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Capitolo 1 – Il paradosso del gioco tra aporie e antinomie

Il gioco è un’esperienza primaria dotata di autonomia completa: come l’amore o il lavoro, il gioco è, è stato da sempre e sempre sarà. Per molto tempo esso non è stato ritenuto oggetto degno di studio a causa della sua presunta inutilità e del suo legame col mondo infantile. Solo negli ultimi due secoli gli studi sul gioco si sono moltiplicati ed è possibile individuare due tendenze:

Due approcci sullo studio del gioco

1. Gioco come strumento: Il gioco è considerato uno strumento per acquisire competenze o per raggiungere finalità ad esso estrinseche (cioè esterne al gioco stesso). Ad esempio, la psicologia utilizza il gioco per comprendere la psiche umana e a scopi terapeutici; l’economia, la biologia, l’informatica, attraverso la teoria dei giochi, traggono dal gioco informazioni per costruire modelli relativi alle decisioni individuali. La sociologia e l’antropologia considerano il gioco come strumento di socializzazione e trasformazione delle relazioni umane. Lo sguardo disciplinare è accomunato da una visione funzionale del gioco. L’analisi del gioco è volta a capire come utilizzarlo per raggiungere particolari finalità ad esso estranee, quindi il gioco è trattato come oggetto.

2. Gioco come soggetto: Un approccio diverso è quello che è volto a descrivere e interpretare le dinamiche e le peculiarità intrinseche (interne) del gioco. Si collocano in quest’area gli studi filosofici, sociologici e antropologici che hanno studiato il gioco semplicemente perché l’hanno considerato degno di curiosità intellettuale e di approfondimento di per sé. In quest’ottica il gioco è considerato come soggetto. L’autrice del libro si propone di sviluppare questo secondo approccio.

Anelli di definizioni e controdefinizioni

Considerando in prima analisi le caratteristiche più evidenti del gioco notiamo che esso:

  • È un'attività propriamente umana, legata particolarmente al mondo dell’infanzia;
  • Provoca piacere e permette l’espressione della creatività e della fantasia;
  • È lo spazio dell’amicizia e del gruppo di pari;
  • È un’attività libera, nel senso che giocare non risponde ad alcun bisogno primario, quindi è un’attività che può essere scelta o evitata;
  • È un’attività circoscritta da regole;
  • È un’attività che impegna l’uomo nella sfera della competizione e della sfida;
  • È un’attività di simulazione in cui è consentito fingere in un ambiente protetto, con tempi e spazi separati dalla vita ordinaria.

Gli aspetti citati evidenziano la complessità del soggetto gioco. Le caratteristiche del gioco sopra elencate tendono a disporsi per polarità (esempio: nel gioco si è liberi o regolati? È un’attività circoscritta all’infanzia o riguarda anche le altre età della vita? Giocano solo gli uomini o anche gli altri animali?) e che ciascuna caratteristica focalizza una prospettiva di analisi del gioco, che inevitabilmente mette in ombra altre prospettive interessanti. Approfondiamo alcuni aspetti.

Il gioco nel mondo animale

Il gioco è un’attività presente anche nel mondo animale. Huizinga nota come i fattori fondamentali del gioco (la lotta, la rappresentazione, la sfida, la finzione, ecc.) sono presenti anche nel mondo animale e Bateson osserva che anche tra gli animali il gioco è possibile se i soggetti che lo compiono sono in grado di metacomunicare, cioè sono in grado di scambiarsi il messaggio “quello che stiamo facendo non è quello che sembra”.

La capacità di metacomunicare, di non letteralizzare l’esperienza, ma di metaforizzarla, è una caratteristica imprescindibile del gioco. Ad esempio, la mamma che finge di mangiare il piedino del figlio, metacomunica “Non sto mangiando il tuo piede, sto fingendo di mangiarlo” e così insegna al bambino che esistono azioni rappresentative paradossali.

Il cerchio magico del gioco

Nel mondo del gioco sono sospese le consuetudini della vita ordinaria per far posto a un sistema diverso. Nel cerchio magico del gioco trovano posto il simbolico, l’umorismo, il paradosso, la finzione. Nel mondo del gioco le cose hanno un significato diverso da quello letterale, ma senza i caratteri allucinatori della follia. Il gioco è ambito di espressione di una realtà simulata, attraverso la quale fingere di essere ciò che non si è, al tempo stesso, come evidenziato dalla psicoanalisi, esso è un ambito in cui esprimere autenticamente parti profonde e intime di sé.

Nel mondo del gioco trovano posto anche i nostri sentimenti, perché esso può provocare emozioni autentiche di paura, tensione, euforia. Sebbene il gioco sia particolarmente legato all’infanzia, è vero che esso può durare per tutta la vita. Il gioco praticato dall’adulto è visto con una certa diffidenza: se egli gioca in modo infantile, questo viene interpretato come indice di una mancata maturazione, se gioca con altri adulti (ad esempio praticando giochi come gli scacchi o la dama, oppure giochi di carte o attività sportive) l’attività ludica è socialmente accettata, ma l’adulto che gioca viene spesso giudicato un perditempo.

L’eccezione è rappresentata dall’attività ludica finalizzata a rigenerarsi per essere più efficienti nello svolgimento della propria attività lavorativa e quotidiana. Ad esempio, i corsi di formazione aziendale prevedono l’utilizzo di giochi di ruolo e altri giochi con il risultato di impoverirne la pratica, che viene considerata un semplice mezzo per realizzare un obiettivo esterno al gioco.

Il gioco d'azzardo

Un’attenzione particolare merita il gioco d’azzardo spesso oggetto di condanna morale, ma allo stesso tempo pubblicizzato e accettato dallo Stato che ne regola le forme socialmente ammesse e i profitti derivanti. Caillois ritiene che la caratteristica della gratuità del gioco, cioè l’assenza di finalità estrinseche: si gioca per giocare, che rendono l’attività ludica improduttiva per eccellenza, sia l’aspetto che maggiormente discredita il gioco stesso.

Il bambino che gioca, almeno fino a che non inizia a frequentare la scuola, è accettato, l’adulto che gioca è immaturo, improduttivo, indolente, svogliato. Huizinga osserva che una delle caratteristiche più rilevanti del gioco è il suo essere libero, sganciato dalla logica dei mezzi e dei fini, in quanto attività superflua. Il gioco è libertà, ma può imprigionare il giocatore nelle sue dinamiche. È il fenomeno della compulsione, della dipendenza patologica da gioco che riguarda principalmente il gioco d’azzardo, ma che si può manifestare anche per altre forme di gioco.

Il gambler (giocatore compulsivo, dipendente) non riesce a smettere di pensare al gioco e trascura la vita sociale, gli affetti e il lavoro. Il gioco diventa allora una prigione, un incubo senza fine. La libertà del gioco è valida all’interno dei confini precisi tracciati dalle regole, la cui importanza è tale che senza di esse il gioco perde senso e compiutezza. Sebbene molti autori distinguano i giochi regolati (games) da quelli senza regole (play), altri autori, tra cui Vygotskij, osservano che anche nei giochi più “liberi” e destrutturati (ad esempio il gioco simbolico o di finzione) sono ravvisabili delle regole.

La libertà e le regole nel gioco

La libertà nel gioco si definisce proprio a partire dalle regole, che definiscono il contesto entro il quale vige la possibilità di libera espressione di sé. Altro aspetto importante è il piacere del gioco che può derivare dal rilassamento e dal disimpegno, ma anche dalla tensione del rischio, della vertigine, della contrattura nervosa e della fatica. Alcuni autori non accettano una definizione di gioco che ne accentui semplicisticamente la piacevolezza.

Huizinga, ad esempio, osserva i giocatori manifestano dedizione, concentrazione e serietà nel gioco: per loro giocare significa svolgere un’attività importante, difficile, rilevante. Vygotskij osserva che se da un lato ci sono attività piacevoli che non sono giochi, dall’altro lato ci sono giochi accompagnati da un profondo senso di amarezza, quando il loro esito non è favorevole. Il piacere e il divertimento sono anche collegati al fatto che si giochi da soli o con gli altri.

Il gioco solitario e la comunità di giocatori

Huizinga sottolinea l’importanza dell’attività ludica che preveda la costituzione di una comunità di giocatori, uniti dalla consapevolezza di essere un gruppo coinvolto in una situazione eccezionale ed insolita, in cui si può condividere un senso di complicità. Anche il gioco solitario è importante nella costituzione dell’identità personale. Smith sottolinea come il gioco non sia mai un’azione solitaria, ma piuttosto una rappresentazione di fronte ad altri, reali o immaginari che siano.

La sosta nel gioco solitario da parte del bambino è indice di benessere, ed esso diventa il luogo della calma, dell’immaginazione e anche della noia. L’incapacità di sostare nel gioco solitario può essere indice di una sofferenza individuale.

La morsa dei saperi disciplinari

Il gioco ha una dimensione funzionale, nel senso che esso è uno strumento da usare per conoscere il mondo, per apprendere le regole e i valori di una cultura, per esercitare l’autocontrollo o la memoria, per stimolare la prontezza di riflessi e la coordinazione. Il gioco ha anche una dimensione socializzante che riguarda, in particolare, gli aspetti relazionali, perché il gioco è luogo di scambio e di comunicazione. Il gioco ha una dimensione intrapsichica perché è un’attività importante per l’autopercezione e l’autocoscienza del giocatore.

Il suo legame con le emozioni, lo rendono un importante mezzo espressivo che la psicoanalisi può usare in un setting terapeutico. La sociologia può osservare il gioco per analizzare i cambiamenti sociali. A noi interessa particolarmente soffermarci sul legame tra pedagogia e gioco. Se considerato come strumento, il gioco diventa un “ferro del mestiere” dell’educatore che lo usa per trasmettere conoscenze, regole e valori.

Il gioco può anche essere visto come stratagemma per capire qualcosa di più delle relazioni interpersonali o per penetrare nella mente dell’educando. In questi casi si finisce per dimenticare che il gioco è un fenomeno vitale, fine a se stesso. Per l’educatore il gioco rischia così di diventare esclusivamente un territorio meraviglioso, fondato sulla creatività e sulla spontaneità, luogo in cui viene del tutto eliminato il male, cioè l’aggressività, la competizione, la violenza, la noia e la solitudine.

Di fatto, il gioco a scuola subisce una scissione evidente: da un lato c’è il gioco praticato in aula, che viene visto come funzionale alla promozione di partecipazione e coinvolgimento dei bambini; dall’altro lato c’è il gioco praticato durante l’intervallo durante il quale viene consentito il gioco libero, con regole essenziali e privo di funzionalità, accettato per far passare il tempo.

La morfologia del gioco

Le classificazioni che riguardano il gioco possono avere lo scopo sia di fissare il significato di alcuni termini, sia di indagare il significato del gioco e il modo di operare del giocatore.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'adolescenza e del gioco e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Barone Pierangelo.
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