P . U
EDAGOGIA E DIRITTI DEI BAMBINI NO SGUARDO STORICO
Parte prima: L’invenzione dell’infanzia
Capitolo1: Che cos’è la pedagogia dell’infanzia
La pedagogia dell’infanzia è quella scienza che si occupa di elaborare un sapere complesso sulle
teorie, sui modelli e sulle pratiche educative in rapporto al soggetto umano in quella età
particolare della sua vita che lo caratterizza come bambino. La pedagogia è il complesso teorico
più ampio in cui questo sapere specialistico si inserisce: è la dimensione teoretica offerta dalla
pedagogia generale come scienza che riflette e indaga i fenomeni epistemologici dei saperi
dell’educazione, ne sviluppa i significati svelandone gli impliciti, i limiti, gli intrecci e le prospettive.
Se la pedagogia può essere rappresentata come una sorta di albero, abbiamo la pedagogia
generale che è il tronco di questo albero in cui si elaborano i fondamenti che rendono la
pedagogia un sapere scientifico. Dal tronco partono una serie di rami, e quindi di specializzazioni,
di questo sapere generale: la pedagogia dell’infanzia può essere considerata uno di questi rami.
Nella pedagogia dell’infanzia, il soggetto che richiede attenzione è il bambino colto in questa età
della vita. Quando si parla di infanzia, ci si riferisce a bambini e bambine. Ma “infanzia” e
“bambini/e" non sono sinonimi. “Bambini/e” è un termine che identifica una pluralità di soggetti,
mentre “infanzia” è un termine che non è omogeneo rispetto a “bambini/e”. “Infanzia” è un
termine astratto che un soggetto denomina per riassumere la caratteristica principale dei bambini.
La pedagogia dell’infanzia è la specializzazione del sapere pedagogico che si occupa di
progettare e praticare la formazione in rapporto ad un soggetto concreto che viene definito
attraverso il termine “infanzia”. Il bambino esiste da quando esiste la specie umana. L’idea di
“infanzia” che definisce il soggetto “bambino” ha un aspetto molto più recente.
Perché studiare la storia dell’infanzia?
1. Per reperire nuove informazioni sul passato della civiltà umana. Il termine “infanzia” ha dato
forma alla struttura della nostra società. L’infanzia è un concetto storico e culturale che è stato
creato dagli uomini e che serve per inquadrare certi aspetti della realtà. Non si può
comprendere il significato profondo dell’infanzia se si considera solo ciò che significa l’infanzia
al giorno d’oggi.
2. Per ridare voce a un soggetto rimasto “muto” per millenni. Per un gruppo numeroso di storici,
i bambini e le bambine hanno un ruolo nella civiltà umana. Con la storia dell’infanzia si
comincia a riconoscere la rivoluzione del Novecento che consiste nell’importanza di ricostruire
la storia di lunga durata, cioè delle trasformazioni lente, che ha altrettanta importanza e valore
della storia scandita per date che segnano grandi cambiamenti. Se si guarda la storia scandita
per date che segnano grandi cambiamenti non c’è spazio per la storia dell’infanzia. La storia
dell’infanzia apre scenari che, fino agli anni Sessanta del Novecento, erano del tutto ignoti
perché nessuno si era mai domandato come viveva una famiglia povera. L’attenzione storica
era tutta rivolta a grandi eventi e ai processi politici, militari ed economici dei grandi
cambiamenti. Dopo cinque secoli, per la prima volta, gli storici cominciano a domandarsi
come vivevano le masse lavoratrici. Studiare la pedagogia dell’infanzia amplia la nostra
conoscenza del passato e significa dare voce al bambino, un soggetto muto e che non ha
avuto visibilità per millenni.
3. Per indagare vissuto sociale a grado zero: come avviene il processo di riproduzione culturale
di generazione in generazione. Quando si studia la storia dell’infanzia, ci si preoccupa di
domandarci come si è vissuto per lungo tempo all’interno delle famiglie popolari perché è lì
dove vengono addestrate le nuove generazioni di adulti. Studiare la storia dell’infanzia
permette di gettare luce su dei processi intergenerazionali. Attraverso le pratiche di lunga
durata si possono capire i processi di riproduzione sociale e culturale, cioè ciò che mantiene
in vita una società.
4. Per cogliere continuità e rotture, permanenze e cambiamenti in condizione di vita dei bambini
nel tempo. Lo storico cerca di capire il perché di certi problemi in cui il ricercatore oggi si
imbatte. In passato alcune pratiche erano lecite a punto tale da lasciare una traccia molto
profonda nella mentalità di oggi. Il tema della violenza è uno tra i tanti.
Nel corso dei quattro secoli che vanno dal 1500 al 1900 si realizza un lento e difficoltoso processo
che riguarda la nascita e la trasformazione della nostra idea di infanzia, che consiste nel sorgere di
tre novità (sentimento, interesse e scoperta) che caratterizzano lo sguardo adulto rivolto al
bambino: la nascita di un sentimento dell’infanzia, che dà il via a un inedito interesse per il mondo
del bambino e quindi giunge a dar luogo a quella che Philippe Ariès chiama la scoperta
dell’infanzia. Ariès è stato uno storico francese che ha studiato la famiglia nell’epoca medievale e
moderna e ha cominciato ad interessarsi di una storia delle persone comuni. Nel 1960, Ariès,
L’enfant et la vie familiale sous l’ancien régime Il bambino e
storico della famiglia, scrive (tradotto 1
la vita familiare durante l’Ancien Régime). Per andare alla ricerca dei bambini all’interno della
storia, bisogna andare a vedere il luogo in cui vivevano, cioè all’interno delle famiglie. Le famiglie
lavoravano nei contesti agricoli e vivevano del lavoro quotidiano della terra. Qualche anno dopo, il
Padri e figli nell’Europa medievale e moderna.
testo esce con la traduzione in italiano del titolo
Scompare quindi “la moglie e le figlie” e quindi scompare la famiglia: in Italia eravamo ancora in
un’ottica che non è quella di Ariès e gli occhi sono ciechi per guardare alla famiglia perché ci sono
solo “i padri e i figli”. È eloquente per capire il clima di profonda rottura. La tesi che troviamo
all’interno del libro è che, secondo Ariès, dal Cinquecento all’Ottocento, attraverso il “sentimento
dell’infanzia” avviene il processo di scoperta dell’infanzia. Ariès scrive che i medievali non
conoscevano il sentimento dell’infanzia. Ariès stava affermando che il sentimento era un sentire
della mente e non del cuore: ciò che manca è una concezione di infanzia che permetta un amore
di qualità diversa rispetto a quello che i genitori medievali, pur amando i loro figli, sono in grado di
esprimere. Ci vorranno quattro secoli affinché il “sentimento” si sviluppi e si diffonda: solo allora
cambierà la qualità dell’amore perché è la consapevolezza racchiusa all’interno di “sentimento”
che permette di riconoscere i bisogni reali e concreti di bambini e bambine. Questa capacità di
amare potrà rivolgersi in maniera più attenta a questi bisogni che potranno essere riconosciuti e
certe pratiche di amore si trasformeranno lentamente. L’obiettivo ambizioso di Ariès è quello di
ricostruire storicamente la lenta consapevolezza del “sentimento dell’infanzia”: ciò è possibile
solo attraverso l’analisi degli ambienti, degli arredi, dei luoghi, dei vestiti, degli strumenti, degli
oggetti…. È possibile tradurre il termine “sentimento dell’infanzia” di Ariès con “consapevolezza
dell’infanzia”. La “consapevolezza” riguarda i significati che contribuiscono a definire l’identità del
bambino. Occorre però prima lavorare su un modello d’infanzia di lunga durata che attraversa
secoli e civiltà e che può essere riassunto attraverso:
il bambino definito semplicemente come “non-adulto”. Il bambino era considerato il negativo
• dell’uomo perché in assenza dell’idea di infanzia è impossibile riconoscere ciò che è il bambino,
ma è possibile riconoscere ciò che appare: il bambino appare come la negazione delle qualità
positive dell’uomo;
l’infanzia vista come una parentesi priva di valore nella vita di ogni uomo: la vita vera inizia solo
• con la fine dell’infanzia;
un’adultizzazione precoce che avviene attraverso il lavoro: una concezione puramente negativa
• dell’infanzia e un’esigenza materiale spinge a mettere fine il prima possibile a questo periodo in
cui il bambino rappresenta un costo assoluto. L’adultizzazione precoce si compie attraverso il
rapido avviamento del bambino ad attività di tipo economico: il lavoro segna la fine dell’infanzia;
due mondi che sono largamente mescolati: bambini e adulti vivono nello stesso mondo,
• l’infanzia non ha alcun luogo riparato e protetto dove poter crescere e i bambini vivono la stessa
realtà quotidiana degli adulti;
violenza generalizzata: la violenza è il denominatore comune negli atteggiamento che il mondo
• sa esprimere nei confronti dell’infanzia, prima che si affermi l’idea di infanzia.
Per trovare altri studi che confermano l’impostazione di Ariès, si possono richiamare anche altri
autori che, a distanza di alcuni anni da Ariès, rispetto all’infanzia ci danno tesi coincidenti.
Il processo di
Norbert Elias è uno tra i più importanti sociologi del Novecento che, ne
civilizzazione, studia il lento maturare della civiltà europea. Anche Elias guarda alla famiglia e alle
relazioni tra mondo degli adulti e mondo dei bambini. Quest’opera non fu inizialmente pubblicata
perché scritta da un autore ebreo nel 1939. La pubblicazione avverrà solo nel 1969. Secondo
Elias, più una civiltà progredisce verso la civilizzazione, più cresce al suo interno la distanza tra
mondo adulto e infanzia. Anche Elias individua nel XVI secolo il momento storico in cui prende
l’avvio questo lento processo di separazione e di distanziamento tra i due mondi. Nello studio di
Elias, si sta producendo molto lentamente un distanziamento tra mondi, quello adulto e quello
bambino, che nascono e si sviluppano nel tempo come coincidenti. Il lento distanziamento sposta
in avanti il processo di crescita di una società. Dal punto di vista sociale, il distanziamento è un
processo positivo della differenza tra adulto e bambino e per questo ha senso valorizzarla. La
società civilizzata ha bisogno di altri interventi educativi per la crescita dei futuri adulti: non è più
una questione puramente biologica, come la crescita del corpo, ma la crescita investe altre
dimensioni. Per poter permettere la crescita dei bambini, si cominciano a prendere le distanze tra
questi due mondi.
Un altro autore che si inserisce in questa linea e che ci dà una terza versione di questa lettura è
La scomparsa
più radicare rispetto ad Ariès e parla di “invenzione” dell’infanzia. Neil Postman, ne
dell’infanzia (1982), afferma che l’infanzia è stata un’idea inventata in un certo momento storico e
che l’idea d’infanzia sta scomparendo. Secondo Postman l’idea d’infanzia nasce e cresce da un
progressivo allontanamento dei bambini dal mondo adulto. Anche secondo Postman, l’invenzione
2
dell’infanzia impiega del tempo per maturare e ha un punto d’inizio che è la metà del XV secolo
con l’invenzione della stampa. L’invenzione della stampa aumenta la complessità del mondo
adulto. Postman sottolinea un fatto fondamentale di questo periodo: le persone devono saper
leggere. In quella società, dove la parola comincia a viaggiare non solo attraverso il canale orale
ma attraverso la scrittura, agli individui che ne fanno parte viene richiesta una specifica abilità: la
lettura. Fin tanto che gli adulti non sono sufficientemente alfabetizzati, quella società va in contro
a difficoltà. Un adulto può essere alfabetizzato solo quando lo si educa fin da bambino. Non basta
quindi crescere nel corpo, ma occorrono competenze nuove che possono essere acquisite dai
bambini solo nelle scuole.
Ariès, Elias e Postman concordano nell’individuare il XIX secolo come il momento in cui questo
processo di scoperta e di differenziazione giunge al suo compimento: durante l’Ottocento emerge
un nuovo modello di infanzia, incentrato nel suo pieno riconoscimento sul piano affettivo e
sociale, che avviene in virtù di due principali fattori di trasformazione: il cambiamento che
interessa la famiglia e la diffusione della scolarizzazione obbligatoria. La famiglia borghese e la
scuola pubblica interpretano il bambino come un soggetto debole e bisognoso di protezioni
speciali, di cure e di attenzioni appropriate e costanti. Nel mondo familiare borghese, separato e
protetto nella dimensione privata della casa, il bambino diventa sempre più il centro intorno al
quale vengono riorganizzare le attività quotidiane e riprogettato il futuro. Il termine chiave è
privatizzazione dell’infanzia, secondo cui l’infanzia comincia ad essere qualcosa da privatizzare,
ovvero riportare bambini e bambine all’interno della dimensione privata, cioè della casa. Anche se
può sembrare scontato, nel corso dell’Ottocento questa novità segna un momento decisivo
perché sta cominciando a diventare un principio non negoziabile che i figli rappresentino il valore
fondamentale per la famiglia. I genitori assumono in maniera totale il controllo dei propri figli. La
privacy consiste nel separare, con un muro ideale, lo spazio interno da quello esterno: niente e
nessuno da fuori può entrare ad osservare ciò che avviene nello spazio privato. Da questo punto
di vista, l’infanzia borghese è un’infanzia privatizzata. I bambini sono coloro che porteranno il
cognome della famiglia in futuro e quindi il destino della famiglia è legato al modo in cui i bambini
in futuro cresceranno. Sul piano sociale, con l’esigenza dello Stato nazionale di provvedere
all’alfabetizzazione alla vita civile dei suoi cittadini, la scuola assume un rilievo politico eccezionale
e l’infanzia, con l’introduzione dell’obbligo scolastico, riceve la definizione di età dell’istruzione.
istituzionalizzare
Rendere la scuola obbligatoria significa l’infanzia perché il bambino deve
essere preparato per il futuro. La società ottocentesca ha raggiunto un livello tale di complessità
per cui il governo ha bisogno di cittadini alfabetizzati. Ogni governo di quel periodo storico ha a
che fare con il problema fondamentale dell’analfabetismo. Per lavorare in quella società sono
sempre più sono necessarie competenze che passano dai percorsi di istruzione. I governi
ottocenteschi si preoccupano quindi di avere adulti istruiti e preparati. Per far questo, la
preparazione viene resa obbligatoria perché, se i genitori avessero potuto scegliere, avrebbero
continuato, secondo il modello tradizione, a farli lavorare per la sopravvivenza della famiglia.
Privare le famiglie del lavoro dei loro bambini è un sacrificio. Ciò ci fa capire come si stia
lentamente passando da un modello biologico e astratto ad un’idea sociale. Su questo processo
di crescita si cominciano a costruire nuove e fondamentali esigenze sia da parte delle famiglie che
dei governi. Si comincia a riconoscere la complessità dei bisogni che riguardano l’infanzia.
protezione e tutela.
Un’idea più complessa porta quindi ad esigenze nuove di di
Ciò che avviene nel secolo successivo è un ulteriore passaggio: se nell’Ottocento si cominciano a
riconoscere i bisogni dell’infanzia, nel Novecento si cominciano ad attribuire dei diritti. I diritti si
affermano perché è attraverso l’affermazione dei diritti che si possono soddisfare i bisogni. I
bisogni sono collegati allo sviluppo complesso del bambino. Nel corso del Novecento si associa
poi un diritto fondamentale ad un bisogno specifico dell’infanzia: se i bisogni dipendono dalla
debolezza che il bambino esprime in quanto bambino, allora il bambino ha bisogno di più diritti. Il
Novecento, associando i diritti ai bisogni, siccome il bambino è più debole, necessita di maggiori
diritti: il diritto alla vita, alla salute, al sostentamento, alla famiglia, all’educazione, all’istruzione e
alla protezione dalla viole e dallo sfruttamento. Si possono riconoscere i diritti solo quando si
riconoscono i bisogni di un soggetto: per questo Ottocento (il secolo dei bisogni) e Novecento (il
secolo dei diritti) si possono quasi considerare come un secolo unico. Il diritto consente di vivere
bene i bisogni. Il concetto di diritto si elabora a partire da significati non necessariamente giuridici,
ma da concetti come quelli di bisogno. Nel corso del Novecento, ogni bisogno viene collegato ad
diritti fondamentali
un diritto fondamentale. I saranno poi estesi anche al bambino. Se il bisogno
è una condizione di mancanza, significa che il soggetto che esprime questi bisogni ha delle
necessità e, nel caso del bambino, queste sono fondamentali. Difesa, tutela e protezione sono
finalizzati al processo di sviluppo e di crescita. 3
Questo processo non riguarda solo chi si occupa di diritti e quindi non è esclusivamente un
concetto giuridico. C’è dietro un processo culturale, giuridico e filosofico molto importante. Il
contributo della pedagogia è decisivo rispetto alla capacità di leggere in profondità l’età
infantile. Se è vero che l&rsqu
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