1)-TRA TUTELA E CURA. L’ASSISTENZA ALLA PRIMA INFANZIA DAGLI
ASILI DI CARITà ALLA LEGGE N.285 DEL 1997
1) Dalla Custodia Al Diritto All’Educazione Nella Prima Infanzia
Per nido d’infanzia vogliamo intendere un luogo che metta al centro i bisogni di crescita e di
sviluppo dei bambini e delle bambine nella prima età della vita. La finalità di queste istituzioni
serve a venire incontro alle difficoltà e ai problemi connessi al lavoro femminile e risponde ai
bisogni economici e sociali delle famiglie derivanti dai ritmi imposti dal sistema produttivo e
lavorativo alla vita delle persone, un’istituzione educativa che svolge il fondamentale compito
di gettare basi importanti nella crescita dei bambini sul piano delle relazioni affettive, dello
sviluppo cognitivo e linguistico, della socializzazione e dell’autonomia.
Le principali tappe del processo storico e socio-culturale che nel nostro paese ha posto le basi
per l’istituzione degli asili nido:
- La storia dell’assistenza all’infanzia zero-sei anni è composta di quattro periodi:
1) il prima va dalla metà del secolo 19° fino alla istituzione dell’ ONMI ed è caratterizzato da
forme di assistenza sporadiche, non sistematiche né istituzionali di matrice laica ma più spesso
religiosa, ispirate a logiche di custodia temporanea dei figli di madri lavoratrici appartenenti
agli strati più umili del popolo e a far fronte al fenomeno del pauperismo in crescita a causa
dello stentato decollo del processo d’industrializzazione del sistema produttivo soprattutto in
alcune aree delle regioni del nord e del centro.
2)il secondo periodo è quello che prende avvio nel 1925 con l’istituzione dell’onmi, che
rappresenta la prima forma di assistenza pubblica all’infanzia nella fascia zero-sei anni e che
costituisce parte integrante delle politiche che il regime fascista appronta allo scopo di dare
sostegno alla maternità per conseguire l’auspicato incremento demografico: in questa lunga
fase storica, gli asilo nido ONMI mantengono un carattere assolutamente assistenziale e come
vederemo restano ancora del tutto estranei alla dimensione educativa del servizio.
3) il periodo si apre agli inizi degli anni 70 con le lotte dei movimenti neofemministi per il
riconoscimento di pari opportunità in materia di lavoro e per la tutela sociale della maternità,
battaglie che portano tra le molte conquiste sociali conseguite in quell’intenso periodo, alla
LEGGE n°1044 del 6 dicembre 1971: è questo l’atto ufficiale di nascita degli asili nido
comunali, riconosciuti dal legislatore come servizio sociale di interesse pubblico, con il quale si
inaugura una stagione di grandi fermenti, di innovazione e sperimentazione a livello locale pur
tra molte inadeguatezze e contraddizioni che restano in quel momento ancora irrisolte.
4) il quarto periodo è quello attuale e anche in questo caso è possibile fare riferimento a un
momento preciso che ne segnala l’inizio: la promulgazione della legge n°285 del 28 agosto
1997, che recepisce il dettato nella CONVENZIONE INTERNAZIONALE SUI DIRITTI DELL’INFANZIA
del 1989 ratificata nel 1991 dal nostro paese. Sono i principi enunciati nella convenzione a
spingere verso il cambiamento di concezione del nido d’infanzia che non sia puramente
filosofico e retorico bensì concretamente pedagogico e in un senso più generale, culturale.
La legge n.285 dà una prima attuazione a tali principi: l’educazione prescolare, compresa la
fascia della primissima infanzia, diventa diritto fondamentale di ogni bambino e bambina è
fondamentale la centralità del soggetto che è portatore di diritti specifici e fondamentali, il nido
d’infanzia esiste non come luogo di custodia, assistenza, tutela o semplice protezione, ma
come servizio educativo per corrispondere a un bisogno di riconoscimento che si declina come
diritto del bambino e come dovere dell’adulto e della società di cui il bambino è giovanissimo
membro.
2)-L’ASSISTENZA ALLA PRIMAINFANZIA IN ITALIA DALLE ORIGINI
ALL’ISTITUZIONE DELL’ONMI
In Italia i presupposti storici più remoti dell’assistenza alla prima infanzia si incontrano intorno
alla metà del 19° secolo. In questa fase le prime istituzioni assistenziali hanno una formazione
religiosa quanto di carattere laico. Le fonti attestano intorno agli anni 30 la prima comparsa nel
nostro paese del termine “asilo” con riferimento alla fascia d’età 3-6 anni: nel 1828 è l’abate
Ferrante Aporti a aprire a Cremona il primo asilo nido di carità per l’infanzia, con l’intento di
alleviare le difficili condizioni di vita dei figli del popolo e provvedere alla loro educazione
morale e sociale.
In coincidenza con il primo stentato decollo industriale delle regioni settentrionali si ha notizia
dell’apertura di vari “presepi” organizzati da alcuni proprietari-filantropi illuminati, il primi si
cominciarono a scorgere a Torino e Pavia. L’origine del termine “presepio” per certi versi viene
avvicinato agli asili aziendali che si svilupparono nel secolo successivo con il diritto riferimento
al racconto di Gesù, l’espressione infatti corrisponde al termine francese CRECHéS
( mangiatoia).
In generale i presepi ottocenteschi sorgono per iniziativa privata e filantropica, essendo
finanziati esclusivamente attraverso donazioni. L’unica finalità di questo tipo di servizio
assistenziale è quella di creare un luogo all’interno dello stabilimento che faciliti l’allattamento
e l’allevamento dei figli alle madri “oneste” e povere impegnate in lavori extradomestici.
All’interno dei presepi venivano divisi in due sezioni che ospitavano i lattanti e i bambini
divezzi. L’orario di accoglienza dei bambini coincide con quelle del lavoro giornaliero delle
madri, si portavano la mattina e si recuperavano la sera. Il costo del servizio è piuttosto
contenuto anche se per molte era alto. Le ragioni economiche rappresenta la prima causa di
irregolarità nella richiesta all’assistenza da parte delle madri. Nonostante questo limite i
presepi svolgono una funzione sociale di sostegno alle famiglie più povere e incidono in
maniera sensibile sulla diminuzione dei tassi di mortalità infantile e di rifiuto della maternità nei
contesti locali dove le madri possono servirsi.
Possiamo ritenere che questo tipo di servizio abbia anche il merito di incidere sulla tutela della
salute delle madri e dei bambini, svolgevano una fase storica della prevenzione delle malattie,
cure igieniche, questioni che interessarono anche le autorità governative, locali e nazionali. Le
prime politiche pubbliche in relazione all’assistenza e all’educazione della prima infanzia
saranno realizzate soltanto diversi decenni più tardi. La prima e più avanzata esperienza
assistenziale all’infanzia abbandonata rimane quella milanese che vide la luce nel 1850 per
iniziativa di alcune famiglie e di studiosi.
A partire dagli anni 50 i presepi raggiungono una relativa diffusione in particolare nell’italia
settentrionale. Tra gli anni 50 e 70 è attestata la presenza di presepi a Venezia,
Torino,Firenze,Roma,Como,Genova,Cremona e Bergamo.
Nel 1885 sono censiti 21 presepi in Italia, 25 nel 1898 e 39 nel 1907.
Nel 1910 fu approvata dal parlamento la “cassa nazionale per la maternità e l’infanzia” questo
però era spinto più dalla preoccupazione di salvaguardare la pace sociale e della produttività
nazionale invece di dare voce ai diritti fondamentali della propria popolazione.
3) L’assistenza alla prima infanzia dalla creazione dell’ONMI agli anni
’70
L’evoluzione dei servizi assistenziali per la prima infanzia è assai lenta perché segue di pari
passo il ritmo delle trasformazioni sociali che mutano le forme di vita e dagli anni ‘50del 19°
secolo fino ai primi due decenni del 900 le condizioni economiche, le occupazioni, la struttura
dei rapporti familiari cambiano molto poco per la maggior parte della popolazione italiana. La
povertà e la precarietà restano le coordinate primarie attraverso le quali individui e nuclei
familiari calibrano le proprie esistenze; il panorama è quello di una società ancora
prevalentemente rurale, dove il passaggio a una realtà di tipo industriale stenta a realizzarsi se
non in forme locali o tutt’al più regionali; a livello familiare, regge ancora il modello della
famiglia tradizionale, rigidamente patriarcale che struttura i ruoli dei coniugi sulla base
dell’appartenenza di genere, rendendo di fatto arduo, ma non impossibile, il lavoro
extradomestico per la maggior parte delle donne.
Nel 1925 la creazione dell’ONMI, “opera nazionale per la protezione della maternità e
dell’infanzia”, si inserisce ne quadro ampio di interventi legislativi e istituzionali volti ad
affrontare la piaga della mortalità infantile, fino ad allora delegata alle “congregazioni di
carità”. L’Opera nasce pertanto con la missione di contrastare tale fenomeno provvedendo
all’assistenza delle gestanti e delle madri bisognose e abbandonate, fornendo assistenza ai
bambini tra gli zero e i sei anni provenienti da famiglie povere, provvedendo a quelli
fisicamente o psichicamente “anormali” e a quelli moralmente “traviati”.
L’intervento istituzionale è chiaramente rivolto alla concretizzazione dell’obiettivo primario del
regime fascista sul piano sociale: bloccare qualsiasi germe di rinnovamento presente nel
tessuto sociale italiano e architettare uan società rigidamente ingessata attorno al pilastro della
difesa della famiglia tradizionale.
L’ONMI nasce originariamente con compiti di assistenza e custodia dei minori abbandonati e
viene pensato come un istituto di beneficenza pubblica statale. La cornice ideologica e politica
che da senso a tale intervento è quella della cosiddetta “battaglia demografica”: il regime
persegue il proprio disegno politico di incremento delle nascite e dell’abbattimento della
mortalità infantile in questa ottica interviene a tutela della maternità, affiancando alla famiglia
un’istituzione pubblica che la supporta e nei casi di necessità sostituisce.
Gli asili nido ONMI le cosiddette “case della madre e del fanciullo” mantengono dunque una
caratteristica spiccatamente assistenziale e igienico-sanitaria; la dimensione educativa è del
tutto ignorata; ancora una volta, destinati dell’assistenza non sono tutti i bambini nella fascia
zero-sei, ma solo i figli appartenenti alle famiglia degli strati sociali più bisognosi, per i quali lo
stato si limita a fornire alloggio e custodia.
All’ art. 4 del Regio Decreto n. 2316 del 16 dicembre 1934, testo unico che riordina le leggi
precedenti riguardanti la protezione della maternità e dell’infanzia , l’obiettivo principale
dell’ONMI presentano una struttura rigida, che resta sostanzialmente invariata per tutto il
periodo della loro esistenza, ossia 1975 quando la legge n. 698 giunge a decrementarne il
definitivo scioglimento trasferendo alle regioni le funzioni amministrative, i poteri di vigilanza e
di controllo e le funzioni di programmazione e d’indirizzo relative alle istituzioni pubbliche e
private per l’assistenza ee protezione della maternità e dell’infanzia. L’Opera non dispone di
strutture proprie almeno nella prima fase della sua vita e utilizza edifici e locali preesistenti.
In termine generali il modello tipico prevede strutture separate per le madri e per i bambini con
l’asilo nido vero e proprio suddiviso in due sezioni, quella dei lattanti e quella dei divezzi. Ai
genitori non era consentito l’accesso alle sezioni che ospitano i bambini e anche per altri
aspetti il regolamento e assai rigido e tale da conformare il nido come un luogo chiuso e
inaccessibile, piu simile ad una istituzione totale piuttosto che a una struttura con finalità
educative o di accoglienza. Se lo scopo fondamentale dell’Opera era stato quello di contrastare
il problema della mortalità infantile i dati ci testimoniano il reale fallimento di tale disegno e
delle politiche demografiche complessive del regime. I nidi ONMI resteranno a lungo attivi
anche dopo la fine dolorosa e squallida parentesi storica del fascismo italiano e potranno
essere messi in questione soltanto quando e nella misura in cui le trasformazioni profonde del
paese cominceranno a influire in maniera decisiva anche sulla concezione dei servizi per la
prima età. Saremo ormai nel pieno degli anni 70.
4) Gli anni 70, il movimento delle donne e la legge n. 1044
Ricapitolando quando detto in maniera molto sintetica finora, possiamo definire la prima
stagione di questo percorso storico come quella dell’assistenza filantropica alla prima età,
mentre nella seconda abbiamo visto lo stato assumere, pur con i limiti oggettivi e le chiusure
ideologiche che abbiamo evidenziato, la responsabilità dell’intervento assistenziale in chiave di
tutela della maternità e dell’infanzia. Il filo conduttore che lega assieme queste due fasi
storiche resta quello di un ottica che privilegia l’azione assistenziale e di custodia temporanea,
mancando di scorgere la possibile rilevanza educativa del nido. Il cambiamento di visione potrà
realizzarsi concretamente solo quando il miracolo economico degli anni 50 e 60 avrà introdotto
elementi di dinamismo all’interno di una struttura sociale fino a quel momento bloccata in un
rigido schema di classe, arrivando anche a scuotere i modelli familiari imperniati sulla cultura
tradizionale e patriarcale.
Sono gli anni in cui i movimenti delle donne si interrogano sulla condizione di esclusione
femminile dalla scena pubblica. Alle spalle delle lotte femministe per il riconoscimento delle
pari opportunità sul lavoro e della maternità come valore sociale del quale non siano solo le
donne chiamate a farsi carico si situano i primi movimenti di rivendicazione sindacale degli
anni 50 che si battono per migliorare le condizioni di lavoro all’interno delle fabbriche e delle
aziende. Uno dei risultati piu significativi era stato ottenuto attraverso la conquista della legge
n.860 del 1950, che tra l’altro aveva istituito le “camere di allattamento” presso le imprese.
Viene cosi istituzionalizzato un servizio all’interno delle fabbriche in risposta alle esigenze delle
donne lavoratrici impiegate nelle attività produttive aziendali. Nel contesto di quegli anni si
trattava evidentemente di un importante conquista di diritti, che però riguarda soltanto una
categoria ristretta di donne e in verità la legge potrà determinare effetti soltanto nelle regioni
del nord dove maggiormente si concentra la manodopera operaia e aziendale femminile.
Ne restano escluse tutte le donne che lavorano e quelle impiegate in altri settori produttivi,
come l’agricoltura, il commercio e l’artigianato. Altra lacuna assai rilevante della legge n.860 è
la mancanza di sanzioni per quei datori di lavoro che non dovessero rispettare i diritti delle
lavoratrici previsti dalla legge, in questo modo il testo presta inevitabilmente il fianco non solo
a interpretazioni strumentali delle norme introdotte ma anche delle limitazioni e a aperte
violazioni di esse.
La legge n.860 vieta il licenziamento della madre fino al compimento del primo anno di età del
bambino (art.3)
pone il divieto di svolgere lavori pesanti dal momento della presentazione del certificato di
gravidanza fino a tre mesi dopo il parto, che diventano sette nel caso in cui la madre allatti il
proprio figlio (art.4)
fissa un periodo di assenza obbligatoria dal lavoro per gravidanza (art.5)
riconosce il diritto a un’indennità giornaliera pari all’80% della retribuzione per tutto il periodo
di assenza obbligatoria dal lavoro stabilito dalla legge (art.17)
la legge istituisce le “camere di allattamento” obbligando il datore di lavoro a istituire nei locali
di lavoro spazi adeguati per tutti i figli delle dipendenti quando queste siano almeno trenta,
coniugate e di età inferiore ai 50 anni (art.11)
La camera di allattamento consiste perlopiù in una stanza destinata alla custodia dei lattanti
tra i due mesi e l’anno di età; le madri vi si recano due volte al giorno in orario di lavoro per
allattare i propri figli. In alternativa il datore di lavoro può istituire un asilo nido nelle adiacenze
dei locali di lavoro per l’allevamento e custodia dei bambini di età inferiore ai 3 anni. Gli asilo
nido devono comprendere anche la sezione dei lattanti e in più hanno l’obbligo di provvedere
alla custodia e all’alimentazione dei bambini svezzati.
Con la legge n.860 è passato un concetto nuovo, secondo il quale lo stato non si occupa
dell’infanzia per fare beneficenza alle madri povere bensì per concretizzare il diritto al lavoro
extradomestico delle donne.
Sul piano pedagogico una carenza decisiva è costituita dalla scarsa attenzione alla formazione
del personale e sostanzialmente resta valida la preparazione prevista per la qualificazione
professionale del personale degli asili nido ONMI. L’indirizzo è insomma ancora decisamente
assistenziale che tende a curvare i diritti delle madri lavoratrici intorno agli interessi della
produzione di fabbrica e che contribuisce a rendere queste realtà ancora rispondenti a “input di
natura extrapedagogica”.
Con la legge 1044 del 6 dicembre 1971, lo stato si fa primariamente carico dell’impegno
educativo nei confronti della prima età adottando misure medio e lungo temine in direzione
della costruzione di un sistema di servizi educativi per l’infanzia destinati a ridisegnare i
rapporti tra famiglia e società, il piano quinquennale stabilito dalla legge prevede la creazione
di 3.800 asili nido su tutto il territorio nazionale en
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