La pedagogia degli oppressi - Freire
Paulo Freire nasce nel 1921 e muore nel 1997. Lavorando come professore all'università, si rende conto dell'inadeguatezza dei metodi educativi dell'epoca. Critica non tanto il sistema scolastico dei ragazzi quanto il sistema extrascolastico degli adulti. Scrive La pedagogia degli oppressi nel 1970.
La radicalizzazione e il dialogo
Bisogna essere capaci di posizioni radicali perché coloro che si chiudono in posizioni irrazionali respingono il dialogo. La radicalizzazione è sempre creatrice perché si nutre di criticism.
Il settarismo castra gli uomini perché si nutre di fanatismo, falsifica la realtà che, così, diventa impermeabile alla trasformazione. Il settario di destra pretende addomesticare il presente affinché il futuro lo ripeta, il settario di sinistra trasforma il futuro in qualcosa di prestabilito. Ambedue diventano reazionari perché, partendo da una falsa visione della storia, sviluppano forme di azioni negatrici della libertà. Il radicale, invece, non ha timore di affrontare la realtà.
La lotta degli oppressi
La pedagogia degli oppressi, che implica un compito di radicalizzazione, non è impegno per gente settaria. Gli uomini si collocano di fronte a se stessi come un problema e sono inquieti perché vogliono sapere di più. Umanizzazione e disumanizzazione sono possibilità degli uomini e la seconda non è un destino ineluttabile, ma il risultato di un ordine ingiusto che genera un essere di meno.
L'essere porta gli oppressi a lottare, prima o poi, contro coloro che li hanno resi tali e questa lotta ha senso solo quando gli oppressi non si rendono oppressori degli oppressori, ma restauratori dell'umanità degli uni e degli altri: liberare se stessi e i loro oppressori.
La pedagogia dell'oppresso
L'ordine sociale ingiusto è una fonte da cui sgorga falsa generosità. La pedagogia dell'oppresso deve essere forgiata con l'oppresso e non per l'oppresso e permette che l'oppresso si riconosca in quanto essere dominato, oggetto di un processo di disumanizzazione.
In una prima fase, gli oppressi tendono ad essere anche loro oppressori, non riescono ancora a superare la contraddizione oppressori/oppressi e gli oppressori sono per loro l'unico modello di umanità. Vogliono la riforma agraria non per liberarsi, ma per diventare proprietari.
La paura della libertà
Hanno paura della libertà perché essa, comportando l'espulsione dell'ombra degli oppressori, esigerebbe che il vuoto lasciato fosse riempito con un altro contenuto, quello della loro autonomia o responsabilità. Gli oppressi temono la libertà perché non si sentono capaci di correre il rischio di assumerla ed è una minaccia, non solo per gli oppressori, ma anche per i compagni oppressi, che temono maggiori repressioni.
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