Estratto del documento

Introduzione

Nel decennio dalla fine degli anni ‘70 alla prima metà degli anni ‘80, in Italia, furono attuate le prime politiche sociali direttamente indirizzate agli adolescenti, principalmente per due ragioni:

  • La stagione delle contestazioni giovanili aveva posto in primo piano le generazioni più giovani.
  • C’era preoccupazione per il diffondersi dei problemi legati alla devianza giovanile, specialmente la tossicodipendenza.

Le politiche di welfare di quel periodo cercarono di rispondere al desiderio di socialità e aggregazione degli adolescenti, attraverso progetti di animazione e socio-educativi. Alcune esperienze territoriali si sono sviluppate e hanno definito i tratti dell’offerta educativa indirizzata agli adolescenti che caratterizza la realtà attuale.

Verso la metà degli anni ‘80, a Milano e a Torino viene realizzato il Progetto Giovani, promosso dalle amministrazioni di queste grandi città. Nel periodo tra il 1984 e il 1994, vengono aperti numerosi Centri di Aggregazione Giovanile (CAG) con lo scopo di accompagnare, in senso educativo, la crescita degli adolescenti, specialmente quelli che vivono nelle periferie metropolitane.

Importante è la Legge n. 216 del 1991 che ha destinato risorse economiche per la realizzazione di politiche sociali e territoriali volte a limitare le situazioni di disagio.

Nel 1990 è stato pubblicata la ricerca “Adolescenza, immagine e trattamento” frutto del lavoro del gruppo di ricercatori dell’Istituto di Pedagogia dell’Università degli Studi di Milano, diretto da Riccardo Massa, che presenta alcuni importanti tratti innovativi rispetto ai lavori precedenti:

  • È strutturata sulla base di un impianto pedagogico.
  • Ha messo in luce l’inesattezza di alcuni luoghi comuni e l’incongruenza tra modi di pensare degli adolescenti e interventi a loro rivolti.
  • Ha evidenziato la frammentarietà degli interventi indirizzati agli adolescenti.

Questo lavoro ha sottolineato come le politiche sociali fossero basate sul paradigma medico-sociale della prevenzione, e tralasciassero la considerazione pedagogica circa la necessità di mettere al centro delle teorie e delle pratiche il tema della “normalità” in adolescenza.

Obiettivo del libro

Il presente libro ha l’obiettivo di continuare il lavoro di Riccardo Massa e dei suoi ricercatori, osservando quale sia oggi il rapporto tra l’immaginario degli adolescenti e le pratiche educative loro indirizzate nei servizi sociali. Le novità intervenute negli ultimi decenni rendono indispensabile rivedere i significati che assumono per gli adolescenti d’oggi i luoghi, il tempo e lo spazio. Sembra significativo parlare di “vite di flusso” per esprimere le modalità odierne di “fare esperienza di adolescenza”.

Il saggio è suddiviso in due parti:

  • La prima parte contiene i contributi di cinque studiosi appartenenti al mondo accademico o ad ambienti autonomi collegati comunque all’Università.
  • La seconda parte riporta i risultati di un’indagine recente riguardante l’immagine e i trattamenti diretti agli adolescenti nei servizi educativi operanti nella Città Metropolitana di Milano.

Prima parte - Qualcosa è cambiato?

Vite di flusso: fare esperienza di adolescenza nell’epoca post-moderna di Pierangelo Barone

I cambiamenti che hanno investito in questi ultimi anni l’adolescenza sono così radicali da rendere inutilizzabili le categorie interpretative normalmente usate dalle scienze umane nel secolo scorso. In particolare, sembra ormai inadeguata la questione dell’identità, basata sulla domanda “Chi è l’adolescente?”, perché essa presuppone la possibilità di spiegare l’adolescenza attraverso i suoi tratti essenziali e universali e, quindi, la focalizzazione del discorso sugli aspetti psico-biologici di quest’età.

Pierangelo Barone ritiene più significativa la domanda: “Che esperienza di adolescenza si fa oggi?”, che comporta un’indagine sugli elaboratori esperenziali (corpo, spazio, tempo) e sui dispositivi simbolico-materiali (rituali, immaginario, processi finzionali) che definiscono le traiettorie delle vite dei giovani. Tradizionalmente l’adolescenza è considerata un passaggio, una sorta di “terra di mezzo”. La crisi dell’ambiente educativo, in cui un giovane nel XX secolo riusciva a trovare il senso del proprio crescere, ha comportato il venir meno di quel “passaggio” che per secoli ha caratterizzato l’età adolescenziale.

Oggi si ha l’impressione che gli adolescenti non possano vivere un “passaggio” per l’assenza di adulti che vogliano o possano passare loro il testimone e di luoghi che, dal punto di vista pedagogico, fungano da dispositivi simbolici e materiali del passaggio. Si è realizzata in questi ultimi anni una frattura storica tra le diverse generazioni, che ha interrotto la continuità culturale della comunità sociale. Molti studiosi hanno riflettuto su questi temi, sottolineando l’importanza delle radicali trasformazioni che hanno interessato le dimensioni strutturali dell’esistenza (corpo, tempo e spazio) e che hanno a che fare con le nuove tecnologie.

Il dibattito sull’impatto sociale delle nuove tecnologie ha evidenziato due interpretazioni:

  • Interpretazione deterministica: le nuove tecnologie sono in grado di determinare i cambiamenti sociali e culturali, e rappresentano la causa più rilevante dello sviluppo socio-economico delle società post-moderne (teoria del determinismo tecnologico elaborata dalla Scuola di Toronto).
  • Interpretazione relativista: le nuove tecnologie hanno un importante impatto sociale, ma rappresentano solo uno dei fattori che influenzano i cambiamenti sociali.

Ciò che appare incontestabile è la circolarità del rapporto tra cultura e tecnologia: quest’ultima è contemporaneamente prodotto e produttrice di effetti culturali. Le nuove tecnologie hanno notevoli riflessi sull’esperienza di tutti, vista la possibilità virtuale di annullare le distanze e di azzerare il trascorrere del tempo. Mentre la tradizionale fruizione del mezzo televisivo vede lo spettatore in una posizione di passività, a causa dell’unidirezionalità della comunicazione, gli utenti dei nuovi mezzi di comunicazione vivono un ribaltamento di posizione che li trasforma in agenti comunicativi.

Internet ridimensiona lo spazio perché si configura come operatore spazio-temporale che collega campi distanti ed eterogenei, ridefinendo concetti come “prossimità”, “distanza”, “velocità”, ecc. Per gli adolescenti di oggi (“nativi digitali” e “millennials”), le nuove tecnologie rappresentano dispositivi di costruzione identitaria, si pensi alla rilevanza che hanno assunto per loro i social networks.

Infine è importante osservare che le nuove tecnologie consentono di fare esperienza di una materialità assolutamente sconosciuta alle generazioni precedenti. Ad esempio, il disegnatore “analogico”, per rappresentare con la penna lo spazio tridimensionale, deve padroneggiare le tecniche dell’ortogonalità. Oggi, grazie ai sistemi di interazione con la superficie elettronica su cui è possibile anche agire direttamente con le dita, la costruzione della tridimensionalità è immediata e non richiede alcuna conoscenza della geometria ortogonale.

È quindi mutato, per gli adolescenti di oggi, il modo di elaborazione dello spazio e la sua elaborazione cognitiva. Si può parlare, appropriatamente, di tecno-adolescenza ed è necessario che il sapere pedagogico rielabori i tradizionali modelli antropocentrici e consideri le possibilità di strutturare esperienze di formazione basate sul rapporto tra umano e non umano.

Gli adolescenti e la metropoli

Il territorio rappresenta lo scenario materiale in cui generazioni di adolescenti sono cresciuti. In generale, le città appaiono come laboratori attivi, in cui osservare dinamiche e situazioni che si intrecciano ai percorsi formativi che riguardano anziani, adulti, adolescenti e bambini. La globalizzazione ha prodotto importanti modificazioni urbanistiche e una ridefinizione degli spazi urbani. Si assiste a un indebolimento dei legami di appartenenza con il territorio, a dinamiche di sradicamento, espressione di un evidente individualismo, ma anche a forme di integrazione interetniche e intergenerazionali, di solidarietà e cooperazione.

Importante è chiedersi come cambia il rapporto tra le nuove generazioni e il territorio urbano. In adolescenza, il gruppo dei pari continua a rivestire un’importanza notevole. Le trasformazioni degli ultimi anni hanno prodotto dei cambiamenti rispetto ai gruppi giovanili, che si sono progressivamente svincolati da un legame stretto con spazi e luoghi ben definiti. Questo legame è stato evidenziato anche dalla letteratura: si pensi, ad esempio, ai romanzi “I ragazzi della via Pal” di Molnar o a “I ragazzi dello Zoo di Berlino” di Christiane F., che denominano il gruppo di adolescenti riferendosi alla sua appartenenza a un territorio definito.

Attualmente, le traiettorie adolescenziali evidenziano la transitorietà degli attraversamenti di spazi e luoghi e disegnano movimenti e flussi. Sono traiettorie che assomigliano a quelle tracciate dai contatti sui social networks: le aggregazioni sono spesso fugaci, legate ad attrazioni contingenti del territorio. In passato, i gruppi di pari presentavano alcune caratteristiche specifiche:

  • Il gruppo era omo-genere.
  • Gli appartenenti condividevano interessi specifici, ben differenziati da quelli dell’altro sesso.

Oggi, i gruppi di pari si caratterizzano per:

  • Rarefazione delle relazioni in presenza a favore di relazioni mediate dai social networks.
  • Partecipazione di individui di entrambi i sessi.
  • Condivisione di interessi e tematiche comuni.

In generale, l’indebolimento dei processi di identificazione e di appartenenza a luoghi significativi, che corrisponde al bisogno di flessibilità degli adolescenti, produce fragilità relazionali e solitudini sociali a volte molto problematiche.

L’età della crisi nel tempo della crisi: l’adolescenza può dirsi ancora una fase di transizione? di Daniele Bruzzone

(professore di Pedagogia generale e sociale all’Università Cattolica di Milano)

La protagonista del racconto di Neil Gaiman “Coraline e la porta magica” è una ragazzina di 11 anni che si è appena trasferita in una nuova casa con i suoi genitori, da cui non si sente compresa. Scopre una porta che sbuca in un altro appartamento simile al suo, in cui incontra un’Altra Madre e un Altro Padre, comprensivi ed accoglienti, ma caratterizzati da un particolare inquietante: i loro occhi sono bottoni. Gli Altri Genitori cercano di convincere Coraline a restare con loro, a patto che accetti di sostituire i suoi occhi con due bottoni. Coraline se da un lato è tentata di rinunciare alla sua autonomia (simboleggiata dai bottoni che sostituiscono gli occhi e non consentono uno sguardo personale sul mondo), dall’altro prova il desiderio di affrontare il lutto che accompagna l’abbandono dell’infanzia e entrare nel mondo degli adulti.

La vicenda di Coraline rappresenta la vicenda di ogni adolescente, che deve affrontare la lotta nei confronti di se stesso per permettere a una parte di sé di morire, in modo che un’altra nasca. Il problema di ogni adolescente (dal latino adolescens, colui che è in crescita) è quello di diventare adulto (dal latino adultus, colui che è cresciuto). È un passaggio problematico, perché si configura come vera transizione in cui occorre tollerare una situazione di “sospensione” tra il non più e il non ancora. Non a caso, l’adolescenza è definita nei termini di una “seconda nascita”: l’adolescente deve rinunciare all’essere “messo al mondo” da altri, per poter “dare alla luce” se stesso.

Hannah Arendt ritiene che gli strumenti adeguati per compiere questa seconda nascita siano la parola e l’azione. È attraverso una pedagogia che consenta agli adolescenti di “prendere la parola” e di essere attori e soggetti di un discorso, e ne stimoli il coraggio di decidersi a compiere il passaggio, che si può realizzare un accompagnamento efficace degli adolescenti.

Gli adulti non hanno idee chiare sugli adolescenti, lo testimoniano le numerose ridefinizioni teoriche che evidenziano l’inadeguatezza di ogni modello che abbia la pretesa di definire esaustivamente l’adolescente. Ogni generazione considera i propri adolescenti come “nuovi” ed enfatizza questa diversità come causa delle turbolenze anche sociali, rafforzando lo stereotipo collettivo dell’adolescente disagiato e a rischio di devianze.

L’adolescenza, considerata come costrutto culturale, è oggetto degli studi dell’etnologia, che evidenziano come, in alcune società tribali, il divenire adulti non comporti un periodo di transizione, ma si risolva in un passaggio simbolico realizzato mediante un rito di passaggio. I riti di passaggio sono caratterizzati dalla liminarità, cioè dalla separazione degli individui dalla collettività, dalla loro collocazione in una sorta di “limbo”, un luogo dal quale tornare definitivamente trasformati. Questo aspetto riguarda la elaborazione culturale del mistero della morte e della rinascita che caratterizza ogni rigenerazione.

Tradizionalmente, anche nelle culture occidentali è riconoscibile l’aspetto della marginalità: gli adolescenti vivono una condizione di segregazione sociale, attraverso la quale imparano ad assumersi le responsabilità della vita adulta, pur essendovi temporaneamente esclusi. La frustrazione derivante da questa condizione, ha provocato nel corso della storia, le contestazioni giovanili, le più recenti delle quali hanno condotto i giovani a conquistare una ampia libertà sessuale e l’affrancamento dall’autoritarismo repressivo che impediva loro di esprimersi.

I “successi” ottenuti hanno indebolito la carica contestataria degli adolescenti, ma anche il loro desiderio di diventare adulti per superare la loro marginalità. Inoltre i cambiamenti che hanno investito i rapporti intergenerazionali e la situazione socio-economica, comportano un prolungarsi indefinito dell’adolescenza, che riguarda ormai anche chi “non ha più l’età”: essa perde così il carattere di fase transitoria.

L’adolescenza, intesa come “età incerta”, deve fare i conti con una società essa stessa sempre più incerta. Si crea un paradosso che rende difficoltoso il raggiungimento di una stabilità adulta che permetta all’inquietudine adolescenziale di placarsi.

Tra infanzia e adultità: la soglia contesa

Le contestazioni giovanili antiautoritarie hanno inciso sui modelli educativi familiari, in cui la prevalenza del codice affettivo paterno, caratterizzato da ordine, norma, limite e responsabilità, è stata soppiantata dal codice materno, caratterizzato da affetto, cura, tenerezza e comprensione. Molti bambini sono oggi oggetto di eccessive preoccupazioni e di un sovrainvestimento in termini di affetto e sicurezza.

Il disagio adolescenziale cambia quindi le proprie radici: da fattori legati a privazioni a fattori legati all’ansia e all’iperprotettività dei genitori. Spesso i figli sono pensati come soggetti che non devono ammalarsi, né fallire, né soffrire, ma essi, invece di essere felici, vanno incontro a una grande infelicità, perché incapaci di sopportare le frustrazioni e i sacrifici che, inevitabilmente, la vita riserva loro. Si osservano adolescenti centrati su di sé, incapaci di autotrascendenza e di dedizione ad altro.

Anche il mito dell’adultità, come età dell’equilibrio e della responsabilità, è ormai tramontato. Gli adulti sono sempre più impegnati ad allontanare da sé lo spettro dell’invecchiamento e rincorrono la vitalità, la seduttività, la voglia di avventura a tutti i costi. A fronte dell’infantilismo degli adulti, si osservano adolescenti che si trovano a dover gestire margini di libertà e autonomia spesso troppo ampi rispetto alle loro capacità.

L’asimmetria intergenerazionale si riduce e il passaggio dall’adolescenza all’età adulta è sempre più sfumato, addirittura meno necessario. In campo educativo, si evidenzia spesso la figura del genitore-figlio, che è l’opposto di quella tradizionale di genitore-educatore. Si tratta di quei genitori che smettono di svolgere la loro funzione, non perché abbandonino i figli, ma perché sono troppo simili e vicini a loro.

Le relazioni familiari, in particolare quelle col padre, hanno diminuito la loro carica conflittuale. Con la madre sembra si litighi di più, ma il rapporto è anche particolarmente intenso. È importante ricordare che il conflitto, se ben gestito, è anche un forte fautore di crescita e autonomia.

Canone inverso: tutto ha inizio dal futuro

L’aspetto dell’adolescenza che ha subito un mutamento particolarmente significativo riguarda la temporalità dell’esistenza. Si è verificato infatti un capovolgimento che comporta una nuova concezione del tempo per gli adolescenti di oggi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'adolescenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Barone Pierangelo.
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