in qualunque soggetto, la vecchiaia porta in sé le

conseguenze di un deterioramento cognitivo e delle abilità funzionali proprie della vita quotidiana.

Una buona soluzione può essere quella di impegnarsi in attività realistiche che permettano la

partecipazione alla vita comunitaria. Questo già avviene nei centri specializzati. Nella vita

domestica, invece, è importante sollecitare la persona a trovare attività tali fuori casa.

Il programma di azione a favore del mantenimento delle condizioni esistenziali si configura come

percorso di aiuto al progetto di vita personale. Può essere concepito come percorso abilitativo con

due obiettivi:

- Attivazione di strategie multiprofessionali, con lo scopo di monitorare l’evoluzione di vita

della persona disabile che invecchia;

- Grande attenzione alla persona disabile per quanto riguarda la residenzialità, promozione e

potenziamento di un network di rapporti sociali supportici, stimolanti;

CAPITOLO 7 – CICLO DI VITA FAMILIARE CON UN FIGLIO DISABILE

La famiglia è un sistema: ha una sua composizione. Sistema di tipo relazionale, aperto, con

un’interazione dinamica con l’ambiente (attività extra-lavorative). La sua peculiarità è l’essere

generativa, nel senso che ci si prende cura l’uno dell’altro, attraverso un sostegno morale e

materiale. È la base naturale dell’esistenza di ciascun individuo.

Si tratta di un rapporto di tipo asimmetrico tra genitore e figlio, simmetrico quando i figli diventano

autonomi, per poi tornare asimmetrico quando le responsabilità ricadono sui figli nel momento in

cui i genitori invecchiano e non bastano a sé stessi.

La famiglia ha un proprio ciclo di vita, costituito da 6 tappe che devono essere superate per

raggiungere la successiva:

1. Formazione della coppia  viene a crearsi un nuovo gruppo nella società; coppia coniugale

2. Nascita del figlio  da coppia coniugale si passa ad essere coppia genitoriale; le dinamiche

all’interno cambiano, e si diventa una famiglia. Anche le famiglie di origine cambiano, con le

figure nuove dei nonni.

3. Scolarizzazione  entrata ufficiale del nuovo nucleo nella società; Comincia l’educazione del

figlio, influenzata dal rapporto familiare/dalle decisioni dei genitori

4. Pubertà e adolescenza  ci si avvicina all’età adulta; le richieste del figlio cambiano e i

genitori devono adattarsi ai cambiamenti, mantenendo l’autorità.

5. Uscita di casa del figlio  motivi di studio o indipendenza economica porta i genitori a

trovarsi di nuovo soli, come coppia, e a dover sostenere il figlio a distanza.

6. Ritorno alla vita di coppia coniugale  con proseguimento alla vecchiaia.

Con l’arrivo di una disabilità, questo ciclo di vita viene a modificarsi. Innanzitutto, bisogna vedere

quando viene scoperta la disabilità:

- Momento della nascita

- Con la scolarizzazione

A seconda del momento di scoperta, diviene necessario rivedere tutta l’organizzazione familiare, e

modificarla adattandola alle richieste del figlio disabile, dal tipo di educazione richiesta alle cure

mediche. Nel caso di una disabilità fisica, spesso il figlio si trova in condizione di dipendenza verso

i genitori, poi i fratelli o parenti più stretti.

I primi a dargli la possibilità di una vita più normale e autonoma, sono i genitori, che devono

riuscire a riconoscerlo come persona diversamente abile, ma pur sempre con potenzialità da

trovare e sviluppare. È importante che durante l’adolescenza, i genitori sostengano il proprio figlio

nel passaggio da “dipendenza genitoriale” ad una dipendenza semi-autonoma, che gli permetta di

integrarsi con la società e il mondo del lavoro (qualora possibile). In età avanzata, la famiglia dovrà

vederlo come persona anziana, pianificando il distacco che avverrà una volta che questi verranno

a mancare.

In tutto ciò, la famiglia non può e non deve essere lasciata da sola: è importante avere un rapporto

stabile con la società, con la comunità di appartenenza, e dunque trovare o mantenere una cerchia

di amici e parenti, in modo da non ritrovarsi isolati da tutto e tutti. Anche per questo motivo si sono

create associazioni di genitori con figli di disabilità simili, in modo che ciascun nucleo non si

sentisse solo, ed è grazie a queste associazioni, ad esempio, che è stata possibile l’approvazione

di una legge che permettesse ai figli disabili di rimanere con la propria famiglia, e di non essere

obbligati a metterli in centri specializzati, distaccati dai genitori e parenti.

Spesso, in caso di disabilità, è difficile che vengano a verificarsi le ultime tre tappe del ciclo di vita

familiare; nel caso in cui venga a verificarsi l’uscita di casa di un figlio disabile, in certi casi ciò

avviene in tempi prolungati e dunque risulta essere troppo tardi un ritorno alla vita coniugale dei

genitori.


ACQUISTATO

24 volte

PAGINE

21

PESO

56.97 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria (laurea a ciclo unico - 4 anni)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simofelix di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Pavone Marisa.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Pedagogia speciale

Appunti esame Pedagogia speciale
Appunto
Riassunto esame geografia, prof. Giorda, libro consigliato "Il mio spazio nel mondo" di C. Giorda
Appunto
Disegno infantile
Appunto
Riassunto esame Storia dell'educazione e della letteratura per l'infanzia, prof. Valiani, libro consigliato La Grammatica della fantasia, di Rodari
Appunto