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L'inclusione educativa

Un sapere in divenire

Nell’ultimo millennio si è verificato un crescente riconoscimento dei diritti universali e realizzazione delle aspirazioni e potenzialità di ogni persona (anche i portatori di diversità e disabilità), insieme a un crescente interesse da parte dei più (organismi internazionali e governi occidentali).

Il campo della pedagogia speciale si allarga e approfondisce in continuo, grazie all’educazione dei diversi, alle ricerche scientifiche, professionalità, conoscenze e esperienze. Proprio come dice Montuschi: “Più si vuol definire la pedagogia speciale, più questa si espande, grazie alle nuove conoscenze, esperienze della ricerca che porta a confutare teorie già esistenti e che si pensavano definitive”.

Si tratta di un sapere in primo piano, poiché la si ritrova ormai nelle letterature scientifiche, riviste dedicate, informazioni sul Web, confronti tra esperti. Lo sguardo sulle potenzialità dei soggetti considerati fragili o diversi porta a considerarli come attori – autori del proprio percorso di sviluppo/apprendimento. In questo modo si verifica da un lato la volontà di accostarsi ai bisogni di questi con maggior conoscenza, sensibilità e rispetto, mentre dall’altro esprime lo sforzo di trovare nuovi approcci più avanzati.

L’ambito di studio della pedagogia speciale da sempre si indirizza all’educazione e scolarizzazione dei minori con disabilità. Col tempo è stata identificata una fascia di popolazione con bisogni educativi speciali (BES), ovvero, i soggetti a rischio di marginalità per i disturbi evolutivi, dell’apprendimento o di ordine sociale di cui soffrono. Grazie a tutte le nuove conoscenze in questo ambito, oltre ad essersi ampliato il numero della popolazione con difficoltà, si è ampliata anche la dimensione temporale: vale a dire che grazie agli interventi educativi, i soggetti diversi godono anch’essi della possibilità di un allungamento di prospettiva di vita; in questo modo tutti gli individui disabili, possono raggiungere l’invecchiamento, così da accomunarsi ai soggetti “normali”.

L’attenzione pedagogica nel garantire uno status di vita dignitoso per un disabile che invecchia, o per chi lo diventa più tardi sono ambiti fondamentali per rendere la pedagogia speciale sensibile alle trasformazioni nel ciclo di vita.

Canevaro: La pedagogia non deve rimanere una cosa a sé, ma deve collaborare e interagire con tutti gli agenti di cambiamento. Mentre in passato si pensava che un soggetto con bisogni speciali dovesse essere integrato solo in un contesto sociale sicuro e organizzato. Negli ultimi anni il quadro è cambiato, si necessita di un “dato” in cui inserirsi per arrivare a un “divenire” a cui partecipare. Questa è una prospettiva inclusiva (dinamica costruttiva).

La realtà, tuttavia, è piena di contraddizioni: rimane ancora ampia la forbice tra la pronuncia dei principi di uguaglianza e la loro effettiva conquista da parte dei “diversi”. L’Occidente ha fatto dei grandi passi avanti nel riconoscere sempre più disturbi e di conseguenza i soggetti che ne soffrono, con l’ingresso nelle comunità e la conquista dei diritti di cittadinanza. Tale processo si è verificato con l’evoluzione della società in tutte le sue dimensioni.

Dalla “pedagogia emendativa” alla pedagogia speciale contemporanea

Le radici della pedagogia speciale vengono definite in Francia tra il Settecento e l’Ottocento, grazie alle prime opere di Itard e Séguin, anche se un esame più attento del pensiero pedagogico porta a dare il merito già a Pestalozzi e Froebel. In Italia dobbiamo aspettare ancora un secolo prima del riconoscimento di tale sapere, grazie a personaggi come Sante de Sanctis, Montessori e Montesano. Non sono stati gli unici studiosi, ma si affida a loro il merito di aver individuato la strada maestra da perseguire: accompagnare, cioè, la cura educativa alle cure mediche nel trattamento dei minori con insufficienza mentale.

Più precisamente il termine pedagogia speciale fu introdotto in Italia intorno alla metà del Novecento, quando nel 1964 fu introdotta come corso di studio in un corso di laurea magistrale nell’Università di Roma, attribuendo la cattedra allo psicologo e pedagogista Roberto Zavalloni. La nascita di tale cattedra autonoma arriva in concomitanza con la nascita di un’altra materia didattica, la Neuropsichiatria infantile, affidata a Giovanni Bollea (1965).

La pedagogia speciale va così a sostituire quella che era chiamata “pedagogia emendativa” (ideata da De Sanctis, si trattava di una pedagogia dell’infanzia “minorata, irregolare e anormale”) e la “pedagogia curativa” (Debresse, si trattava di interventi di riadattamento di fanciulli con disturbi comportamentali di origine fisica o mentale).

Sulla pedagogia speciale, Zavalloni dice che si tratta di una scienza che si occupa delle difficoltà psichiche, dei ritardi mentali e delle turbe dello sviluppo psico-sociale, pertanto, tutti i soggetti che non erano considerati “normali” per via del comportamento rientravano nel campo di studi di essa. Verso la fine degli anni ’60 cominciano a interessarsi alla P.S. anche la comunità scientifica internazionale, tanto che l’UNESCO incaricò alcuni suoi esperti di discutere il rinnovamento dei programmi a lungo termine nel settore e proporlo ai vari governi.

Definita “forma arricchita di educazione generale”, o meno precisamente “rimedio per certi tipi di deficit, prevenendo il disadattamento e l’handicap di chi ne soffre”, la P.S. vede due diversi indirizzamenti: secondo Zavalloni essa si precludeva per la sola rieducazione dei fanciulli in età scolare, mentre per gli esperti dell’UNESCO essa era rivolta a tutti senza distinzioni.

Nel corso degli anni, la pedagogia speciale si è rinnovata e continua a rinnovarsi: essa non ha il ruolo di proporre interventi riparatori ai disturbi/deficit o di alleggerire la pedagogia generale, ma anzi, ha il ruolo di favorire la formazione globale della personalità dei soggetti con bisogni educativi particolari, si propone di rispondere ai bisogni. La pedagogia speciale è pedagogia, ha lo stesso oggetto, ma come campo di ricerca si è staccata poiché si occupa solo dei soggetti che richiedono bisogni educativi speciali.

Il processo di accoglienza delle persone con disabilità nel sistema scolastico normale ci contraddistingue dagli altri Paesi europei, che prevedono soluzioni istituzionali fuori dal contesto ordinario.

Al centro l'educabilità

Uno dei compiti della pedagogia speciale è quello di distinguere nel soggetto in questione le componenti legate al disturbo clinico (in collaborazione interdisciplinare con altre discipline) così da poter ricercare tutte le condizioni favorevoli all’annullamento delle barriere, ovvero gli svantaggi conseguenti alle difficoltà proprie del soggetto.

La P.S. è portatrice sana della cultura della progettualità educativa, la quale cerca di trovare e riposizionare il miglior equilibrio possibile tra la consapevolezza della realtà minorata e l’apertura alla possibilità dell’esserci personale, tra senso della realtà e senso della possibilità.

Per educabilità si intende l’apertura alla possibilità di orientarsi verso una propria meta; in questo modo si permette la possibilità del progetto educativo anche ai soggetti con difficoltà più severe. Alla capacità di essere educati consegue la disposizione personale a sviluppare continuamente l’insieme delle potenzialità. L’educabilità si manifesta su due dimensioni: 1. Il tempo (dove prevale il futuro a cui più si indirizza l’educazione) e 2. La metodologia, che consiste nell’espansione dell’esperienza esistenziale dell’educando e si orienta a traguardi sempre nuovi che guardano al raggiungimento dell’autonomia personale e sociale, in breve, consiste nell’accompagnare e sostenere la persona lungo la sua traiettoria esistenziale, sollecitandone le potenzialità comunque presenti.

L’educabilità è il contributo che può dare ciascuno all’interno di una situazione pedagogica: infatti, credere in essa significa aprirsi alla chiusura. Significa credere nel soggetto che si ha di fronte, credere nelle sue potenzialità e quindi credere nella sua educabilità, il metodo migliore per riuscire ad educare qualcuno.

Storicamente, alcune categorie di disabili sono stati considerati assolutamente ineducabili, mentre oggi è il contrario: la sensibilità pedagogica attuale, infatti, impone che qualunque sia la gravità del disturbo e la condizione sociale, chiunque possa essere educato, e l’educatore non deve darsi per vinto, anzi trovare sempre nuove strade per il raggiungimento degli obiettivi dell’educando. Occorre quindi rivolgersi all’individuo non come chiuso in sé stesso, ma anzi come sistema complesso aperto ai cambiamenti. L’ottica di approccio è multidimensionale, poiché pone l’accento sulla multicausalità. In breve, non esiste un modello unico da seguire per l’educazione dei soggetti con disturbi, perché ciascun soggetto è unico e diverso dagli altri.

Lo specifico epistemologico della pedagogia speciale

La doppia sfida della pedagogia speciale nel promuovere l’inclusione sociale e lo sviluppo della potenzialità e dei diritti delle persone con bisogni educativi speciali, la rende una disciplina che ha a che fare con la complessità. L’indagine epistemologica, dunque, si pone al centro di questo sapere pedagogico, poiché si gioca la sua specificità e la sua autonomia.

Secondo Montuschi, attualmente la PS si concentra sulla realtà educativa nella sua globalità; Bertolini auspica che la specialità diventi qualificazione della pedagogia, nel senso che le permetta di affrontare le diversità in continuità con il concetto di norma, nella prospettiva di dialogo creativo, l’attenzione agli ultimi ha il potere di migliorare la capacità di attenzione a tutti. Nell’esperienza esistenziale apparentemente frammentata di chi si presenta al mondo come diverso, infatti, solo la consapevolezza del Sé e la progettualità contribuiscono a comporre l’uomo intero.

Secondo questa visione, il modello dell’integrazione diventa un processo culturale e mentale prima ancora di tradursi in un intervento organizzato e sociale. Poizat ribadisce che l’evoluzione pedagogica dovrebbe favorire la transizione dei sistemi educativi da un “pensiero territorio” (fatto di luoghi protetti e riservati ai soli minori con problemi) a un “pensiero mondo” (fatto di universi condivisi dove il concetto di abitare sia lo stesso di essere membri).

Ianes propone una strategia dialogica, vale a dire una condizione che richiama da un lato l’attivazione delle risorse e degli interventi speciali necessari ai contesti di normalità, dall’altro sollecita la riqualificazione di normalità, attraverso principi attivi tecnici e speciali che la rendono efficace. Morin afferma che la pedagogia speciale fa riferimento a un pensiero complesso, nel senso che non chiude il tema della diversità in categorie, ma lascia il dialogo aperto: la persona non può essere compresa solo nella staticità del suo deficit, ma in tutta la sua integrità, dunque è importante ascoltare e considerare tutta la sua storia.

Come scienza del metodo educativo, infatti, per i bambini con bisogni speciali, essa parte dall’analisi della storia dell’individuo per poter identificare le caratteristiche principali a costruire e valorizzare il percorso di vita.

Un sapere a vocazione interdisciplinare

La complessità dei bisogni educativi speciali esige una visione più specializzata dell’insieme, vale a dire diversi punti di vista: medicina, psicologia, pedagogia da sole non bastano. Le diverse discipline devono collaborare tra loro per poter dare i migliori risultati.

Fino alla metà del Novecento (e ancora oggi in alcuni ambienti) la cura dei disabili era considerata una competenza esclusivamente sanitaria. Solo negli anni ’70-’80 si è iniziato a pensare di progettare una cura anche sul piano pedagogico-didattico. Questo perché con l’avvenire scientifico si è ampliata la visibilità dei soggetti BES e dunque diviene sempre più necessaria una collaborazione tra diversi saperi.

Mura riconosce nella pedagogia una duplice responsabilità: 1. Tipo teorico, la necessità di implementare la capacità di identificazione e interpretazione della complessità dei bisogni speciali. 2. Tipo operativo, la necessità di coinvolgere tutti gli attori culturali e sociali nella progettazione.

Grazie alle esperienze scolastiche ed extrascolastiche di inclusione, lo sguardo scientifico si è allargato andando a guardare e comprendere tutta la vita di una persona. L’inclusione, infatti, deve essere un continuum attraverso tutte le età. Grazie alla globalizzazione di cui siamo partecipi, si aggiungono ai bisogni speciali anche i figli di emigranti, così che la pedagogia si impegni nel ricercare nuovi approcci educativi e strategici per intervenire al meglio.

La pedagogia, come detto, deve confrontarsi con altre discipline, altri modelli teoretici prevalenti. Ad esempio il modello medico: il disturbo è un problema personale, e la diagnosi clinica avvia e regola il cammino della progettazione individuale, accompagna l’educazione. Tale modello fu decostruito dalle associazioni di disabili, che rivendicavano il diritto di autodeterminazione della propria vita. Si ebbe anche un richiamo alla Capability Approach, la quale prevedeva che gli assetti sociali dovessero tendere a espandere le capacità delle persone.

Un forte impulso ai principi di uguaglianza fu dato dall’avvento della tecnologia, l’orizzonte della nostra evoluzione, che andava a conformarsi come un nuovo terreno di indagine per la pedagogia, oltre che una nuova collaborazione interdisciplinare.

Capitolo 2

Conoscere il modo in cui l’umanità ha incontrato l’universo della disabilità permette di capire come la storia sia intrecciata a modelli culturali socialmente prevalenti e come il cammino verso l’integrazione sia stato, ed è ancora, molto difficile.

  • Gli handicappati furono ignorati per secoli, sia per diffidenza nei loro confronti che per paura.
  • Foucault affermò che non era possibile comprendere i pensieri, le pratiche e gli atteggiamenti del concetto di disabilità al di fuori delle norme, valori e significati che vigevano nelle varie epoche.
  • Nell’antichità i più deboli non venivano presi in considerazione: tutto veniva spiegato per cause religiose, come l’arrivo di catastrofi o il segnale della collera divina. Così i disabili venivano soppressi perché perdevano valore, provocando così infanticidi (allora non veniva punito se attuato precocemente).
  • Se la minorazione compariva in età avanzata, il disabile veniva semplicemente relegato tra le mura di casa.
  • Nel Medioevo si comincia a dare attenzione ai più deboli, dando però l’incarico alla misericordia divina. Non venivano più considerati pericolosi, tuttavia li si teneva ancora lontani.
  • Con l’avvento del Nuovo Testamento e del principio di carità, l’infanticidio viene condannato; ma anche se il Cristianesimo pone delle soluzioni positive per i disabili, prevale ancora nella gente comune il senso di rifiuto verso questi.
  • Sant’Agostino pone un certo riguardo verso i più deboli, affermando che questi devono essere amati, soccorsi e aiutati. Tuttavia, il popolo continuava a non accogliere l’idea. Martin Lutero, infatti, nelle sue tesi li condanna nuovamente.
  • Francesco d’Assisi propone una nuova mentalità: i deboli, i poveri sono anch’essi nostri fratelli; vengono quasi mentalmente esaltati. Ancora una volta non viene accolta l’idea di integrazione dei deboli.
  • L’impostazione medievale vede la disabilità come una prova di fede e il segno della presenza divina: la loro cura è data alla misericordia e all’elemosina per questi.
  • Nel secolo XIV si cominciano ad avere case di internamento e di correzione.
  • Tra il 1300 e il 1500 si verificano una serie di disgrazie che portano la popolazione a essere meno caritatevole verso i deboli, che anzi vengono denigrati come fascia di inutili, potenzialmente criminali e pericolosi. I validi vengono indotti al lavoro per poter espiare la loro condizione, mentre gli invalidi offrono solo la possibilità di praticare la carità.
  • Luigi XIV fa costruire il “grande internamento”, una sorta di ospedale/carcere in cui mettere tutti i disabili, così da ottenere una società ordinata e organizzata.
  • Komensky, filosofo, afferma che è solo attraverso l’educazione che l’uomo può dispiegare le sue potenzialità; l’insegnamento di tutto a tutti. Tuttavia continua a non cambiare nulla fino al Settecento. Erano considerati solo sordi e ciechi.
  • La prima istruzione dei sordi risale al XVI secolo. La sordità non si vede come altri deficit, per cui i sordi rimanevano poi protetti in casa, ma non potevano essere catechizzati perché non potevano “udire la parola di Dio”.

Primo metodo orale di Pedro Ponce: sostituzione dello stimolo uditivo con quello visivo, scrittura attraverso il disegno dei suoni alfabetizzati e lettura labiale. La maggior parte dei sordi, nel 1500, erano di famiglie benestanti (matrimoni tra consanguinei).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simofelix di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Pavone Marisa.
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