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Riassunto esame Pedagogia Sociale e di Comunità, prof. P. Dusi

Appunti di pedagogia sociale e di comunità basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Paola Dusi e sullo studio dei diversi testi consigliati, dell'università degli Studi di Verona - Univr. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Pedagogia sociale e di comunità docente Prof. P. Dusi

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ESTRATTO DOCUMENTO

Nella ricerca del tema generazione se dialogica e collaboratrice inizia una forma critica di pensiero. Più

gli uomini sono attivi nella ricerca della tematica più prendono coscienza della realtà e se ne

appropriano. Nella riflessione la realtà smetterà loro di sembrare opaca e avvolgente e arriveranno a

percepirla come situazione oggettivo-problematica; comincerà così il loro impegno per la

trasformazione. Dall’immersione in cui si trovano, emergono, rendendosi capaci di inserimento nella

realtà che si va rivelando.

In questo senso ogni ricerca è coscientizzatrice e inizio del dialogo.

4. La ricerca dei “temi generatori” come fattore di coscientizzazione

Compito del ricercatore: elaborare questo universo tematico e restituirlo come situazione

problematica, non come dissertazione. Il ricercatore lavora assieme ad altri due specialisti e a un’equipe

locale in cui partecipa anche il popolo.

1. Accanto alla ricerca comune dei temi, il ricercatore osserva momenti significativi del popolo e redige

una relazione che sarà discussa dall’equipe. Anche qui si ha una decodifica della realtà codificata: i

partecipanti rivedono la loro precedente maniera di oggettivare la realtà. Ci si avvicina così ai nuclei

tematici delle contraddizioni principali.

2. I ricercatori scelgono alcune di queste contraddizioni e, tenendo conto del grado di percezione di

esse nel popolo, elaborano delle codificazioni problema vicine alla realtà dei soggetti, non troppo

elaborate/semplici, che si aprano a “ventaglio tematico”; che vengano percepite come sfide da

decodificare.

3. Preparate le codificazioni, i ricercatori iniziano nei “circoli di ricerca tematica” le decodificazioni

attraverso il dialogo (alcolismo).

4. Infine, i ricercatori iniziano lo studio delle loro scoperte e organizzano i temi in un quadro generale

di scienze, li delimitano (“riduzione” della tematica) e li codificano (giornali, rappresentazione

teatrale, intervista…). Finalmente si restituisce la tematica al popolo che la sente propria perché da

lui è sorta. Basandosi sul dialogo si tratteranno i temi-cardine.

Capitolo Quarto: teorie dell’azione culturale dialogiche e antidialogiche (teorie d’azione di

cui le due classi hanno bisogno; l’una tende alla dominazione, l’altra alla liberazione).

1. Dialogo e antidialogo

La leadership non può esistere senza l’azione e la riflessione del popolo (la sua prassi) proprio perché il

negargliele è della classe dominante e opporrebbe la leadership al popolo, ma se la classe dominante

esiste solo in opposizione al popolo; la leadership rivoluzionaria non è tale se non con il popolo.

Indispensabile quindi il dialogo, la comunicazione, la solidarietà tra leadership e masse oppresse. Senza

queste o le masse si addomesticano agli slogan della leadership e si realizza una rivoluzione inautentica;

o si impauriscono di fronte a una parola che minaccia l’oppressore che è in loro. Proprio per questo la

leadership deve dialogare con le masse e portarle a coscienza dei falsi miti che la classe dominante usa

per dominarle. Chi pensa che il dialogo con le masse sia possibile solo dopo la rivoluzione nega il

carattere pedagogico e di rivoluzione culturale della rivoluzione stessa.

2. La teoria dell’azione antidialogica e le sue caratteristiche

2.1 La conquista.

L’azione di conquista è necrofila, porta a possedere il conquistato e a imprimergli la propria forma. Il

conquistato che la assume diviene quindi un essere ambiguo. L’anti-dialogo si configura come

meccanismo per mantenere e aumentare la conquista: si ruba all’oppresso la possibilità di esprimersi, la

sua cultura, la loro possibilità di oggettivare il mondo. Non potendolo oggettivare vengono offerti ai

conquistati dei falsi miti del mondo che servono a mantenerle passive, miti che vengono comunicati ad

essi non con “comunicazione” ma con “comunicati” deposito.

2.2 Dividere per dominare

I conquistati, essendo la maggioranza, vanno divisi perché non si uniscano in una lotta comune. Ciò

attraverso forme di azione che focalizzano aspetti parziali (“comunità locali”), proclamazione di una

fittizia armonia tra classi sociali, intrusioni nei sindacati, promozione di alcuni leadership che vengono

“smussati” dal loro pericolo, distribuzioni di benessere agli uni e durezza ad altri. Questa divisione non

deve essere visibile, anzi gli oppressori devono apparire come i salvatori dai “pericolosi necrofili” (in

realtà unici veri biofili).

2.3 La manipolazione

Con cui si assoggettano le masse ai propri obiettivi. Si fa attraverso: miti, patti fittizi di collaborazione,

tentazioni dei “giri di potere”, leader populisti… È necessità per mantenere il dominio contro l’effettiva

organizzazione delle masse. Distrae le masse dalle cause e possibili soluzioni dei problemi.

2.4 L’invasione culturale

Gli invasi vedono la realtà con l’ottica degli invasori e non con la loro, si vedono come inferiori e

riconoscono gli oppressori come superiori. Di conseguenza aspirano ad essere come a loro.

Questa non è sempre deliberata: molto spesso oppressi e oppressori nascono in contesti di oppressione

e divengono oppressi/oppressori inconsapevolmente acquisendone le modalità attraverso le istituzioni

(famiglia, scuola). In società di questo tipo non c’è sviluppo ma solo modernizzazione o lievi

trasformazioni. Perché ci sia sviluppo è necessaria una rivoluzione culturale, pure soluzioni riformiste

non cambiano la situazione (falsa generosità).

2.5 Compiti della leadership rivoluzionaria

Persona dominante che presa coscienza della realtà la rifiuta e se ne estranea per entrare con sim-patia

e amore a far parte del mondo degli oppressi, in linea coi loro obiettivi. Se gli oppressi hanno già un

grado di riconoscimento del loro stato di oppressione la cooperazione avviene immediatamente. A volte

però può succedere che gli oppressi siano così dentro ai miti dei dominanti da non riconoscersi in linea

col leader. Compito del leader non è qui pensare di sostituirsi a loro ma comprendere le ragioni di

eventuali diffidenze e cercare la comunione con gli oppressi.

3. La teoria dell’azione dialogica e le sue caratteristiche

3.1 La collaborazione

Soggetti che si incontrano per dare un nome al mondo in vista della sua trasformazione. La

collaborazione si può realizzare solo nella comunicazione, nel dialogo (cfr. caratt. dialogo); nella

comunione simpatica e amorosa (Guevara: fusione).

3.2 Unire per liberare

Unione delle masse tra loro e con la leadership.

Unione che comincia con l’io oppresso che era diviso sella situazione di dominio, che si vedeva in una

posizione di aderenza alla realtà e non si conosceva come “essere”.

Necessaria un’azione culturale che porti a riconoscere il perché e il come della loro “aderenza” alla

realtà che porta a una visione fallace di sé e d’essa (incapaci/immutabile), che li porti a slegarsi dai miti

che li tenevano separati e divisi.

L’unione implica una coscienza di classe.

3.3 L’organizzazione

L’organizzazione delle masse popolare, contraria alla loro manipolazione, è lo sdoppiamento naturale

della loro unità. Centrale è l’atto di testimonianza; caratterizzato da coerenza, audacia, radicalizzazione,

coraggio di amare e fede.

Implica autorità (nega licenziosità) e libertà (nega autoritarismo).

3.4 La sintesi culturale

Ogni azione culturale incide sulla struttura sociale per mantenerla/trasformarla. La struttura sociale, per

essere, deve essere in divenire. L’azione culturale antidialogica cerca la sparizione della dialettica

permanenza/mutamento che renderebbe inesistente la struttura. L’azione sociale dialogica, la sintesi

culturale, non nega la dialettica ma aspira al superamento delle contraddizioni per la libertà dell’uomo.

Nella sintesi culturale non è la cultura dominante che si impone sull’altra ma le due visioni di leader e

massa si conoscono reciprocamente per analizzare criticamente la realtà, con arricchimento di

ambedue. No quindi a invasione della leadership ma no anche al semplice adattamento alle aspirazioni

del popolo; si a ricerca e confronto critico problematizzante nel dialogo. (cfr Cap.3 Par.4)

Organizzare le case famiglia, M. Saglietti

Capitolo 1: Modelli di Intervento nelle Comunità per Minori

- Contesti e Processi di Socializzazione –

MINORE “FUORI FAMIGLIA”: minorenne oggetto di allontanamento (consensuale o coatto) dal contesto

famigliare.

COMUNITA’ PER MINORI: contesti residenziali che

- Ospitano ragazzi/e fino al raggiungimento della maggiore età

- Ospitano minori fuori dalla famiglia per un periodo limitato di tempo

- Hanno come obiettivi la cura e lo sviluppo del bambino

- Sono gestite da personale adulto

- Non offrono servizi scolastici né specificatamente terapeutici; non hanno caratteristiche

psichiatriche, sanitarie, penitenziarie o riabilitative.

Gruppi primari, la cui funzione centrale è la socializzazione dei membri (processo biunivoco) perseguita

attraverso i canali delle routine, del lessico familiare, degli oggetti e delle attività.

- Le Comunità per Minori in Italia –

Anni 60: rinnovamento anti-istituzionale=> prime mosse legislative e nuove soluzioni d’accoglienza

Legge 149/2001 stabilito il superamento degli istituti (avvenuto anni dopo) e si stabiliscono delle

distinzioni in base a diversi criteri come utenza, variabili organizzative … per AZIONE EDUCATIVA:

- Comunità educative: dove l’azione ed. è svolta da un’equipe di operatori professionali che la

esercitano come professione (fino a 12/10 bambini)

- Comunità di Pronta Accoglienza: accolgono in caso di emergenza senza un preventivo piano di

intervento. La permanenza è breve

- Comunità di tipo familiare o Case Famiglia: attività educative svolte da adulti che vivono insieme

ai minori affidati, anche coi propri figli, assumendo funzioni genitoriali (max 8)

- Gruppi appartamento giovani o Comunità Alloggio: presidi residenziali che accolgono persone

avviate verso l’autonomia con un’azione di supporto non continuativa

2 le dimensioni chiave dell’intervento:

la TEMPORANEITA’ (accoglienza in un tempo definito)

1.

2. la FAMILIARITA’ (gestione e scansione familiare dei tempi e degli spazi di vita):

• offrire un clima di protezione e cura

• offrire sostentamento materiale

• migliorare le competenze sociali e comportamentali

• relazione con famiglia d’origine

• fine il reinserimento in società con iniziali supporti economici, emozionali, sociali

Le comunità per minori regolano le fasi:

- VALUTATIVA (supplenza del genitore e protezione del minore nella relazione con questo)

- di AFFIANCAMENTO (relazione orientata a far riassumere al genitore ruolo e competenze)

Criteri di Valutazione per comunità per minori (vaghi):

esistenza di vita comunitaria e rapporti significativi coi caregivers

1. rapporti reali quotidiani col territorio

2. Piani educativi personalizzati

3. Adeguate forme di coinvolgimento della famiglia d’origine

4. Adeguata formazione degli operatori

5. Metodologia di lavoro definita

6.

7. Positivi e corretti rapporti di collaborazione coi servizi ed enti locali competenti

Alcuni requisiti minimi (più chiari) adottati a livello nazionale:

1. Vicinanza a mezzi pubblici di trasporto

2. Dotazione di spazi per la socializzazione diversi dalle camere

3. Presenza figure professionali sociali e sanitarie qualificate

4. Coordinatore responsabile

5. Registro degli ospiti

6. Per ogni ragazzo viene predisposto un PEI con obiettivi, contenuti, modalità di intervento e

metodi di verifica

7. Attività organizzate nel rispetto dei normali ritmi di vita

8. Carta del servizio (esporre il proprio servizio alla collettività)

Adeguatezza dal punto di vista amministrativo:

1. Autorizzazione al funzionamento

2. Accreditamento, ingresso nel mercato pubblico

Verifica dell’operato delle comunità (ottenuti dai criteri per l’affido di Martin):

1. Stabilità

2. Clima emotivo intenso

3. Massima espressione del potenziale di sviluppo del bambino

4. Recupero, da parte del minore, di eventuali carenze

5. Mantenimento legami con famiglia

6. Sostegno ai genitori per il recupero delle loro capacità di parenting

… e a lungo termine …

7. Autosufficienza in età adulta

8. Capacità di buone relazioni

9. Socialmente adattivo

Nuovi fenomeni:

- Ritorno in comunità per affidi/adozioni falliti

- > minori stranieri non accompagnati

- > neomaggiorenni fuori famiglia (quanto deve durare l’intervento sociale?)

- Accoglienza di nuclei madri-bambino

- Fare Famiglia in Comunità –

Fare famiglia senza pur essere famiglia significa attuare negli scambi di vita quotidiani i diversi modi di

costruirsi come partecipanti a un sistema di relazioni affettivamente rilevanti.

Le case famiglia sono impegnate nella costruzione, riproduzione e decostruzione di attività familiari e al

contempo spezzano il dato per scontato su cosa significhi essere famiglia.

- Comunità come spazio di pensiero –

Pensare alle comunità come thinking spaces significa capire se sono in grado di permettere di creare e

negoziare appartenenze, identità, ruoli, imparando a pensare insieme (per lo sviluppo).

Capitolo 2: Organizzare le Comunità

- Vedi alla voce organizzazione –

Famiglia: sistema sociale informale ; Casa Famiglia: struttura organizzativa caratterizzata da impresa

comune, impegno reciproco e repertorio condiviso degli educatori. In essa centrale è la dimensione

sistemica e la rete con le agenzie di finanziamento e le istituzioni.

Parlare di comunità come organizzazioni non significa parlare di istituzioni e istituzionalizzazioni e

tantomeno di aziende o servizi business-oriented senza attività educativa

La questione organizzativa è centrale. Tuttavia le comunità per minori mostrano alcune fragilità:

- Inadeguata distribuzione del lavoro (troppo lavoro, basse paghe…)

- Alto tasso di turn over degli operatori con costi enormi e ricadute negative sul progetto di

affidamento del minore

- Rischio di burn out

- Scarsità di documentazione organizzativa prodotta

- Chi fa cosa? -

Distribuzione dei compiti: Molto spesso “tutti fanno tutto” quando invece un’adeguata gestione delle

attività e dei ruoli può essere la chiave per spendere meglio tempo e competenze. Quindi prima capire

“che cosa si fa” e poi “chi è meglio che faccia cosa”.

La funzione di coordinamento: Mito della gestione democratica o su leadership carismatica che porta a

una gestione personalistica scorretta. La realtà invece: il coordinatore ha un compito complesso e non

scontato. Deve tenere le fila di ciò che succede dentro il servizio e costruire produttivi rapporti con

l’ambiente esterno; deve essere flessibile, deve accreditarsi come figura in grado di creare strategie,

tradurre teoria in pratica, interpretare e dirigere i contesti problematici, promuovere il linguaggio

organizzativo e le pratiche di socializzazione dei novizi.

Il volontario: Figura a cui si deve dedicare tempo (training specifici tenuti da educatori esperti,

monitoraggio…) e dar spazi specifici, “pensati”, di partecipazione per socializzarlo lavorativamente.

- Gli strumenti di lavoro “ripensati”-

Appr. Psicologia storico-culturale => gli artefatti o strumenti:

- Incorporano obiettivi e teorie sul funzionamento organizzativo ed interattivo dei contesti

- Producono e riproducono le conoscenze in un’organizzazione e consentono di documentarle

- Strutturano le pratiche dell’organizzazione

PEI = Piano Educativo Individualizzato contenente dati anagrafici, obiettivi del piano educativo, data e

motivazione dell’inserimento nella struttura, composizione familiare, situazione sanitaria, scolastica e/o

lavorativa.

Esso non è solo educativo in quanto rispecchia anche valenze organizzative e sociali e riflette le

teorie di riferimento e la storia comune degli operatori che la scrivono.

Artefatti che non sostengono le pratiche sociali ma sovrappongono funzioni diverse frammentando i

ritmi di lavoro => vuoti (es. agenda delle operatrici).

- Gli spazi della comunità: fra vecchi istituti e nuove case famiglia -

Anche gli spazi della comunità e i loro nomi (es. refettorio/cucina) riflettono idee e modellano le attività

che si svolgono. Si possono distinguere: Spazi per educatori (privati e organizzativi), Spazi comuni, Spazi

privati riservati ai minori. Manca uno spazio organizzativo: manca un pensiero organizzativo.

Indicazioni delle principali associazioni di comunità per minori:

- Spazi distinti per equipe educativa, comunità e ragazzi

- Locale adeguato come cucina

- Limite massimo di 3 posti letto per stanza

- Locale comune accessibile a tutti

- Almeno 2 bagni (1 accessibile ai disabili)

- Attrezzature accessibili ai disabili

- I tempi delle comunità: dalla parte dei bambini? -

Percezione e strutturazione del tempo non neutra ma plasmata (e che plasma) da dimensioni d’ordine

sociale, educative, di controllo, di esercizio del potere, di creatività, di esclusione sociale…

Le comunità: funzionano tutti i giorni dell’anno, costantemente accessibili, accolgono il minore per un

periodo limitato, espongono il “tempo privato” di adulti residenti (vacanze, serate di babysitting) e

bambini a numerosi sguardi.

Gestione tempi su un continuum che va dalla rigidità e fissità temporale (com. religiosa) a maggior

flessibilità (sveglie differenziate). Dipende da: sistemi di interpretazione della gestione del tempo

(funzionale ai bambini o all’organizzazione?), del progetto educativo e del minore.

+ Conseguenze sociali di turnistica degli operatori (C. staff “lunga/corta”)

Capitolo 3: Comunità e Famiglia d’Origine in pratica

Letteratura psicosociale:

- “un legame costruttivo tra i due soggetti è predittivo di un buon esito del processo di cambiamento

della famiglia e del percorso del figlio” (Paola Milani)

- “la funzione genitoriale sostitutiva ha senso solo in funzione di favorire un legame rinnovato tra

genitore e bambino, la cura del legame e non la rottura definitiva-esproprio”

- “qualunque intervento influenza inevitabilmente il nucleo famigliare; per evitare inefficacia/danno

dell’azione tener presente che la relazione con l’utente non è diadica”

=> Necessari interventi da parte dei servizi sociali che si inseriscano in un continuum in cui ogni

momento ci sia il miglior livello possibile di riunificazione, con obiettivo finale il reinserimento .

1. MODELLO SOSTITUTIVO (com. religiosa e “cellulare dei genitori” a cena): sistema di

rappresentazioni da parte degli operatori nel quale la famiglia è giudicata inadeguata/dannosa,

soggetto da contrastare.

2. MODELLO DELLA COEVOLUZIONE: mantenere i contatti con la famiglia, strutturare un

programma di incontro, incontrare i genitori e offrirgli sostegno emotivo e aiutarli ad apprendere

le abilità di base (utilità della “narrazione del figlio”), esplicitare la relazione comunità-genitore

serve a mettere in grado il genitore d’occuparsi del figlio.

Capitolo 4: Interazioni in Comunità

Una comunità per minori deve possedere rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia.

- Partecipare: adulti e ragazzi a cena -

Cena: è un “noi-evento” che acquisisce importanti funzioni dall’educazione alle buone maniere alla

socializzazione linguistica (spia), al rilancio della coesione familiare. Nei casi in cui le comunità si

configurino come “spazi di pensiero”, partecipare diviene arena di costruzione del pensiero, di

resilienza, appartenenze sociali e senso d’identità.

Il potere di plasmare e dirigere l’interazione è dell’adulto. In base alla sua concezione si ha un:

1. MODELLO CENTRIPETO = sistema di comunicazione in cui:

- La struttura degli interventi è da uno a molti, trasmissione unidirezionale informazioni adulto-

bambino che non valorizza la comunicazione tra pari;

- L’adulto è al centro, gestore dei flussi di discorsi, principale destinatario;

- Codice linguistico ristretto;

- Regole comunicative rigidamente imposte;

- Comunità religiosa: “animatori/non autori preghiera”, socializzaz. norme basata

sull’anticipazione dei danni, mancanza spazi di discussione per l’apprendimento

2. MODELLO APERTO = sistema di partecipazione non rigido che permette l’elaborazione di attività

discorsive e l’assunzione di molteplici ruoli. Qui:

- Orientamento flessibile dei flussi discorsivi e possibilità di più conversazioni in

contemporanea

- Posizione dell’adulto nei discorsi funzionale alla necessità di coordinamento interattivo

- Diversi tipi di parlato allargato, utili allo sviluppo di elaborate competenze linguistiche

- Equilibrio imposizione/negoziazione sulle regole conversazionali

- Veicolata l’importanza del saper argomentare e gestire collaborativamente le conversazioni

- Comunità staff: amico che viene a dormire, Comunità famiglia: lasciatemi dormire.

Capitolo 5: Buone Pratiche e Buone Interazioni

Triste notare pratiche istituzionali annidatesi nei dettagli, nei nomi di luoghi…

Da come si interpreta il mandato sociale discendono azioni, esiti e sistemi di interazione rilevanti (es CR

no comunicazione tra pari e no famiglia d’origine per favorire adozione). Se vi è un’interpretazione

stabile e condivisa vi è coerenza negli interventi.

Indicazioni interessanti:

1. Scrivere il PEI, ripensare e innovare gli artefatti e il loro uso:

• prodotto collaborativo, evolutivo, intellegibile ad occhi esterni,

• con termini chiari, fondati scientificamente e sulle azioni, non su giudizi;

• va esplicitato l’apparato teorico che influenza il modo in cui il minore è guardato ed il

destinatario;

• specifica metodi e obiettivi di intervento fondati, partiche, tempi, attori e criteri di

valutazione

2. Nuovi spazi per grandi e piccoli:

• Una “casa”, personalizzabile e che preveda la protezione della privacy e dell’essere

inaccessibili (bambino e adulto)

3. Orari, turni e stabilità centrati sui bambini:

• Più di un adulto a tavola e non troppi in momenti topici

• Gruppo di adulti stabile per stabilità di riferimento degli educatori

4. Interagire con la (e non sulla) famiglia d’origine

5. Parlare con i bambini: crea palestre sociali di apprendimento e interazione familiare. Discutendo si

impara.

Riassunto Dispensa della Docente

PARADA – I RAGAZZI DI STRADA

UN PAESE IN CAMMINO – LA ROMANIA

Regime comunista (1946-1989), in particolare con Ceausescu: politica pro-natalità che va di passo con

l’industrializzazione (vietato l’aborto, pressione psicologica, limitazioni al divorzio, tassa sul celibato…).

Aumentò il tasso di natalità ma, con esso, i figli istituzionalizzati o abbandonati, la povertà, la mortalità

infantile… Solo nel 2004 viene messo a punto un quadro legislativo adeguato e riparatore che deve fare

i conti però con la politica di disinteresse ancora troppo recente.

La luna che non rischiara (Costantin): Canali, odore, oscurità; poi Fondazione Parada con Miloud che era

un clown, mi hanno fatto sentire la vera idea di famiglia, aspirare alla perfezione non guardando i limiti,

capire che per essere importante devi essere te stesso.

COS’E’ PARADA

Parada nasce come fondazione nel 1992 con Miloud Oukili. Prima era nata una famiglia allargata molto

identificata con Miloud.

Quando la famiglia si è trasformata in Fondazione sono sorti tanti problemi evidenti soprattutto per

istituzionalizzare il modello di intervento e le eccellenze educative.

L’organizzazione

La struttura operativa è fatta da un Direttore generale, un ufficio amministrativo (segreteria, relazioni

esterne) e tre coordinatori: uno per il centro diurno (che comprende anche la gestione della equipe

stradale), uno per l’intervento sulla residenzialità (appartamenti protetti e “gazde”, stanze in affitto) ed

infine un responsabile artistico.

L’equipe

Il gruppo che lavora da anni sulle strade di Bucarest è composto da clown, tecnici della cooperazione

internazionale, operatori transculturali (che hanno impostato un’organizzazione contestualizzata alla

cultura Romena), colleghi rumeni, volontari, artisti, psicologi, operatori sociali. Limite: assenza formale

della figura dell’educatore.

La strada

Tutto è iniziato dai bambini romeni in strada ed anche oggi il fulcro del lavoro di Parada è in strada.

Nelle strade i bambini sono invisibili al mondo e vi è una forma di ricerca della visibilità aggressiva,

realizzata accentuando il degrado. Parada attraverso la caravana, il servizio stradale, offre visibilità e

disponibilità alla relazione.

Nelle strade vi sono spazi degradati e spazi vissuti: canali organizzati, puliti, dove è proibito sporcare

con escrementi; luoghi con tappeti, musica, corrente elettrica, luoghi abitati da volti vivi e attenti.

LA STRADA COME STRUMENTO DI RIABILITAZIONE: OPPORTUNITÀ, LIMITI ED EQUIVOCI

L’approccio

Osservazione partecipata; approccio dell’intervista “al contrario”

L’adulto, il clown, gioca due carte:

- Diventano uno di loro, immedesimazione, salvaguardano l’identità propria della strada


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
Docente: Dusi Paola
Università: Verona - Univr
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DorotyLisa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sociale e di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Dusi Paola.

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