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Attualità del discorso pedagogico

Introduzione alla crisi della pedagogia

Mai come in questo periodo, la pedagogia sta attraversando una diffusa crisi a causa principalmente di quella sorta di strabismo che è comunque una sua caratteristica peculiare: da sempre si è caratterizzata, in primo luogo, per la sua competenza sugli ideali che tuttavia sono strettamente connessi con la realtà empirica dei soggetti e delle situazioni coinvolti nel processo educativo.

La ricerca pedagogica deve, quindi, confrontarsi con la condizione dell’uomo esistente visto in quel quadro di riferimento spazialmente e temporalmente determinato, che è la società. Da un punto di vista pratico, si è spesso posta la ricerca educativa disancorata da qualsiasi condizionamento sociale in quanto ritenuta capace di superare le determinazioni concrete e le situazioni di fatto. Al lato opposto, si sono collocate le cosiddette pedagogie speciali capaci di applicare tramite un processo deduttivo ciò che veniva proposto in sede di teoria pedagogica. Questo ha portato a tradurre i principi generali in specifici e mirati interventi educativi.

Secondo Suchodolski, tuttavia, il pensiero pedagogico classico cade in errore sia quando predilige la pedagogia dell’esistenza, sia quando sceglie la pedagogia dell’essenza e ancora quando cerca di unire questi due principi. La sintesi di queste due pedagogie deve portare effettivamente a un miglioramento nella vita quotidiana.

L'approccio critico e trasformativo della pedagogia

Quindi, per assolvere pienamente la sua missione educativo-trasformativa, la pedagogia non deve mai rinunciare a un atteggiamento critico o arroccarsi in posizioni di sospensione di giudizio e deve tutelarsi da un’eccessiva esaltazione della ragione. Un altro aspetto problematico deriva dal considerare la pedagogia come una disciplina incapace di reale autonomia rispetto a quelle che sono le scelte politiche, le uniche in grado di determinare un reale sviluppo sociale.

Borghi osserva però, che l’azione sociale senza educazione è semplicemente pressione dall’esterno e sollecitazione al cambiamento senza l’effettiva partecipazione di coloro che devono essere cambiati. Si tratta quindi, di un mutamento di facciata e non di una reale trasformazione. Un agire educativo pedagogicamente orientato dovrebbe, poggiare le sue fondamenta sull’autonomia della società civile per portare allo sviluppo della personalità, della libertà e della civiltà. Tuttavia, il non aver assunto sincronicamente questi tre elementi ha portato a varie disfunzionalità.

Da qui l’esigenza di poter disporre di operatori in grado di favorire il progresso, demitizzare le false illusioni, capaci di creare con l’altro un autentico commercio spirituale, capaci di prospettare situazioni sperimentali nuove nella quale sperimentare in prima persona valori decisivi come quello dell’impegno, della responsabilità, della partecipazione in gruppo; capaci di sollecitare una continua verifica, capaci di aprirsi al dialogo con l’altro traendone spunti e occasione di crescita umana e sociale e infine capaci di considerare il proprio orizzonte esistenziale non come esaustivo ma solo come un orizzonte possibile.

La sfida dell'educazione contemporanea

Dobbiamo sottolineare che nella crescita e nella formazione dell’uomo, entrano di diritto fattori di varia ed eterogena natura, per questo l’educazione si configura, spesso, come una scommessa il cui esito è incerto. Non esiste, allora, uno iato tra momento teorico e momento di applicazione pratica della teoria. La razionalità di cui parla Bertin è dentro la pedagogia e non scissa da essa. Se così non fosse verrebbe a cadere quella triangolazione teoria-prassi-teoria che è caratteristica della procedura logica della pedagogia. La teoria, in quanto sapere progettuale, non può prescindere dai “dati di fatto” che condizionano in maniera negativa o positiva l’attività educativa.

La prassi è intervento trasformativo animato da impegno sociale, etico e culturale e, al tempo stesso, verifica empirica della teoria. Questo approccio richiama fortemente il paradigma della ricerca-azione che conferisce il giusto riconoscimento a tutti quegli operai della pedagogia. In questo senso il professionista non può e non deve essere vincolato alla mera applicatività ma deve essere uno specialista in grado di conoscere dinamiche, problematiche e domande che rischierebbero di rimanere sconosciute nell’ambito di una ricerca prevalentemente teorica.

Il ruolo dell'educatore sociale

Tuttavia, non rientra nelle sue funzioni trasformare le condizioni sociali entro cui si vive per rendere più accettabile l’esistente, bensì ridare senso all’identikit personale degli individui e quindi prevenire e intervenire e non solo in situazioni di difficoltà esistenziali. Le diversità professionali rappresentano, quindi, non un vincolo ma una risorsa.

Oggi, un educatore che opera nel sociale deve possedere quelle “armi professionali” per fronteggiare la ricchezza dell’agire educativo non tanto nel front office (in diretto rapporto all’utenza), ma soprattutto nel back office (in termini di progettazione e organizzazione dei servizi e degli interventi educativi).

Emergenza educativa

Ebbene, senza dubbio l’allarme sull’educazione è andato oggi crescendo, fino a generare l’espressione “emergenza educativa” che sollecita provvedimenti da circostanza critica. Infatti, è improbabile che si celebrino i successi e i meriti dell’educazione quando le circostanze appaiono come non problematiche; al contrario, si ci interroga sul “dove” e sul “che cosa” si è sbagliato quando le temperie sociali rendono anomale le risposte individuali, ed emerge l’esigenza di una progettazione di interventi riparativi.

In questo caso l’emergenza è dettata dal momento e ciò che è peggio, una volta raggiunto un qualche risultato positivo l’impegno profuso decresce velocemente. Inoltre, emergenza educativa va intesa nel senso etimologico della parola, cioè l’affiorare di aspetti della vita umana che a partire da una situazione di crisi, richiedono nuove e più approfondite attenzioni sia da un punto di vista pratico che teorico.

Educazione e cultura

L’educazione è una pratica vecchia quanto l’uomo. Da sempre, le generazioni adulte hanno sentito il bisogno di tramandare/trasmettere norme, criteri, modi di pensare e di agire, convenzioni, tabù... Ma l’educazione non è solo questo poiché spesso forme funzionali al vivere in determinato contesto socio-politico non hanno rispettato la dignità e la promozione dell’uomo. Si è trattato di contesti in cui più che favorire il prendere forma di ciascuna persona, si è badato maggiormente all’assegnarle una determinata forma.

Oggi tutti noi paghiamo lo scotto di vivere quella che Lyotard ha definito la condizione post-moderna. A causa di ciò, come sostiene Galimberti, l’uomo contemporaneo deve fare appello alle proprie abilità, alle proprie risorse interne e alle proprie competenze per raggiungere quei risultati in virtù dei quali viene valutato. Allora, diviene indispensabile dimostrare di valere, di arrivare, di essere competitivi. Ma l’immagine riflessa dell’uomo è caratterizzata da contorni non ben definiti: egli appare precario e nomade e non disponendo di validi punti di riferimento si ritrova spesso smarrito.

Il recupero dei valori educativi

Questo quadro evidenzia pensose attenzioni (se non vere e proprie forme di allarmismo) che sottolineano la necessità di recuperare quei principi, quei significati e quei valori che rappresentano punti di riferimento sicuri del formarsi della persona. Questi valori e significati erano un tempo, testimoniati dagli adulti. Ma, oggi, gli stessi adulti si percepiscono, spesso, impauriti, perdendo la loro funzione di autorità rassicurante. Ne deriva che i giovani vengono spesso lasciati “soli” in tutte quelle prove del loro percorso esistenziale che rappresentano, in ultima istanza, il patrimonio dei loro eventi marcatori (i marker events o peak experiences sono considerati quegli eventi che imprimono una svolta nella vita di una persona ed assumono in genere significati diversi a seconda della loro collocazione nella sequenza dei periodi evolutivi e in funzione all’importanza che viene loro attribuita dai soggetti).

Secondo Levinson tali eventi, che egli definisce “eventi focali”, contribuiscono a rideterminare le successive relazioni con se stessi, con gli altri e con l’insieme delle esperienze di vita. Dobbiamo precisare che la pedagogia non è affatto finita, anche se oggi appare spesso svilita e impaurita in quanto il posto che le dovrebbe competere è preso da altre scienze più neutre, descrittive e fredde come la sociologia, la psicologia, la psichiatria, la criminologia, le quali offrono mappe epistemologiche di quanto avviene, astenendosi da qualsiasi giudizio di valore.

Questo fa perdere progressivamente all’educare la sua specificità che consiste prevalentemente nell’accompagnare l’altro. È indubbiamente più facile per un genitore “dire di sì” piuttosto che “dire di no” ai propri figli: facendo così, però si perde il proprio ruolo e la tanta deprecata “coercizione” educativa (definita così dai sostenitori di un assoluto laissez faire che di fatto abdica in quanto impegno, responsabilità, partecipazione e cura).

Occorre, quindi, combattere ogni forma di vieto relativismo educativo ed operare per promuovere l’umano che è nell’uomo e far germinare nei giovani in bisogno di senso.

Uno sguardo al passato

Le radici storiche della pedagogia

I processi educativi e formativi non possono prescindere da criteri regolativi per formulare strumenti di analisi e di riflessione. Il più antico sapere che si è sviluppato a questo scopi è la pedagogia, termine con cui oggi si indicano le conoscenze intorno all’educazione (teorie elaborate nel corso del tempo che giustificano determinati interventi educativi), sia l’organizzazione/progettazione/gestione degli interventi attraverso cui si svolge il processo educativo propriamente detto.

Da sempre l’uomo ha educato, nel senso che ha trasmesso ai più giovani quei savoir faire indispensabili per vivere in un determinato contesto. I graffiti, ad esempio, che rappresentavano generalmente scene di caccia, possono essere considerati dei veri e propri ausili visivi. Con il passaggio dalla preistoria alla storia e, quindi, con le prime testimonianze dirette, non è difficile trovare nei poemi greci o nei frammenti di natura filosofica espressioni di saggezza educativa, anche se l’obiettivo consisteva nel prospettare strategie estremamente circoscritte (ad esempio le regole dell’apprendistato teorico).

Il ruolo del pedagogo

Al tempo dei greci, nelle famiglie agiate vi era uno schiavo colto ed, in genere, emancipato detto “pedagogo” proprio perché aveva il compito di accompagnare il fanciullo da casa in palestra e a scuola portandogli pure, come si usa dire oggi, il materiale didattico, facendoli ripetere le lezioni e seguendolo nell’esecuzione dei compiti. A tal proposito, risulta evidente il significato metaforico di “pedagogia” come sapere finalizzato a traghettare (accompagnare) il soggetto da una condizione data (definibile come ex ante) a un approdo futuro (l’ex post).

Tuttavia, è stata la mentalità positivistica che ha determinato un salto qualitativo di indubbia portata nell’emancipare la pedagogia dalla tradizionale impostazione prevalentemente religiosa e filosofica. In tale prospettiva si utilizzò l’espressione “scienza dell’educazione” al posto di pedagogia proprio per sottolineare i caratteri specifici di un sapere che doveva essere distinto, per un verso, dalla filosofia e, per un altro verso, da quella precettistica empirica che impedivano ogni forma di controllo scientifico dei fatti educativi (in Italia Pietro Siciliani come espressione dell’esigenza di tutto il positivismo pedagogico di strutturare scientificamente il sapere pedagogico e disancorarlo dagli ancillaggi del passato).

Evoluzione nella terminologia

Agli inizi del Novecento si verificò il passaggio dall’uso singolare “scienza” all’uso plurale “scienze dell’educazione”. Dewey considerava necessario, a tal proposito, per la scienza dell’educazione disporre di una pluralità di scienze (soprattutto psicologia, sociologia) pertanto, la pedagogia, così intesa, si configurava come un sapere interdisciplinare al quale competeva l’organizzazione di molteplici saperi scientifici in funzione educativa. In tale direzione si collocano gli studi e le ricerche svolte all’interno dell’Institut “J.J. Rousseau” di Ginevra: tale istituto svolgeva una funzione d’avanguardia nella ricerca pedagogica e nella preparazione degli insegnanti.

La rete sistemica delle scienze dell'educazione

Quindi, quando oggi si parla di “scienze dell’educazione” si intende una “rete sistemica” unitaria e coerente di scienze che comprende discipline che forniscono dati storico-culturali, sociali, demo-statistici etc.; discipline teorico e pratico-poietiche (filosofia dell’educazione, educazione degli adulti, pedagogia generale, pedagogia sperimentale…) che orientano teoricamente e forniscono coordinate operative per l’azione educativa e, infine, discipline strumentali che forniscono abilità e competenze specifiche atte ad affrontare adeguatamente talune emergenze educative.

Questioni relative alla struttura epistemologica

Il sapere trasformativo della pedagogia

La pedagogia si configura oggi come un sapere trasformativo, che pur riconoscendo i contesti all’interno dei quali opera, risulta essere costantemente aperta al futuro, al “possibile” (il cosiddetto principio euristico della pedagogia). In questo senso l’utopia, intesa come direzione e non come meta, funge da vera e propria idea regolativa. Essa agisce nella prospettiva del cambiamento (la pedagogia viene definita da alcuni studiosi come scienza metabletica. Demetrio utilizza a più riprese questo termine per indicare lo studio delle modificazioni storiche dei processi psichici, ad esempio come è cambiata l’organizzazione della memoria in seguito alla diffusione della stampa), ma assumere in concetto del cambiamento comporta agire in direzione di ragione.

La pedagogia come disciplina di frontiera

In quanto disciplina di frontiera, contrassegnata dall’intrinseca circolarità teoria-prassi-teoria, la pedagogia vive in un permanente stato di crisi e provvisorietà. Ciò è dovuto dalla distanza che separa il piano del “dover essere” della persona e il piano dell’esserci nella storia: è da questo che la pedagogia trae costante slancio verso la ridefinizione dei suoi presupposti. Si tratta di una pedagogia critica e aperta, che i muove dialetticamente tra istanze di libertà, di evoluzione, di costruzione di mondi nuovi (e possibili!) e la concretezza di un impegno etico radicato nelle problematiche della realtà. Tale paradigma utilizza in forma dialettica il piano ideale della prassi (sostenuto dai principi del trascendente e del possibile) e il piano contingente della teoria (scelta e impegno).

Struttura epistemologica della pedagogia

Evidenziamo adesso la struttura epistemologica della pedagogia. Innanzitutto occorre specificare che gli oggetti/soggetti si differenziano per tutta una serie di peculiarità: differenze di genere (l’essere uomo o donna); individuali, biologiche e psicologiche (in virtù delle quali ciascun individuo è un essere unico e irripetibile); quelle sociali (precarietà economica, sottosviluppo, povertà culturale) che incidono sullo sviluppo e la promozione del pensiero e della personalità; quelle etniche, linguistiche e culturali (spesso fonte di discriminazione, gerarchizzazione e disuguaglianza). Si tratta di differenze che devono essere valorizzate e rispettate.

Bisogna, inoltre, considerare la variabile dell’età che determina cambiamenti significativi nei processi di apprendimento e di formazione: occorre adeguatamente considerare la specificità di ciascuna età altrimenti si corre il rischio di causare il fallimento complessivo della proposta educativa.

I luoghi della formazione

Infine, evidenziamo i luoghi della formazione. Si tratta di contesti differenziati, ciascuno dei quali svolge un ruolo specifico. Essi sono: la famiglia, la scuola, tutte le istituzioni e le associazioni culturali e del tempo libero e l’imponente sistema dei media culturali che contraddistingue la cultura e la società contemporanea.

In genere quando si fa riferimento ai luoghi in cui avviene il processo educativo si è soliti distinguere tre macrocategorie: i contesti formali che comprendono quelle istituzioni dedicate all’istruzione e alla formazione (ad esempio la scuola).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luigitripix di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Michelin Antonio.
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