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Culture migranti

Introduzione

Le culture non sono entità statiche, ben delimitate fra loro e omogenee al loro interno, quanto piuttosto fenomeni plurali e in perenne movimento, attraversati da continue tensioni, relazioni e scambi reciproci; nemmeno le identità culturali corrispondono a insiemi stabili e oggettivamente definibili di tratti, ma si costruiscono e si modificano nel contesto d’interazioni sociali e rapporti politici.

Multiculturalità è un dato di fatto, compresenza fisica di soggetti sullo stesso territorio. L’identità individuale si definisce, si produce e può essere verificata nella cultura dell’educazione che l’ha resa possibile; è sintesi della reciprocità fra processi e pratiche di inculturazione (come trasferimento a livello intergenerazionale della cultura di origine) e di acculturazione (intesa anche come ibridazione tra diverse culture).

L’interculturalità e la transculturalità rappresentano condizioni di emancipazione della multiculturalità, tramite un’integrazione reale che si affranchi dai rischi degli estremi opposti del separatismo/ghettizzazione e dell’assimilazionismo.

La prima parte affronta nodi concettuali segnano dimensionalità della formazione. La seconda parte analizza alcune rassegne di ricerca internazionale e nazionale. La terza parte riconosce l’intero ciclo di vita dell’uomo e della donna dipanarsi all’interno del gruppo e dei gruppi, inducendo a considerare la cultura come un’entità dinamica e l’identità come riconnessa a una multi appartenenza. La quarta parte muove dal presupposto che l’educazione possa essere concorsa dall’istruzione, poiché il sapere costituisce una forma di cultura e cura di sé, e che l’istruzione abbia sempre un abito educativo.

Competenze professionali

Le competenze professionali delle future professionali pedagogiche dovranno includere quattro irrinunciabili livelli di competenze culturali, didattiche e di scienza dell’educazione.

  • Competenze teoriche: la competenza disciplinare (sapere) attiene alla padronanza culturale delle materie di insegnamento e alla capacità di sapersi confrontare e contaminare con altre discipline (interdisciplinarità).
  • Competenze operative: la competenza didattica (saper fare) attiene alla padronanza metodologica ed empirica nell’ambito sia della didattica generale, sia delle didattiche disciplinari.
  • Competenze interrazionali: la competenza relazionale (saper stare con gli altri) attiene alla padronanza nell’ambito delle dinamiche di comunicazione-socializzazione, nonché alla capacità di controllo degli atteggiamenti del docente nelle relazioni socio-affettive con gli allievi.
  • Competenze deontologiche: la competenza deontologica (saper essere) attiene alla professionalità pedagogica nell’ambito delle scienze dell’educazione e mira alla salvaguardia della singolarità e alla valorizzazione del soggetto-persona.

Il métissage nelle arti come modello di relazione interculturale

Una "terza via"

L'idea del métissage, cioè di una mescolanza che coinvolge potenzialmente una pluralità di aspetti, dai tratti somatici alle tradizioni culturali, dalle credenze religiose alle forme della politica evoca due scenari opposti.

  • Il métissage rappresenta una sorta di utopia: il sogno di una società aperta e pacifica, attenuarsi delle differenze porterebbe alla progressiva scomparsa dei conflitti, delle discriminazioni moltiplicando al tempo stesso gli stessi spazi d'interazione e condivisione.
  • Il métissage rappresenta invece una sorta di spettro: l’incubo di una società omogenea e standardizzata, in cui il diluirsi delle differenze incrinerebbe il senso di appartenenza, l’identità individuale e culturale, la ricchezza di cui le differenze sono portatrici.

Métissage area francofona: Il métissage non va confuso con un processo osmotico per cui le differenze si annullerebbero vicendevolmente, fino a produrre una totalità indistinta; invece il métissage si prospetta come una “terza via” tra la logica della fusione e quella della frammentazione, una terza via tra universalismo e comunitarismo, tra assimilazionismo e separatismo.

La nozione di métissage ambisce a diventare un paradigma. I teorici del métissage prendono le distanze dall’ideologia multiculturalista, che prevede la coesistenza di culture diverse, alle quali accordare pari dignità e valore, ma concepite come separate l’una dall’altra; essi prendono le distanze anche dall’ideologia assimilazionista che si propone di diluire gradualmente le differenze tra le culture, attraverso l’adattamento delle credenze e dei valori dei gruppi minoritari a quelli della cultura dominante.

Per i teorici le differenze non vanno né annullate né assolutizzate: infatti le culture non sono entità statiche, delimitate fra loro e omogenee al loro interno, quanto fenomeni plurali e in perenne movimento, attraversati da continue tensioni, relazioni e scambi reciproci. Il paradigma del métissage non è privo di affinità con l'antropologia transnazionale e dalla critica postcoloniale: di flusso culturale, di ibridazione culturale e d third space, di travelling cultures.

Il paradigma del métissage si distingue per due elementi: 1) l’enfasi posta sulla costruzione dell’identità individuale, quindi la rilevanza accordata alla questione della soggettività meticcia; 2) il ruolo cruciale assegnato alla sfera dell’arte e dell’esperienza estetica, vista come spazio d’incontro, in cui i métissages da un lato prendono corpo, si “materializzano” e dall’altro, attivano nessi tra diversi immaginari.

Un diverso concetto di cultura

Fino a pochi decenni fa, il métissage biologico designava un incrocio tra due razze differenti. La convinzione era che esistessero razze “pure”, che potessero occasionalmente mescolarsi tra loro generando individui ibridi, impuri. A partire dagli anni Novanta il termine si è imposto come definizione di un processo culturale, puntualizzare che esso veniva estrapolato in primo luogo, la genetica moderna aveva ormai mostrato l’infondatezza di una suddivisione della specie umana in razze, la vecchia idea di individui impuri/meticci non aveva più senso; inoltre la nuova idea di meticciato culturale escludeva l’esistenza di culture pure, e quindi perché adottare proprio il termine métissage? Per porre al centro dell’indagine i processi di contaminazione da cui nascono e si sviluppano tutte le culture, conferendo una valenza positiva a ciò che prima era oggetto di un giudizio negativo.

La nozione di métissage si contrappone all’idea di cultura espressa dalla “ragione etnologica”, cioè dal modello teorico che accomuna gran parte delle scuole antropologiche dal culturalismo statunitense di Boas allo strutturalismo francese Claude Lévi-Strauss.

Il libro di Amselle “Logiche meticce” ha impresso una svolta nel modo di considerare le culture e le identità culturali. La ragione etnologica ha elaborato un approccio discontinuista, che si articola nel modo seguente: vengono isolati alcuni elementi, astraendoli dal continuum socioculturale in cui sono posti, poi tali elementi assumono la rigidità di strutture fisse in grado di differenziare le pratiche culturali di una certa popolazione da quelle delle popolazioni limitrofe; infine insieme delle differenze così individuate va a costruire una certa cultura o etnia.

In apparenza questa valorizzazione delle differenze sfocia in un relativismo tollerante, per cui tutte le culture avrebbero uguale dignità. In realtà, il relativismo culturale maschera etnocentrismo: l’etnologia si consolida come disciplina del colonialismo europeo. La ragione etnologica funzionale al colonialismo per due motivi. Da un lato permette di ripartire le popolazioni in una serie di etnie, a ciascuna delle quali vengono assegnati tratti specifici, che disegnano quadro più definito entro cui operare; Amselle parla di “invenzione delle etnie”, le etnie non rispecchiano le istanze di unità culturale provenienti da certi gruppi, ma vengono costruite ai fini politici, inducendo nuove forme d’identità.

Dall'altro lato costruisce una serie di schemi binari sulla cui base diventa possibile etichettare le culture extraeuropee come “primitive”, giustificando il dominio coloniale nei termini di una missione civilizzatrice: Le cose non cambiano dopo la fine del colonialismo: permane, l’idea che le diverse culture umane siano entità da definire, classificare e comparare, inoltre la tendenza a esaltare la specificità di ogni cultura si traduce in un’ideologia separatista o multiculturalista: culture sono universi chiusi tanto vale mantenerle separate.

Amselle per uscire veramente da questa prospettiva, bisogna sostituire alla ragione etnologica una “logica meticcia”, un approccio continuista che mette l’accento sull’originaria mescolanza esistente tra le diverse culture; cambiare il concetto stesso di cultura “serbatoio”, “come un insieme di pratiche interne o esterne a uno spazio sociale definito che gli attori sociali mettono in moto in funzione di questa o quella congiuntura politica”.

Non una semplice opzione teorica, quanto piuttosto una riflessione suggerita di “lavoro sul campo” nel continente africano. Studiando le chefferies (circoscrizioni territoriali in cui vige l’autorità di un capo tradizionale) l'autore si è accorto che era sbagliato vedervi tre etnie giustapposte nello spazio e che esse costituivano invece “un sistema di trasformazioni” legate a rapporti di forza sia interni sia esterni.

Non appena decostruiamo l’oggetto-etnia, le culture “non sono situate le une accanto alle altre come monadi leibniziane senza porte né finestre: esse trovano posto in un insieme mobile che è a sua volta un campo strutturato di relazioni”. → Amselle

Un nuovo concetto di alterità

Diverso concetto di cultura espresso da una logica meticcia implica nuova visione del rapporto identità-alterità. Le identità culturali non si danno a partire da un insieme stabile e oggettivamente definibile di tratti ma si costruiscono e si modificano nel contesto di interazioni sociali e rapporti politici. Ciò comporta, da un lato, una concezione più dinamica e pluralistica dell’identità, non più essenza ma come processo, come possibilità di scegliere la propria identità, di trasformarla nel tempo e di “errare” da una all’altra. Nello stesso tempo ciò implica una concezione più fluida delle differenze culturali, sarà sempre possibile attraversare quei confini, superando la rigida dicotomia tra “noi” e gli “altri”.

Questo punto diventa centrale nell'analisi condotta da Laplantine e Nouss che non condividono però l’equazione métissage = sincretismo, mescolanza spinta fino all’indistinzione: Ritengono che il métissage debba preservare il ruolo della differenza accanto a quello della relazione. Cercano di chiarire in che cosa consista l’identità meticcia, come si articoli in concreto l’idea della multi appartenenza di un individuo o di un gruppo. Il discorso si sviluppa su due livelli: il singolo, la collettività.

Secondo Laplantine e Nouss esistono due concezioni dell’alterità: l’alterità relativa e l’alterità assoluta. Per la prima, l’altro è ciò che si oppone al soggetto senza modificarlo; per la seconda, il soggetto s’incontra con l’altro, non gli si oppone né lo riduce a caratteri prestabiliti, può essere trasformato da esso. Implicando una netta separazione tra l’interno e l’esterno, la concezione dell’alterità relativa segna i limiti dell’io, dell’individuo, di un gruppo. Viceversa l’alterità assoluta decostruisce le nozioni di interiorità e di esteriorità, spostandone i confini fluttuanti: apre il soggetto all’alterità esterna, perché lo rende consapevole dell’alterità che c’è in lui.

Quest'ultimo processo riveste ruolo essenziale nella costruzione di un nuovo modello d’identità: non riusciremo mai a dialogare davvero con individui o gruppi di altre culture, se avremo un’immagine chiusa e monolitica della nostra e dell’altrui soggettività. Nella nozione d’identità meticcia vediamo convergere cosi due prospettive:

  • Prospettiva teorica rinunciando ai principi d’identità e di non contraddizione (bianco o nero, ecc), non emargina più l'alterità al di fuori dell’essere.
  • Prospettiva etica considera l’alterità come costituiva della soggettività, ponendo in reciproca tensione il concetto di autonomia e quello di eteronomia. L'identità meticcia sarà l’identità plurale di una soggettività la cui autonomia si fonda su una serie di eteronomie.

Non c’è continuità tra il soggetto e il suo altro, e neppure tra le diverse identità che compongono l’identità meticcia. All'interno di quest'ultima l’eterologia (discorso sull’altro e, il discorso dell’altro) deve tradursi in un’eteroprassi, cioè un’esperienza o in una “pratica” dell’alterità per cui le diverse identità non coesistono simultaneamente, ma si giustappongono successivamente, in un divenire temporale che ne preserva gli scarti, gli intervalli, la reciproca incommensurabilità.

L’eteroprassi non può essere sottomessa a un sapere preordinato; essa trova illustrazione all’interno del romanzo, in cui alterità autonome si confrontano, s’intrecciano tra loro nello svolgersi di una storia, cioè in una dimensione temporale diacronica.

Il problema dell’identità mette in evidenza che non esiste il métissage, ma si danno piuttosto innumerevoli modalità di métissage; il pensiero meticcio non è una conoscenza del métissage, ma conoscenza che avviene attraverso e all’interno del métissage. Il métissage ha sempre a che fare con una soggettività non con un’oggettività astratta. Il métissage può diventare anche una strategia di acculturazione e di relazione intergruppi: una terza via tra integrazione e rivendicazione delle differenze.

L'idea di métissage si oppone ai processi di globalizzazione economica e culturale, che rappresentano il tentativo di imporre un’unità senza residui, una standardizzazione delle idee e dei comportamenti, essa non può rinunciare alle nozioni di totalità e di universalità: non può farne a meno sul piano epistemologico, perché altrimenti dovrebbe adottare una logica del frammento e della frammentazione che metterebbe a rischio la logica della relazione; può farne a meno sul piano etico-politico, perché altrimenti dovrebbe appiattirsi sulle posizioni del multiculturalismo.

Il pensiero meticcio deve rivedere quelle nozioni, concependo una totalità aperta, mai data e stabilizzata una volta per tutte, e un'universalità “concreta”, situata, incompiuta, che entri costantemente in tensione con la singolarità e accetti l’esistenza della contraddizione. L'universalità meticcia sarà quella “del soggetto umano in quanto essere di dialogo e di trasformazione”, il quale non cessa mai di differire sia dagli altri sia da se stesso; mettere in gioco spazi di confronto ed eventualmente di scontro.

Questa universalità, non coincide né con il tentativo di adeguare le parole alle cose in una sorta di “grammatica universale”, né preservare l’univocità del senso nel passaggio da una lingua all’altra, ma con un opera d’incessante traduzione per cui il senso appare inscindibile dal segno entro cui si singolarizza.

L'arte svolge una funzione esemplare: mostra che l’universalità si lascia riconoscere solo nella singolarità di un’altra esperienza. Il métissage disegna i percorsi di un’avventura etica ed estetica.

Immagini meticce

La pensée métisse di Gruzinsk rappresenta una prospettiva posta all'incrocio tra storia sociale e storia dell’arte, basata sulla convinzione che lo studio dei métissages del passato ci aiuti a comprendere i métissages odierni. L'autore considera riduttivo definire il métissage come un fenomeno culturale, fenomeno che investe tutti i campi della realtà: i métissages non riguardano tanto le culture, quanto le società, cioè individui, gruppi che si scontrano e si mescolano, scambiandosi frammenti, poiché la selezione di tali frammenti non è arbitraria, ma ubbidisce sempre a rapporti di forza, occorre ricostruire i contesti storici entro i quali si sono sviluppati.

Il “Pensiero meticcio” non è, come per Laplantine e Nouss, un modello conoscitivo sui generis, ma l’insieme dei procedimenti conoscitivi, espressivi, comunicativi che hanno reso possibili certi métissages, in una certa epoca e in una certa area geografica. Ciò significa esistano costanti costituiscono soltanto l’ossatura del pensiero meticcio. Lo studio di Gruzinski sui métissages avvenuti nel Messico del Cinquecento, considerandoli inscindibili da due processi che caratterizzano l’America Latina in questo periodo:

  • Il caos della Conquista stato di disordine conseguente all’arrivo dei conquistadores.
  • L'occidentalizzazione (insieme dei mezzi di dominazione imposti dall’Europa per costruire una società coloniale).

Sarebbe riduttivo leggere questa situazione alla luce del binomio acculturazione-deculturazione: non sono due culture a incontrarsi/scontrarsi, ma “frammenti” di Europa e di America. Tale

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher universitaria2312 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia interculturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof Cerrocchi Laura.
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