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Pedagogia e didattica interculturale: culture, contesti, linguaggi

Capitolo 1: Le parole dell'intercultura

1.1 Esiste ancora una questione di termini?

Dal dopoguerra ad oggi in Italia, in Europa e nei paesi di più antica immigrazione, si sono insediati e hanno ottenuto la naturalizzazione e la cittadinanza, diversi gruppi di popolazione che via via hanno stabilito con il nuovo paese di residenza rapporti differenti. Questi gruppi sono stati visti, categorizzati ed etichettati in modo differente a seconda del loro paese di provenienza, delle ragioni per cui lo avevano lasciato, del periodo storico in cui è avvenuta la loro emigrazione, delle diverse origini socioeconomiche, del livello di istruzione, ecc...

A seconda di queste variabili gli autoctoni via via definivano i diversi gruppi di immigrati in modo differente: a volte usavano termini generici o demagogici, a volte denigratori e/o offensivi; in alcuni casi si accomunavano sotto uno stesso termine tutti gli stranieri immigrati.

1.2 Complessità sociale e semplificazione definitoria

Ancora oggi, spesso in Italia si parla dei soggetti con origini diverse da quella italiana, utilizzando i termini generici di “stranieri”, “immigrati”, anche quando si tratta di cittadini italiani (immigrati naturalizzati e i loro figli) o ragazzi nati in Italia che magari hanno ormai acquisito la cittadinanza italiana con la maggiore età; in altri casi si usa ancora il termine “extracomunitari”, intendendo tutti gli immigrati provenienti dai paesi più svantaggiati, senza rendersi conto che in questo gruppo andrebbero compresi i cittadini svizzeri, giapponesi o statunitensi presenti nel nostro paese, perché provengono da paesi che non fanno parte della Comunità europea.

Spesso si utilizzano questi termini per etichettare i residenti senza cittadinanza più bisognosi, senza lavoro, senza casa, o con lavori poco qualificati. In generale si utilizzano questi termini per identificare chi invade il nostro paese per “rubarci” lavoro, casa, donne, ecc...

Nonostante la composizione dei gruppi minoritari nel nostro paese e in Europa sia complessa e articolata in sottogruppi specifici molto diversi l’uno dall’altro, la popolazione locale tende a identificarli come gruppo unico, che minaccia e invade la realtà locale. Per questa ragione i termini utilizzati per definire la popolazione immigrata nel nostro paese rispecchiano, in genere, i vissuti e le reazioni emotive della popolazione locale, la sua ignoranza rispetto alle altre culture e al fenomeno migratorio, il suo etnocentrismo, i suoi atteggiamenti di diffidenza, paura e infine gli stereotipi, i pregiudizi e gli atteggiamenti discriminatori e/o razzisti nei confronti di queste popolazioni.

In Italia denominiamo “emigrati” gli italiani che sono andati in Argentina in cerca di lavoro. Allo stesso modo, i calabresi che vivono a Milano sono definiti dai loro concittadini rimasti a casa “emigrati”, mentre dai milanesi “immigrati”.

  • Emigrato = colui che si è trasferito dal luogo o stato d’origine in altro luogo o stato, specialmente per lavoro.

Da qui emerge come esista nella mentalità comune la percezione degli immigrati come persone “bisognose”, obbligate a emigrare dalle circostanze poco favorevoli, distinguendoli da chi viaggia per avventura, interesse, per studiare.

  • Immigrati = corrisponde agli immigrati economici, ossia coloro che hanno lasciato il loro paese per ragioni economiche.

Dal dopoguerra ad oggi sono arrivati in Europa diversi rifugiati provenienti da paesi in cui era stato instaurato un regime totalitario. Gli appartenenti a tale gruppo possono essere definiti genericamente “immigrati politici” o “migranti”, che sottolinea il fatto che sono in attesa di asilo politico e quindi potenzialmente in attesa di ripartire.

Esempio cattivo stereotipo: afroamericani e immigrati cittadini provenienti da continenti accomunati dal colore scuro della pelle, che per lungo tempo sono stati definiti negri con una connotazione chiaramente negativa e svalutante. Con questo termine si richiamava più o meno consapevolmente al passato di schiavi delle popolazioni deportate dall’Africa.

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, per distanziarsi da questo destino definitorio, alcuni gruppi di immigrati con la pelle scura negli anni ’70 si sono autodefiniti “Blacks” (Neri). Col tempo sempre più soggetti appartenenti alle etnie minoritarie hanno deciso di riconoscere e adottare politicamente questa denominazione, per evidenziare come anche per loro il colore della pelle avesse costituito motivo di discriminazione e segregazione. Questa denominazione viene contrapposta al termine “White”, che comprende tutte le popolazioni provenienti dai paesi occidentali più industrializzati.

Negli anni, alcuni cittadini americani, inglesi e in seguito anche italiani, hanno pensato di sostituire il termine “Neri” con il termine “di colore”, che appariva meno sprezzante. I diretti interessati lo hanno però considerato offensivo per almeno due ragioni: innanzitutto perché richiama categorie dell’apartheid sudafricana, inoltre, quando usato per riferirsi genericamente a persone o gruppi “non bianchi” ha l’effetto di emarginarli.

Negli anni ’50, Malcom X, un attivista statunitense che lottò a favore dei diritti degli afroamericani e dei diritti umani in genere, decise di assumere il termine afroamericani per definire gli africani che vivono in America. Nello specifico, il termine afroamericano indica una persona anglofona e residente negli Stati Uniti che abbia ascendenti provenienti dal continente africano, con l’esclusione dei magrebini (africani di origine nordafricana provenienti da Egitto, Libia, Marocco e Tunisia) e degli americani non statunitensi (brasiliani, cubani, ecc...).

Recentemente, alcuni scrittori famosi hanno introdotto il nuovo termine Afro – politan, con cui si vuole sottolineare allo stesso tempo l’orgoglio delle proprie origini africane e il diritto di cittadinanza che ogni persona dovrebbe rivendicare nel mondo in cui vive; inoltre, questo termine vuole enfatizzare come molti soggetti, che hanno appartenenze varie e che hanno vissuto in diversi paesi, si sentano anche cittadini del mondo.

  • Minoranza culturale = un gruppo numericamente inferiore rispetto a una maggioranza, ma che si distingue per l’appartenenza a una cultura considerata inferiore rispetto a quella di maggioranza.
  • Minoranza etnica = un gruppo numericamente inferiore rispetto a una maggioranza e individuato da determinati caratteri che accomunano i suoi appartenenti; tali caratteri sono di tipo culturale, somatico e linguistico.

In a vari studi si è visto che l’origine unica di tutti gli uomini e le donne si localizzerebbe fra l’Africa meridionale, l’Africa orientale e il Vicino Oriente.

Occorre sfatare con forza un primo preconcetto circa l’esistenza di più razze.

1.3 La questione delle "seconde generazioni"

Seconde generazioni comprendono:

  • Figli di immigrati nati in Italia
  • Figli di immigrati arrivati in Italia dopo la nascita
  • Figli di coppie miste
  • Immigrati minorenni che giungono in Italia non accompagnati

Pur essendo cittadini a tutti gli effetti del paese di adozione, anche quando sono ormai madrelingua italiani presentano molte caratteristiche e molti problemi degli altri gruppi di immigrazione:

  • Le difficoltà nell’uso della lingua colta del paese ospitante, delle lingue tecniche legate alle singole discipline scolastiche.
  • Il fatto stesso di essere definiti “immigrati di seconda generazione” sottolinea la loro appartenenza a un gruppo culturale e etnico non autoctono e questo determina azioni discriminatorie nei loro confronti.
  • Il colore scuro della pelle o tratti di meticciato.

La comparsa sulla scena pubblica e sul mercato del lavoro delle nuove generazioni nate dall’immigrazione ha portato molti paesi a interrogarsi sulla propria capacità di integrazione. Questa idea di “minoranze” incapsulate all’interno del territorio nazionale, viene vista con timore dalla Francia, che individua tre pericoli:

  • La possibilità che i diversi gruppi etnici rimangano bloccati in “nidi comunitari” che spingono i giovani immigrati a rimanere nella posizione dei loro genitori.
  • Il rischio di vedere la propria presenza limitata nella scena pubblica.
  • Un possibile attaccamento al quartiere dove si vive con atteggiamenti di tipo difensivo, relativo soprattutto alle giovani donne.

Tutto ciò è quello che gli autori francesi chiamano “comunitarismo”, che verrebbe a consolidare una differenziazione ed essere quindi ostacolo all’integrazione. L’etnopsichiatria francese studia il disagio psichico dei giovani immigrati, che si trovano a dover superare una “doppia fragilità” (in quanto adolescenti e in quanto immigrati).

Se andiamo ad analizzare il cammino compiuto in Italia per descrivere, nominare e quindi comprendere questa realtà, vediamo che possiamo individuare tre tipologie di termini:

Termini "al passato"

Fanno riferimento ai bambini e ai ragazzi nati in Italia da genitori stranieri. Rumbaut propone una sorta di classificazione “decimale” che divide la seconda generazione in:

  • Generazione propriamente detta: nati in Italia da genitori immigrati
  • Generazione 1.5: figli giunti in Italia dopo la nascita
  • Generazione 1: bambini e ragazzi che sono arrivati in Italia in maniera indipendente e non prima dei 15 anni.

Questa distinzione ci aiuta a entrare in una prospettiva più centrata sulle storie di vita, piuttosto che su generalizzazioni che evidenziano il dato statico e omologante.

Termini "al presente"

Sottolineano l’aspetto progettuale, ma tentano allo stesso tempo di non dimenticare l’eredità culturale e linguistica che fa parte della storia personale e comunitaria di questi soggetti.

  • Minoranze visibili = sottolinea le caratterizzazioni somatiche (colore della pelle, forma degli occhi, tipologie di capelli) che ancora oggi contribuiscono a determinare l’estraneità nei confronti del gruppo dominante.

Rajiva, nell’ambito delle seconde generazioni, distingue le seconde generazioni etniche, quelle che difficilmente riescono a nascondere i loro tratti somatici caratterizzanti.

Termini "al futuro"

Sono quelli che evocano maggiormente la progettualità condivisa di persone che si trovano a vivere in uno stesso territorio, indipendentemente dal trascorso di ognuno. Infine, esiste un termine più ampio e generale, creato solo recentemente, nuove generazioni, che cerca di attribuire un carattere di mescolanza alla realtà giovanile in Italia, sempre più caratterizzata da una composizione multiculturale e composta non solo da “italiani di origine italiana”, ma anche da italiani di origini svariate.

Inserimento nelle scuole italiane

  • Scoglio all’ingresso nella scuola secondaria di primo grado, dove avvengono le prime bocciature e le prime vere discriminazioni.
  • Blocco nella scuola superiore in cui avvengono le discriminazioni maggiori.
  • Discriminazione vera e propria si subirà nel momento in cui si cerca un lavoro.

Secondo la Commissione europea le discriminazioni che si palesano possono essere suddivise in due tipologie:

  • Aperte, in cui una persona subisce trattamenti peggiori per motivi di “razza”, etnia, religione, opinioni personali, disabilità, età o scelte di genere.
  • Indirette, in cui una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri e comunque impliciti possono penalizzare particolari soggetti in relazione alle loro caratteristiche, età, ecc...

Secchiaroli e Mancini sono due dei principali autori che hanno concentrato la loro attenzione sulla fascia d’età della preadolescenza e dell’adolescenza, indagando i percorsi di costruzione dell’identità e il livello di benessere e malessere a essi legato. Emerge che i minori stranieri tendono a definirsi in base alla loro appartenenza etnica, anche se non corrisponde al luogo d’origine della loro famiglia, valorizzando l’appartenenza al gruppo italiano.

Si parla in questo caso di “biculturalismo alternato”.

1.4 Il concetto di metissage

Secondo l’antropologo Amselle, esistono due definizioni di metissage:

  • Una a posteriori: vede le sue origini storiche nella nascita delle colonie. L’occidentalizzazione di ogni realtà culturale colonizzata viene realizzata in due fasi: una prima attivazione, negli ex – coloni, della coscienza, della rivendicazione e dell’affermazione del diritto culturale di esistenza autonoma; successivamente, tramite il metissage, l’omologazione di ogni differenza culturale negli standard occidentali.
  • Una a priori: il concetto di cultura viene fatto esplodere in origine, con la dichiarazione di un metissage originario dal quale tutte le “culture” deriverebbero. Ogni cultura ha la sua forma di esistenza attraverso le altre culture.

Le tradizioni culturali dei popoli, secondo l’essenzialismo culturale, perderebbero le loro caratteristiche nel metissage con altri. Analizzando la realtà africana, invece, Senghor e poi Diagne sottolineano la plurima dimensione del metissage, il quale deve essere considerato come un patrimonio acquisito (sia biologico che culturale) e, allo stesso tempo come un compito da svolgere. Esso ci indica che l’umanità è una tessitura di fili diversi che realizzano un abito comune. Inoltre il filo di tale abito conserva delle caratteristiche specifiche che indicano una modalità di espressione dell’essere propria di un dato contesto storico – geografico.

Gli attori sociali non sono le culture ma le persone che, all’interno dei loro gruppi sociali, usando gli artefatti al momento disponibili (strumenti, norme, istituzioni) operano in un mondo plurale, un mondo di narrazioni “condivise, contestate, negoziate” con gli altri, giungendo così all’idea di identità al plurale o di pluriappartenenza. Hutnik propone l’ipotesi della pluriappartenenza, secondo cui gli individui possono anche “partecipare” a più culture, assumendo più riferimenti identitari.

1.5 Dal metissage all'intercultura

Molto spesso, i termini “multiculturale” e “interculturale” vengono usati come sinonimi ma in realtà fanno riferimento a significati differenti. Secondo Granata, il termine “multiculturale” si riferisce al contesto dove sono presenti più realtà culturali, religiose, nazionali, linguistiche. Il multiculturalismo nasce negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50 come tentativo di realizzare la politica migratoria del melting – pot, che intendeva “integrare” i migranti di qualsiasi origine fondendo le loro culture specifiche nel melting – pot della cultura americana.

Il passaggio dal concetto di multiculturalità a quello di interculturalità può avvenire analizzando due concezioni del concetto stesso di cultura: una concezione “reificata” e una concezione “narrativa”.

Secondo la concezione reificata (Baumann), le culture sono concepite come omogenee, definite da confini netti e impermeabili. All’interno di questa visione, la cultura preesiste e controlla l’agire quotidiano delle persone, che in quanto “cloni culturali” vengono deresponsabilizzati rispetto alle loro capacità/possibilità di “innovare la tradizione”.

Il multiculturalismo in alcuni casi rischia di cadere nella “discriminazione positiva”, ossia una politica migratoria che, al fine di compensare gli svantaggi di alcuni gruppi, propone misure che rischiano di diventare esse stesse discriminatorie verso altri soggetti (es. politica delle quote che non sempre rispetta il principio della competenza e del merito, per privilegiare appunto alcuni gruppi a prescindere).

Il superamento del concetto di cultura singolare e statico è possibile sostituendo il termine “cultura” con quello proposto da Oullet di “tratti culturali” o “forme culturali”, due espressioni che permettono di leggere l’esperienza culturale delle persone come un insieme di vari fattori, intrecciati fra loro. I tratti culturali di ognuno possono essere modificati, rinnovati, rimessi in discussione nell’incontro/confronto con persone che provengono da contesti culturali diversi. Da qui deriva il termine “interculturale”.

Capitolo 2: Pedagogia e differenze culturali: risorse e dilemmi del sapere degli antropologi

2.1 Le ragioni di un dialogo

È necessario che la pedagogia interculturale dialoghi con l’antropologia per descrivere le differenze culturali.

2.2 L'evoluzionismo ottocentesco: una forma di universalismo

Secondo l’antropologia ottocentesca i fenomeni sociali e culturali potevano essere spiegati tramite l’individuazione di leggi generali e universali. La diversità delle culture umane veniva spiegata attraverso una teoria che fosse in grado di rendere parallelamente conto dell’unità della specie. Fu elaborato un concetto di cultura che prendeva le distanze dalla nozione rinascimentale di cultura come sapere colto proprio a un ristretto numero di persone.

Evoluzionismo unilineare

Rifacendosi al modello dell’evoluzione biologica per cui un organismo o una specie si sviluppa secondo un ordine che va dal semplice al complesso, l’antropologia interpreta le differenze culturali come risultato di un diverso ritmo evolutivo lungo una linea di sviluppo, unica e identica per tutti gli uomini. Ai due estremi di tale linea di sviluppo erano collocati rispettivamente i popoli primitivi, che rappresentavano lo stadio iniziale di tale percorso, e le società europee contemporanee, che rappresentavano al contrario lo stadio finale, la meta di sviluppo ideale. Attraverso il metodo comparativo i diversi gruppi umani venivano collocati nei vari stadi di sviluppo culturale in base alla maggiore o minore somiglianza.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali7877 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e organizzazione scolastica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Pastori Giulia.
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