Adolescenza dal punto di vista pedagogico
Per parlare di adolescenza dal punto di vista pedagogico è necessario introdurre il concetto di laboratori pedagogici che sono le attività (legate allo sport, al gioco, alla fantasia e all’avventura) che permettono di realizzare una specie di reticolo spazio-temporale di tipo ludico, corporeo e simbolico entro il quale l’adolescente può pensarsi come personaggio di una specie di rappresentazione teatrale.
Capitolo 1 – Gli anni stretti: l'adolescenza come terra di mezzo
L’adolescenza, dal punto di vista naturale, è l’età caratterizzata dalla pubertà; dal punto di vista culturale è legata agli aspetti storici e socio-economici che la influenzano.
Gli adulti, per cercare di padroneggiare un oggetto complesso come l’adolescenza, hanno elaborato alcuni miti.
Da Locke deriva il mito dell’albero da raddrizzare: è importante che i fanciulli, come gli alberi, crescano diritti, senza deviazioni. Questa concezione accentua l’effetto terapeutico e di prevenzione dell’educazione, ma oscura l’individualità del singolo.
Il movimento delle scuole attive, Dewey e Rousseau hanno creato il mito della libera espressione delle potenzialità del futuro uomo e donna: gli adolescenti sono meccanismi perfettamente regolati e sanno naturalmente cosa sia bene e cosa sia male, sono gli adulti che complicano loro la vita. Questa concezione mette in luce l’unicità e l’irripetibilità di ciascuna persona.
La pedagogia cristiana ha contribuito a creare il mito dell’adolescente portatore di colpa, in contrapposizione al bambino puro e innocente. Durante l’adolescenza emerge la dimensione sessuale della persona che può essere in contrasto con la morale cattolica.
Le opere di Dickens, di Pasolini e di De Sade hanno diffuso il mito dell’adolescente bisognoso e maltrattato che ha il pregio di aver fatto luce sulla dimensione sadica che può essere presente nell’approccio educativo all’adolescenza.
Antoine de Saint Exupéry, autore de “Il piccolo principe”, ha contribuito a creare il mito dell’adolescente utopico, da cui nasce l’idea dell’adolescente rivoluzionario che può cambiare la bruttezza di questo mondo.
Tutte le precedenti sono immagini metaforiche che possono condizionare lo sguardo degli adulti sull’adolescenza.
L’adulto che non ha elaborato positivamente la propria adolescenza, tende a proiettare sull’adolescente le proprie frustrazioni nell’illusione di poter annullare il tempo trascorso. L’adulto considera l’adolescente come simile a sé annullando la sua dimensione singolare.
L’adulto può tendere a naturalizzare l’adolescenza considerandola come una delle fasi della vita, che, si spera, passerà in fretta anche senza alcun intervento da parte sua. Viene azzerata la dimensione sociale dell’adolescenza e favorita un’ ingenuità che evita di considerare il processo adolescenziale nella concretezza del contesto in cui avviene.
L’adulto può avvicinarsi all’adolescenza mediante un approccio spontaneistico che favorisce uno sguardo sincero e un cuore puro, ma che trascura i condizionamenti storico-sociali che riguardano sia l’adulto che l’adolescente e che richiederebbero, da parte del primo, di adottare uno sguardo critico.
L’adulto può guardare all’adolescente con lo sguardo normalizzante di chi ha in mente l’immagine di un percorso di sviluppo ideale, fatto di tappe ben precise, programmate in anticipo e corrispondenti alla norma. In questo modo ci si dimentica dell’unicità di ciascuna persona alla quale viene sovrapposta l’immagine auspicata propria della società occidentale.
È poi possibile delineare una dimensione trasversale a tutti gli approcci e gli sguardi parziali che abbiamo citato, si tratta della confusività che deriva dalla stessa complessità dell’adolescenza, che comporta che ogni struttura educativa (scuola, famiglia, oratorio, ecc.) tenda a privilegiare un aspetto legato all’adolescenza, mettendo in ombra gli altri. In questo modo viene frantumato lo specchio nel quale l’adolescente poteva osservarsi intero e l’immagine dell’adolescenza diventa sempre più sfocata ed indefinita.
Verso la fine dell’adolescenza?
L’adolescenza si caratterizza per essere il periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta. Da qualche anno si sente spesso parlare di “dilatazione” e di “estensione temporale” dell’adolescenza.
Siccome l’adolescenza, per poter configurarsi come oggetto specifico necessita di limiti temporali definiti, considerare una sua dilatazione temporale significa prospettarne la dissoluzione.
Il dissolvimento dell’adolescenza come età specifica potrebbe comportare il ritorno ad una situazione simile a quella del Medioevo, quando la divisione in classi d’età era molto labile e non veniva considerato un periodo adolescenziale specifico.
L’adolescenza è nata e si è affermata come prodotto sociale ed ideologico, quando la borghesia mercantile ha iniziato ad attuare la sua politica liberistica su scala mondiale. Si tratta di un’epoca in cui il rapporto tra adulto e adolescente aveva alcune caratteristiche peculiari: il figlio maschio era una garanzia della sopravvivenza dell’azienda del padre e la figlia femmina colei che doveva continuare lo stereotipo della moglie-madre.
L’adolescenza diventava un momento decisivo per tramandare certe condizioni e il borghese desiderava che il carattere del giovane si formasse in un certo modo. Ma l’adolescente tendeva a sfuggire, a ribellarsi a queste procedure di potere per pensarsi diverso rispetto ai modelli della società adulta.
L’adolescente era ed è esposto al condizionamento sociale e nell’epoca della borghesia questa condizione veniva filtrata attraverso la dinamica del conflitto e della ribellione. Oggi, con la decadenza della borghesia e del sogno liberale, il bambino è già adulto: il potere non si limita ad intervenire per reprimere un soggetto già in qualche modo formato, ma interviene nel processo di individuazione, costituendo un soggetto già espropriato del suo intimo.
L’adolescente non trova più gli spazi per poter esercitare l’opposizione ad un assetto storico-sociale in cui si trova inserito fin dall’infanzia senza nemmeno accorgersi. Anche la sua dilatazione fa perdere all’adolescenza il carattere protettivo nei confronti dell’individuo. Essere adolescenti fino a 30 anni, significa non vivere l’adolescenza come periodo di transizione, ma l’essere adolescenti si riduce a ritrovarsi esclusi dal mercato del lavoro e a essere marginalizzati, senza i vantaggi che la marginalizzazione aveva offerto agli adolescenti del passato.
I bisogni evolutivi dell’adolescente
Per delineare i bisogni degli adolescenti è necessario partire dalla loro concretezza e le analisi pedagogiche e le strategie educative devono situarsi nel contesto sociale. I bisogni degli adolescenti si collocano nella zona di confine tra individuo e società, tra ragazzo e adulto e risentono delle rappresentazioni che l’uno ha dell’altro. Tra questi bisogni ricordiamo:
- Bisogno di prescrittività: l’adolescente oscilla tra il desiderio di affermare la propria indipendenza e la ricerca di legami con l’adulto. Egli ha bisogno di regole proposte da un adulto che le sappia motivare e che per primo le rispetti.
- Bisogno di elaborazione del lutto: l’adolescente è situato nello spazio liminare (= al limite) tra l’identità infantile, che sente di dover abbandonare, e l’identità adulta che sente di dover acquisire, ma della quale ha paura. Il tema della morte, che spesso è presente nelle fantasie adolescenziali, è legato al tema del “morire alla propria infanzia”. Gli adolescenti hanno bisogno di una presenza adulta che sia prescrittiva, ma non intrusiva e che lasci spazio al bisogno di trasgressione e a quello del ritorno temporaneo all’infanzia.
- Bisogno di avventura: si tratta del bisogno di uno spazio ludico, simbolico, gruppale e relazionale, legato alle dinamiche del mito. Spazio del cambiamento e della crescita, nel quale l’adolescente può regredire senza vergogna. Spazio di iniziazione nel quale, attraverso i meccanismi ludici e simbolici, l’adolescente può apprendere la mappa cognitiva dell’universo adulto. Nello spazio ludico l’adolescente può prendere coscienza del proprio corpo sessuato senza timore.
- Bisogno di relazione: l’adolescente ha bisogno sia di relazioni orizzontali (tra pari) che di relazioni verticali (con gli adulti). L’adulto non deve “tenere al guinzaglio” l’adolescente e non deve interpretare ogni suo distacco come un tradimento: queste sono condizioni indispensabili per consentire all’adolescente il distacco conclusivo.
La relazione adulto-adolescente è modello della relazione pedagogica in senso lato e l’adolescenza può essere considerata come un laboratorio pedagogico in cui l’educatore può riflettere criticamente sui tratti costitutivi del proprio essere e sui fondamenti dei suoi possibili interventi. L’educatore potrà sintetizzare le risposte ai bisogni dell’adolescente costruendo un setting pedagogico di “iniziazione” in cui l’adolescente può gestire in modo non distruttivo i suoi conflitti.
Adolescenza o adolescenze?
Considerando i bisogni sopra elencati, è opportuno evitare di parlare di “adolescenza” in generale, ma piuttosto di adolescenti concreti e di adolescenze, perché i modi per gettare le basi della propria identità adulta dipendono dalle diverse realtà sociali, culturali, geografiche e di classe. Considerando alcuni aspetti particolari della vita, possiamo considerare:
- Adolescenza malata: la malattia può essere vissuta dall’adolescente come un attacco al proprio sé corporeo, in relazione agli strumenti usati per la diagnosi e per la cura, all’eventuale ospedalizzazione, ecc. Medici ed infermieri dovrebbero superare l’atteggiamento tipico della medicina occidentale che spezzetta il corpo e tiene poco conto dell’unità della persona.
- Adolescenza handicappata: l’adolescente handicappato si trova a vivere il momento di ridefinizione della propria identità in una situazione particolarmente complessa. Se da un lato il suo corpo si propone naturalmente con caratteristiche nuove, dall’altro esso sembra inchiodato a una situazione di insufficienza immodificabile.
- Adolescenza omosessuale: l’adolescente fluttua normalmente tra diverse definizioni sessuali. Gli adulti hanno fretta di scoprire quale è l’identità sessuale del ragazzo/a e i loro atteggiamenti normali vengono vissuti con senso di angoscia. Essi dovrebbero invece guidare gli adolescenti alla conquista della loro normalità.
- Adolescenza suicida: i suicidi di adolescenti vengono spesso sbandierati dai mass media e ciò può provocare pericolose emulazioni. L’adolescente prova fascino e paura nei confronti del Nulla ed è compito degli adulti elaborare dispositivi adeguati che, da un lato, mettano al sicuro gli adolescenti dalla morte provocata, e, dall’altro lato, consentano loro di assaporare la morte simbolica e metaforica.
- Adolescenza femminile: in Occidente si tende ad occuparsi soprattutto di adolescenza maschile e così rimane nell’ombra la specificità femminile nell’elaborazione del processo di crescita. Le ragazze hanno bisogno di uno spazio simbolico specifico dove elaborare la propria adolescenza come diversa da quella maschile, di metafore e parole diverse per riflettere sulla sofferenza sopportata dalle donne nel corso dei secoli e provocata da un pensiero maschile spesso violento ed arrogante.
- Adolescenza lavoratrice: l’ingresso sul mondo del lavoro rappresenta un orizzonte carico d’attesa per i ragazzi. Il diritto al lavoro deve essere riformulato come diritto del lavoratore, in particolare del giovane, alla soggettività che si può tutelare attraverso un’adeguata assistenza sindacale, tirocini scolastici, diritto al tutoring, ecc.
- Adolescenza drogata: si intende riferirsi non solo alla tossicodipendenza, ma anche alla “droga” rappresentata dalla musica, dall’alcool, dai miti di successo. Per gli adulti della nostra società sono forse meglio gli adolescenti “drogati” che quelli politicizzati degli anni ‘60 e ‘70 che mettevano in discussione le ingiustizie sociali.
- Adolescenza impoverita: ci si riferisce ai Paesi in cui gli individui che stanno crescendo devono fare i conti con una povertà materiale resa ancora più drammatica dall’impoverimento generato dagli assalti neoliberisti e neocolonialisti. Spesso gli adolescenti di questi Paesi diventano adolescenti immigrati che si devono confrontare con i numerosi problemi connessi alla loro condizione nei Paesi di arrivo.
La parola alla pedagogia
Come deve porsi la pedagogia di fronte a un oggetto così interessante e complesso come l’adolescenza?
- La pedagogia dovrebbe elaborare un’impostazione critica e uno sguardo non frantumato che comprenda le diverse istituzioni e i costumi educativi dei vari contesti socio-culturali.
- Intendere l’adolescenza come laboratorio pedagogico dovrebbe permettere di cogliere il punto specifico di applicazione della pedagogia, cioè l’analisi dei sistemi che presiedono alla costituzione del soggetto.
- Dal punto di vista pratico, la pedagogia dovrebbe far emergere negli educatori l’immagine di adolescenza di cui sono portatori; aiutarli a cogliere le dimensioni che costituiscono l’adolescenza nell’attuale contesto sociale e a realizzare strutture formative specifiche per adolescenti.
Capitolo 2 – Processo di individuazione e dispositivi di crescita
Cinque adolescenze di carta
Consideriamo cinque personaggi dei fumetti per delineare cinque sentimenti tipici dell’adolescenza.
Dylan Dog: la paura
Dylan Dog è un personaggio che entra, da pauroso, nelle paure sue e degli altri e, in questo modo, rivaluta la dignità di questo sentimento.
Gli adolescenti hanno paura:
- Della crescita: paura di restare bambini, ma anche di abbandonare l’infanzia.
- Di perdere la propria identità e di frammentarsi.
- Di scoprire e di essere scoperti, legata particolarmente alla sessualità.
- Di esibirsi e di restare non visti.
Sono paure di segno opposto che disorientano l’adolescente. Se non rielaborate con l’aiuto degli adulti, queste paure possono trasformarsi in sfide. Ad esempio, “Scommetto che non hai il coraggio di stenderti sui binari, di lanciare i sassi dal cavalcavia, ecc.”: è un modo adolescenziale di rappresentare la paura in una società adulta che ha fatto del coraggio un affare di scommesse.
Gli educatori dovrebbero strutturare dei dispositivi educativi che rendano legittimo il sentimento della paura.
Nathan Never: la solitudine
Nathan Never è il prototipo del “bel tenebroso” che sta solo perché ha un passato da dimenticare. In adolescenza l’esperienza della solitudine da un lato fa soffrire, ma dall’altro fa sentire eroici. In particolare, fa soffrire quando ci si sente rifiutati dai pari o dai membri dell’altro sesso, ma la solitudine può essere ricercata come rifugio contro il futuro.
Gli adulti dovrebbero insegnare agli adolescenti a stare soli, perché solitudine significa anche resistenza all’omologazione. Essi dovrebbero costellare le giornate degli adolescenti di presenze, ma non di intrusioni.
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