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Il rifiuto del lavoro: teoria e pratiche nell'autonomia operaia

Gli anni del “rifiuto del lavoro”

Parlare di rifiuto del lavoro significa parlare di autonomia diffusa, e dunque significa parlare del rapporto dell’autonomia con le esperienze di lotta armata sviluppatesi in Italia, mettendo in ombra il vero centro focale del movimento dell’autonomia: la teoria e la pratica del rifiuto del lavoro. La ricostruzione è stata giudiziaria e non storiografica, dunque parziale. In più, i protagonisti di quei fatti oggi rimuovono dalla loro memoria quegli anni (sono stati sconfitti oltre che politicamente, anche esistenzialmente).

L’autonomia sin dagli anni Settanta è stata associata alla violenza, all’estremismo e alla irrazionalità. Gli autonomi si richiamano ancora oggi quando si riportano episodi di violenza accaduti in cortei o manifestazioni. Il movimento del Settantasette è visto negativamente, di violenza e irrazionalità, contrapposto a un più pacifico, razionale ed equilibrato movimento del Sessantotto. In realtà, c’è un legame indissolubile tra i due movimenti, e il ’77 porta a piena maturazione le pratiche libertarie, anti gerarchiche e autoritarie del ’68.

Comunque, la generazione che dà vita all’autonomia è diversa rispetto a quella sessantottina da cui provengono Potere Operaio e Lotta Continua. Il ’68 però è stato un’esplosione che il capitalismo non ha saputo prevedere: riformisti e padroni hanno capito che non è bene far tacere le masse, perché il silenzio è minaccioso, è estraneità che si accumula e alla fine esplode.

L’accumularsi di lotte sociali è diventato il background delle generazioni successive, e quindi persone più giovani hanno comunque creato un filo rosso che collega idealmente le lotte passate con quelle presenti. Oggi, invece, le memorie alternative si evolvono a favore della storia ufficiale e maggioritaria (Pci: a guidare lo Stato nella lotta contro l’autonomia è stato proprio il Pci, mobilitando i suoi intellettuali e spingendo i propri militanti alla denuncia). È la strategia del Pci del compromesso storico (1973, dopo il golpe fascista in Cile) a dare il colpo di grazia al rapporto tra avanguardie operaie e Pci.

Tutto è cominciato nel 1946 con la formulazione di Togliatti della via italiana al socialismo. Per il Pci l’operaio deve competere con il padrone nel far funzionare al meglio la fabbrica. Si rifiuta quindi il lavoro teorizzato e praticato dell’autonomia. Il movimento operaio storico (che si contrappone all’autonomia) è invece tradizionalmente impiantato sull’ideologia del lavoro (attività lavorativa continuativa e retribuita il titolo normale ed esclusivo di partecipazione alla vita associata; il lavoro conferisce pieno diritto di cittadinanza, e questo è un principio trasversale politicamente, eticamente, religiosamente e classistamente): cittadinanza è più di una ideologia, è senso comune.

Secondo Turchetto, il movimento operaio non è il creatore di questo pensiero; si è creato in concomitanza con la formazione degli stati nazionali (che governano il biopotere, ovvero il potere sulla vita, avendo accesso al corpo degli individui e delle popolazioni). Il rifiuto del lavoro dunque è stato senz’altro il segno più autentico, il timbro d’autore dell’autonomia operaia, perché sfida il pensiero comune sin dalle sue basi. La storia successiva lo ha banalizzato, ridicolizzato e seppellito.

Nella tradizione del movimento operaio, il miglior lavoratore è il miglior rivoluzionario: il lavoro rende liberi e legittima il potere operaio. I capitalisti sono assenteisti, parassiti, sfruttatori. Chi più lavora più deve governare la società.

Già nel 1887 Lafargue ha pubblicato Il diritto alla pigrizia (ancora punto di riferimento). Le pratiche di insubordinazione e sabotaggio dell’autunno caldo del 1969 vengono concepite come molteplici forme dello stesso rifiuto del lavoro. Su queste pratiche diffuse si formeranno i primi nuclei dell’autonomia.

Che cosa significa autonomia operaia?

L’autonomia operaia è primariamente un comportamento spontaneo di massa (rifiuto del lavoro), che deve diventare capacità consapevole di lotta e di organizzazione con cui la classe sviluppa il suo movimento autonomamente e indipendentemente dalle necessità del capitale di mantenere il suo dominio, anzi in aperto e dichiarato contrasto con queste. Il rifiuto del lavoro è estraneità ai valori della società capitalista. Perché si rifiuta il lavoro? Perché sorgono nuovi bisogni e nuove aspirazioni sociali. Si deve partire dal rifiuto per rendere cosciente la classe dei motivi del suo malessere.

Autonomia è soprattutto alterità rispetto alle organizzazioni tradizionali della classe che oggi si sottomettono e si fanno carico dei progetti di ripresa padronale. L’autonomia non è solo la risposta alla negatività della crisi del capitale, ma è anche affermazione consapevole della positività con cui il movimento marcia verso una nuova organizzazione sociale e produttiva. Lavorare meno, lavorare tutti. Produrre il necessario, distribuire tutto.

Nel 1973 viene occupata Mirafiori dagli autonomi e si tiene il Convegno di Bologna. Da quel momento al 1977 sarà un crescendo di radicalizzazione, espansione, arricchimento delle pratiche, dei gruppi e delle soggettività che si richiamano all’autonomia. Nel 1975 le pratiche antiproduttivistiche, di appropriazione e anti-istituzionali escono dalle fabbriche e incontrano nuovi soggetti sociali (proletariato giovanile, donne) che si stavano organizzando in maniera autonoma. La fuoriuscita dalle fabbriche è uno dei risultati più importanti perseguiti dall’autonomia. Più salario, meno lavoro. Salario sganciato dalla produttività. Salario sociale uguale per tutti e legato ai bisogni materiali. Negazione del salario capitalistico inteso come costo del lavoro. Il rifiuto del lavoro viene visto come momento unificante del proletariato e delle lotte.

Tra autonomia e movimento ci sarà uno scambio continuo e stretto (la teoria viene continuamente modificata dalla pratica e viceversa). Rifiuto del lavoro, autonomia operaia, ricomposizione delle lotte: secondo Castellano possiamo sintetizzare in “destrutturazione del rapporto di capitale”, dunque organizzazione sociale post-capitalista. Il tempo libero non deve essere solo il tempo di riproduzione della forza lavoro, ma tempo ricco (di scambi, relazioni, elaborazione, comunicazione, conoscenza), forza produttiva contro il lavoro.

Da dove cominciare

Le pratiche cresciute negli anni Sessanta ed esplose nel Sessantotto diventano progetto politico e base per le pratiche di nuove soggettività che cercheranno di costruire la loro ipotesi rivoluzionaria. L’autonomia è infatti area politica diffusa prima che organizzazione. Quest’area fa proprie le pratiche anti-lavoriste e le organizza in una teoria del rifiuto del lavoro. Il lavoro viene sentito come qualcosa di estraneo e nocivo.

Uno studio su questi fenomeni è difficile sia per il tipo di organizzazione, che comporta una perdita notevole di documenti e materiale, ma anche per via di perquisizioni, sequestri, arresti, processi e condanna totale di tutto l’arco politico-istituzionale-culturale verso questa esperienza.

Le origini della teoria del rifiuto del lavoro nell’operaismo degli anni Sessanta

L’operaismo nell’immaginario collettivo si è affermato grazie a Quaderni rossi negli anni Sessanta. La lotta di classe era entusiasmante per gli operaisti perché c’era la classe in lotta (forma della lotta, tempi da scegliere, momenti da usare, condizioni da imporre, obiettivi da perseguire, mezzi per raggiungerli). Gli operai della grande fabbrica nordista sono i figli degli operai antifascisti del 1943. Gli operai con le lotte colmavano il ritardo scolastico, e gli operaisti riconoscevano in quelle lotte la vera cultura: la fabbrica era la loro università.

Figura di rilievo è quella di Renato Panzieri, che scambia molte lettere con militanti e intellettuali, rivendicando l’autonomia degli operai e delle organizzazioni storiche dei lavoratori attraverso inchieste (come l’inchiesta alla Fiat). Quaderni rossi, uscito nell’ottobre 1961, è stato criticato da molti a sinistra (Amendola, Rossanda, Napolitano). Tronti in Operai e capitale scrive che sono le lette e le richieste operaie a costringere il capitale a innovarsi continuamente.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Partecipazione e comunicazione politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof De Nardis Paolo.
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