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I bambini nella storia

Prefazione

Nella Repubblica, Platone sostiene che solo se la polis giusta e felice esisterà, allora ci sarà una storia documentata dei bambini. Ma se la polis giusta e felice sarà utopia, allora la quotidianità dei bambini sarà solo un mito. Questi brani del discorso platonico sull’infanzia ci fanno capire le principali operazioni che si fanno relativamente al passato dell’infanzia: da un lato essa viene documentata e dall’altro viene immaginata.

Il sapere del bambino nel presente e la ricostruzione della storia dell’infanzia nel passato possono venir inseriti in un quadro di incertezza discorsiva, di difficile identificazione dell’oggetto di cui si intende trattare, di approcci inediti e quasi sempre dubbiosi. La conoscenza storica dell’infanzia si confronta per eccellenza con queste difficoltà e con queste sfide.

Il manifesto della storia dell’infanzia è L’enfant et la vie familiale sous l’ancien régime di Philippe Ariès che aveva già affrontato alcune questioni di storia dell’infanzia e continuerà a ritornare sull’argomento nella seconda edizione del libro appena citato e anche in scritti minori. Ariès avvicina il soggetto infantile attraverso il concetto di sentimento, inteso non solo come disposizione e relazione affettiva, ma anche come “idea di” e “valore che si attribuisce a”.

Il sentimento dell’infanzia è un aspetto particolare di un più ampio sentimento che è quello della famiglia dove, a partire dal Seicento e all’interno di una struttura domestica moderna, insorge e si articola una concezione dei piccoli come soggetti peculiari e importanti. In tutti gli scritti di Ariès la famiglia è lo sfondo della vita bambina e il luogo dell’affermarsi dell’infanzia.

Diversamente interpretato da un punto di vista interpretativo è anche il bambino della storia dell’infanzia di Lloyd de Mause. La lettura del bambino piccolo costituisce il cardine di una teoria psicogenetica relativa al trasformarsi delle relazioni genitori-figli che sono un nesso importante di ogni società. Ma nella sua storia il bambino non è solo in famiglia: è orfano, abbandonato, offerto a dei conventi, va a scuola e socializza con altri bambini. Queste dimensioni corrono parallele e si intrecciano rispetto ai rapporti tra bimbo e genitori.

Nelle pagine degli studiosi dell’infanzia al passato emerge una serie di categorie ricorrenti entro le quali si tenta di ricostruire la vita bambina e lo statuto delle prime età nel passato. Si tratta di universali metastorici della realtà puerile, che ogni epoca e ogni cultura hanno declinato a loro modo. Nel loro insieme essi servono come griglie e fonti di valutazione per un approccio allo studio dell’infanzia ieri e oggi.

Utile ad un primo approccio globale alla storia del bambino è anche la presenza di segni prodotti dal bambino stesso, come voci, tracce, parole e grafismi. Una delle prime mosse dello storico dell’infanzia dovrebbe essere quella di individuare tali fonti, ricostruirle e combinare un archivio del materiale trovato. Ciò deve essere fatto in fretta perché si tratta di materiali deteriorabili.

Infine, la categoria dell’identità del bambino cerca di rispondere alla domanda “chi è il bambino?”. Le risposte sono varie, discordanti e poco univoche. Rispondere al quesito implica andar oltre il significato generico e neutro di bambino e chiedersi se si tratta di un maschio o di una femmina, che hanno storie diverse.

Capitolo 1: Segni, voci, tracce

Disegni e parole scritte ci testimoniano dello stare al mondo del bambino, dei suoi utilizzi dello spazio e del suo appropriarsi dei luoghi. Anche oggi ci sono delle costruzioni di giocattoli, come fionde, carrettini e casette, e delle voci, come filastrocche, ritornelli e conte, che ognuno di noi ha pronunciato durante i giochi collettivi, ereditandoli con variazioni dalle generazioni precedenti.

Accanto a queste testimonianze della mano e della voce bambina, si hanno altri prodotti grafici e verbali, come lettere, diari, testi realizzati a scuola o in famiglia e canti ripetuti in occasioni festive. In ogni caso tali documenti dell’esistenza e della cultura infantile sono rari. Inoltre sono perlopiù privati o conservati poco e male e quasi del tutto privi di una cura che li abbia salvati dalla dispersione, dalla distruzione e dai rifacimenti spesso irrispettosi degli adulti.

A monte di questo disinteresse persistente stanno molteplici fatti, come l’idea che il bambino fa cose irrilevanti, crea beni materiali e simbolici solo di consumo infantile e non di scambio economicamente e culturalmente significativo. Si è parlato quindi di un’arte bambina e buona parte della storia dell’infanzia si fonda su testimonianze che non sono del soggetto di cui si parla, ma su documenti di adulti che non hanno avuto rapporti diretti e continuativi con i bambini di cui riferiscono, autobiografie e ricordi d’infanzia scritti da una autore non-più-bambino circa la propria prima età e fotografie e documentari cinematografici e televisivi scattati e girati in presenza del bambino ma al di fuori dei suoi intenti e dei suoi desideri.

Secondo un metodo che resiste nei secoli e che dalla scuola greca passa a quella romana, il bambino antico apprende l’alfabeto perché la sua manina viene guidata nel tracciare le lettere sulla tavoletta di cera oppure perché con lo stilo rintraccia le lettere incise sulla tavoletta. In ogni caso lo scolaro si esercita con le singole lettere. Le testimonianze pompeiane di alfabeti disegnati sui muri delle case ad altezza di bambino attestano questa voglia del bimbo di tracciare segni dell’alfabeto anche in posizione differente da quella scolastica.

Nel Quattrocento, Carlo Sforza scrive al padre una breve lettera che, con tutta probabilità, non è di mano del ragazzo, ma viene dettata a uno scrivano. In essa, dice che frequenta diligentemente la scuola, che è ancora inesperto nella caccia al falcone e che ha del tempo libero. Nell’Archivio di Stato milanese, dove questa lettera è conservata, esistono altri brevi scritti dei piccoli Sforza, testimonianze di una quotidianità disciplinata e contrassegnata dal confidente rispetto nei confronti del padre.

La bimba che esibisce soddisfatta e divertita il suo disegno di un omino è ritratta dal pittore Giovan Francesco Caroto. Il pupazzetto che la piccola autrice mostra agli spettatori che stanno nel quadro e al di fuori di esso, documenta l’evoluzione del disegno a seconda delle età dei piccoli autori e invita a ipotizzare un itinerario di maturazione grafica della figura umana in età infantile.

Luigi XIII di Francia diventa re a 9 anni ed esercita la sua grafia in alcune lettere che invia a familiari e personaggi della sua corte. Luigi di Francia è formato soprattutto alla dignità regale, che deve rendere evidente in ogni suo atto, anche nelle lettere che destina alla governante e a una delle sue sorelle. Il bambino racconta delle sue giornate alla caccia ed esprime il suo affetto per il piccolo gruppo di fratelli, sorelle e fratellastri con cui viveva prima di esser consacrato sovrano. La mano di un adulto indica la data e il luogo da cui la lettera è stata mandata.

Morto a 10 anni, lontano dai genitori e dalla sorella, il figlio di Luigi XVI di Francia fece probabilmente le sue prime esperienze di alfabetizzazione sotto la guida della madre. Dal grafismo si nota come il bambino si esercita nella riproduzione di un testo modello che riguarda la saggezza morale ed è relativo alla felicità della vita.

Versi che accompagnano giochi si tratta di un esempio di permanenza lungo i secoli di motivi nelle cantilene e filastrocche che i bambini pronunciano durante i loro giochi.

Il disegno di una piccola principessa è tratto da un libro composto da Marie Bonaparte tra i 7 anni e mezzo e i 10 anni di età. Il libro contiene esercizi di tedesco e testi e disegni che l’autrice riteneva privi di valore psicoanalitico. Esso contiene però disegni e didascalie che completano la conoscenza della vita di una bimba nell’età della latenza e ne esprimono la grande ricchezza.

Tratto da uno dei più celebri casi clinici di Sigmund Freud, il dialogo tra il piccolo Hans, che a 4 anni ha cominciato a soffrire di una fobia nei confronti degli animali, e il suo papà, che lo cura sotto la guida di Freud. Il bimbo verbalizza alcuni dei suoi disagi, intreccia con il padre un complesso gioco di risposte e di domande, le arricchisce di fantasie rivelatrici dei suoi sentimenti nei confronti di genitori e della sorellina e offrendo a Freud elementi clinici per meglio definire aspetti teorici e tecnici della psicoanalisi, per un chiarimento della vita psichica dei bambini e per un esame critico degli obiettivi perseguiti dai sistemi d’educazione.

Le conoscenze relative al corpo, ai fatti sessuali e all’inizio sconvolgente di nuove forme di vita fisica sono segreti che le bambine si comunicano fuori dall’ascolto degli adulti e non deve trapelare traccia ai genitori e agli insegnanti. Hermione von Hug Hellmuth raccoglie lettere infantili e le pubblica sotto nomi fittizi in un suo articolo sulla rivista psicoanalitica Imago. Nelle letterine di maschietti e bambine, l’autrice sottolinea e commenta le curiosità sessuali, i tentativi di spiegazione dei fatti connessi alla riproduzione, i vissuti, le esperienze dei sentimenti e le idee morali, cercando di definire un ritratto della psiche infantile.

Françoise Dolto scrive molto della propria infanzia seguendo il filo della memoria e avvalendosi del ricco corredo di suoi testi e immagini che la madre aveva conservato e consegnato alle soglie della maturità. Sia nella corrispondenza infantile che nelle pagine che scriverà da adulta, ricorrono i motivi tipici di un modello educativo della borghesia francese prima della Grande Guerra: l’esser stata cattiva e l’obbligo di dire se si è state obbedienti oppure trasgressiva.

Psicologi dell’età evolutiva e soprattutto studiosi del linguaggio della prima infanzia hanno teorizzato fasi e caratteristiche di tale sviluppo sulla base di osservazioni condotte sui loro stessi figli, come nel caso degli studi condotti dai coniugi Stern sui loro figli Hilda e Guenther.

Fra i più atroci episodi nella storia dei campi di concentramento c’è quello di Terezín, dove, di 15.000 bambini, solo un centinaio scampò alla morte. I bambini al di sotto dei 14 anni erano ospitati nelle case dell’infanzia, dove abusivamente maestri e maestre facevano loro scuola, educandoli a forme di espressione poetica e grafica. I disegni e le poesie recuperati dopo la guerra documentano il senso di morte che anima l’esistenza di questi bambini, che gli danno espressione verbale e grafica, quasi intendessero esorcizzare in tal modo una fine che sapevano ineludibile e imminente.

Negli anni Sessanta, la pedagogista Borruso si propone di perlustrare i discorsi infantili, raccolti in condizione di produzione spontanea e di studiare la struttura e le origini dei loro racconti. L’ambiente è quello siciliano e i soggetti sono bambini di scuola elementare. La matrice fiabesca è abbastanza uniforme, dove i temi sociali, morali e religiosi ricorrono in modo omogeneo, ed è dominante il ricorso all’osceno, il richiamo alla sessualità nei bambini più grandi e l’uso di termini scatologici nei racconti di quelli fra i 6 e gli 8 anni.

Una classe di scuola elementare che il maestro Mario Lodi accompagna e guida lungo il suo percorso di alfabetizzazione si fa progressivamente gruppo e libera la propria espressione in uno scambio di parole, disegni e pensieri in un clima pedagogico dove si rifiuta la cultura consumistica. Le produzioni verbali degli scolari vengono trascritte e contengono temi forti come i fenomeni della natura e i problemi di giustizia e di storia sociale che bambini declinano secondo i propri vissuti e la propria vicenda esistenziale.

Nei luoghi ormai deserti del sud della Francia, i bambini e gli adolescenti psicotici che vivono nel gruppo organizzano il loro esistere. Passi, gesti, sguardi e soste sostituiscono le parole. Pagine e mappe si rivelano capaci di tradurre per noi, figli di un mondo del discorso e della scrittura, l'essere preverbale e intenso di significati.

Enrico ha 2 anni e 7 mesi e frequenta un asilo nido comunale a Pistoia. È costume che i bambini della sezione disegnino e, assieme all'educatrice, parlino di quello che tracciano con i pennarelli. Il quadro Il lupo mannaro e il micio di Enrico si rivela una rappresentazione drammatica, dove i disegni che ai nostri occhi appaiono insignificanti e attraenti solo per gli accostamenti cromatici e la ricchezza e varietà degli scarabocchi, assumono senso, si fanno personaggi di origine fiabesca e rivelano paure e tenerezze del bimbo.

Un desiderio legittimo e impossibile è quello di andare dietro il velo dell'amnesia, cogliere l'infanzia in sé e riappropriarsi della propria infanzia. Lo psicoanalista tedesco Moser si cimenta in un'impresa del genere e riedifica i propri primissimi tempi di vita, partendo dal punto di vista del disagio di un sé adulto che cerca sollievo alla propria angoscia con l'ascolto reso acuto e sensibile dall’esperienza psicoanalitica. Moser ricostruisce e rende attuali una serie di vissuti del periodo in cui, assai piccino, era stato affidato a una giovanissima zia e aveva messo in pausa i suoi rapporti drammatici con le figure parentali, centrali nel suo racconto autobiografico.

Capitolo 2: Chi è il bambino?

A partire dall’età classica, una serie di termini indicano il bambino nelle culture del Vecchio Continente: pais, puer (entrambi vanno ricondotti a “piccolo”), infante (che va ricondotto al “non parlare”) e bambino (che è un diminutivo di “bambo” che, in volgare, voleva dire “bambino” e “sciocco”). Questi vocaboli vanno ricondotti a una famiglia di termini indicanti la nozione di “minore” che, nell’esprimere il non-adulto ne evidenziano lacune e deficienze. Queste parole evidenziano la dipendenza del figlio dell’uomo da figure forti della collettività come i genitori, che sono intelligenti e capaci di generare.

Anche altri segni mostrano la non autonomia dell’idea di bambino, come la sua frequente assimilazione al regno animale e a figure umili della società. Nella storia, bimbi perfetti perché bene educati si alternano a bimbi cattivi, gelosi, bugiardi o ingordi. I bambini vengono osservati nel loro acquisire una forma mentale adulta e nel loro maturarsi secondo ritmi complessi mantenendo peculiarità definibili già nei primissimi tempi di vita. Da ciò capiamo che esistono molti modi di denotare l’infanzia, anche dal punto di vista letterale.

Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi è un libro per bambini che viene letto anche da grandi, è un testo pedagogico che però esalta furberia e comportamenti cattivi, racconta una favola che narra delle metamorfosi che producono la natura infantile ed è una sorta di Bildungsroman che tocca tutte le prossimità che l’infanzia incontra nella vicenda delle sue definizioni e, nel finale, fa la cronaca puntuale e ironica, del diventar bambino umano. Anche Pinocchio è una proposta per capire che cos’è il bambino.

La figura del bambino fuori dal tempo e che è tanto astuto, saggio e abile da identificarsi con una persona molto matura, ricorre nella letteratura greca, latina e medievale. Ermes è il puer senex più noto e meglio descritto. Ermes è un bambino appena nato che già si comporta come un vecchio, ma torna indietro nel tempo per riprendere forma e mente di un bambino piccolissimo. Tra i due estremi del senex e del neonato, c’è l’essere divino: un piccolo dio scappa, ruba, dice bugie, suona e parla.

Nella cultura dell’età classica c’è un’idea di infanzia come stato non compiuto, tanto imperfetto da essere assimilabile alla natura animale. È questa la concezione che Aristotele esprime per il non-adulto, che descrive come soggetto virtuale di una compiutezza fisica e sociale che raggiungerà nell’età matura. Assimilato all’animale, alla donna, allo schiavo e al cattivo, il bambino aristotelico è un essere imperfetto che si avvia a realizzarsi.

Nella dimensione della memoria autobiografica e di una fede che è soprattutto dramma personale, sant’Agostino racconta e tenta di definire l’infanzia un tempo che egli cerca di ritrovare nel proprio ricordo, nei racconti degli adulti che l’hanno convissuta e nelle osservazioni di coloro che la guardano.

In grembo a una Madre solenne, tra figure di santi e angeli adulti e con un’espressione consapevole della propria divinità, il Figlio di Dio ridiventa bambino per il pittore e per coloro che guardano il quadro. Il Bambino sacro esprime un messaggio di eccezionalità, di distanza dalle cose umane, dalle debolezze dei bimbi mortali e dalle loro imperfezioni fisiche e morali. Il Bambino santo di Cimabue è un essere sacro e trascendente che dell'infanzia ha solo le ridotte dimensioni corporee. Per il resto ripete l'idea di un infante che è fuori dal tempo.

Il Bambino santo di Cimabue è significativo di un sentimento ancora assai imperfetto dell’infanzia, proprio di una società e di una cultura che non distingue ancora pienamente le prime età della vita. Il Bambino santo di Cimabue visto nella sua eccezionalità di Figlio di Dio e non rappresentativo di bambini terreni.

Nei testi, il bambino del Quattrocento italiano assume una definitezza e una positività che se da un lato lo ricollegano alla cultura classica, dall'altro mostrano quanto nei figli e nei non-adulti la famiglia e la società venissero investendo in termini etici ed economici. Vengono dedicati testi o capitoli interi alla descrizione del...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher likelikelike di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Ulivieri Simonetta.
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