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famiglia o nella comunità religiosa. Alla bambina buona ed obbediente, che sta in casa o nella

sede religiosa dove apprende cose utili alla comunità in cui sarà chiamata a vivere, fa da contrasto

la piccola non necessariamente cattiva, ma che non sta negli spazi canonici del vivere femminile.

La documentazione della storia della bambina fino ad oggi raccolta e le sue interpretazioni rivelano

quanto il loro oggetto sia fragile e marginale e l’occhio che l’ha sfiorata ancora oggi distratto e

irrispettoso.

Nella Lisistrana, alcuni versi di Aristofane parlano di un itinerario religioso di bambine che

operano in onore della divinità e del diventare adolescenti al servizio della polis. Le piccole sono

emblematiche di una condizione infantile al femminile, che si svolge fuori dalla famiglia, nel recinto

protetto dell’istruzione sacra dove sono trasmessi gesti rituali, ideologie, stili di rapporto e nella

quale la bambina si fa donna tra le donne.

Nelle Opere Morali, rispondendo alla domanda relativa a che cosa significasse Carilla nelle feste

delfiche, Plutarco risponde che si trattava di una festa celebrata ogni 8 anni che aveva origine da

un personaggio chiamato appunto Carilla. La piccola suicida emblematica la debolezza

dell’infanzia femminile quando non è garantita da una famiglia, da un nome, dalla ricchezza, da

uno stato giuridico definito. Carilla è un ibrido tra la prima età, la condizione adulta e la natura

semidivina.

Nell’epistolario, san Girolamo rivolge consigli alla madre Leta sull’educazione della sua piccola

Paula, che poi si farà religiosa e assisterà il santo nei suoi ultimi anni. Della seconda bambina

Pacatula, non si sa nulla. Dalle due lettere emerge non solo un'idea di acculturazione cristiana

fin dai primissimi tempi di vita, declinata al femminile, che traccia l'itinerario che dovranno seguire

madre, domestiche e religiose nel far crescere nella fede una bimba che la madre ha votato fin

dalla nascita alla verginità, ma anche una rappresentazione della bambina con i suoi modi

d’animo, i suoi capricci e i suoi modi peculiari di sviluppo. Girolamo rivolge consigli alle educatrici

delle due bimbe.

Dai Vangeli apocrifi si ricavano le immagini e i particolari leggendari relativi all’infanzia della

Vergine Maria. Maria è figlia di una coppia a lungo sterile, è nata per un miracolo e cresce prima

in famiglia e poi, ancora piccina, nel collegio femminile del Tempio di Gerusalemme, dove rimane

fino al matrimonio con Giuseppe. Il testo riporta la parte dedicata alla nascita e all'infanzia di Maria.

La scena rappresentata da Dürer immagina Maria bambina che si avvicina alla sua dimora

religiosa, accompagnata dai genitori e da una folla profana, accolta dal Sacerdote e da altri

personaggi del tempio. L'opera esprime la discontinuità che la presentazione e la successiva

permanenza nella casa del Signore ha rappresentato nella vita della piccola, la cui figuretta vista di

spalle cela età ed espressione, quasi a sottolineare il testo evangelico che dice della sua

straordinaria maturità ed eleganza mentre si avvia al suo destino eccezionale.

L’abbazia di Port Royal accoglieva bambine di età diversa, non destinate necessariamente a

diventare religiose, ma affidate al convento perché le preparasse ad una vita di severa virtù e di

meditazione. Il regolamento di Port Royal steso da Pascal insiste sulla trasparenza degli atti, delle

parole, dei pensieri e delle relazioni, sulla coerenza della disciplina, sulla necessità del controllo e

sull’omogeneità femminile degli spazi di recita. Il pensionato femminile rimane il luogo di una

pedagogia della chiarezza e dell'amor di Dio, che esalta la tradizione cristiana dell'educazione al

femminile.

Il quadro ritrae al centro l’Infanta Margherita Maria, futura imperatrice d’Austria, stimola

innumerevoli sguardi e colloca la piccola principessa nel microcosmo proprio delle infanzie

principesche dell’epoca composto da damigelle nobili, domestici, personaggi mostruosi e animali.

Sullo sfondo c'è l'autore e, ad una distanza più remota, ci sono i regali dei genitori. Se le figure del

quadro appaiono in gesti immobilizzati per un istante, la bimba non risulta corta sul vivo, ma ferma

in una posa che il ricco vestito conferma ed esalta.

Nella cornice di un romanzo epistolare che narra di una passione impossibile e di un amore

coniugale esemplare, figure di bambini fanno da tramite tra la finzione e la realtà: due maschietti e

una bimba più grandicella escono dall’asilo condividendo per alcune ore la vita degli adulti, dove

apprendono modi di fare e riti della socialità e dove vengono esposti all'intervento pedagogico

parentale. La piccola Enrichetta bada al gioco dei cuginetti, assume il ruolo di disciplinatrice del

loro chiasso e imita la figura di buona madre, anticipando in questo la sua vocazione di donna

nella famiglia. 6

La pedagogia della bambina in casa è un’educazione del fare insieme, del vedere quanto fa chi è

più abile e ha il compito di insegnare mostrando. La scena di Chardin raffigura interni borghesi e

figure infantili che si muovono intorno ad un incrocio di sguardi, dove quello dell'adulto incontra

quello della bimba.

Wilhelm è il protagonista de La vocazione teatrale di Wilhelm Meister di Goethe. Nell’incontro tra

Wilhelm e Mignon, quest'ultima è una bimba che ha una storia solo parzialmente nota e porta in sé

segni di stranezza, derivanti da una malattia, dal suo aspetto fisico e dalle sue espressioni

affettive, che commuovono Wilhelm e aprono una nuova dimensione, cioè quella di un eros tra il

seduttivo e il paterno. Goethe presenta una figura infantile che racchiude in sé le incongruenze e le

contraddizioni dell'immagine della donna e di quella dell’infanzia, che sono la dedizione, la pietà e

il disordine di vita.

Il saggio di Pestalozzi presenta alcuni dei ritratti dei giovanissimi e giovani ospiti del suo istituto di

Neuhof dove, grazie al lavoro di istruzione strettamente congiunti, egli aveva cercato di riscattare

dalla miseria e dall’abusività molti bambini, figli di famiglie poverissime o di madri nubili, altrimenti

destinati a morte precoce o a una vita randagia e di stenti. L'esperimento ebbe durata breve, ma in

esso il pedagogista mise alla prova alcune idee sociali ed educative che avrebbe realizzato e

raffinato in altre situazioni di intervento a favore di bambini poveri.

I brevi ritratti che Mary Lamb offre a lettori piccoli e grandi testimoniano del vivere in una scuola

per bambine di buona famiglia in Inghilterra agli esordi dell’Ottocento. I racconti della Lamb ci

restituiscono esempi di vita precoce collocati in una realtà sociale dove il farsi donna appare, al

tempo stesso, difficile e stimolante.

A fine dell’Ottocento, Frank Wedekind pubblica il testo Mine-haha, ovvero dell’educazione fisica

delle fanciulle. Gruppi di bambine si preparano ad entrare in un mondo in cui il tempo scorre

soltanto nelle modificazioni del corpo delle bambine e dove ciò che non regge ai canoni estetici di

perfezione fisica viene fatto sparire. Le bambine fungono da attrici in degli spettacoli teatrali. In

realtà le bambine vengono preparate ad essere cortigiane, alla mercificazione del proprio corpo e

all’illusorietà dell’amore. La società benpensante del tempo viene mostrata nella sua falsa

esaltazione della bellezza.

Dei giochi di memoria si hanno due livelli: quelli della prima infanzia con la madre e quelli della

prima età della madre stessa. In tal modo, la propria storia bambina si intreccia in due registri di

ricordo, con la memoria che la madre aveva della propria infanzia. L’autrice Virginia Woolf offre

degli spezzoni di due itinerari del diventare donna in generazioni successive.

Il testo di Anna Freud esemplifica, grazie a casi clinici di ragazzini nel periodo della latenza, le

modalità di un approccio psicoanalitico con soggetti in età evolutiva e le difficoltà dell’adulto

nell’accostarsi a bambini psichicamente malati. La Freud si avvicina con rispetto al piccolo

paziente e intavola con lui lunghe trattative prima di procedere all’analisi vera e propria. Il caso

della bambina diavolo, quello della piccola ladra e bugiarda e quello della bimba divisa tra la

bambinaia e la terapeuta mostrano le difficili mosse tecniche e umane a cui si deve impegnare il

terapeuta infantile.

La scena elettiva di una buona parte delle pagine pedagogiche, psicologiche, letterarie,

dell’iconografia moderna e sulla vita della bambina è quella di giochi con bambole e utensili

domestici. Molto meno studiato è il gioco di regole al femminile. Piaget descrive e analizza una

specie di gioco tra bambine simile al nascondino, in cui ritrova gli stessi stadi del gioco dei

maschietti, ma vissuti con maggiore tolleranza, quasi come se le bambine fossero “meno incuranti

della parola giuridica”.

Alla fine degli anni Cinquanta, Picasso si dedica alla riscrittura di dipinti famosi, fra i quali Las

Meninas viene rielaborato in una cinquantina di versioni. In esse personaggi, sfondi, relazioni e

colori sono radicalmente ristrutturati in ricerche stilistiche non omogenee nei loro esiti. L’Infanta

Margherita Maria ora viene messa al centro delle rielaborazioni, ora appare esplosa in un abbozzo

di sagoma che ne indica la collocazione nella scena, ora è accantonata a favore di altri

personaggi. Lo scorrere dello sguardo del pittore sul suo modello ricolloca la piccola principessa

nella sua dimensione di segno grafico e pittorico e afferma che la bimba regale È un caso di una

sintassi del vedere che l'adulto escogita per cogliere ed esprimere il mondo.

Capitolo4: Famiglia, abbandono, violenza 7

Immagini letterarie e storiche descrivono bimbi di tempi assai remoti, come il piccolo Astianatte

dell’Iliade, da cui il padre Ettore si separa, e i gemelli Romolo e Remo, abbandonati, nutriti da una

lupa e poi ritrovati e adottati da un pastore. In entrambi i casi si tratta di bambini in famiglia: nel

primo caso la famiglia è biologica, mentre nel secondo è adottiva. Le vicende che si

preannunciano nel passato dell’infanzia sono di diverso tipo: da un lato ci sono quelle di amore e di

tenerezza e dall’altro quelle dell’abbandono. Anche le famiglie sono di tipo differente: alcune sono

allargate, cioè con la presenza di parenti o di servi, mentre altre nucleari, cioè fatte solo di genitori

e di figli. O ancora, alcuni hanno dei fratelli, mentre altri sono figli unici. La storia ci offre ritratti

dell’infanzia, mostrandoci gli affetti dei genitori nei confronti dei figli e le distanze fra grandi e

piccoli. A grandi linee, è possibile rintracciare alcune caratteristiche dello stare in famiglia che

resistono dall’antichità ad oggi. Una tra queste è la segmentazione dei periodi della crescita

infantile. Nel primo periodo, che va dalla nascita ai 7 anni, il piccolo sta perlopiù in casa e abita con

le donne. La prima età è tradizionalmente delegata ad un governo femminile, da cui apprende

parole, movimenti, gesti, concezioni della vita, fiabe, canzoni, gesti affettuosi e coccole in un clima

ricco di emotività. La prima età è quella più precaria perché è minacciata dalla morte precoce, dalla

malattia, dall’invalidità e dalla povertà: privo di uno o di entrambi i genitori, qualora non ci sia una

figura economica forte come quella di un tutore, il bambino esce dalla famiglia per essere adottato

da un’altra coppia di genitori, per venir ospitato in un convento o in un istituto. Così la storia

dell’infanzia del passato si sposta dalla famiglia agli ospizi pieni di trovatelli, abbandonati e orfani.

Su alcuni bambini la famiglia opera violenza fino a farne vittime di infanticidi. Tutt’oggi, la mortalità

infantile è assai spesso una morte in famiglia. Nelle ultime generazioni si stanno profilando dorme

originali e inedite di famiglia, dove il genitore è uno solo, dove vengono richieste e sfruttate altre

risorse del sociale per cooperare nella cura dei piccoli o dove il padre si fa carico della cura del

figlio.

Astianatte è uno dei pochissimi bimbi dell’Iliade e viene narrato nella sua breve e tragica vicenda:

da bimbo regale e felice a piccolo orfano destinato a una terribile morte. Il piccolo non parla, vive in

un mondo di donne che lo accudiscono, ha una madre ansiosa e un padre tenero e orgoglioso.

Astianatte è il primo infante la cui esistenza sociale dipende direttamente dai genitori, ma è anche

il primo orfano di cui si dice la miseria e l’emarginazione.

Tito Livio racconta la vicenda di due gemelli di famiglia illustre che vengono abbandonati. Sono

accuditi prima da un animale e poi adottati da una famiglia di povera gente. Nel testo la natura

straordinaria del bambino è sottolineata dal fatto che si tratta di gemelli e che essi sono salvati da

un animale feroce. Nella povera casa dei sue genitori che li adottano, i due piccini non solo

possono sopravvivere e mostrare le loro doti fuori dal comune, ma i due genitori adottivi sanno

qual è la vera origine dei gemelli e di questa notizia fanno uso al momento opportuno. Senza la

famiglia, il piccolo dell’uomo ha un destino di morte ed è solo la famiglia che gli consente di entrare

nel sociale.

I bambini antichi in famiglia non sono soltanto quelli mitologici, ma sono anche piccoli reali. Essi

vivono in casa e sono, specie se piccini, oggetto di vezzeggiamenti e viziature. Il piccolissimo

bimbetto della commedia Samia di Meandro ne è un vivace esempio. Il piccino è nato da un’unione

non consacrata e viene dato alla schiava, una vecchia nutrice, di nome Samia. La commedia

degli errori e degli scambi si snoda complessa fino al lieto fine, consentendo brevi scene di

vezzeggiamenti per i più piccini.

Nell’iconografia medievale, è rara la rappresentazione di Gesù Bambino assieme a Maria e

Giuseppe. Rappresentazioni di questo tipo ricordano l’infanzia mondana e divina del Cristo e la

sua vicenda di figlio, adorato da re e curato da donne sante. Le due scene riprodotte da Giovanni

da Milano hanno due modelli: il testo dei Vangeli e il mondo dell’artista, da cui egli ricava paesaggi,

vestiti e atteggiamenti dei personaggi. Il paradigma evangelico viene accentuato nella posizione

marginale di Giuseppe e nella centralità della coppia madre-bambino, che può essere intesa come

una violazione al carattere patriarcale della famiglia del tempo dove il padre era il capo della

famiglia e madre e figli avevano posizioni di forte subalternità.

Nel primo dei quattro dialoghi de I libri della famiglia di Leon Battista Alberti, la figura del padre

viene declinata nei suoi compiti di governo della casa e di cura formativa dei figli. Ai propri bambini

il buon genitore dedica pienezza di tempo, attenzione, osservazione all’indole e momenti di

divertimento. Spartita tra madre e padre, la cura dei figli diventa un’occasione di gioia oltre che di 8

impegno: anche se i più piccini vengono affidati alle donne di casa, è il padre la figura di

riferimento principale della famiglia.

Lucilio è vissuto solo 50 giorni. Per lui il padre poeta compone in latino delle nenie dove immagina

che mamma, babbo e nutrice dicano il loro affetto al bambino, circondato da donne e animali che

gli stanno intorno festosi. Il Lucilio delle nenie è un bambino sano e forte, ma la morte lo strappa

dall’amore dei suoi e offusca l’immagine sana di bimbo.

Rembrandt dipinge la Sacra Famiglia nella bottega del falegname. Nella semiluce dell’ambiente,

un volo di angeli paffuti indica l’eccezionalità dei personaggi. La Madre di Gesù sembra ricordarsi

della sua infanzia sapientone Tempio perché culla il Bimbo leggendo un grosso libro. Ancora più

nell’ombra Giuseppe è intento al suo lavoro. Sotto una piena luce, invece, c’è la culla di vimini con

il bambino, rappresentato con pochi tratti sicuri. Alcuni messaggi del dipinto sono la laicizzazione

del testo evangelico, la traduzione in termini umani e storicamente vicini a chi ammirava il quadro a

quel tempo e un’idea nuova di famiglia, d’infanzia e di divinità.

La favola toscana di Cecino è una fiaba in cui il piccolissimo protagonista è il personaggio di una

famiglia: è un figlio arrivato per caso, è scampato a un matricidio furibondo, viene amato dalla

madre, il padre se lo porta come aiuto nel suo lavoro e lo cede anche ad altri perché guadagni

qualcosa. Infine, sarà lui a riscattare la famiglia dalla povertà. Cecino, inoltre, è un bambino

precocissimo, fuori misura ed esplora il mondo stando con animali e cose. La fiaba di Cecino è il

racconto di quanto a un bimbo viva fatto fare nel passato.

La famiglia del Re Carlo IV è la rappresentazione di un gruppo colto dal pittore Goya, un artista

tra le personalità più di spicco in Spagna. Moglie, figli, generi, nuore e nipoti circondano il sovrano.

In questa scena di corte, i bimbi appaiano rappresentati con tutte le relazioni, i vestiti, le pose e le

espressioni che ogni età comporta. E’ un esempio di grande famiglia fra Settecento e Ottocento,

che costituisce il luogo per eccellenza nella quale si svolge la vita dell’individuo e nella quale il

bambino apprende i ruoli del gruppo sociale.

Un bambino ricorda la madre, morta di parto quando egli aveva sette anni, e la passione che li

ha legati. La passione è fisica e il bambino desidera il bel corpo materno. La madre è una figura

che entra di rado nel gioco della narrazione ma, quando è presente, illumina di sé il bambino, i

luoghi e le persone del suo vivere, rendendo attualissimo il ricordo.

Nell’archivio dello Spedale degli Innocenti di Firenze, il grande istituto dove dagli inizi del

Quattrocento sono stati ospitati migliaia di bambini orfani e abbandonati, sono conservati

contrassegni e messaggi scritti con l’indicazione della data di nascita e del nome dei bambini che

genitori e mamme sole affidavano allo Spedale nella speranza che potessero così sopravvivere.

L’esemplare prodotto relativo a un bimbo battezzato come Zesuè, aggiunge alle parole scritte

faticosamente dei disegni che dovrebbero rendere meglio identificabile il piccino.

Nella famiglia ottocentesca, accanto al bambino, ci sono non solo genitori e fratelli, ma anche

personaggi della generazione più anziana: nonni e nonne pazienti e affettuosi costituiscono un

supporto emotivamente sicuro e flessibile per i più piccoli della casa. Sono perlopiù i nipoti che se

ne ricordano e ne parlano nelle loro autobiografie. Victor Hugo è un nonno che scrive del suo

amore e delle sue giornate i suoi nipoti. Gli ultimi versi del poeta cantano le immagini della sua

quotidianità con i piccini. I due bambini sono figure di un’infanzia felice e contrastano con i

personaggi drammatici e sfortunati che costellano i testi del poeta. Inoltre, i nipotini hanno con il

celebre nonno un rapporto di complicità.

La foto ricordo rappresenta tre bambini e un altro in arrivo. I due maschietti sono gemelli, ma uno

morirà di lì a poco. Il lampo del fotografo fissa la loro immagine non entusiasta accanto a quella di

una mamma in attesa e di un babbo che di solito viaggia e sta lontano da casa per dei mesi. La

famiglia è ritratta secondo uno stile ricorrente, che restituisce le idee sociali di famiglia di ceto

medio: una realtà fatta di genitori e figli, ai quali si assegnano compiti e ruoli diversi e ben precisi,

che lo spazio dell’immagine ribadisce. Il padre in alto, la madre come meditazione fra padre e figli

e i bambini in una fittizia situazione ludica.

Emy Beseghi, una ricercatrice dell’Università di Bologna, si impegna in una ricerca sull’immagine

che la stampa quotidiana dà delle violenze subite da minori. Negli articoli dei giornali viene fatta

un’analisi secondo criteri diversi.

Nel romanzo, ci sono due personaggi descritti in forma autobiografica: una bambina, dalla nascita

ai primi giorni di scuola, e un papà, che racconta la sua esperienza di compagno di vita della

bimba. Agli inizi c’è anche una mamma che poi si allontana. Nelle ultime parti, ci sono altri bimbi 9

che sono compagni di scuola e di giochi della piccola. Non ci sono nomi, gli eventi sono accennati

e appare evitato il ricorso ad una pluralità di punti di vista: la bambina è presentata così come il

padre la vive, non come la piccola vive il papà. La figlia assume plurime identità che le vengono

date dal padre, mentre il punto di vista infantile non viene mai espresso perché si cerca di

descrivere che cos’è un bambino nella mente e degli affetti di un adulto.

Capitolo5: Scuole

Fin dall’antichità classica i bambini più abbienti apprendeva in istituzioni organizzate, con un

maestro che si riteneva dotato di una professionalità specifica e con un’attrezzatura e dei contenuti

di insegnamento tali da poter parlare di vere e proprie scuola. I bambini più poveri imparavano

cose diverse in ambienti informali, cioè in famiglia, sul lavoro o per la strada, ma non imparavano a

scrivere, quasi mai a leggere e pochissimo a far di conto. La scuola si è progressivamente diffusa

variando le forme organizzative, i metodi, l’utenza e i maestri. La scuola è un ambiente organizzato

con orari, regole, ruoli, compiti, norme, stili e relazioni che una disciplina magistrale

tradizionalmente dura costringe a rispettare. Il bambino va a scuola a partire da una certa età, in

determinate ore delle giornata, in certi giorni della settimana e in periodi stabiliti dell’anno, finendo

col ritmare sempre di più il suo tempo in studio e vacanza e a spartire il suo spazio tra casa e aula.

Il bambino si reca a scuola per fare certe cose che può ripetere ed elaborare a casa oppure che fa

soltanto a casa con la guida di un adulto: l’istruzione domestica avviene per opera di precettori e

istitutrici, si afferma a partire dal Quattrocento e continua quasi fino ai giorni nostri per i bimbi di

famiglie di ceto elevato. L’istruzione scolastica ha dei luoghi all’interno della casa che vengono

lasciati liberi per alcune ore per consentire tali apprendimenti. Sia i bimbi che vanno a scuola che

quelli che studiano a casa hanno uno o più maestri da cui devono apprendere i contenuti,

organizzati in programmi o curricoli, dov’è imprescindibile l’alfabetizzazione e l’apprendimento dei

testi e via via anche altre discipline. I maestri cercano di motivare allo studio in modo violenti,

regolando l’apprendimento con esercizi ripetuti e monotoni e imponendo costumi di obbedienza e

diligenza che i piccoli scolari tollerano con difficoltà: la storia della scuola è stata, fino a non molto

tempo fa, una storia di discipline e disciplina, di violenza e ribellione. La scuola ha dei suoi

materiali che appaiono sempre come un materiale umile e poco degno di venir conservato.

Riguardo ai rapporti fra pari, i bimbi fraternizzavano fra di loro, alcuni cercavano di primeggiare,

altri imparavano a fare la spia, alcuni assecondavano il maestro contro i compagni, altri

marinavano le lezioni. A partire dalla fine del XVIII secolo, il tempo della scuola si estende nella

giornata, nelle stagioni e nelle età: nel Novecento per i piccolissimi si cominciano a istituire degli

asili nido. Le istituzioni educative assimilano gradualmente quanto fa parte del mondo del bambino

e quindi i giochi che diventano esercizi didattici, le esperienze di lavoro diventano materie di

apprendimento, le attività creative si trasformano in discipline di studio e le condotte motorie si

fanno educazione fisica. La scuola e le famiglie domandano delle testimonianze ai bambini dei

lavori svolti, come compiti a casa, voti, disegni e lavoretti che dimostrano che il piccolo allievo

esegue bene il suo mestiere. Si imparano anche i ruoli sessuali: fino a tempi recenti maschi e

femmine non hanno la stessa vicenda scolastica perché le bambine vengono educate e istruite

perlopiù in casa o in istituti femminili, ma per loro spesso l’istruzione è accidentale o manca del

tutto. A partire dalla fine del Settecento, i dispositivi scolastici o comunque legati alla scuola sono

stati i libri e i periodici per l’infanzia: la scuola cerca di dare autonomia al bambino nel leggere i libri

da solo, infondendogli il giusto testo.Tuttavia spesso il libro per l’infanzia è vissuto in casa come un

oggetto e non come una fonte di comunicazione e di gratificazione. Oggi ancora più raramente

l’adulto lo legge pazientemente al piccolo e gliene trasmette il piacere e meno ancora la scuola

costituisce un’inclinazione alla lettura perché altri messaggi circondano il piccolo e lo allettano di

più. La scuola del libro fallisce e altre fonti di apprendimento, come la televisione, la pubblicità e il

computer, catturano il bambino e gli insegnano saperi che la classe sfrutta o respinge.

Esistono alcune testimonianze satiriche sul maestro di scuola manesco, sulla fuga dall’aula,

sull’irrequietezza dei ragazzini che la famiglia costringe a frequentare la scuola, sugli attrezzi

inutilizzati per l’alfabetizzazione e sulla dispersione delle famiglie. Il componimento di Eroda

tratteggia coloro che introno alla scuola sono figure essenziali: l’allievo, il maestro e la madre che

si lamenta per il denaro che deve sborsare per la scarsa acculturazione del figlio. Sono indicate le

finalità della prima scuola che le società greche dell’età ellenica le attribuiscono, le aspettative dei

genitori e la poca voglia di apprendere nozioni e tecniche difficili. Al centro c’è il ragazzino Cottalo,

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di cui il poeta tratteggia un rapido profilo ancora vivo e, fino a non molto tempo fa, attuale, prima

raccontando le sue ribalderie e poi presentato sotto la verga del maestro.

Nella storia, la coppia precettore-pupillo viene richiamata come modello di bene fare pedagogico:

nel caso di Alessandro e il suo precettore Aristotele si è in una dimensione di eccellenza. Il

piccolo principe di Macedonia e il grande filosofo greco, nello spazio domestico, sembrano provare

che la loro esperienza è ripetibile purché il pupillo sia tranquillo attento, il maestro sia grande e

dimostri bene quanto insegna. La diade filosofo-re appare una figura di eccellenza e la cultura

trasmessa è morale e politica e ha a che fare con il sapere e il saper fare.

I bambini che a scuola vengono battuti sono una realtà frequente nella storia: cambia la crudeltà

del maestro e il modo di difendersi dell’allievo. Nel Rationarium vitae del poeta, letterato e storico

Giovanni Conversini da Ravenna, l’infanzia e il travagliato itinerario di studi con maestri violenti e

incapaci è ricordato con particolare vivacità. In questa sua autobiografia, Giovanni Conversini

narra i suoi incontri pedagogici, soprattutto quelli nel convento delle dolcissime monache di

Ravenna e a Bologna, e i suoi vissuti e suoi incontri con adulti e bambini nella scuola. La

drammatica vicende consente di integrare la storia delle istituzioni formative con la vita nell’aula, le

reazioni dei piccoli allievi e il sentimento che del bambino avevano molti adulti che con lui

interagivano quotidianamente.

Massimiliano impara l’arte di esser principe, sia la cultura umanistica, centrale nell’istruzione dei

piccoli Sforza da più di una generazione. Per lui viene allestita una scuola, gli vengono dati

compagni di studio, vengono preparati testi di artisti celeberrimi dell’epoca. Nella scuola, aperta

all’esterno, com’era costume del tempo, entra il mondo circostante, senza molta considerazione

per la concentrazione dei piccoli allievi. Un nano tiene alto un ventaglio o forse uno specchio. Il

maestro è probabilmente il precettore di altri personaggi storici importanti.

L’Orbis sensualium pictus edito in Norimberga nel 1658 è il primo libro per l’infanzia illustrato e

sistematico, realizzato per la scuola, una nuova istituzione formativa che Comenio veniva

progettando e che doveva comprendere tutti i gradi d’inserzione. L’Orbis si presenta come

un’enciclopedia illustrata, come uno strumento di educazione morale e religiosa e come un testo di

esercizi per l’orecchio, la mente, la parola, la memoria e il cuore. Esso è il primo manuale

scolastico fondato su una seria dell’uomo, del mondo e di Dio. Lo scolaro a cui il maestro si rivolge

nelle prime pagine invitandolo al lungo viaggio per imparare la saggezza, è lo stesso che compare

in conclusione del testo, reso dotto e saggio dagli insegnamenti appresi grazie all’Orbis.

In posizione di staticità, viene ritratta una grande famiglia veneziana. Al centro c’è un bambino

piccolo che già appreso certi atteggiamenti del corpo e al quale il precettore, che lo tiene per

mano, sembra indicare come si sta nel mondo. Intorno ci sono altri membri della famiglia Venier,

certo importanti, e sullo sfondo un doge di famiglia e due domestiche, una con il più piccolo dei

Venier, in braccio. In questa scuola di casa, che Pietro Longhi dipinge tra il 1778 e il 1780, si

rappresenta un tranquillo casato veneziano e l’insieme dei paradigmi che vengono proposti, in

quella società, a un bambino aristocratico e la dimostrazione palese dei suoi primi apprendimenti.

Nella metà del Settecento, Thomas Bewick ricorda la scuola della sua infanzia con la stessa

angoscia per la durezza dei maestri, dei compagni e dei genitori. La sua autobiografia restituisce

una vita infantile all’insegna della paura e della violenza. Ma qui, la salvezza non è nella fuga, ma

è nell’immaginario e nella produzione di disegni ispirata a quanto la natura circostante mostra. Alla

scuola del leggere, dello scrivere e del far di conto si contrappone l’esperienza formativa del

disegno svolta in proprio, che esalta il gusto infantile del vedere e del tracciare figure su ogni dove.

Nella realtà, la vicenda di Bewick si complica perché la scuola non aiuta questo bambino dotato

ma lo mortifica.

Robinson il giovane è il più celebre libro per l’infanzia scritto tra Settecento e Ottocento da

Campe. Campe scrisse anche testi tra il didattico e il ricreativo, imperniati sul gusto per

l’avventura, la conoscenza di luoghi lontani e la visione delle cose secondo principi pedagogici.

Spettacoli nuovi, curiosità naturali e costruite dall’uomo e illustrazioni dovevano attrarre la curiosità

del piccolo lettore e rendere più semplice il suo apprendimento.

I difetti che la scuola di tutti gli Stati europei lamenta nel corso del XIX secolo e a cui non sembra

poter porre dei ripari efficaci sono l’assenteismo, l’indisciplina, l’irregolarità dei pagamenti da parte

delle famiglie, l’incompetenza dei maestri e la disorganizzazione nella strutturazione delle

scolaresche. Degli scritti ministeriali di alcuni ispettori e associazioni magistrali testimoniano di

questo difficile vivere della scuola. Il registro del direttore di una scuola elementare a Northam 11

documenta con efficacia la vita scolastica, l’irregolarità delle presenze, la debolezza delle figure

magistrali, la disomogeneità delle classi e la demotivazione di grandi e piccoli per delle didattiche

obsolete.

Fino ai primi anni del Novecento la bambina borghese e di famiglia aristocratica viene istruita in

casa. Maestre, istitutrici e mamme insegnano alle figlie una buona cultura mondana, costituita da

conoscenze domestiche, dalle buone maniere, da una lingua straniera e da elementari

competenze artistiche. La scrittrice norvegese Undset ha descritto memorabili profili di bambina e

ripensa la sua infanzia in Undici anni, un racconto autobiografico della sua vita di bimba con un

padre archeologo, una mamma intelligente, altri bambini, nonni e adulti. La sua istruzione avviene

in casa, grazie all’acculturazione informale e intensa del padre e le lezioni della madre, dove i

saperi peculiari della donna si coniugano con i saperi specifici della scuola e il gioco degli affetti

sostiene l’itinerario degli apprendimenti. La memoria della scrittrice è testimonianza di una scuola

diffusa nei ceti medi tra Ottocento e Novecento e dove l’impatto della famiglia è forte e

paradigmatico, specie nel caso delle bambine.

Nella grande tradizione inglese dei libri illustrati per l’infanzia si colloca, agli inizi del Novecento,

l’opera di illustratrice e narratrice di Beatrix Potter. Gli animali umanizzati e gentili protagonisti delle

sue storie, ambientati in paesaggi naturali, rappresentano vicende antropiche, dal forte e moderno

tono morale. I libri della Potter vengono a tutt’oggi ristampati anche per il pubblico italiano e

costituiscono ancora elementi forti di una cultura infantile del quotidiano e dell’immaginario.

In una classe “attiva” della periferia parigina alla fine degli anni Sessanta si usano le tecniche

Freinet, cioè il testo libero, la tipografia e lo scambio dei testi. Un’insegnante lavora con una

psicologa e quest’ultima rilegge quanto avviene in classe, proponendo dei significati dell’accaduto.

Ne viene fuori la descrizione di una breve storia di un tragitto educativo, del potere del gruppo-

classe e delle difficoltà della maestra.

La ricerca dell’Ocse sugli indicatori scolastici consente di comparare dati recenti sulle iscrizioni

nella scuola dell’infanzia dei principali Stati europei e di apprezzare quanto in ognuno di essi il

costume di far frequentare ai bambini prima dei 6 anni un’istituzione scolastica sia diffuso e,

dall’altra parte, quanto il servizio, sul piano quantitativo, sia all’altezza delle richieste.

Capitolo6: Lavoro

La storia dell’infanzia dà spesso notizie di bambini che condividono con persone grandi l’impegno

di un lavoro produttivo e faticoso, bimbi messi precocemente a bottega secondo contratti registrati

o in maniera illegale, ragazzini e ragazzine che nel Settecento lavorano tra campi e piccole

fabbriche, bimbi e bimbe che mendicano sulla strada, bambini in massa nelle fabbriche

dell’Ottocento e bambini che la famiglia stessa cede o le vengono tolti per essere venduti a

sfruttatori. Questi bambini non hanno differenze con gli adulti, se non di età, forze, dimensioni

fisiche ed esperienza, e con cui condividono le durezze della vita. All’interno di questa storia poco

felice del bambino è possibile fare delle distinzioni:

- fra mestieri domestici, come lo schiavo, il servo, il paggio, il ragazzo o apprendista di bottega, e

mestieri che impegnano il piccolo fuori di casa, come il contadino, il facchino, l’operaio, il

minatore, il mendicante, il ladruncolo o il girovago;

- fra lavori che il bambino potrà continuare anche nell’adolescenza e nell’età matura, come quello

dello schiavo, del servo, del contadino, dell’operaio, del miniatore o del facchino, e servizi che

interromperà alla fine dell’infanzia, come il paggio o alcune mansioni nella fabbrica o in miniera.

I mestieri infantili appaiono numerosissimi e soprattutto di tipo manuale, tali che in essi è

impegnata la forza fisica e l’attenzione che, mancando, possono anche condurre a morte. Il lavoro

del bambino è soprattutto apprendistato: il piccolo deve imparare quanto viene chiamato a fare, gli

si danno delle indicazioni e deve procedere per imitazione. L’apprendistato che si attua grazie

all’imitazione è anche il lavoro domestico della bambina, che copia quanto fa la donna adulta,

madre o padrona, con cui e per cui deve lavorare. Il più delle volte il bambino impara il lavoro per

necessità: gli viene detto che deve fare qualcosa e lo si costringe a eseguire subito le consegne,

come custodire il bestiame, trasportare merci, chiedere l’elemosina lavorare al buio della miniera o

in gallerie tanto strette che un adulto non vi può accedere. Egli non ha né modelli né compagnie e

deve fare da sé: i rischi e i pericoli mortali sono enormi e accanto a questi c’è la solitudine, la

percezione che tutto va inventato e che si è privi di guida. I tratti che il piccolo condivide con gli

adulti con i quali vive sono la fatica, l’azione e la produzione per guadagnare e sostentarsi e, infine,

12

apprendere per imitazione e cooperazione. La frattura più grossa di cui soffre il piccolo è con le

istituzioni educative extradomestiche: nell’aula, infatti, il maestro non è necessariamente il modello

di ogni condotta che va appresa, non è la persona con cui si lavora, ha forti distanze con il

bambino e, in generale, nella classe non si ha la percezione del senso di quanto si fa perché la

valutazione non coincide con il risultato di un produttore dato che è fuori dalla competenza del

bambino che l’ha prodotta. Lavoro minorile e scuola sono quindi i grandi ambiti antitetici della vita

del bambino. Le cifre dell’assenteismo scolastico dello scorso secolo esprimono la necessità di

lavorare e di non trascurare l’impegno del bambino nei campi, nelle miniere o per la strada. La

scuola ha tentato di andare incontro a questa realtà, preparando i bambini nella classe ad attività

lavorative.

Nei dipinti e nei mosaici greci e romani sono raffigurati piccoli schiavi e bimbe ancelle in servizio.

Nell’antichità anche le strade, i campi, le botteghe e le officine offrivano lavoro ai bimbi di famiglie

povere e abbandonati. Nell’immagine di Dioscuride, un artista greco, un bambino segue un trio di

musici di strada abbigliati in modo teatrale e fra i quali c’è una donna. Il bambino è al margine del

gruppo, ha una parte secondaria e forse servile, oltre che di accompagnamento della musica, e

forse tocca a lui andare a chiedere l’elemosina dopo che gli adulti si sono esibiti, facendo da

tramite fra il pubblico e i musicanti. Il piccolo del mosaico pompeiano è un esempio antichissimo

della peculiarità del lavoro minorile, dove ruoli, luoghi e funzioni sembrano altri rispetto a quelli

del bambino di ceto abbiente.

I bambini impegnati nelle attività produttive, quando non venivano colpiti da una morte spesso

ancora più precoce di quella che poteva colpire i loro coetanei, svolgevano lavori e mestieri

diversi. Una vicenda del genere è testimoniata dalla memoria di Platter nella sua Autobiografia.

Nato da una povera famiglia, Platter viene istruito secondo un itinerario scolastico affatto

irregolare. La vita di Platter è una testimonianza unica di un’esistenza bambina.

Accanto alla figura del piccolo schiavo maltrattato e della piccola domestica costretta a lavori

durissimi, ci sono anche personaggi ancillari infantili che hanno una sorte benefica: alcuni bambini

schiavi lavorano per dei padroni generosi. Sotto questo profilo viene raccontata la storia di una

povera bimba al servizio di una padrona buona. Il testo è destinato agli allievi delle scuole di

campagna ed è tratto da un manuale di lettura che si apre con una preghiera per i bambini piccoli

e si conclude con le parole di un vecchio morente, il quale affida al figlio erede non solo la sua

proprietà, ma soprattutto un sentimento di generosità verso i poveri, di rispetto per i superiori e di

esemplarità morale per i figli. Il libro di lettura contiene insegnamenti religiosi, morali e civili ed

elementari informazioni botaniche e geografiche, espressi in una lingua semplice e organizzati

secondo uno stile di contrapposizioni forti, come buono/cattivo o povero/ricco, che rendono più

facile la memorizzazione nell’aula e la lettura collettiva in casa.

La situazione della classe operaia in Inghilterra è uno scritto di Engels del 1845 ed è il testo più

noto sul lavoro nelle fabbriche e nelle miniere in un’epica di radicale cambiamento nelle strutture

dell’economia e della vita sociale. Engels considera le forme della produttività operaia e le

conseguenze di tali modificazioni sulla vita privata, sulla salute e sull’acculturazione delle giovani

generazioni, dando un’importanza centrale alla condizione infantile del proletariato. La

mortalità, le infermità, l’abbrutimento dei bambini delle famiglie proletarie e la loro totale assenza

d’istruzione si coniugano con le descrizioni del lavoro minorile nella fabbrica e nelle miniere. Il

bambino viene analizzato nelle sue condizioni più drammatiche: la precoce adultizzazione, la

mancanza di maturità e la deprivazione di ogni stimolo allo sviluppo connotano il bambino delle

classi subalterne.

Tratto da un libro di testo per le scuole materne, il breve dialogo fra due fratellini poveri esprime

un’ideologia diffusa nell’epoca in vari contesti sociali: il lavoro dei bambini non è male in assoluto,

ma è negativo solo se non è legato alla fatica, all’onestà, alla dipendenza e alla competenza. In

queste pagine viene declinato un dibattito fra due punti di vista opposti, sostenuti da personaggi

infantili, per comunicare un messaggio dove al bambino povero tocca sopportare con dignità e

rassegnazione, senza infrangere l’ordine sociale, i mali che Dio gli ha inflitto.

Non sempre il lavoro del bambino è uguale o inferiore a quello dell’adulto, ma può contribuire

anche al passatempo della persona grande, alla sua gratificazione o esaltazione. Il bambino che

accompagna in guerra i soldati, li aiuta e serve a motivarli alla battaglia e a tenere alto l’onore di un

reggimento. I bambini fra soldati, piccoli tamburini, portabandiera e pifferi, come quello dipinto da

Manet nel 1866, sono spesso orfani. Il loro lavoro viene retribuito con un sostentamento completo

13

e conferma il bambino esaltante dell’uniforme, poiché la propria carica è unica all’interno di un

gruppo di persone grandi.

Nell’Ottocento, un’epoca di drammatico intensificarsi del lavoro minorile, le leggi cercano di dare

regole al fenomeno e di limitare lo sfruttamento dei bambini. La prima legge in merito è quella

inglese del 1834 che proibisce il lavoro dei piccoli al di sotto dei 9 anni e obbliga i datori di lavoro a

mandare i bambini a scuola per 2 ore al giorno. Ma ciò non modifica la realtà. Un ulteriore

provvedimento francese nel 1874, che eleva a 12 anni l’età minima per venir assunti in fabbrica, in

cantiere e nelle miniere, prevede il controllo di ispettori, ma non considera i lavori di strada e quelli

agricoli e perciò non migliora di molto la situazione. La prima legge italiana in materia è del 1886:

essa appare molto più antiquata di quelle di altri paesi europei, in quanto non fa menzione di molti

mestieri diffusi nella popolazione minorile e non prevede dei vincoli di scolarità per i piccoli

lavoratori. Sarà soltanto con la legge n. 242 del 1902 che il limite per l’assunzione verrà elevato a

12 anni e si richiederà il compimento del corso elementare inferiore per i piccoli operai.

Progressivamente l’età minima per essere assunti viene elevata a 15 anni per i lavori pesanti,

mentre nel 1961 il libello minimo per i lavori “leggeri” e che “non pregiudichino l’assiduità alla

scuola” è 13 anni. Nel 1971 tale età è fidata a 14 anni, mentre il DPR n. 432 del 1976 pone a 16

anni per i maschi e 18 per le femmine il libello di età minimo per essere adibiti a “lavori pericolosi,

faticosi e insalubri”.

Il testo Cuore di de Amicis è dedicato ai ragazzi delle scuole elementari nell’intento di contribuire al

loro cammino di crescita. La descrizione di figure infantili che non fanno parte della classe

scolastica è una delle dimensioni della pedagogia di de Amicis, che ha lo scopo di acculturare

avvalendosi di esempi. Fra questi personaggi, lo spazzacamino è una figura che entra nel

racconto in funzione di forte esemplarità. Esso viene descritto anche nei vissuti che suscita in colui

che narra l’incontro e in coloro che vi partecipano. Al centro del breve episodio c’è una scena di

infanzia povera, alienata, brutalizzata e il sentimento di pietà che il piccolo lavoratore evoca.

La storia del lavoro infantile è una storia di fatica, alienazione umana, difficoltà, arresto di crescita,

rischio, malattia, disgrazia e morte. La letteratura sociale del XIX secolo è ricca di indagini

governative e private in cui tali aspetti vengono rilevati, senza però riporre ripari efficaci ad essi.

Nel presente, la stampa periodica cita con una certa frequenza incidenti, talora mortali, avvenuti

sul luogo di lavoro per minori talora impiegati abusivamente. La notizia e i dati sono frutto di

un’indagine fatta su quotidiani nazionali e regionali.

Per il bambino, il lavoro è occasione di socializzazione, di incontro con altri bambini e con adulti e

di apprendimento dei linguaggi, competenze motorie e intellettuali che egli vede esercitare dagli

altri con cui opera. Egli è esposto ad esempi e a verifiche di quanto ha appreso. La letteratura

dell’epoca è ricca di esempi e di incontri buoni e di casi in cui il bambino si imbatte in un compagno

più forte e generoso. Ma c’è anche una serie di situazioni in cui il bambino lavora in solitudine:

custodisce e si occupa degli animali nella stalla e taglia e raccoglie il fieno. Qui il rapporto del

bambino è con cose e animali, in un mondo di suoni e rumori che non sono voci e risposte e dove

la solitudine ha quasi sempre un atto di violenza: una famiglia vende il bambino oppure un padrone

lo tratta alla stregua di un animale o di una cosa.

Il lavoro infantile è stato a lungo l’opposto della scuola e si è svolto in luoghi differenti rispetto

all’aula. Il lavoro nella classe ha una sua storia diversa per area culturale e tempo. Nella scuola

elementare italiana, si parla di educazione al lavoro nei due cicli con i programmi del 1955. Le

indicazioni didattiche relative a queste attività mostrano come l’educazione al lavoro dovesse

svilupparsi nel primo ciclo sotto forma di esperienze ludiche e potesse anche fungere da

avviamento a competenze produttive peculiari del singolo.

Capitolo7: Gioco e giocattoli

Animaletti, figure umane, carrettini, trottole e tanti altri materiali legano il bambino che giocava in

tempi antichissimi al bambino di oggi. L’esperienza del gioco è un tratto peculiare dell’infanzia e un

fenomeno centrale nella vita umana. Solo da meno di un secolo il gioco è considerato un tema

significativo di ricerca e di dibattito psicologico e antropologico. Nelle situazioni ludiche, il mondo

del bambino si intreccia con quello delle cose a cui è il bambino stesso ad attribuire un significato.

Nell’esperienza di gioco, il bimbo prefigura attività e suoli che egli stesso probabilmente realizzerà

e attiverà da adulto. Il mondo ludico del bambino è pertanto anche un mondo di relazioni effettive o

immaginate con coetanei o adulti. L’iconografia rappresenta un ricco scenario di soggetti che 14

popolano il teatro ludico dell’infanzia durante delle scene di gioco. Le vicende ludiche avvengono

anche nella vita quotidiana perché a lungo al bambino non sono stati riconosciuti spazi e tempi

peculiari e perché è il piccolo stesso che si ricava per conto proprio luoghi e momenti per giocare.

In tale quadro è possibile seguire delle costanti che tagliano secoli e culture: giochi per maschi e

giochi per le femmine, giochi per bimbi più piccini e più grandicelli, che il piccolo esegue da solo i

per i quali ha delle compagnie, delle regole di turni, dei materiali pertinenti, giochi motori, di regole

o simbolici e così via. Se il gioco appare invariato lungo generazioni e generazioni, il materiale

ludico risulta invece progressivamente più raffinato, robusto e variato. Il bambino si diverte a

rappresentare nel gioco del far finta, specie se questo avviene come gioco in cui ci sono

personaggi e ruoli. Già nell’Europa dell’Ottocento i bambini potevano comperare o ricevere in

regalo piccoli teatri o circhi di carta con i loro personaggi in cartone. Il gioco, anche se

apparentemente può essere considerata un’attività disimpegnata e senza scopo, viene

rapidamente assimilato nella scuola, specialmente in quella dell’infanzia, dove attività ludiformi

preparano e sostengono esperienze di apprendimento ed esercizi. Oltre all’utilizzo didattico, il

gioco ha poi un altro utilizzo, più sofisticato e creativo: quello diagnostico e terapeutico. Il

comportamento ludico è la via maestra per arrivare all’inconscio e alle figure e istanze originarie

della psiche infantile. I bambini allestiscono luoghi dove giocare: dentro casa, accanto ai libri, sul

tavolo di studio o per strada.

Nello scenario di una polis sana e giusta, Platone, nelle Leggi, definisce luoghi e norme di

particolare importanza per la vita civile e la formazione dei non-adulti. Fra le leggi non scritte, ma

non per questo meno essenziali, sono esemplificate con particolare vivacità quelle relative alla

gestione dei bimbi e delle bimbe prima dei 6 anni, quando inizia un’educazione sportiva e in cui

maschi e femmine sono separati. I bimbi dai 3 ai 6 anni, sorvegliati da nutrici autorizzate,

trascorreranno molte ore in giochi inventati da loro, in cui socializzeranno tra pari, apprenderanno

le norme del costume e impareranno, tra fantasia e disciplina, i primi rudimenti del mestiere di

cittadino. Lo sguardo del filosofo verso la prima età appare attento, empatico e capace di cogliere

e valorizzare peculiarità della natura infantile e mostrarne le possibilità di tradurle in condotte utili

allo Stato.

Gli episodi riportati narrano di un Gesù bambino intento in giochi, ma anche terribile e punitivo con

compagni e adulti che interrompono i suoi passatempi. Il testo è una breve testimonianza di come

giocava un bambino dei primi tempi del Cristianesimo. Oggi non è possibile sapere in modo

esauriente quanto tale testimonianza sia storicamente esatta, ma è pur sempre un dato di fatto che

dove si parla di un bambino, questo gioca.

Il cerchio, i dadi e l’uccellino sono i giocattoli con cui un bambino si diverte al ritorno da scuola. Il

bambino si chiama Schwarz, ha 11 anni e si trova ad Augusta nel Cinquecento. Schwarz scrive

un’autobiografia andata perduta e un Libro dei costumi in cui racconta la sua storia che si

configura come una serie di didascalie degli episodi illustrati. Vengono narrati e dipinti degli episodi

drammatici della sua prima età: la mamma in attesa, la sua nascita, le conclusioni quando ha 2

anni, la varicella quando ne ha 3, i suoi studi, le sue fughe da scuola, gli inizi del diario e l’ingresso

a 14 anni negli affari con il padre. Il racconto della sua vita continua dopo l’infanzia e

l’adolescenza, in cui si narra la sua carriera di banchiere, della sua vita pubblica e privata e del

ricco abbigliamento.

Nel secondo libro di Gargantua e Pantagruele, Rabelais racconta l’infanzia del gigante Gargantua,

i suoi studi e i suoi giochi. I giochi del gigante, quando questo è già studente universitario, sono

descritti in un lungo elenco. Così anche i cavalli di Gargantua in legno sono dei giocattoli che egli

riveste di fantasia e che impone come animali reali ai suoi ospiti. Nella microstoria del bambino

fuori misura che gioca, tutto è al di là del reale e i personaggi che vi entrano finiscono col fuggire

da tale mondo improbabile. Questo episodio è il più paradossale di ogni altro perché in esso è

protagonista il gioco, cioè quel fare dove la separazione fra mondo oggettuale e produzione

dell’immaginario non è definibile.

Nel grade quadro che dipinse Pieter Bruegel il Vecchio nel 1560, sono rappresentati più di 80

giochi svolti dai bimbi del popolo. Alcuni interpreti hanno voluto trovare immagini della follia, delle

stagioni oppure un primo affresco di un ciclo dedicato alle età dell’uomo, in cui il bambino appare

intento nel gioco. Piccoli e grandi si divertono insieme. I bimbi appaiono impiegati in giochi che

sembrano esistiti da millenni ed esercitati ancora oggi. Gli attrezzi sono poveri, propri di una

lucidità motoria svolta all’aperto e tali da poter essere costruiti con poco da adulti o da bimbi meno

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

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