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Educare ad un mondo futuro

Alleanze interculturali, dialogo interreligioso e sviluppo della cultura di pace

In un mondo contraddistinto da un livello conflittuale altissimo e da violenze, che si consumano sia dall’interno della famiglia che nel rapporto di lavoro, risulta necessario educare i giovani ad una cultura della pace. Ciò pone nuovi interrogativi su come e quanto i contenuti delle discipline studiate a scuola, i metodi, le pratiche siano espressione di cultura di guerra o di pace.

Da qui la consapevolezza che l’educazione rappresenta uno dei principali aspetti che formano alla cultura della pace, la quale potrà affermarsi solo se vengono attivati contemporaneamente più principi fondamentali:

  • Uguaglianza dei diritti
  • Rispetto dei diritti umani
  • Sostegno alla partecipazione democratica
  • Cittadinanza attiva

Lo scopo di questo libro è esplorare quali possono essere le migliori pratiche che nelle relazioni umane facilitano il vivere e il condividere il benessere e quali sono i contributi teorici nazionali e internazionali che educano alla cultura della pace.

Negli ultimi anni è emersa l’importanza di formare educatori e insegnanti alla conoscenza e progettazione di proposte educative che guardano alla pluridimensionalità di queste tematiche. Il testo attraversa 3 aspetti integrati alla cultura della pace:

  • Progettualità interculturali
  • Dialogo interreligioso
  • Problematiche necessarie per apprendere a vivere (Educazione alla pace)

Capitolo 1

Dall’integrazione all’alleanza interculturale: significati e modelli

L’intercultura è una risposta progettuale alla compresenza, non sempre pacifica e costruttiva, di differenti gruppi culturali e etnici all’interno di uno stesso territorio. Essa si configura non come situazione di partenza, bensì come meta alla quale giungere attraverso un impegno condiviso di negoziazione, cooperazione, dialogo.

  • Prefisso ‘INTER’: scambio, incontro, interazione, confronto
  • Si basa su: dialogo, incontro e solidarietà

In Italia l’attenzione verso la tematica dell’intercultura si definisce in relazione ad un tipo di immigrazione complessa (persone che provengono da contesti di guerra e carestia) a partire dall’inizio degli anni ’80. Rispetto agli stati europei, l’Italia ha visto le prime presenze immigrate quasi 20 anni più tardi: esse giungevano dalla sponda africana, sperando di trovare lavoro.

L’immigrazione italiana è caratterizzata da una provenienza asiatica (indiana e cinese) e africana (magrebina e sub-sahariana) e la loro presenza è distribuita su tutto il territorio, anche se non uniformemente. La realtà italiana è policentrica costituita da vari gruppi nazionali ed etnici. Negli anni, la natura del fenomeno migratorio si è modificata gradualmente, sono apparse donne, bambini e ragazzi, quest’ultimi anche soli. I minori che arrivano senza famiglia sono testimonianza evidente che in tali contesti i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza vengono disattesi e calpestati e il pericolo per la sopravvivenza dei figli spinge le famiglie ad allontanarli con la speranza di un futuro migliore.

Tali stranieri minori non accompagnati necessitano di protezione e tutela (come indicato nella Convenzione dei diritti dell’Infanzia), cosa che nella realtà non avviene: spesso vengono trattati con misure di controllo al pari degli adulti; subendone le stesse restrizioni, punizioni ed espulsioni.

Solo negli anni ’90 nella scuola italiana inizia a delinearsi la tematica dell’intercultura suddivisibile in 3 macro-fasi:

Prima fase - La scuola risponde all’emergenza e fa posto agli alunni stranieri (anni ’80)

Si fa fronte ad una situazione inaspettata alla quale gli insegnanti e il sistema scolastico non erano preparati; si cerca di comprendere le difficoltà e rispondere con spirito umanitario. Gli immigrati venivano ricondotti ad una tipologia di diversità (di tipo etnico) e ciò ha creato la base per la costruzione di stereotipi. Si venne a definire un primo modello di integrazione, si chiedeva a chi si trovava in una situazione che la società riteneva di ‘diversità’ (immigrazione, disabilità, religione) di inserirsi e avvicinarsi alle norme e regole sociali, allo scopo di integrarsi alla maggioranza.

L’insegnamento dell’italiano L2 diventa un aspetto centrale nell’insegnamento dei bambini stranieri nella scuola italiana. Perché? Si riteneva che questi essendo privi di riferimenti linguistici della realtà di accoglienza si trovassero in una condizione limitata di apprendimento. La lingua italiana è un importante facilitatore, ma non l’unico e non determina autonomamente un aspetto positivo ed un successo scolastico, accade che i bambini che parlano la lingua del paese di accoglienza hanno comunque difficoltà ad inserirsi nel gruppo di pari.

Seconda fase - La scuola si organizza attivandosi per l’integrazione degli alunni stranieri

Circolare ministeriale n. 205 del 1990 fornisce le linee guida per l’insegnamento di alunni immigrati nelle classi, si parla di vera e propria integrazione che ha lo scopo di rendere un po’ meno diversi gli immigrati. In questa fase tutto ruota intorno al buon esito del percorso scolastico perché un eventuale fallimento potrebbe condurre a forme di disagio o marginalità. Si mira all’inserimento nel percorso scolastico, all’acquisizione della lingua italiana e al mantenimento di quella materna, ad una buona qualità della relazione in classe e extra scuola.

Cosa limita l’integrazione? La non corrispondenza tra classe di inserimento ed età anagrafica; la mancanza di corsi d’italiano extra scuola e la scarsa fiducia nelle potenzialità dei bambini immigrati.

Terza fase - La scuola elabora una nuova prospettiva dell’inclusione

Tutti i bambini hanno diritti e devono avere uguali opportunità dentro ogni ambiente educativo. Sono soggetti modificabili, ma il miglioramento delle loro competenze dipende anche dalla qualità della relazione educativa proposta. Per garantire l’inclusione di tutti i bambini è necessario individuare le barriere e rimuovere gli ostacoli che impediscono l’apprendimento.

Due criteri di mediazione utili per i processi di inclusione educativa (secondo Feuerstein):

  • Mediazione del comportamento di condivisione, prepara il bambino alla cooperazione con gli altri uscendo dal proprio sé ed accettando che gli altri partecipino alle sue vicende. Si basa su competenze di ascolto reciproco, empatia e rispetto.
  • Mediazione dell’individualità e della differenza psicologica, aiuta il bambino a sviluppare la propria individualità per sentirsi individuo distinto dagli altri. È il punto di partenza per trasferire ciò che di positivo è nella propria persona agli altri (incoraggia l’unicità di ogni essere umano).

Esperienza di apprendimento mediato vede la presenza di un mediatore, una persona che ha lo scopo di rendere il soggetto capace di imparare ad imparare per il raggiungimento dell’autonomia. Il mediatore deve sapersi immedesimare in colui che si trova davanti, importante l’empatia.

Intercultura e educazione di genere

Nonostante le organizzazioni siano impegnate da anni a sostenere l’uguaglianza di genere, sono ancora molto diffuse forme di discriminazione di genere femminile che si concretizzano in forme di violenza culturale e strutturale. In Italia troviamo ancora diffusa la rappresentazione della donna straniera lavoratrice in professioni di cura ed assistenza (il lavoro educativo deve mirare alla decostruzione di stereotipi maschili e femminili). I problemi di discriminazione sono diffusi in tutto il pianeta: una pratica sociale diffusa è quella del matrimonio precoce, dovuto a causa di consuetudini e norme sociali, che causa gravi danni alla formazione della persona.

Le culture non sono monolitiche, per cui identificare un solo modello di comportamento è solo frutto di una visione stereotipata. Ad esempio, la motivazione per cui le donne musulmane portano il velo sono diverse (sentirsi protette, rispetto per la tradizione); invece, all’interno del pensiero femminista esse sono sempre stereotipate come donne musulmane viste come passive, vittima dell’oppressività della famiglia.

Alleanze interculturali

Alleanze interculturali sono un patto o accordo che si attiva tra persone o gruppi per realizzare una coesistenza pacifica e democratica, si costruiscono attraverso l’impegno a riconoscere l’altro e lo scambio come atto attento alle diversità viste come risorsa. È un concetto fondamentale per promuovere la pace e la collaborazione tra diverse culture.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher s.mori di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia interculturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Mariani Alessandro.
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