Lo strappo e la tela
Introduzione
Da dove sono venuto?
La famiglia: da culla a palcoscenico del dramma adolescenziale
Quanto è importante per un adolescente sapere da dove proviene, avere qualcuno che gli narri la propria storia, avere delle certezze sulle proprie origini, in un’epoca della vita in cui la perdita dei riferimenti interni/esterni scuote il senso dell’esistenza? Si nasce e si cresce all'interno di un contesto che forgerà le basi della propria esistenza.
La famiglia, scrive Crocetti (1997), è la culla che accoglie il feto ancora prima che esso nasca, il feto viene collocato all'interno di una costellazione di attese, fantasie, speranze, desideri. Il bambino immaginario è proprio il bambino che viene fantasticato e desiderato; il bambino immaginario dovrà però incontrarsi con il bambino reale e l'incontro tra bambino immaginario e bambino reale decreta sostanzialmente il destino del bambino stesso. Crocetti afferma: “Nel tempo del desiderio occorre fare i conti anche con la delusione che può scaturire dall’incontro del bimbo reale...”
Le delusioni attivano sentimenti di rabbia che finiscono sul bambino nelle forme del maltrattamento o dell'abuso. Ogni risposta della coppia-madre ai comportamenti del bambino ha insita in sé elementi inconsci che ne orientano lo sviluppo sostenendo alcuni precursori delle funzioni dell'Io e frustandone altri.
Un ambiente culla buono sarà capace di mantenere e incrementare nel bambino la sua coesione senza andare in frantumi, la sua luce senza spegnersi, il suo movimento vitale verso lo sviluppo senza arrestarsi. (Pellizzari, 2005)
Il bambino assimilerà il clima di coppia arrivando alle soglie della pubertà più o meno attrezzato per affrontare la caduta degli dei, ovvero l'emancipazione delle figure genitoriali.
Durante l'infanzia la famiglia ha dunque il compito di dare al bambino un contesto protettivo che garantisca autonomia e dipendenza, che permetta la separazione e i movimenti di esplorazione del mondo, ma che possa anche essere vissuto come un porto sicuro a cui far ritorno, a differenza del periodo dell'adolescenza dove la famiglia è chiamata a contenere e a favorire il cambiamento del figlio, tollerando le tensioni e i drammi che questo processo evolutivo comporta.
L'adolescente necessita di un palcoscenico capace di contenere:
- Il dramma della sua esperienza di soggetto in statu nascendi
- Un luogo che non sia fondato come il setting infantile
Nell'infanzia, i genitori a somiglianza dei sovrani erano le autorità mai veramente messe in discussione. Nell'adolescenza, questo setting si rompe. L'adolescente si trova davanti al compito di ricostruzione di se stesso e di abbandonare quel mondo infantile. Egli nell'adolescenza diventa, senza averlo scelto, il protagonista di una tragedia: il dramma adolescenziale consiste nella perdita di una centralità perché non è più l'unico eroe e dovrà condividere il palcoscenico con altre persone di rilievo, perdendo i privilegi dell'infanzia che lo vedevano unico e indiscusso al centro della scena.
Il palcoscenico familiare diventa il luogo della drammatizzazione di conflitti, tensioni, pianti e riconciliazioni, momenti di depressione e isolamento, iperattivismo. In questo palcoscenico, se la famiglia assume in sé questa funzione teatrale, rinuncia allo scontro ma dà espressione e accoglie la dolorosa perturbazione dell'adolescenza; mentre quando la famiglia abdica al proprio ruolo condanna l’adolescenza e lo sospende in un vuoto che rischia di essere colmato dalla conflittualità lasciandolo solo a vivere il suo dramma.
Il corpo: si apre il sipario
L’adolescenza è un periodo della vita in cui avvengono cambiamenti fisiologici e psichici di grande impatto sui giovani; egli si muove incerto alla ricerca della propria identità, alle prese con un corpo che è familiare ed estraneo allo stesso tempo, è oggetto di cambiamento, è luogo di importanti trasformazioni puberali. Il periodo adolescenziale è un processo pieno di sofferenza; abbandonare le sicurezze dell’infanzia costringe il giovane ad una fase di impasse caratterizzata dall’incertezza e dalla confusione. Il corpo cambia così come i desideri e le pulsioni così come il mondo circostante e le richieste/attese. La pubertà mette il corpo al centro dei riflettori. Il corpo è luogo della continuità in cui si incontrano e si intrecciano passato, presente e futuro, è il luogo dell’origine della vita ma anche il luogo in cui si rinasce in adolescenza. L’adolescente è in balia dei frequenti sbalzi ormonali a cui è soggetto l’individuo. È dunque facilmente immaginabile il dramma di un adolescente racchiuso dentro a un corpo disabile, malato o gravemente danneggiato; in questi casi non si ha a che fare con una condizione transitoria, bensì permanente che ostacola l’individuo nei movimenti necessari alla crescita.
Eroi di storie “diverse”
Malattia, adozione, handicap sono esperienze soprattutto in età evolutiva che non aiutano ad individuarsi ed integrarsi. Sono situazioni che rompono la continuità della propria esistenza.
- Sara è una 13enne di origine russa, adottata all’età di 9 anni con alle spalle esperienze di istituzionalizzazione, maltrattamenti perdite e rifiuti. La sua è una storia costellata di vuoti, assenze, bisogni, dove la paura e la rabbia hanno lasciato profonde ferite. L’affidarsi a qualcuno rappresenta per Sara un pericolo troppo grande e in lei sovrasta il fantasma dell’abbandono.
- Lucio è un 16enne affetto da disprassia (La disprassia, dal greco πρᾶσσw = fare, quindi dis-prassia = incapacità di fare, è un disturbo che riguarda la coordinazione e il movimento e che può comportare problemi anche nel linguaggio. In neurologia si definisce come la difficoltà di compiere gesti coordinati e diretti a un determinato fine.) Lucio è cresciuto in un clima oppresso da un’ansia genitoriale riparatrice tesa a recuperare le sue competenze e le sue abilità motorie impedendo così di essere visto nella sua integrità.
- Tracy all’età di 14 anni arriva a vivere in una casa famiglia in Italia con una diagnosi di una grave forma di tubercolosi ossea. Tracy rimarrà in sedia a rotelle per il resto della sua vita. Tracy lascia in Africa la sua famiglia ma sente di appartenere a 2 anime: quella africana che la richiama profondamente alle sue radici e quella italiana che pur avendola arricchita la pesa con il marchio di aver lasciato i suoi familiari in una situazione di sofferenza.
Adozioni e affidamento: la culla perduta
Abbandonare la propria terra, non appartenere più a una famiglia, disperdere le proprie radici… sono esperienze che creano vuoti affettivi enormi che influiscono sull’organizzazione della personalità. (Bowlby, 1988) Si tratta di persone private di quella base sicura che ha il compito di reggere i primi passi nel mondo. Sono persone che spesso propongono un falso di sé per farsi accettare ed è proprio questo lo scopo terapeutico: far incontrare loro con la loro vera identità, riuscire a far raggiungere loro se stessi e accogliere ciò che emergerà da questo incontro per poi dargli dignità e legittimità.
Bowlby ritiene che la più importante caratteristica genitoriale è quella di fornire una base sicura da cui il bambino o adolescente possa partire per affiancarsi nel mondo esterno, a cui possa ritornare sapendo certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato.
L’adozione e l’affidamento spesso vedono come condizione precedente un’esperienza dolorosa come quella dell’abbandono. Il fantasma dell’abbandono in queste persone è qualcosa di sempre attivo che rimane come minaccia costante nella loro vita. Solo una genitorialità adottiva carica di desiderio autentico e di consapevolezza potrà ricomporre dando un senso alla discontinuità creata da questo enorme vuoto delle origini. Un’esperienza di abbandono per essere elaborata necessita di tempo e di nuove preziose presenze. Il genitore adottivo deve essere consapevole che accogliendo un figlio nato da altri fa proprio senza conoscerlo il dolore di una separazione consumata prima del suo arrivo e solo così potrà capire meglio i bisogni, le ansie e i conflitti del bambino.
Spesso invece l’adozione trova espressione nell’incontro tra 2 mancanze da 2 perdite: il bambino ha perduto il legame originario e i genitori adottivi hanno perduto la possibilità procreativa. Il lutto dell’abbandono richiama il lutto legato alla sterilità così che il figlio adottivo finisce per essere il figlio riparatore di un lutto di coppia. Il bambino adottato viene visto nella maggior parte dei casi come una persona senza origini che nasce solo al momento dell’arrivo nella famiglia adottiva ma in realtà non tenere in considerazione le sue origini, i suoi vissuti, la sua famiglia contribuisce a fargli perdere il contatto con una parte di se stesso. Dunque, affinché un individuo possa ristrutturare una propria identità è necessario che gli è concesso di non negare il suo passato e i suoi vissuti affinché riesca a elaborarli e recuperare quella continuità de sé infranta.
Malattia e handicap: Il palcoscenico buio
Crocetti (2006) definisce il trauma come un qualunque evento che riattivando antichi vissuti di perdita, abbandono e rifiuto è in grado di tradursi in un’esperienza di tensione e delusione che attacca e sollecita la personalità del soggetto nel suo insieme.
Crescere disabili o affetti da una malattia invasiva compromette la possibilità di sperimentarsi in quei bisogni e desideri che animano profondamente gli adolescenti. Un corpo disabile o malato espone ulteriormente il rischio di nuove ferite. È come trovarsi su un palcoscenico buio che non concede in realtà nessuna esibizione. In una condizione di disabilità sono negati anche i piaceri e le pulsioni della sessualità rischiando il crearsi di veri vuoti affettivi e relazionali.
Rifiuto, umiliazione e rabbia scuotono profondamente queste persone.
L’adolescente disabile, a differenza dell’adolescente normodotato, si sente tagliato fuori dal diritto alla vita. La patologia e l’handicap tengono l’individuo sospeso nel bisogno, nella frustrazione di un confronto dal quale ne uscirà sempre perdente in un senso di legittimazione dei propri desideri. Egli è portatore di ferite narcisistiche profonde che rischiano in adolescenza di compromettere in modo decisivo il processo di costruzione dell’identità, integrità e autostima. L’handicap allontana gli altri attivando vissuti di abbandono quando invece basterebbe garantire a chi ne è portatore l’opportunità di condividere una comune fragilità di fronte al dolore e alla paura.
L’adolescenza è anche il tempo in cui maggiormente affiora l’angoscia della morte dovuta ai processi di lutto che accompagnano la separazione dai familiari oggetti infantili. La malattia e l’handicap sono condizioni di per sé mortifere.
I casi clinici che seguiranno parlano di viaggi compiuti da giovani psicoterapeuti insieme ai loro pazienti, delle loro reciproche paure, delle loro sconfitte e delle loro vittorie. Raccontano di storie strappate e del tentativo che insieme hanno compiuto per riuscire a ridare loro una narrazione.
Il filo di paglia: alla ricerca della continuità
Daniela Amadori: “Cercherò di focalizzare l’attenzione sugli elementi di continuità, su come possano essere strutturanti nello sviluppo e su come invece la loro assenza possa creare rotture all’esistere dell’individuo, mi soffermerò sul modo in cui ho lavorato con Sara ponendomi come obiettivo quello di costruire con lei e per lei dei “ponti” degli assetti di continuità, di cui non aveva fatto ancora esperienza”.
Il primo contatto
La storia e la realtà che Sara stava vivendo mi fu presentata dai genitori in seguito alla prima telefonata in cui la coppia genitoriale chiedeva aiuto per le difficoltà relazionali incontrate nel rapporto con la figlia adottiva. Sara visse una storia segnata da ripetuti abbandoni. Prima da parte della madre, poi da parte della nonna e i vari cambiamenti di istituti. Quando la incontrai la prima volta avvertii subito il suo disperato bisogno di essere amata e accettata per quello che era. Continuamente le veniva chiesto di essere più educata, più pulita, più responsabile, più matura, ecc. In questa adozione Sara ritrovò un elemento di continuità con la sua storia precedente: il rifiuto e il non essere vista nel suo vero Sé.
La prima telefonata
Mi contattò la madre di Sara lasciando un messaggio nella segreteria telefonica chiedendo un appuntamento ma quando richiamai rispose il marito così mi accorsi subito che quest’ultimo non fosse a conoscenza dell’appuntamento preso dalla moglie: “È mia moglie che si occupa di questo...” Poco scambio comunicativo tra i due coniugi dove la moglie assegnava al marito istruzioni e il marito le eseguiva e questo l’ho notato anche nei primo colloqui dove il marito cercava ripetutamente lo sguardo della moglie accondiscendente. La telefonata continuò con il racconto della storia di Sara: una ragazzina proveniente dall’Ungheria, adottata all’età di 9 anni con un passato da rimuovere, presentò le difficoltà della figlia nel parlare dei propri problemi e a posteriori mi chiesi se il padre parlando di Sara non parlasse in realtà di sé, nelle sue difficoltà ad esprimere i propri bisogni, i propri disagi che sembravano sussistere anche nei confronti della moglie verso la quale provava compiacenza. Forse l’adozione di Sara da lui tanto voluta rappresentava il suo tentativo di ripararsi dalla distruttività della moglie che altrimenti sarebbe stata rivolta verso di lui.
La situazione era confusa: vi era una richiesta di aiuto la cui forma non era chiara. Venni poi chiamata dalla madre e fissammo un appuntamento.
L’incontro con i genitori
Fu la mamma che nel nostro primo incontro, con il suo modo formale, controllato ed emotivamente distaccato, presentò il problema Sara.
Avvertii il rischio di una forma di maltrattamento così come la ipotizza Crocetti, in quanto Sara diveniva all’interno di questa famiglia lo strumento, il mezzo, l'oggetto non tanto goduto ma utilizzato per trarre un vantaggio. Non avvertii una reale preoccupazione per Lei nonostante l’urgenza della richiesta di aiuto; sentii la necessità di risolvere alla svelta la questione, trovare una soluzione, una sorta di riparazione magica che potesse rendere Sara la ragazzina desiderata dalla madre. Sara fu adottata per non deludere le aspettative di un vecchio amico, per ricevere un’approvazione sociale, mantenendo un distanziamento dall’immagine reale di Sara, confondendola e confrontandola con una Sara immaginaria. Ancora una volta Sara non era desiderata, cercata, amata e capita, non vi era per lei uno spazio reale ed autentico nella mente e nei pensieri dei suoi genitori. Non sentii questi genitori capaci di una competenza emotiva ovvero la capacità di rispondere ai bisogni sensoriali/corporei, emotivi e di gioco del bambino era molto difficile entrare nel mondo interno di questa coppia perché questo accesso era impedito da forti difese quali il raziocinio e l’intelletto dove ogni cosa doveva essere logica e razionale. Una famiglia di cervelli. La madre continuava a non capire e lamentava il comportamento di Sara. Avvertii la loro rigidità, la loro razionalità, il fermarsi sul dover fare e sul dover essere. Sara era il contenitore delle proiezioni genitoriali, il luogo in cui si concentravano gli aspetti pulsioni, le trasgressioni, la sessualità, la rabbia.
Sara forse serviva per tenere uniti questi genitori che pare non abbiano vissuto pienamente la loro vita di coppia. Di nuovo il rifiuto si delineò nella vita di Sara.
Ipotesi interpretativa sulla coppia
Analizzando più accuratamente la coppia genitoriale ho ritenuto utile collocarla all’interno di una costellazione di tipo anale in cui sono predominanti aspetti che fanno riferimento al ricatto, alla rigidità ossessiva, all’ordine, alla pulizia, all’efficienza, al controllo, al rifiuto. Questa costellazione si ritrova nelle personalità di tipo ossessivo in cui spesso risulta difficoltosa l’elaborazione delle separazioni perché vissute come perdita di controllo sull’oggetto. I processi logici, cognitivi e del pensiero acquistano per questi genitori notevole importanza. Tale coppia impegnata nel sociale, continuò a prendere in affido, per tempi più o meno prolungati bambini le cui famiglie non potevano permettersi il pagamento di cure o il mantenimento di una vita dignitosa. Queste accoglienze coincisero con l’adolescenza di Sara e così via.
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