I diritti dell'infanzia in prospettiva pedagogica
Prefazione
I corsi universitari multidisciplinari di educazione ai diritti rappresentano un importante strumento per contribuire a promuovere la conoscenza e costruire una profonda consapevolezza dei diritti di bambine, bambini e adolescenti. Nascono con l'intento di attivare una connessione strategica con le università italiane, nel comune obiettivo di offrire opportunità significative per la formazione delle giovani generazioni, in particolare e favorire la costruzione delle competenze necessarie ad affrontare le responsabilità di cittadinanza in una società complessa.
La multidisciplinarietà è una chiave per connettere ambiti di ricerca e conoscenza diversi, ma profondamente interrelati e necessari alla comprensione della complessità nella quale viviamo, per definire un agire individuale collettivo più consapevole e responsabile.
Il comitato ONU sui diritti dell'infanzia ha il compito di esaminare i progressi compiuti dagli Stati nella attuazione degli obblighi che derivano dal trattato, pubblicando al termine della sua visione un documento di analisi e valutazione in cui sono evidenziati i miglioramenti e le criticità che ostacolano la realizzazione dei diritti dei minori.
Le osservazioni conclusive adottate dal febbraio 2019 individuano rispetto al nostro paese quattro principali aree di preoccupazione rispetto alle quali devono essere adottate misure urgenti: allocazione delle risorse, non discriminazione, istruzione, minori richiedenti asilo e rifugiati e minorenni coinvolti nelle migrazioni.
Questo volume appare un importante contributo alla riflessione collettiva sulla possibilità di tradurre i principi sanciti dalla convenzione e l'approccio child oriented ed in qualità delle relazioni educative.
Inquadrare i diritti dell'infanzia in un'ottica pedagogica
Ellen Key battezzò il '900 come il secolo dei fanciulli, come un auspicio che richiamava la responsabilità di impegnarsi concretamente per creare le condizioni affinché il ventesimo secolo potesse diventare il secolo delle bambine e dei bambini.
Oltre che per il crollo del muro di Berlino del 1989, che segna la fine del Novecento e l'inizio dell'era della globalizzazione, questo anno merita di essere ricordato per un altro fatto storico che contribuì a segnare la fine del Novecento breve: l'approvazione della convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza abbreviata CRC.
Nel campo dei diritti fondamentali gli anniversari e le ricorrenze non si festeggiano, questi rappresentano piuttosto occasioni per migliorare e rileggere ogni traguardo tagliato come l'avvio di una nuova fase del continuo processo di rinnovamento, di rafforzamento e di allargamento dei diritti stessi.
La prima parte del volume traccia un quadro teorico propedeutico agli approfondimenti tematici proposti nella seconda sezione. I primi due contributi posti in apertura del testo tracciano lo spazio dei diritti dei bambini e delle bambine, tra principi giuridici e significati pedagogici. La seconda parte del volume si compone di 5 contributi legati saldamente dall'obiettivo di monitorare e valutare l'effettiva realizzazione del principio di non discriminazione, uno degli assiomi fondanti della CRC.
Per farlo si è deciso di toccare alcune questioni di cogente attualità, che mettono in evidenza il costante rischio di violazione di tale principio, tra queste si ritrovano le discriminazioni legate alla appartenenza di genere, alla provenienza culturale, familiare, appartenenza a minoranze come quella Rom.
Diritti dell'infanzia: una prospettiva pedagogica per coglierne il senso a 30 anni dalla CRC
La convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza rappresenta tutt'oggi uno dei più importanti documenti riguardanti diritti umani fondamentali. Il processo di scrittura del documento si rivelò più complesso di quanto potremmo immaginare, è possibile individuare tre ragioni alla base delle difficoltà che il gruppo di lavoro dovette affrontare.
La prima ragione era di carattere formale e dipese dalla scelta di scrivere un documento diverso dal punto di vista giuridico rispetto alle precedenti dichiarazioni sui diritti dell'infanzia. A differenza di una dichiarazione una convenzione è un testo estremamente complesso, dal momento che un documento di questa tipologia ha carattere vincolante per gli Stati che lo firmeranno.
Mentre la dichiarazione è costituita da una serie di principi che ispirano ed orientano l'azione culturale, sociale e politica degli stati che la firmano, la convenzione rappresenta un accordo, i suoi principi devono essere messi in pratica, difesi e rafforzati attraverso interventi concreti da ogni stato che l'abbia ratificata. Inoltre nessuna legge nazionale può entrare in conflitto con la convenzione.
La seconda ragione è di carattere procedurale e dipese dal criterio di lavoro che il gruppo scelse di utilizzare. Si decise di scrivere un articolo alla volta e di correggerlo fino a che non fosse stato approvato all'unanimità da tutti i membri del gruppo, solo dopo ciò si sarebbe potuti passare alla discussione e alla scrittura dell'articolo successivo. Su alcuni articoli le discussioni furono particolarmente accese e ciò richiese più tempo del previsto per arrivare ad un accordo unanime.
La terza ragione è di carattere ideologico e dipese dal clima politico e culturale in cui il gruppo lavoro. Erano gli anni della guerra fredda, di contrapposizione profonda sui valori che stavano a fondamento stesso dell'idea di diritti fondamentali. Il blocco occidentale Atlantico riponeva un interesse prioritario sui diritti politici e civili, considerati i diritti di prima generazione, detti anche diritti di libertà. Al contrario il blocco orientale sovietico era più intransigente nella difesa dei diritti sociali, economici e culturali, i diritti di seconda generazione, detti anche diritti di protezione.
Il processo di allargamento dei diritti fondamentali a comprendere i bambini, bambine e adolescenti inizia con l'ingresso nel ventesimo secolo e proseguì lungo due strade. Una è quella giuridica, scandita dai documenti internazionali ufficiali che segnano altrettante tappe di avvicinamento al 1989. Una prima tappa è la dichiarazione di Ginevra del 1924 in cui vengono intercettati la dimensione basilari del diritto alla vita e ciò che serve al suo mantenimento. La seconda tappa è la dichiarazione di New York del 1959 in cui si pongono le basi per un pieno riconoscimento dei diritti di protezione.
La seconda strada percorsa dai diritti dell'infanzia è quella pedagogica, non è scandita da documenti o testi ufficiali, non è segnata da pietre miliari ma da piccole molliche di pane o da sassolini bianchi lasciati per terra. Questa strada ci riporta all'inizio del Novecento e ci fa incontrare alcune figure che percorsero i diritti dell'infanzia: Ellen Key, Janusz Korczak, Maria Montessori. Attraverso la prospettiva pedagogica è possibile interpretare il senso dei pilastri giuridici che sorreggono tutto l'impianto della convenzione, permette di coglierne il senso e di rivelare tutta la loro portata.
La convenzione detiene il record di essere il documento internazionale riguardante diritti fondamentali che ha ricevuto il maggior numero di ratifiche: tutti gli stati rappresentati alle Nazioni Unite l'hanno firmata, ad eccezione degli Stati Uniti d'America. La CRC concerne nello specifico i diritti fondamentali di bambini e bambine, ma come ogni altro documento riguardante i diritti di soggetti particolari i principi che essa esprime riguardano ogni essere umano.
Nessun essere umano esprime ed esercita i propri diritti isolandosi dagli altri, questi possono essere esercitati e prima ancora riconosciuti e compresi solo nell'ambito delle relazioni intersoggettive. I diritti devono essere sempre concepiti nell'ambito delle relazioni che legano quel particolare soggetto tanto agli altri soggetti che condividono la sua condizione, quanto a tutti gli altri soggetti che invece non la esprimono.
I principi giuridici fondamentali che sorreggono l'intero impianto della convenzione sono:
- Il principio di non discriminazione stabilisce che un essere umano non debba mai essere discriminato per le caratteristiche soggettive che esprime.
- Il principio del migliore interesse viene introdotto con l'esigenza di stabilire un criterio valido che possa orientare la scelta da parte degli adulti chiamati a prendere decisioni riguardanti questioni rilevanti per la vita dei bambini troppo piccoli per prendere tale decisione da soli. Tutte le esigenze in gioco degli altri soggetti coinvolti nella relazione sono lecite e giuste, a patto però che non confliggano con l'interesse migliore del bambino.
- Il principio del paradigma relazionale è un modello che descrive il funzionamento dei diritti: questi si esprimono non in astratto ma in concreto all'interno di relazioni intersoggettive. I diritti assumono contenuto quando incontrano un altro ed entrando in relazione con lui mi riconosco. La relazione deve però svolgersi su un piano di parità tra i soggetti che li esprimono. Questo vale anche nelle relazioni intersoggettive di tipo asimmetrico, come nel caso della relazione adulto-bambino. Comprendere e accettare che i bambini siano soggetti paritari rispetto all'adulto sul piano dei diritti è al tempo stesso uno sforzo e una responsabilità. Lo sforzo è rivolto al pieno riconoscimento della dignità umana del bambino e quanto questo riconoscimento sia difficile per un adulto lo dimostra il perdurare di certe convinzioni sbagliate ma radicate nella tradizionale visione dell'infanzia. La responsabilità è connessa alla disponibilità ad entrare in relazione con i bambini su un piano paritetico ed esercitare ruoli e funzioni adulte senza assumere che sia lecito utilizzare con queste modalità relazionali che non riteniamo lecite nei confronti degli adulti. Sul piano pedagogico sforzo e responsabilità implicano un profondo e costante ripensamento della relazione educativa stessa.
- Il principio di essere ascoltato rappresenta l'esplicita espressione dei diritti di partecipazione estesi per la prima volta all'infanzia e all'adolescenza. Per i bambini si giunge alla partecipazione passando prima per la protezione. Si tratta di un complesso di diritti che appare a prima vista paradossale se riferito all'infanzia, tale paradossalità si stempera interpretando i diritti di partecipazione in forma processuale. Questi sono diritti in crescita, ciò significa che possono assumere concretezza solo in rapporto alle particolari caratteristiche del soggetto stesso. L'ascolto si realizza attraverso il dialogo tonico che passa attraverso i sensi e il contatto fisico, attraverso gli sguardi e le espressioni del viso. Non sono i bambini troppo piccoli per certi diritti, ma sono i contesti e le relazioni in cui si esprimono diritti adulti a non essere adeguati all'esercizio attivo dei diritti dei bambini.
La convenzione delle Nazioni Unite sulla tutela dei diritti di bambini, bambine e adolescenti: una sfida per il futuro
L'interesse per la comprensione e l'analisi dei contenuti della CRC acquista oggi una rinnovata rilevanza alla luce dei contenuti dell'agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall'Assemblea generale nel 2015. La CRC è anche l'oggetto della specifica attività di un organismo internazionale: l'Unicef. Questo è stato istituito l'11 dicembre 1946 come fondo di emergenza per assistere i bambini alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1953 è stato rinnovato come organismo permanente con un mandato rivolto alla tutela dell'infanzia in tutti gli stati del mondo.
Nonostante la CRC abbia avuto un alto numero di ratifiche da parte degli Stati la realtà quotidiana dimostra come sia difficile per questi passare dalle parole ai fatti. La volontà degli Stati membri risulta assai condizionata dalle numerose riserve che essi hanno opposto al momento della ratifica del trattato. Attraverso questo meccanismo gli stati riescono a limitare la portata e gli effetti del trattato nel loro ordinamento interno, fino al punto di non dare applicazione ad alcune specifiche norme del trattato stesso.
Da una parte la CRC ha una pretesa di universalità e un carattere omnicomprensivo, dall'altra la sua vaghezza e l'indeterminatezza nella formulazione la rendono uno strumento flessibile, capace di adattarsi ai mutamenti della comunità internazionale, ma non sempre del tutto adatto a fornire parametri con cui gli stati devono conformarsi o sui quali valutare il loro livello di rispetto degli obblighi assunti.
All'interno dell'elenco dei diritti esposti dalla CRC vi sono alcune norme caratterizzanti che definiscono in maniera precisa scopi e portata del trattato stesso. Meritano pertanto attenzione gli articoli 2, 3, 12, 19. Si tratta rispettivamente del divieto di discriminazione, del principio del migliore interesse, del diritto ad essere ascoltato e del diritto a non essere sottoposto a nessun tipo di violenza. Queste norme rappresenterebbero l'ossatura essenziale della CRC, poiché il venir meno di ciascuna di queste garanzie rende il riconoscimento degli altri diritti del tutto privo di efficacia concreta.
Sebbene gli obiettivi di sviluppo sostenibile mirino a migliorare la vita delle persone che non hanno ancora compiuto 18 anni in una serie di riferimenti chiari, nonché ad una serie di altre aree che hanno comunque un impatto indiretto sulla vita dei bambini, l'agenda trascura un approccio realmente fondato sulla tutela dei diritti umani, non riuscendo a inquadrare i minorenni come veri e propri titolari di diritti.
Infanzia e giustizia sociale: bambine e bambini fra diritti e capacità
Così come il solo indicatore economico non può ritenersi sufficiente a valutare lo sviluppo di una società, anche il formale riconoscimento dei diritti non può ritenersi sufficiente a garantire ai cittadini l'effettivo esercizio degli stessi. L'approccio delle capacità, ideato da Amartya Sen e sviluppato da Martha Nussbaum, si fonda sul presupposto che la valutazione della qualità della vita, del livello di giustizia sociale, dell'uguaglianza o in generale dello sviluppo di una società non può essere delegata ai soli indicatori economici tradizionali, deve invece concentrarsi sulle opportunità reali che le persone hanno di vivere effettivamente il tipo di vita che le stesse ritengono degna di essere vissuta.
Nei suoi scritti Sen ricorre alla sua infanzia nelle semplificazioni a sostegno delle sue argomentazioni, senza mai farsi direttamente carico di affrontare il ruolo dell'infanzia nella società. Riguardo la prospettiva offerta dalla Nussbaum troviamo la principale trattazione sul ruolo dell'infanzia nel saggio scritto con Rosalin Dixon. In tale saggio le autrici precisano come le teorie della giustizia sociale che si collocano nella tradizione del contratto sociale non riescono a tenere in dovuta considerazione i bambini e le bambine a causa della loro alta vulnerabilità e del loro acceso bisogno di cura.
Allo stesso tempo le autrici rimarcano il bisogno di pensare l'infanzia in termini propri e non come negativo dell'adulto. Tuttavia nel saggio permane una sorta di ambiguità di fondo, resta predominante l'idea di pensare ai bambini come futuri adulti e vedere il loro prevalentemente un potenziale di crescita, che richiede un costante adeguamento rispetto alle loro capacità di evoluzione. La posizione dell'infanzia è critica nel capabilities approach proprio a causa del dilemma fra vulnerabilità ed agency che porta di nuovo a chiedersi che cosa sia da intendersi per bambina e bambino.
Secondo una prospettiva pedagogica e storica infanzia appare come un prodotto storico che nasce in un preciso contesto sociale e culturale, che nel tempo subisce mutamenti e modificazioni in rapporto al mutare e al modificarsi delle condizioni di vita sociali e culturali della civiltà che fa esperienza di tali condizioni. È nel bisogno di protezione che troviamo la difficoltà dell'inclusione dell'infanzia nel capabilities approach, l'infanzia è categoria vulnerabile perché dipende dall’adulto.
La dipendenza infantile non è però una peculiarità dell'infanzia, bensì dell'umanità stessa nella natura relazionale degli esseri umani. Se dunque si sgancia la vulnerabilità dalla dipendenza e si ragiona nei termini di interdipendenza, si può pensare che la capacità dei bambini di agire per sé va letta dentro la necessità di una relazione con l'altro.
La libertà produce una libertà di pensiero che consente di ampliare i propri bisogni. Secondo questa prospettiva la convenzione avrebbe reso possibile pensare ai bisogni dei bambini andando così a delineare nuovi diritti. Sen sosteneva che i diritti politici sono importanti non solo per soddisfare i bisogni, ma fondamentali anche per la formulazione dei bisogni stessi.
Il riconoscimento di una natura umana costitutivamente relazionale sin dal principio supporta la scelta di superare il collegamento vulnerabilità-dipendenza per aderire invece al riconoscimento di una primaria forza proprio nel sapersi interdipendenti. Questo significa riconoscere i bambini una propria agency che però necessita di un processo relazionale per divenire risorsa che traduce in funzionamenti le proprie capacità. In questo senso la capacità di azione non è inversamente proporzionale alla dipendenza, ma è sempre connessa alla natura relazionale e umana, più so essere in relazione più ottengo capacità di agency.
Nell'era contemporanea l'infanzia è al centro e spesso i bambini sono al muro, imbrigliati nello scarto tra le immagini dominanti e le condizioni di vita concrete. Sia che essa venga negata perché adultizzata, sia che essa venga sacralizzata perché emblema del...
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