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PedagogiaLibro: “Formarsi alla cura riflessiva” di Antonia Cunti

Capitolo 1: “La formazione come percorso identitario di cura di sé”

L’identità come costrutto pedagogico

Per attuare i processi di sviluppo dell’identità bisogna alimentare forme interpretative e di intervento dei contesti educativi e di istruzione, per prevenire forme di disagio e aiutare il soggetto a scegliere. La formazione formale avviene grazie a soggetti professionali che aiutano l’individuo ad acquisire conoscenze culturali e si intreccia con il lavoro e la famiglia. Tuttavia, non sempre un soggetto sa usare le proprie conoscenze, visto che la scuola è un luogo in cui si impara e si è valutati per ciò che si fa in solitudine, riducendo gli scambi all’uno-tutti o uno-uno. Viene così messa a rischio la piacevolezza dell’apprendere.

Attorno a questo elemento si aprono due ambiti: il primo riguarda il carattere giudicante della scuola; le ragioni degli insuccessi, infatti, sono ricondotte agli studenti, senza valutare il risultato della formazione. Il secondo, invece, riguarda l’idea di cultura che le istituzioni formative veicolano. L’espressione “io formativo” riguarda la qualità del rapporto di ciascuno di noi con la propria formazione. Accanto all’io formativo c’è un “io culturale” che filtra il rapporto del soggetto con la formazione. Il percorso formativo vissuto alimenta il proprio io culturale e formativo. Ciascuno di noi ha un proprio sapere personale che crea l’esperienza e dipende dai contesti e dalle esperienze vissute.

Imparare ad agire la formatività dell’esistenza

La formazione deve essere metodologica e orientativa al Sé, dove imparare a imparare è il senso della formazione stessa. La scuola è disorientante se non esprime una didattica per l’acquisizione di qualità conoscitive e comportamentali. La crescita vertiginosa della conoscenza scientifica rende difficile interiorizzare le conoscenze nei diversi campi del sapere: è necessario, quindi, individuare la natura del contesto e, in tal senso, l’insegnamento deve alimentare la capacità di scelta. Il “sapere come” è una competenza specifica, poiché il soggetto pensa se stesso dal punto di vista di quello che sa e sa fare, del modo in cui interagisce con gli altri e col mondo.

I luoghi di istruzione sono responsabili delle forme di apprendimento, dei setting educativi, di come i processi formativi modificano la disposizione ad imparare e la concezione e percezione di sé come soggetto in grado di farlo. L’educazione deve creare una guida dentro le persone per orientarle a scegliere.

La formazione come crescita della cura educativa

La pluralità dei contesti sociali rende difficile comportamenti autonomi, con una scarsa capacità di valutazione e scelta nei processi di formazione. Questo disagio focalizza l’attenzione su elementi di disturbo per la crescita positiva del soggetto. In questi prevale una logica di separazione della persona dall’oggetto del disagio da rimuovere. L’obiettivo è mettere al centro il soggetto, cioè pensare che possa cambiare e abbia le risorse e l’energia per farlo.

Il concetto di disagio richiama quello di “cura”: la necessità di una cura educativa trova fondamento nella vulnerabilità, fragilità e precarietà dell’essere umano e interviene nelle situazioni in cui il soggetto sperimenta un senso di spaesamento, estraneità e vuoto: essa può insegnare a fare il vuoto dentro di sé, ma per accogliersi e ritrovarsi e per fare spazio a nuove pienezze.

L’agire educativo consiste, allora, nell’attivare processi autoriflessivi, di cura di sé e della propria storia, che dia al soggetto possibilità di esplorare il mondo e se stesso e di apprendere quanto vissuto. Il modo in cui pensiamo e leggiamo il mondo dipende da quello che siamo, dai nostri sistemi di significato, dai saperi personali, dalle nostre esperienze e dall’approccio alla vita. L’insegnamento è il porre i saperi in relazione con l’altro che potrà dare ad essi un senso. L’educazione, quindi, si prende cura della formatività del soggetto, della sua intenzionalità e capacità di interpretare.

Capitolo 2: “La formazione va al lavoro”

Sviluppo identitario, formazione e lavoro educativo

La formazione è una costruzione reciproca di conoscenze e saperi. Se il lavoro, invece di essere luogo di realizzazione di se stessi, diventa una necessità, la formazione diventa l’acquisizione di tecniche, ignorando l’aspetto legato alle relazioni. Si può verificare, quindi, che i soggetti professionali, per affrontare situazioni critiche della sfera relazionale, ricorrano a scorciatoie invece di analizzare gli eventi.

Comportamenti ripetuti allontanano da conoscenze teoriche e da un pensare e fare problematici, con una minore attivazione di processi elaborativi: è il caso delle emergenze ordinarie, che non danno spazio alla riflessione. Nel processo educativo sono sempre in gioco il Sé dell’educatore, l’altro con la sua formazione e la relazione che si sviluppa nel contesto. Colui che educa agisce su tutte e tre le dimensioni. Nel processo formativo si recupera o attiva il bisogno di sapere, che agisce sul processo stesso.

Alla luce di tale premessa, emerge la ragione del fallimento di tante operazioni di riqualificazione professionale: la conoscenza non deve essere aggiuntiva, ma trasformativa, poiché è difficile accogliere un nuovo sapere senza metterne in crisi uno pregresso, soprattutto in età adulta. Il soggetto professionale è sempre alla ricerca di coerenze tra il modo in cui si sente e la realizzazione del sé. In questo senso, il lavoro è una componente ineliminabile dell’identità, poiché è un luogo fondamentale dove esprimere il nostro essere.

Il lavoro formativo si rivolge a idee, azioni e alla ricerca di coerenze reciproche. Un intervento che opera solo sul piano delle conoscenze o su quello delle pratiche non avrà effetto duraturo per la crescita professionale. Se ci si sofferma sulle prime si apprendono conoscenze nuove che saranno dimenticate presto. Se si opta per le seconde si procede per prove ed errori, senza analizzare la situazione e senza azioni per raggiungere gli obiettivi.

Una posizione centrale nei contesti in cui la riflessione è strumento di cambiamento è assunta dal confronto e dall’imparare dagli altri. Andare oltre l’evidenza implica il mettersi in gioco e intercettare quello che degli altri ci dice qualcosa su di noi, il cui esame fa avanzare il processo di identificazione. Chi educa deve riflettere sul proprio cambiamento: non si educa passando ad altri le proprie esperienze, ma traendo vantaggio da ciò che si è imparato e condividendo i modi di interpretare.

Imparare dalle pratiche professionali

Prima di imparare dagli altri bisogna imparare da se stessi. Ogni azione è suggerita da un’idea su cui si sceglie di intervenire. Il processo formativo si compone di due fasi, una basata sulle pratiche agite, l’altra su quelle ipotizzabili. Si parte dal soggetto nella situazione di lavoro, dalla descrizione e l’analisi dei contesti, degli agiti e delle dinamiche, chiamando in causa le scelte, l’interpretazione e le teorie dei comportamenti dei soggetti professionali. Si esamina la coerenza tra pensare e fare.

Per passare dalla prima alla seconda fase ci si interroga sull’efficacia delle opzioni, teoriche e pratiche, rispetto al contesto e agli obiettivi di trasformazione. La fase successiva riguarda la revisione dell’agire professionale e comprende la proposta di nuovi elementi interpretativi e la costruzione di nuove ipotesi di intervento. La professionalità è creazione progressiva di una razionalità pratica confermata dal sapere scientifico, che fornisce uno stile di ragionamento che avvicina alla conoscenza. I soggetti imparano mettendosi alla prova con le loro risorse personali, culturali e professionali e riflettendo sui propri comportamenti e su situazioni affrontate con precise scelte di intervento.

Tale modo di concepire la conoscenza implica la capacità di pensare il sapere. La formazione, quindi, deve suscitare una situazione di crisi, di cui è evidenziata la componente riflessiva. Il soggetto, infatti, avvertito lo stato di crisi, rinvia l’agire, attuando un lavoro interiore di ricerca della soluzione. L’esperienza lavorativa è molto diversa dall’apprendimento e dalla conoscenza, poiché si incentra sulla pratica, che si compone di azioni che richiamano solo in parte le conoscenze apprese. La pratica è un pensiero in azione guidato dall’intenzionalità, che produce nuove forme di apprendimento.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sasi_1234 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Napoli - Parthenope o del prof Cunti Antonia.
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