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Partecipazione politica e denaro

a cura di Forno e Tosi

Partecipazione politica e denaro: un’introduzione (di Francesca Forno e

Simone Tosi)

Focus del libro è quello di approfondire gli usi che del denaro vengono fatti per

partecipare alla politica sia avvalendosi che rifiutandolo, o affiancandolo a nuove

forme di scambio incentrate su una critica allo scambio monetario. Il tema del denaro

e il suo rapporto con i processi di acquisto e di consumo ha infatti certamente a che

fare con il presunto spostamento della società moderna da una centratura sui processi

di produzione, tipici della società industriale, alla centralità del consumo, con i processi

di globalizzazione e con dinamiche intrinseche alla modernizzazione, in particolare al

individualizzazione. Alla base del recente interesse verso le pratiche di consumo critico

c'è stato sicuramente, da un lato, l'aumento del numero di cittadini che sceglie oggi di

contribuire a cause locali e globali attraverso donazioni o l'acquisto di certi prodotti;

dall'altro, il moltiplicarsi di organizzazioni ed esperienze che sembrano oggi

reinterpretare la distinzione tra valore d'uso e valore di scambio, proponendo criteri di

equivalenza interindividuali nuovi o riprendendone di antichi. Sembrerebbe infatti che

in alcuni settori della società si diffondano utilizzi diversi del denaro che sottolineano

come questo strumento economico esprima l'ambivalenza di una complessa

configurazione che articola calcolo economico razionale, dimensioni etiche e

normative, credenze, rappresentazioni e tradizioni culturali ispirate dai desideri e dal

mondo dei sentimenti e delle emozioni. Anche nel nostro paese si è da alcuni anni

sviluppata una densa ricerca che ha sottolineato come il diffondersi delle forme

alternative di consumo e risparmio a strati sempre più ampi della popolazione e

rappresenta una diretta conseguenza dei processi di globalizzazione dell'economia e

ridefinizione del ruolo degli stati nazionali. In questa prospettiva, si è osservato come il

consumerismo politico abbia ampliato il repertorio della partecipazione politica e come

il diffondersi di modelli alternativi di consumo si leghi all'emergere di un tipo di

cittadino che la letteratura sociologica definisce "cittadino critico", ovvero di un

cittadino che associa un forte sostegno ai principi democratici, ma che rivela una

sfiducia crescente nei confronti del funzionamento delle istituzioni e dei canali

partecipativi tradizionali. In questo senso il consumo conferirebbe ai cittadini strumenti

di azione diretta, consentendo loro di intervenire su issue che ritengono non

sufficientemente trattate. Al fronte di queste prospettive, un'altra serie di studi ha

invece inserito l'analisi del consumo critico all'interno del campo più tradizionale dello

studio dei consumi: alla base di questi lavori vi è una forte attenzione per l'analisi delle

motivazioni che indirizzano i consumatori verso scelte di consumo responsabili. Il

dibattito è emerso attorno a questa questione è stato assai ampio e mostra in genere

le posizioni che tendono a polarizzarsi in modo piuttosto netto tra valutazioni

pessimistiche e atteggiamenti positivi. Tra i problemi che il consumo critico lascia

aperti viene spesso sottolineato come queste forme di azione indirettamente

sostengono processi di deresponsabilizzazione sia individuale che istituzionale,

favorendo politiche di devoluzione di alcune funzioni proprie delle istituzioni e dello

stato a favore di nuovi attori la cui responsabilità e i suoi doveri di accountability

restano incerti. Questo tipo di valutazione rimanda al più ampio dibattito intorno alla

governance e al rapporto tra organismi di rappresentanza degli interessi, gruppi di

pressione e istituzioni politiche. Soprattutto nelle sue interpretazioni più

individualistiche, il consumo critico è stato inoltre letto come una risposta dello

schema ideologico della democrazia dei consumatori, la quale suggerisce uno

scivolamento verso un'idea di cittadinanza esercitata attraverso gli atti di acquisto,

con gli evidenti limiti che un tale tipo di modello comporta in termini di egualitarismo.

Come è noto, una particolarità del movimento per la giustizia globale è stata l'aver

individuato nel mercato un'arena di confronto politico. È all'interno di un discorso più

ampio di radicale opposizione alla globalizzazione neoliberista che il consumo critico

assume una rilevanza e una visibilità notevole, diffondendosi entro fasce sempre più

ampie della popolazione, anche all'interno di paesi dove è rimasto a lungo un

fenomeno di nicchia. Da questo punto di vista vengono spesso sottolineati i successi

ottenuti da alcune azioni di boicottaggio condotte negli ultimi anni. Su pressione

dell'azione dei movimenti alcune multinazionali hanno implementato codici di

condotta che vanno nella direzione di una maggiore accountability, relativamente a

molti dei temi posti dalle mobilitazioni dei movimenti sociali; dall'altra parte queste

azioni per essere efficaci devono essere in qualche modo coordinate da intermediari

culturali e politici, come le organizzazioni e gruppi della società civile. Tramite azioni di

informazione, sensibilizzazione e formazione i movimenti cercano di stimolare

l'acquisizione di responsabilità da parte dei cittadini rispetto alle esternalità negative,

ovvero l'impronta ecologica dei loro consumi. Per comprendere il consumerismo

politico e la sua possibilità trasformativa diviene allora centrale porre l'attenzione sui

processi e gli attori che favoriscano l'elaborazione collettiva dei coinvolgimenti

individuali nell'azione e la necessità di riconoscere e valorizzare le specificità di queste

pratiche, in quanto pratiche di "movimento" che continuino a svolgere la funzione di

cane da guardia in un mondo libero, creativo e profetico. Il consumerismo politico

confermerebbe dunque come l'azione dei movimenti personaggi, quali attori collettivi

unificati, si sostituisca oggi a reticoli di solidarietà legati al quotidiano e all'esperienza

individuale e diretta dei partecipanti. I movimenti avanzano la loro sfida attraverso il

tentativo di rovesciare i codici culturali della società, attraverso la profezia, cioè

l'annuncio attraverso esperienze vissute che alternative di senso sono possibili. In

altre parole, oltre ad essere profondamente mutato il modo di aggregarsi degli attori è

cresciuta l'importanza assunta dalle dimensioni simboliche dell'azione, la capacità dei

movimenti di portare la sfida sul terreno del senso oltre che su quello dell'efficacia

strumentale. Seppur con una varietà locale abbastanza consistente, l'area del

consumerismo politico è oggi una realtà consolidata in tutti i paesi occidentali. Come

dimostrano i dati dell' European Social Survey, in media il 16% degli europei, nelle 22

nazioni studiate, ha compiuto un atto di boicottaggio, e il 24% ha scelto di acquistare

cibo o altri prodotti manifatturieri da circuiti produttivi alternativi e il 28% può essere

classificato come consumatore politico avendo dichiarato di aver compiuto nei dodici

mesi precedenti la rilevazione un atto di boicottaggio o di consumo critico al fine di

apportare miglioramenti o contrastare il deterioramento della propria società. Con

riferimento al quadro italiano emerge anzitutto una certa debolezza delle forme che

passano per schemi di etichettatura e certificazione. In particolare, salta all'occhio la

mancanza nel nostro paese di un inquadramento istituzionale in grado di conferire un

carattere riconoscibile e pienamente democratico ai tentativi in corso. Si nota infatti

una certa diffidenza da parte dei consumatori politici italiani a conferire fiducia a tali

tipi di strumenti. Il problema che emerge in questo caso è il classico di chi controlla i

controllori. Tenendo un occhio attento ad altre realtà, sembra evidente che mentre nel

nord Europa la parte più consistente del consumerismo politico riguarda scelte

d'acquisto individuali, in Italia il grosso del lavoro è portato avanti da reti di

organizzazioni più frammentate che nella maggior parte mancano di schemi di

certificazione. Le organizzazioni che partecipano all'area del consumo critico, la

cosiddetta altra economia, non solo nell'ultimo decennio sono notevolmente cresciute

di numero, ma sono riuscite a dare avvio ad interessanti forme di collaborazione inter-

organizzativa, stabilendo alleanze e promuovendo azioni sinergiche. Sembra però

quindi oggi possibile intravedere alcuni processi di aggregazione e convergenza

soprattutto a livello locale che potrebbero portare questi attori ad acquisire maggiore

peso e quindi capacità di scambio con gli attori politici e istituzionali, guadagnando sul

terreno della rappresentanza. Anche se si tratta ancora di progetti che rimangano

nella maggior parte dei casi ad un livello embrionale e programmatico, in alcuni casi le

esperienze di consumo critico italiano e cercano di dare vita a progetti più ambiziosi,

provando a coinvolgere una pluralità di soggetti sia di movimento che istituzionali e

soprattutto ragionando sulle ricadute territoriali delle loro iniziative.

La svolta dei consumatori nella responsabilità politica e nella cittadinanza

(di Michele Micheletti)

1. Introduzione

Un crescente numero di associazioni, sia a livello locale che globale, invita i

consumatori a riflettere sulla politicità delle proprie modalità di consumo: ciò che viene

indicato come consumerismo politico, ovvero l'utilizzo individuale e collettivo allo

stesso tempo dei meccanismi di mercato per finalità politiche, etiche ed ambientali. Le

ricerche condotte in diversi ambiti disciplinari, scienza politica, sociologia, geografia,

storia, pedagogia e economia, dimostrano che il consumerismo politico rappresenta

un'importante forma di attivismo.

2. Consumatori e azione politica - ieri e oggi

Per secoli l'azione politica ha avuto luogo attraverso il portafoglio del consumatore. Le

tre principali forme del consumerismo politico sono state usate come strumenti

d'azione in diverse occasioni e hanno giocato un ruolo centrale in molte campagne e

azioni politiche portate avanti dai movimenti sociali: il rifiuto di comprare determinati

articoli e beni di consumo, ovvero il boicottaggio; la decisione di comprare prodotti

provenienti da circuiti di produzione alternativa, il buycott; le azioni di disturbo

culturale, la forma che parla di politica dei prodotti tramite la decostruzione di testi e

lo spostamento di immagini e oggetti dalla loro collocazione abituale in un diverso

contesto semantico dove il loro significato risulta mutato o addirittura capovolto.

Anche prima che il mercato capitalistico e la società dei consumi sia fermassero nel

mondo occidentale, le associazioni politiche hanno fatto appello ai consumatori

affinché utilizzassero il loro potere d'acquisto per criticare e fare pressione sulle

politiche dei prodotti di consumo. I consumatori sono stati un importante elemento del

movimento antischiavistico tra il 1600 e il 1800. I consumatori e i produttori hanno

ricoperto un ruolo importante anche nelle lotte contro le situazioni di oppressione

politica e dipendenza economica: gli studi sul periodo rivoluzionario americano contro

la dipendenza economica nei confronti dell'Inghilterra, mostrano che il boicottaggio dei

prodotti britannici creò dei legami tra le persone che vivevano a migliaia di chilometri

di distanza e che queste merci funzionavano come una lente pedagogica grazie alla

quale i concetti teologici a cui si erano un significato concreto. Le campagne di

consumerismo politico hanno avuto anche come terreno di confronto lo sfruttamento

del terzo mondo: il boicottaggio dei prodotti sudafricani è stato un importante

strumento nella lotta contro l'apartheid. Oggi ai consumatori viene chiesto di

partecipare alla mobilitazione antimafia tramite il boicottaggio dei negozi siciliani

gestiti dalla mafia e di tutti quelli a cui questa vende la propria protezione. È possibile

riassumere 5 principali risultati che emergono dalle ricerche e dagli esempi appena

ricordati: primo, un'importante spiegazione della scelta del mercato come arena di

azione politica è da ricercare nella delusione rispetto ai comportamenti dei governi,

ritenuti inadatti o incapaci di risolvere alcuni tipi di problemi, gli attivisti e movimenti

sociali si rivolgono al mercato e fanno a pelle consumatori per trovare un sostegno

quando i governi non possono o si rifiutano di impegnarsi nella ricerca della soluzione;

secondo, gli esempi mostrano come la rappresentanza politica sia intrinseca al ruolo

sociale del consumatore, ma rimane spesso latente e deve essere attivata tramite

campagne promosse dagli attori della società civile; terzo, il bene di consumo comuni

possono funzionare come cardine pedagogico per educare, sensibilizzare e raccogliere

supporto per cause politiche il cui obiettivo è stabilire meccanismi di assunzione di

responsabilità e autorità istituzionale; le popolazioni oppresse hanno riscontrato che il

consumerismo politico aiuta a promuovere le loro cause; il consumerismo politico ha

storicamente favorito la partecipazione politica delle donne e continua a farlo anche

oggi.

3. Il consumerismo politico come assunzione individualizzata di responsabilità

L'attuale crescita del consumerismo politico può essere spiegata in parte dall'uso che

le associazioni stanno facendo del mercato globale come arena-politica. Le due ragioni

principali sono: l'incapacità o la riluttanza delle istituzioni politiche internazionali o

sovranazionali di regolare e risolvere i problemi legati all'ambiente e ai diritti umani,

associati al modello corrente di globalizzazione neoliberista (le associazioni mobilitano

i consumatori affinché esercitino pressione sulle multinazionali anziché mobilitare i

cittadini in azioni di pressione sui governi e istituzioni); in secondo luogo, poiché

l'economia globalizzata ha portato le nazioni occidentali a un consumismo sfrenato,

l'acquisto privato è oggi identificato come una seria minaccia alle risorse globali, come

elementi all'origine dei cambiamenti climatici e come causa in diretta di abusi nei

diritti umani. Rispetto a questi problemi, molte associazioni della società civile

ritengono che i consumatori abbiano la loro parte di responsabilità, questi sono ritenuti

sia responsabili di aver creato il problema sia importanti attori nella risoluzione del

problema stesso. Il termine divenuto oggi popolare "impronta ecologica" riassume

egregiamente la responsabilità dei consumatori, in un'ottica di promozione di uno

sviluppo sostenibile. L'assunzione individualizzata di responsabilità consiste nella

autovalutazione delle azioni, delle non azioni e degli atteggiamenti, associati al proprio

ruolo nella società, nel nostro caso il ruolo sociale del consumatore. Qui si sostiene che

i singoli consumatori siano titolari di responsabilità perché hanno obblighi morali

connessi sia alle esternalità negative delle loro pratiche di consumo, sia alle loro non

azioni. La responsabilità associata al ruolo sociale è una nozione sviluppata nella

filosofia politica contemporanea. Gli ultimi lavori di Iris Marion Young, prendendo come

esempio le campagne di consumerismo politico contro le aziende che operano nel

mercato globale dell'abbigliamento, teorizzano che l'acquisto di vestiario sia un'azione

sociale in grado di condizionare e allo stesso tempo alimentare i meccanismi

strutturali che colpiscono i lavoratori nella produzione tessile globalizzata. Questo

presupposto normativo è l'elemento alla base del concetto di assunzione

individualizzata di responsabilità, estendendo il suo modello anche ad altre relazioni

strutturali associate con la produzione globale e il consumo privato, specificando

teoricamente le condizioni e le risorse necessarie perché gli individui possono

coinvolgersi in queste azioni di responsabilità politica e nelle azioni collettive

individualizzate.

Bisogna però fare un'importante distinzione tra individualizzazione e individualismo:

sebbene il significato con cui si assume il concetto di individualizzazione riconosce che

le risorse personali e gli interessi influenzino le pratiche di consumo, esso differisce

dall'idea di individualismo associato con le preferenze private in grado di ottimizzare il

risultato sociale delle scelte dei consumatori. L'assunzione individualizzata di

responsabilità è qui interpretata come attività volontaria e personalizzata nella quale il

singolo consumatore utilizza le proprie capacità, interessi, bisogni per stimare quanto

il suo modello si ripercuote sullo sviluppo sostenibile, a casa propria e lontano da casa.

Affinché il consumatore sia coinvolto in questo tipo di riflessività e in questa capacità

di comprensione contestualizzata del proprio ruolo nei processi sociali, occorre che si

verificano alcune condizioni: un prerequisito generale è che un individuo sia capace di

pensare e agire ragionevolmente nei riguardi delle pratiche di consumo anche quando

le leggi non determinano un obbligo o quando queste attività contrastano le visioni

sociali e i comportamenti convenzionali; inoltre il consumatore deve essere in grado di

procedere verso un realistico e ragionevole cambiamento delle proprie pratiche di

consumo per diminuirne la dannosità dei propri comportamenti sugli altri; deve

dunque poter modificare la sua impronta di consumo. Perciò il consumatore deve

essere consapevole della sua impronta di consumo, disporre di risorse per poterla

cambiare e desiderare di farlo, anche se ciò può significare andare contro il senso

comune. Per alcuni individui questo tipo di riflessività avviene facilmente, questi hanno

conoscenze, risorse, senso di efficacia e grado di coinvolgimen

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecconimarta96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di comunicazione, advocacy e consumo responsabile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Binotto Marco.
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