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Gli anni stretti: l’adolescenza tra presente e futuro di Pierangelo Barone

Introduzione

“Non erano anni per ragazzi quelli che stavano accadendo a noi. Allora non lo sapevo e l’adolescenza era una delle stazioni della pazienza, aspettando di consistere in future completezze. Erano anni stretti e il mondo immenso.” - Erri De Luca

È l’immagine di un’adolescenza che evocava la dimensione di un passaggio atteso, desiderato. Immagine che appartiene alla percezione di un mondo, che non è più. Che ne è oggi dell’adolescenza? Dell’adolescenza che abbiamo conosciuto?

Questo volume vuole sostenere l’impossibilità di spiegare l’adolescenza, attraverso le nozioni teoriche con le quali abbiamo costruito il sapere scientifico nel corso del Novecento. Quelle teorie non sono da considerate errate, ma oggi non ci consentono di comprendere pienamente ciò che accade. L’adolescenza, spiegata dalla sociologia e dalla psicologia del secolo scorso, si riferisce a ragazzi e ragazze cresciuti in mezzo e dopo a due conflitti mondiali, appartiene a modelli descrittivi.

Oggi l’adolescenza, da intendere nei termini, nelle forme con cui ancora immaginiamo e la pensiamo, non esiste più. Il costrutto teorico e culturale di adolescenza, è da rimettere in discussione, in tal senso l’adolescenza è finita. Però non sono finiti gli adolescenti. I ragazzi e le ragazze che vivono, che soffrono, che sognano. La condizione naturale, biologica dell’adolescente non viene meno: anche se non vanno sottovalutati gli effetti delle trasformazioni sociali e culturali.

Quel che resta dell’adolescenza è il suo fare esperienza. I temi della minorità e della disobbedienza costituiscono ancora dimensioni rilevanti rispetto al modo di comprendere e intendere il rapporto tra il mondo adulto e il mondo adolescenziale. Successivamente l’analisi della crisi sociale ed educativa che sta segnando l’epoca attuale, gi cui effetti sono visibili nei fenomeni che coinvolgono le nuove generazioni; il prolungamento dell’adolescenza al di là dei limiti perimetrali anagrafici nei quali era circoscritta; criticità sul piano delle relazioni intergenerazionali. Il prodursi di fenomeni di violenza irrazionale e gratuita, sembrerebbe esserne una conseguenza.

Al cuore della riflessione è posta la definizione dell’adolescenza come sistema. La proposta si muove su due modelli di tipo sistemico:

  • Approccio enattivo proposto da Francisco Varela, che evidenzia gli elementi esperienziali e le proprietà emergenti che da una struttura codipendente consentono di descrivere il sistema di mutazione.
  • Modello catastrofico mutuato dalla teoria di Thom, e proposto in ambito psicopedagogico da Mancaniello, si evidenzia il concetto di transizione discontinua che descrive il processo di trasformazione globale che caratterizza il sistema adolescenza.

L’analisi tocca i contesti materiali che rappresentano gli scenari educativi e formativi attraverso i quali transitano gli adolescenti (famiglia, scuola, web). Ciascuno di questi contesti, alla luce delle modificazioni nel corso degli ultimi 50 anni, che mostra in quali forme va configurandosi l’esperienza adolescenziale. Il volume si chiude con una sintetica ricognizione dei servizi educativi territoriali ma negli ultimi 40 anni in Italia. Dopo un accenno storico alle ragioni culturali – sociali è presente accennare alle tipologie dei servizi oggi esistenti in relazione alle diverse aree di intervento territoriale.

Quel che resta dell’adolescenza

Adolescenza: età dei dilemmi

Una delle principali rappresentazioni che viene alla mente. L’adolescenza è piena di dubbi, incertezze, ansie, inquietudini. Da adulti si rimuove l’angoscia e il dolore che ha caratterizzato il nostro percorso, per poi ricordarcene quando sono le inquietudini dei nostri figli, nipoti o allievi se lavoriamo in campo educativo. Gli occhi attraverso i quali si guarda il mondo sono fondamentali. Farlo con gli occhi di un ragazzo/a di 16 anni, rivela sfumature inedite per gli occhi di un uomo/donna adulto. Da età dei dilemmi l’adolescenza diviene dilemma. È una rappresentazione che vive per tutta la durata della cultura occidentale, ed è presente nelle riflessioni filosofiche antiche, nelle preoccupazioni morali medievali e della modernità. Accade che l’adolescenza venga guardata con occhi adulti, perdendo la possibilità di coglierne l’originalità.

Le teorie del secolo scorso che hanno identificato e circoscritto l’adolescenza come problema specifico di un essere umano. Il rischio oggi è di affidarsi a modelli di interpretazione non adeguati per capire le trasformazioni in atto. Malgrado il Novecento, abbia conosciuto una delle più formidabili espressioni di rivolta sociale e culturale che ha visto protagonisti milioni di giovani, dal punto di vista delle riflessioni scientifiche scontiamo ancora una visione culturale e sociale dell’adolescenza pensata come una condizione di minorità, di incapacità e di immaturità. L’adolescenza può essere definita un’entità sociale mutante, sistema enattivo in grado di assimilare gli elementi di modificazione dei contesti nei quali vive e varia le proprie forme in rapporto ai processi di trasformazione in atto. Un sistema fluido e non liquido.

Minorità

Stato di minorità è espressione del filosofo tedesco Immanuel Kant nel suo scritto “Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?”. Kant vuole esprimere la condizione dell’uomo incapace di servirsi del proprio intelletto; condizione che è colpevole, se tale incapacità non è mancanza di intelligenza ma cattiva volontà e disabitudine.

La minorità dunque allude alla condizione di chi per necessità o volontà di altri si trova in una posizione di dipendenza e limitazione della possibilità di decidere. La posizione di minorità vincola o limita l’esercizio della responsabilità in base all’età anagrafica o a situazioni di impedimento di natura patologica a livello psichico, attiene all’infanzia. Non è scontato che vale per l’adolescenza. Le rappresentazioni sull’adolescenza insistono su due grandi tematiche che hanno influenzato le idee su queste fasi di vita:

  • Minorità come espressione di incompletezza, immaturità. È il principio di aetas infirma che si afferma tra il XV e il XVIII secolo, secondo cui l’infanzia, la fanciullezza e l’adolescenza costituiscono età deboli, necessitanti di una rigorosa sorveglianza e severa disciplina.
  • Minorità come espressione di una pericolosità sociale, naturale conseguenza dell’incapacità di controllo degli istinti. È convinzione che vi sia una predisposizione all’aggressività che porta i giovani ad agire con comportamenti antisociali sfociabili in violenze incontrollabili.

Lo stato di minorità mantiene l’adolescente in una relazione di dipendenza e di indeterminatezza sociale. È un paradosso comunicativo, una sorta di doppio legame, quello in cui è sospeso l’adolescente: preso tra un discorso teorico che lo colpevolizza per l’irresponsabilità e un discorso pratico che gli fa intendere che non può fare scelte, che deve rispettare le gerarchie, che in ogni caso sarà l’adulto a decidere. Alla comunicazione schizofrenica dell’adulto, si somma il quadro di crisi che fa da sfondo alla condizione giovanile, dove il privilegio della transizione è tramutato nello stato dell’incertezza permanente. Non sorprende che le nuove generazioni siano oggi oggetti di valutazioni negative in merito alla capacità di iniziativa, all’apatia generalizzata e all’analfabetismo emotivo. Narcisismo e nichilismo sono i tratteggi cui si riafferma il principio di una minorità sociale.

Nell’immaginario comune persiste l’idea di una minorità dell’adolescenza che oggi si esprime nell’indeterminazione, nell’incapacità di progettazione, nel disimpegno. La criticità sociale più complessiva da cui esse dipendono venga rimossa, finendo per rivolgere quelle colpevoli mancanze alle caratteristiche antropologiche dei nuovi adolescenti. L’entrata dell’adolescente disimpegnato presuppone la scomparsa di un’altra figura molto cara alle rappresentazioni dei discorsi sui giovani nel secondo dopoguerra: l’adolescente ribelle. Un’icona celebrata dalla letteratura della seconda metà del secolo scorso.

Disobbedienza

È inevitabile associare al concetto di disobbedienza la risposta di don Lorenzo Milani a un gruppo di cappellani in congedo della Toscana e pubblicato sulla Nazione nel 1965, dove l’obiezione di coscienza si definiva un insulto alla Patria e estranea al comandamento cristiano dell’amore. Milani formulò una lettura delle ragioni per cui l’obiezione di coscienza non solo era un atto coerente con il Vangelo ma un atto legittimo di ribellione verso la subordinazione militare. Don Milani fu poi denunciato da degli ex militari per apologia di reato e sottoposto a processo. Insegnare che l’obbedienza non è più una virtù significa attribuire un valore pedagogico specifico alla disobbedienza.

La disobbedienza costituisce un aspetto rilevante del rapporto tra il mondo giovanile e il mondo adulto. Il rapporto tea vecchie e nuove generazioni si è caratterizzato fin dall’antichità come un incontro/scontro di idee, visioni. Lo scontro ha generato modelli interpretativi che hanno governato e regolato le conflittualità intergenerazionali. Disobbedire è stata per generazioni di giovani la forma di opposizione attraverso la quale hanno tentato di prendere parola. Le istituzioni correzionali e rieducative sono state gremite di bambini e adolescenti disobbedienti, qualificati come soggetti incorreggibili. Le risposte sociali che storicamente vennero attuate furono definite sempre più in senso autoritario e repressivo verso i giovani. L’evoluzione della repressione può essere seguita e misurata. L’autorità pubblica, sovrapponendo le strutture di polizia, allargando gli spazi e i temi di sorveglianza ridefinisce la propria concezione dell’ordine.

Questo è un quadro diffuso nel Vecchio Continente, è con il XX secolo che interviene una diversa sensibilità nei confronti dell’adolescenza, è tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 che iniziano a costituirsi movimenti giovanili di ispirazione pedagogica con ideali trasformativi e rivoluzionari. La seconda metà del Novecento è una tappa decisiva per la questione del conflitto intergenerazionale con un salto di qualità tra gli aspetti che hanno contribuito a rendere i tre decenni successivi al conflitto mondiale straordinari. Vi è stato lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, gli studi attribuiscono a questo periodo della storia occidentale un valore specifico nella scoperta del protagonismo giovanile. La figura del giovane ribelle transita nella figura del giovane rivoluzionario della stagione contestataria che ha segnato quegli anni. È innegabile che la trasformazione culturale con l’affermazione di nuove interpretazioni nei modelli scientifici, abbia avuto una sponda importante nelle spinte creative dei movimenti giovanili.

Questo è lo scenario all’interno del quale è cresciuta e si è mossa l’attuale generazione di adulti (50-70 anni), è comprensibile il disorientamento nei rapporti con le generazioni degli adolescenti e dei giovani nati a cavallo del secolo. Le condotto disobbedienti degli adolescenti nel nuovo millennio, somigliano alla ribalderie dei giovani che hanno calcato i territori dell’Europa sul finire del Medioevo: violenza gratuita che replicava i modelli di risoluzione dei conflitti mostrati dagli adulti. Adolescenti conformisti o aggressivi e violenti. Che fine ha fatto la disobbedienza, che ne è dell’esortazione pedagogica di Don Lorenzo Milani?

Il valore pedagogico della disobbedienza, nel rapporto tra generazioni non è venuto meno il venir meno di una volontà di opporsi all’esistente, non è l’effetto di un accomodamento al benessere materiale garantito alle nuove generazioni, grazie a un andamento storico-economico favorevole ma che sia il prodotto di un’assenza della scena relazionale di un adulto disponibile a rivendicare, sopportare e sostenere la legittimità di uno scontro tra differenti visioni del mondo. L’esito, è la rappresentazione di un’adolescenza bifronte: senza prospettive, irrazionale e violenta.

È urgente rimettere al centro della riflessione pedagogica la riflessione della disobbedienza come possibilità espressiva di una visione della realtà. Quando lo spazio del conflitto educativo diviene generativo nel momento in cui può essere il terreno nel quale sperimentarsi in qualità di oggetto che ha diritto di parola sul mondo. La dimensione del conflitto educativo può rappresentare un argine rispetto al rischio che la sua assenza produca una fuga dell’adolescente verso forme attive di affermazione di sé, con l’adesione a modelli violenti di carattere irrazionale.

Mutanti

Il mutante è una figura letteraria e cinematografica diffusa nel genere fantascientifico, lo scenario post-bellico, con la Guerra Fredda a influenzare gli scrittori e i registi di Science fiction. In particolare, la letteratura giapponese è segnata, i mutanti sono per lo più creature che a seguito delle radiazioni hanno subito delle trasformazioni a livello genetico che ne hanno modificato i corpi e le facoltà fisiche e/o mentali. Una narrazione cinematografica interessante è Tetsuo, giovane mutante, il film fantascientifico di animazione Akira di Katsuhiro Otono del 1988. Tetsuo ci può guidare nell’esporre il senso della metafora dell’adolescente mutante. La storia è ambientata nel 2019, 30 anni dopo la distruzione di Tokio che diede il via alla terza guerra mondiale. I protagonisti principali sono due adolescenti, Kaneda e Tetsuo, fanno parte di una banda di bikers nelle strade di Neo-Tokio. Dopo uno scontro, Tetsuo rimane ferito sull’asfalto, da quel momento Tetsuo inizia un percorso evolutivo, caratterizzato dalla scoperta di straordinari poteri fisici e mentali che lo trasformano in una sorta di divinità. L’elemento chiave è il corpo di Tetsuo che muove verso la sua completa alterazione.

L’adolescenza rappresenta un’entità mutante, costituisce la condizione di possibilità di trasformazione per un soggetto. La storia di Tetsuo è la descrizione iperbolica di questa condizione. La questione dell’adolescenza come sistema complesso di mutazione riveste una grande importanza nelle riflessioni teoriche dedicati a questa fase della vita. Un sistema enattivo assorbe gli elementi del contesto nel quale vive ed è capace di variare le proprie forme. Con enattivo ci si riferisce alla teoria della conoscenza, elaborata dall’epistemologo cileno Francisco Varela (1992).

Il modello si basa sull’analisi delle trasformazioni che intervengono a livelli di struttura nei processi di auto-organizzazione dei sistemi viventi. Un modello che individua nelle proprietà emergenti a carattere locale gli elementi che, determinano una modificazione del sistema stesso. Il ruolo di queste proprietà emergenti è di dare avvio al processo metabletico; una doppia canalizzazione nell’azione dei meccanismi effettori, il cui esito può portare ad una ristrutturazione complessiva attraverso una rottura dell’equilibrio strutturale o una ristrutturazione di aggiustamento progressivo. Il processo caratterizzato da una forte attività di tipo dialettico in cui agiscono meccanismi di spostamento e condensazione. Un’ulteriore ipotesi sull’adolescenza come entità mutante è quella formulata da Mancanielllo sulla transizione discontinua, a partire dalla teoria thomiana delle catastrofi. L’adolescenza è descrivibile come entità mutante in quanto sistema sottoposto ad una ristrutturazione profonda. Ristrutturazione che non va intesa in ottica autoreferenziale ma tiene conto degli effetti trasformativi a livello sociale, culturale.

Una questione pedagogica: “fare esperienza”

L’adolescenza come crisi di identità, è una delle principali risposte che durante il secolo scorso sono state elaborate a partire da una domanda: chi è l’adolescente, quali sono i suoi tratti caratteriali, le sue caratteristiche identitarie?

Risposte sviluppate attorno alla definizione della natura fisica e psichica del soggetto. Teorie di segno universalistico, che hanno però un limite importante nell’aver trascurate le variabili ambientali e culturali. Uno dei principali scacchi alla validità odierna è rappresentato dalla oggettiva difficoltà di descrivere gli aspetti e i fenomeni che contraddistinguono la realtà attuale.

Anche tra gli studiosi in campo umanistico iniziano a elevarsi le voci di quanti mettono in dubbio la validità dei modelli interpretativi della psicologia. Quel che resta dell’adolescenza sembra essere il proprio modo di farne esperienza. La dimensione che consente di articolare un discorso sull’adolescenza oggi, ci pare possa essere solo quella del loro “fare esperienza”, sulla base dello trasformazioni delle strutture, dei sistemi. La proposta di una nuova letteratura delle fenomenologie adolescenziali ponendo al centro l’esperienza. L’attenzione rivolta ai dispositivi esperienziali e una domanda di ricerca che si smarca dal bisogno di spiegare cos’è l’adolescenza, libera l’analisi pedagogica dalla logica riduzionista dell’approccio scientista. Mettere al centro i modi per fare esperienza rappresenta un tentativo di intercettare le traiettorie imprevedibili che assumono i fenomeni adolescenziali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tinez1999 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale con laboratorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Barone Pierangelo.
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