La nuova politica
Il panorama partecipativo
Il panorama partecipativo è in profondo mutamento perché c'è disaffezione verso gli attori della politica istituzionale. Si fa allora partecipazione non convenzionale.
Crisi della democrazia o crisi di questa democrazia?
I sistemi democratici sembrano andare verso una costante de-democratizzazione, velocizzata dalla globalizzazione neoliberista. Si restringono gli spazi di azione della democrazia e la politica diventa economia globale deterritorializzata e finanziarizzata.
Secondo Chrouch, siamo in uno scenario post-democratico: anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su poche questioni selezionate dagli stessi gruppi. I cittadini svolgono un ruolo passivo, limitandosi a reagire ai segnali che ricevono. La lotta elettorale è “spettacolare”, ma la politica viene decisa in privato, con l’interazione dei governi eletti e le élite che rappresentano interessi economici. Insomma: non disturbare il manovratore. La partecipazione serve solo a costruire il consenso, non a coinvolgere i cittadini nei processi decisionali.
È in crisi il modello liberal-rappresentativo/socialdemocratico-rappresentativo: un tempo era garante della coesione sociale e redistribuiva la ricchezza in condizione di crescita economica e sviluppo individuale; oggi è preso d’assalto da sfide esterne (il potere oggi è nelle mani di organismi sovranazionali con processi decisionali opachi e non legittimati; il modello neoliberista non sembra poter essere messo in discussione; World Trade Organization e Fondo Monetario Internazionale impongono diktat su governi nazionali; quanto è rispettato il principio di autogoverno democratico? I programmi dei partiti di centrosx e di centrodx quasi si sovrappongono, con conseguente aumento delle disuguaglianze sociali: privatizzazione dei servizi pubblici, smantellamento dello Stato sociale, precarizzazione del lavoro; i partiti nella democrazia liberale sono gli unici pilastri del processo democratico; oggi i partiti sono visti come strumenti a servizio di una casta, il cui fine è l’autoproduzione del potere) e sfide interne alle società nazionali (individualizzazione causata dalla pluralizzazione culturale ed economica; la società diventa sempre più complessa).
Il modello di democrazia fondato geograficamente sullo Stato-nazione e sul principio di rappresentanza è superato. Si va verso la democrazia transnazionale e multilivello. La democrazia è un ideale mai completamente compiuto, un principio verso cui tendere, da affermare non solo politicamente ma in tutte le sfere sociali. Negli anni Sessanta-Settanta al modello liberale di democrazia (basato sull’etilismo competitivo) è stato contrapposto un modello radicale-partecipativo (conflitto, autogoverno) che si sviluppa con la nascita di nuovi movimenti sociali che apportano nuove riflessioni e ideali (femminismo, ecologismo, pacifismo).
I movimenti attivano i cittadini molto più dei partiti e dei sindacati: è la partecipazione non convenzionale. Oggi si va verso la creazione di nuovi modi di partecipazione, verso la democrazia partecipativa così come quella deliberativa (riforma deliberativa delle istituzioni liberali oppure processi sociali tout court). La partecipazione si fa pratica quotidiana e assume una dimensione espressiva e identitaria. Le società di oggi sono società di movimento, in cui la protesta diventa una modalità di azione diffusa. La risposta alla crisi della politica e della democrazia liberale è proprio la partecipazione non convenzionale. La nuova politica si sviluppa fuori i canali istituzionali, e può creare progetti di lungo periodo o può creare movimenti "single issue" o addirittura mobilitazioni "single event".
Viviamo in una società fluida. Il conflitto oggi viene vissuto in maniera individualizzata, fa esplodere una miriade di singolarità desideranti, incapaci di posizionarsi al di fuori delle pratiche di consumo. Sempre più però tendiamo oggi a creare reti sempre più ampie tra militanti e organizzazioni. I militanti sono pluri-appartenenti e hanno identità multiple, quindi è come se ci organizzassimo per target di consumo (teoria della dissonanza cognitiva). La nuova politica abbandona le grandi strutture e le grandi narrazioni ed elabora modelli sociali e politici alternativi - esempio: movimento dei movimenti, che intavola discussioni su temi disparati e unisce tutte le culture politiche e sociali, oltrepassando i confini nazionali e creando una solidarietà transnazionale. Spesso la nuova politica sfocia o viene confusa con l’antipolitica. Le pratiche di partecipazione alternative cambiano dal basso la società. Alla base della nuova politica ci sono antiche radici di partecipazione sociale e politica, rielaborate in forma nuova. A essere in crisi è solo la democrazia liberale-rappresentativa (della globalizzazione neoliberista). C’è un vasto modo di partecipazione politica oltre questa.
Controcultura, subcultura e ricerca della cultura
Controcultura è assumere con coraggio e passione comportanti che sfidano le regole nel tentativo di liberare gli esseri umani da limitazioni oppressive (attraverso agitazioni, conflitti, scandali e di conseguenza storie avvincenti). La controcultura propone una cultura “altra” rispetto a quella occidentale: vuole liberare la città dalla sua dimensione di produzione di capitale attraverso un vivere le strade generando un approccio diretto verso la vita comunitaria, paritaria, orizzontale, cooperativa.
Controcultura è radicale rigetto (soprattutto da parte dei più giovani - hippie) delle istituzioni, dei valori, delle norme, dei principi e delle regole di comportamento (disinteresse verso la produzione industriale, il mercato e il consumismo; liberazione sessuale, migrazione continua). Nietzsche vuole rinunciare alla Storia in favore del Mito. La controcultura è estremamente inclusiva: essendo antiautoritaria, è a disposizione di chiunque.
Le mobilitazioni sono corporative, interessano solo gli addetti ai lavori (e lascia indifferente la maggioranza della popolazione o la parte della popolazione non direttamente chiamata in causa). La controcultura ha sempre unito la propria dimensione negativa ("contro qualcosa di dominante") a quella positiva ("in favore di una alternativa"), e centralizza il potere della cultura.
Siccome la controcultura rifiuta l’approccio scientifico e organizzativo della politica tradizionale (partito, sindacato, associazione), allora è destinata a diventare lentamente subcultura: le nuove norme e i nuovi usi proposti non pretendono di essere validi per tutti, ma solo per chi accetti il micro-patto sociale. La subcultura è inconsapevolmente densa di politicità.
Esiste una cultura “alta” e legittima e un insieme di subculture basse, che in alcuni periodi e contesti vengono represse, tollerate… Appartenere a una subcultura significa essere partecipi di un sottogruppo, e i limiti di movimento nel tempo e nello spazio sono determinati dalla cultura dominante. Secondo la tesi del libro, invece, controculture e subculture rifiutano questo approccio verticistico con la cultura dominante e mettono in discussione “alto” e “basso”, proponendo un approccio orizzontale e disordinato.
Non “sotto” e “sopra”, ma “attraverso”, anzi molteplici “attraversi”: le subculture sono pluri-versi. Nelle società tardo-moderne l’unico possibile ancoraggio fisico è al territorio e alla territorialità, ed è soprattutto qui che si sviluppa la controcultura. L’identità territoriale nel peggiore dei casi sfocia in egoismo e iper-localismo (“Not in my back yard”).
In genere però le proteste ambientali creano reti di solidarietà anche tra diverse controculture (No Tav in Val di Susa e No Ponte dello Stretto di Messina). La nuova politica è multilivello e non considera più appartenenze classiche del passato (come la classe sociale o il gruppo di interesse). La partecipazione è dunque nuova perché usa le esperienze del passato, rielaborandole e innovandole nelle forme organizzative, nei repertori di azioni, nei canali comunicativi.
Oggi viviamo un periodo di protagonismo della società civile. La nuova politica contagia tutti i campi dell’agire sociale, anche quelli tradizionalmente lontani dalla politica (come il consumo, l’arte, lo spettacolo).
Il prospetto del volume
Il panorama partecipativo è in profondo mutamento, al di là della retorica della crisi della partecipazione, così come al di là di una retorica alternativa che celebra la portata del mutamento in atto. Ciò che è sicuro è che essendosi indebolite le tradizionali organizzazioni collettive, la partecipazione si riarruola in una pluralità di pratiche individuali e collettive. Solo l’analisi critica di luoghi, attori e temi della partecipazione ci può far comprendere la natura e le conseguenze del mutamento politico in atto, rilevandone criticità e opportunità.
Che cosa ne è oggi della centralità del lavoro se si indebolisce la capacità di mobilitazione da parte dei lavoratori? Infatti, la frammentazione delle posizioni lavorative ha prodotto una individualizzazione delle strategie di emancipazione. Oggi vi è una massa di lavoratori frammentati e apparentemente incapaci di sviluppare forme di mobilitazione comune (l’economia globalizzata postfordista, a differenza del capitalismo industriale fordista ha in sé meccanismi che ostacolano la costruzione di forme di solidarietà comune).
Si sviluppano quindi mobilitazioni innovative (MayDay; secondo Caruso si crea un Social Movement Unionism - SMU). La crisi economica porta gli imprenditori a delocalizzare, abbandonando l’attività industriale a favore di quella speculativa. Oggi come ieri, poi, avere una scuola e una università realmente democratica in un Paese capitalista continua a essere un esercizio molto complicato (le proteste non hanno mai successo). Hanno successo oggi anche esperimenti e pratiche di economia alternativa propria dei cittadini critici (acquisto solidale, turismo solidale, finanza etica), forme di resistenza contro l’individualismo, capaci di creare rapporti di solidarietà e di cooperazione. Importanti sono le forme di protesta dei lavoratori precari della cultura, dell’arte e dello spettacolo, che prevedono anche l’occupazione di edifici. Il Fascismo del Terzo Millennio si evolve e apporta dall’estrema sinistra alcune pratiche politiche e sociali. Oggi i media digitali sono fondamentali per la partecipazione. Il M5S è un movimento nato alzando la bandiera della rete come strumento di democratizzazione finale della società, ma rivela una serie di contraddizioni irrisolte proprio sulla sua natura democratica. Senza i movimenti, dice Melucci in Altri codici, i sistemi contemporanei smetterebbero di interrogarsi sul senso, chiudendosi nell’ordine asettico delle procedure (e non si produrrebbe socialità).
Il ritorno del rimosso. Conflitti di lavoro nella crisi italiana
Introduzione
La lotta di classe ha innervato la politica moderna dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Settanta del Novecento. Sul concetto di classe si sono strutturate la destra e la sinistra, le politiche di massa e le ideologie moderne. Proprio con l’indebolimento del concetto di classe, queste distinzioni hanno perso forza e visibilità. In ogni caso oggi esiste un conflitto delle classi dominanti contro le classi subordinate (in passato erano le classi subordinate contro le classi dominanti). Le élite sottraggono salario, garanzie e potere alle classi meno abbienti: è la rivincita del capitale sul lavoro.
Tutto comincia con l’imborghesimento operaio degli anni Sessanta/Settanta. Dagli anni Settanta vengono meno i luoghi fondamentali della solidarietà operaia: la grande fabbrica e il quartiere operaio. Negli stessi anni la sinistra socialista europea entra al governo, con la conseguente moderazione programmatica e l’abbandono dell’investimento politico sulla frattura di classe: ecco perché oggi la sfera della rappresentanza è separata dalle rivendicazioni del mondo del lavoro.
La globalizzazione è un altro fattore decisivo della crisi dei movimenti dei lavoratori (meno scioperi, meno adesioni al sindacato, diminuzione dei salari, crescita della precarietà… il tutto per via della “gara al ribasso”, perché cresce la concorrenza tra i lavoratori. Oggi i profitti vengono prima dei diritti dei lavoratori. Questo disorganizza e frammenta la classe operaia.
La forza negoziale del lavoro è ridotta a due tipi di potere secondo Wright: (1) potere strutturale, composto a sua volta da potere di contrattazione legato al mercato (che cresce se il mercato si irrigidisce o se aumentano le competenze dei lavoratori) e potere legato al luogo di lavoro (il settore industriale è fondamentale); (2) potere associativo (formazione di organizzazioni collettive dei lavoratori, sia sindacali sia politiche. La globalizzazione distrugge il potere strutturale, perché mette sul mercato un grande esercito industriale di riserva, perché il postfordismo ha disgregato il processo verticale di produzione, perché le politiche liberiste riducono il welfare. Questi fenomeni ovviamente indeboliscono anche il potere associativo: è più difficile costruire l’azione collettiva dei lavoratori.
Comunque la situazione non è irreversibile se pensiamo che l’immagine della classe operaia “compatta” è stata costruita solo dopo l’affermazione dei sindacati e dei partiti di massa della sinistra. La gara al ribasso prodotta dalla globalizzazione si interromperebbe se si riuscisse quindi a creare una classe operaia mondiale, soggetta a condizioni di lavoro e di vita simili. È proprio la produzione mondiale delle multinazionali a rendere tecnicamente possibile la difesa di interessi comuni tra lavoratori della stessa impresa (“lavoratori di McDonald di tutto il mondo, unitevi!”). Secondo Silver, nella storia del capitalismo industriale, la classe operaia è stata ciclicamente costruita, decostruita e ricostruita. Dunque la crisi dei movimenti del lavoro è solo temporanea e nuovi movimenti si costituiranno in quelli che diventeranno i settori trainanti della produzione globale.
La sindacalizzazione decresce nei Paesi a capitalismo avanzato, e i sindacati mentre fino agli anni Sessanta lavoravano per acquisire nuovi diritti, oggi lavorano per difendere quelli già acquisiti, per limitare i danni. I sindacati attuano tre strategie di sopravvivenza: (1) spostano l’azione sindacale dal conflitto alla cooperazione con l’impresa e le istituzioni; (2) si concentrano sull’offerta di servizi agli iscritti; (3) si crea un modello di Social Movement Unionism (SMU - mirando a una forte mobilitazione della base, e i lavoratori stessi definiscono le politiche del sindacato, con modalità di azione tipici dei movimenti sociali - sindacalismo militante, che è un ritorno al passato, quando i sindacati non erano forti e centrali e dovevano trovare strategie di reclutamento e mobilitazione in un clima di politiche economiche liberali; oggi infatti si deve affrontare il neoliberismo).
L’approccio marxiano crede che lo scontro di classe debba avvenire all’interno del rapporto di produzione. Secondo Polanyi invece il capitalismo non si basa sullo sfruttamento, ma sulla mercificazione (il capitalismo è un movimento di mercificazione che provoca contro-movimenti di resistenza sociale alla mercificazione; secondo Polanyi a differenza di Marx lo sfruttamento del lavoro è solo un momento della mercificazione, mentre per Marx la mercificazione si basa sullo sfruttamento del lavoro cioè sulla necessità capitalistica di estrarre il plusvalore dal lavoro contenendo i salari e allungando i tempi di lavoro. Da Marx a Polanyi il conflitto si sposta dalla produzione al mercato e dalle classi alla società. Oggi quindi secondo Polanyi si devono costruire movimenti sociali inclusivi orientati alla demercificazione e alla democratizzazione della vita sociale.
La crisi e i conflitti di lavoro in Italia
Dopo la recessione del 2008 in Italia si diffonde una forma di protesta contro la chiusura delle attività. Nascono nelle aziende che hanno dichiarato la cessazione o la riduzione dell’attività presidi permanenti e occupazioni del luogo di lavoro. L’obiettivo è richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Il modello di occupazione è quello dell’Innse, azienda metalmeccanica di Milano occupata dopo l’annuncio di chiusura da parte della proprietà. L’occupazione voleva evitare che la proprietà si riappropriasse dei macchinari. Nel 2008 cinque operai salgono su una gru e ci restano fino a quando una nuova proprietà si rende disponibile ad acquistare l’azienda. Diversi casi simili si sono poi successivamente verificati, sulla base del principio della diffusione. Si occupano tetti, luoghi simbolo delle città oppure si boicottano i prodotti dell’azienda. Spesso le azioni sono molto rischiose per i lavoratori.
Il caso Jabil
Jabil è specializzata nella produzione di ponti radio (nel 1964 è proprietà Marelli, da quel momento si sono succedute diverse proprietà). Nel 2007 è acquistata da Nokia Siemens Networks e nello stesso anno riducono di duemila posti in Italia. Dal 2009 comincia la cassa integrazione. Nel 2010 Jabil comunica che è in atto la vendita e che il soggetto che rileverà le azioni al 75% sarà Mercatech. Jabil diventa Competence Italia.
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