Introduzione
Il metodo che ha orientato questa ricerca di pedagogia della famiglia è il metodo di ricerca di pedagogia fondamentale di stile fenomenologico-ermeneutico. Assumere un atteggiamento fenomenologico significa ricondurre le cose alla loro essenza. Si articola in vari momenti:
Momento empirico
Il capitolo di avvio ci offre la prima ricognizione empirica relativa alle difficoltà dei genitori ad acquisire competenze genitoriali. Le autrici si interrogano sulle radici di tale difficoltà, tenendo presente i racconti che i genitori fanno dei loro vissuti. In questo primo momento ci vengono incontro le indagini psicosociali, la pedagogia spontanea, le esperienze educative. Quello che, in generale, sembra emergere è che le famiglie contemporanee siano più famiglie affettive che normative.
Momento empiricologico
Nel secondo capitolo si passa a un livello ulteriore di analisi, si passa a una riflessione di specificazione, dove viene messa in questione la pedagogia spontanea. In questo momento si entra in dialogo con le scienze dell’educazione (psicologia della famiglia, sociologia, antropologia culturale della famiglia). Ma essendo scienze di fatto (hanno il loro criterio fondativo nell’esperienza verificabile, si muovono restando all’interno dell’esperienza) parlano dell’educazione di fatto, mentre l’educatore e il pedagogista cercano un senso da offrire ai fatti, hanno bisogno di una comprensione più profonda.
Ciò porta a compiere un altro passo in avanti. Nel terzo capitolo viene proposto un percorso di ricerca-intervento con la Philosophy for Children and Community, un percorso di formazione per le famiglie nell’area della prevenzione primaria. Si tratta di una nuova ricognizione empirica, che avviene nella forma di una vera e propria esperienza trasformativa: grazie al dialogo e alla condivisione comunitaria delle esperienze e del sapere di ogni partecipante, si va registrando quanto avviene in famiglia e ci si interroga su questi vissuti.
Momento teorico e prassico-poietico
Nel quarto capitolo viene presentato il momento propriamente fondativo; questo capitolo riprende l’implicito contenuto nei capitoli precedenti e lo rende esplicito. In questo capitolo troviamo gli ultimi due momenti del metodo della pedagogia fondamentale, in cui si mette tra parentesi il materiale raccolto nei momenti precedenti e si passa alla ricerca del senso del fenomeno oggetto di studio, per poi esplicitare tale senso nel metodo. Quest’ultimo capitolo presenta infatti un’articolata riflessione sul senso della responsabilità educativa genitoriale, che viene gradatamente tradotta in metodo, cioè in linee per orientare le pratiche di formazione dei genitori.
Nota Bene: L’essenza del fenomeno la conosciamo per profili e adombramenti, mai in piena luce. Come dice il principio fenomenologico della trascendenza: è evidente che non tutto è evidente. Significa che si riesce a vedere solo una parte dell’essenza del fenomeno, quindi siamo dinanzi a una ricerca che rimane sempre incompiuta.
Nota Bene: La fenomenologia è una scuola di pensiero avviata all’inizio del '900 da Husserl, che voleva coltivare un atteggiamento diverso da quello “naturale” che vive di certezze ovvie e scontate. Voleva coltivare un atteggiamento fenomenologico: ricondurre le cose alla loro essenza, imparare ad andare oltre l’evidenza e vedere ciò che spesso non viene visto.
Al centro della concezione fenomenologica della persona umana c’è il suo essere nel mondo e la sua capacità di intenzionare la realtà, dare un senso. Bisogna quindi “fare epochè” (mettere tra parentesi) ciò che è dato per scontato e mettersi alla ricerca dell’essenziale senza mai cristallizzare le conoscenze acquisite.
Si compone di:
- Una parte teorica si interroga sul “che cos’è” dell’educare.
- Una parte prassico-poietica individua il “come” dell’educazione.
Essere genitori oggi. Una prima ricognizione delle emergenze educative
Nell’atteggiamento naturale del nostro tempo, di educazione si parla per lo più quando questa è legata a situazioni di emergenza, ovvero di urgenza, allarme. Nel lessico della pedagogia fondamentale di stile fenomenologico-ermeneutico parlare di emergenza educativa ha un significato più ampio: è emergenza tutto ciò che emerge, ovvero tutto ciò che, in precedenza sommerso e nascosto, si rende progressivamente più visibile.
La cornice statistica
Per avviare una riflessione pedagogica sulle relazioni educative genitoriali nel nostro Paese si deve partire dal fatto che oggi appare sempre più difficile compiere la scelta di diventare genitori, si possono scorgere i segni di una vera e propria crisi generativa. Ciò significa che per i bambini di oggi è sempre più raro avere fratelli o sorelle; se si mette tra parentesi l’esperienza scolastica, le relazioni tra i pari non sono più le relazioni prevalenti. I bambini trascorrono il loro tempo veramente libero (non rigidamente strutturato e organizzato in attività pensate per loro) più con gli adulti che con altri bambini.
Un altro problema che emerge è l’instabilità coniugale. Non sono pochi i bambini che fanno esperienza della separazione dei propri genitori: ciò costituisce, per questi genitori chiamati a rimanere educatori, una sfida nella sfida. Tutti a parole riconoscono la necessità di un’alleanza educativa che, per il bene del bambino, vada oltre la rottura del patto coniugale, ma non sempre questa alleanza si realizza e, inoltre, coltivarla dopo una separazione è più difficile di quanto già non sia nelle famiglie unite.
Inoltre, oggi siamo dinanzi a famiglie che sono sempre più segnate non solo da separazioni, ma anche da ricomposizioni, possiamo parlare di monoparentalità, rapporti allargati, etc. Riflettendo sulle conseguenze di questa pluralizzazione delle forme familiari, la prima è che stiamo entrando in una società postfamiliare: oggi fare coppia e diventare genitori sono due possibilità che rispondono a progetti di vita diversi.
Nota Bene: Parlare di famiglie e non di famiglia non è un’emergenza, una novità propria del nostro tempo. In nessuna epoca possiamo dire che è mai esistita la famiglia, per il fatto che non sono mai esistite due o più famiglie uguali tra di loro: dal momento che ogni persona è unica, singolare e irripetibile, analogamente uniche, singolari e irripetibili sono le relazioni tra le persone.
Le povertà delle famiglie
Lo spostamento in avanti della genitorialità è da collegarsi principalmente a due ragioni:
- A una difficoltà di natura economica, dovuta alla precarietà evolutiva, a una carenza di sostegno alle famiglie con figli, alla scarsità dei servizi rivolti alla prima infanzia, al persistere di ostacoli in molti ambienti di lavoro per la donna con figli, etc.
- Al diffondersi di un comune atteggiamento, secondo cui è ormai naturale che i figli si programmino, possibilità facilitata dalla diffusione della contraccezione.
Oggi siamo dinanzi a quella che gli studiosi di demografia chiamano seconda transizione demografica. Una prima transizione è avvenuta all’inizio del secolo scorso, segnata anch’essa da un abbassamento del tasso di natalità, ma le ragioni erano diverse:
- Le generazioni precedenti mettevano al mondo meno bambini per questioni economiche, per poter dare un avvenire migliore ai loro figli.
- Negli ultimi decenni invece si è iniziato a parlare di costo dei figli, non solo in termini di denaro, ma anche di tempi e di opportunità a cui rinunciare. Per un adulto molto centrato su di sé e sulla sua realizzazione, un bambino costa decisamente troppo.
Gli adulti di oggi non accettano di invecchiare, ma vogliono percepirsi sempre giovani. Questo atteggiamento ha delle ricadute sul piano educativo. Adulti che non vogliono diventare davvero tali non riescono a essere davvero generativi, anche se mettono al mondo dei figli: cioè, non riescono a superare se stessi mettendo al centro del loro interesse il bene di un altro.
In questo scenario, se e quando un bambino così costoso nasce, è solo perché è stato estremamente voluto, pertanto viene al mondo come un prezioso figlio del desiderio, un figlio che è più adorato che amato. Emerge però che nelle contemporanee relazioni familiari al centro viene messo l’interesse dell’adulto, non il superiore interesse del bambino. Mentre prima l’infanzia era vissuta come un tempo da superare il prima possibile per approdare alla vita adulta, oggi invece gli adulti si vedono attraverso i bambini, si proiettano in loro.
Il bambino sovrano
Oggi è il bambino che fa la famiglia; è la sua nascita che sancisce la realtà effettiva della coppia fino a determinarne il senso. Questo bambino considerato così prezioso finisce con l’essere trattato come un sovrano; è un bambino senza regole, troppo libero.
Inoltre, i genitori sono nei suoi confronti iperprotettivi, eliminano ogni difficoltà o frustrazione che il figlio potrebbe incontrare, stanno attenti a non fargli sperimentare emozioni negative; hanno difficoltà a dare regole e rimproverarlo in modo sereno e coerente. Oggi rimproverare un bambino viene vissuto dai genitori come un eccesso da evitare in ogni caso, quasi come una colpa, qualcosa di cui poi scusarsi. Ma il bambino non è ancora in grado di giudicare cos’è bene per lui, se non viene adeguatamente guidato diventa un piccolo tiranno e quando nota che i suoi tentativi hanno successo, quando i suoi desideri, dopo un rifiuto iniziale, vengono appagati dopo che ha tormentato un po', in poco tempo diviene il padrone della casa.
La ricaduta di questo atteggiamento sul piano educativo è il fatto che viene perso di vista il suo bene, non lo si rispetta davvero come la persona che è, e, inoltre, con buona probabilità, il bambino sovrano diventerà un adolescente narciso, spavaldo perché fragile.
Un’altra criticità che emerge riguarda la privatizzazione della famiglia. La genitorialità viene ridotta a un’esperienza esclusivamente personale e non più sociale. Talvolta l’essere genitori è vissuto persino in competizione con il contesto circostante e il figlio viene condannato a essere perfetto, migliore e più importante degli altri; le sue esigenze devono venire prima di tutto.
In realtà, ciò che emerge è un misconoscimento del bisogno di riconoscimento del bambino. I genitori di oggi pensano che questo bisogno coincida soltanto con il bisogno affettivo, cioè con il bisogno di essere contenuti e sostenuti affettivamente, di sentirsi unici e preziosi. Ma il bambino non ha bisogno solo di questo per crescere come persona, ma necessita anche del versante etico della relazione educativa, che oggi purtroppo viene a mancare.
Nel tempo abbiamo assistito al passaggio da una famiglia etica e normativa a una famiglia affettiva. La sopravvalutazione delle emozioni nella relazione tra genitori e figli ne è un aspetto. Non è raro infatti vedere genitori che, mentre si dicono attenti alle emozioni dei bambini, affermano di ritenere molto difficile segnare limiti e regole.
Nelle famiglie contemporanee si può riconoscere un vero e proprio culto dell’emozione, secondo cui le emozioni vanno sempre e comunque espresse per essere se stessi e stare autenticamente con gli altri. Oggi buoni genitori appaiono quelli che sanno ascoltare e accettare le emozioni dei loro figli.
Il culto delle emozioni
Il nostro tempo è caratterizzato dal culto dell’emozione, il quale si lega alla concezione secondo la quale le emozioni sono intese come l’espressione più sincera e autentica della soggettività individuale. La radice antropologica di tale culto è l’idea di essere umano della tradizione liberale, ossia l’individuo. Il culto dell’emozione è una delle forma del culto dell’io. Se infatti la modernità si è aperta con la valorizzazione dell’individuo e della sua libertà, oggi questa parabola pare compiuta all’estremo.
Mentre durante la modernità la ragione era intesa quale strumento per raggiungere l’oggettività e l’universalità e doveva pertanto essere liberata da tutte le interferenze emotive, oggi con la crisi della modernità e la progressiva sfiducia nei confronti delle grandi narrazioni del passato, abbiamo assistito a un’inversione di tale direzione: siamo dinanzi a una rivalutazione estrema della dimensione affettiva dell’essere umano.
Incertezze dell’etica nella tarda modernità
Il sociologo Giddens parla del nostro tempo come tarda modernità. Oggi risulta fortemente messa in questione la validità di saperi e norme che aspirino a essere oggettivi e universali, se ci sono certezze appaiono solo soggettive, frammentate. Prevale un atteggiamento nichilista “Non esistono fatti ma solo interpretazioni”. Possiamo pertanto parlare di un declino della verità a beneficio di una post verità: la verità diventa un prodotto umano; niente impedisce che soggetti diversi producano verità diverse, avanzando le stesse pretese di legittimità.
Dinanzi a questa generale crisi delle certezze, sul presente ma anche sul futuro, anche l’educazione ne ha risentito: pratiche educative che apparivano valide ed efficaci da sembrare indiscutibili oggi appaiono incerte e discutibili. Il sociologo Bauman definisce la nostra società una società liquida, caratterizzata da una mancanza di fiducia nel futuro (retropia), il quale viene percepito come una minaccia piuttosto che come promessa. Dal momento in cui il passato e il presente non sembrano più avere alcun legame con il futuro, la trasmissione tra le generazioni si interrompe tragicamente.
La dispercezione della storia
Un carattere del nostro tempo è la dispercezione della storia, la perdita di senso storico. Il soggetto contemporaneo vive per lo più ripiegato sul presente individuale, nell’incapacità da una parte di credere nel futuro e dall’altra di riconoscere i doni del passato. Il principio guida dell’essere umano diventa quello di lasciare tutte le opzioni sempre aperte, dove la libertà è intesa semplicemente come possibilità della reversibilità, e ciò porta a non fare progetti a lungo termine. In questo modo si pensa di poter azzerare le proprie responsabilità morali, come se questo atteggiamento non avesse conseguenze sugli altri, su se stessi e sul futuro.
Una causa della rottura del patto tra le generazioni va rintracciata nella perdita di senso della storia dell’individuo. L’individuo contemporaneo, avendo perso il senso del tempo storico, finisce col restare solo nella ricerca maniacale di se stesso, intendendo sempre più la realtà in termini autoreferenziali ed egocentrici. Sembra essere smarrita una evidenza elementare dell’umano: nessuna generazione può pensarsi in modo autopoietico, come inizio assoluto. La crisi generativa che attraversa la nostra società non è solo la crisi che riguarda la scelta di generare, ma è anche crisi della coscienza di essere generati. Siamo dinanzi a un soggetto che pretende di essersi fatto da sé, che non vuole sentirsi in debito con nessuno e nessuno sente di dover ringraziare.
Genitori, figli e nuove tecnologie
Negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una crescita esponenziale del virtuale che ha abituato ragazzi, adolescenti, bambini alla velocità, all’immediatezza e alla simultaneità, ma tutto ciò si può tradurre in inaccuratezza, superficialità e standardizzazione delle comunicazioni e degli scambi. Sono ragazzi che fanno fatica a fermarsi e a concentrarsi. Assistiamo al multitasking digitale (fare tante attività contemporaneamente: ascoltare musica, stare su WhatsApp) (ciò che è sempre presente a richiesta, non educa alla capacità di attesa: tutto è sempre e immediatamente disponibile). Anche i genitori sono vittime di tutto questo. Quando infatti le relazioni familiari sono ibridate dalle tecnologie della comunicazione, ne risentono anche i legami e le modalità di educazione.
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