La questione meridionale nella storia
La questione meridionale nasce con la formazione dello Stato nazionale. L'accelerazione dell'omologazione istituzionale ha accentuato gli squilibri regionali e sub-regionali.
Primo 900
Gli interventi non furono sufficienti o adeguatamente incisivi. Nelle campagne del Mezzogiorno, il livello del reddito era talmente basso che non venivano raggiunti nemmeno i livelli di sussistenza, creando così una situazione socialmente intollerabile.
Fascismo
La questione fu ufficialmente negata, affermando che non esistono questioni settentrionali o meridionali, ma solo questioni nazionali.
Fine anni '40
L'apice del divario e della crisi sociale portò alla questione del latifondo: ampie zone agricole non erano coltivate perché appartenenti a famiglie nobili, come una sorta di eredità del feudalesimo. Inoltre, i latifondisti, vivendo di rendita delle proprie terre, non erano spinti né a cambiare produzione verso una produzione industriale, né a migliorare il settore agricolo. Le condizioni del Mezzogiorno, quindi, non sono attribuibili unicamente a un'industrializzazione "parassitaria" sviluppatasi nel settentrione, ma anche, e soprattutto, a una pubblica amministrazione inefficiente e a una borghesia ferma al 1700.
Il dopoguerra
Nel dopoguerra si aprì la questione: protezionismo o apertura all'estero? La scelta di aprire l'economia alla competizione internazionale indusse a concentrare gli sforzi sull'industria nelle regioni settentrionali e rinunciare all'industrializzazione del Mezzogiorno. Il Mezzogiorno era interpretato prevalentemente come un bacino di manodopera, un'area del paese in cui gli investimenti in opere pubbliche avrebbero dovuto comunque consentire la crescita dell'agricoltura, del turismo e di eventuali industrie spontanee. Inoltre, questo mise già in luce un tessuto imprenditoriale molto fragile nel Sud, il quale senza dazi non era in grado di sopravvivere. Si era, quindi, in qualche modo deciso che Nord e Sud dovevano viaggiare a due velocità diverse.
Le regioni del nord avevano così un mercato nazionale in espansione. La ricchezza si ridusse ulteriormente anche per effetto di una strategia di smantellamento. Le aree interne del Mezzogiorno si svuotavano e i flussi di migranti andavano a congestionare le aree urbane del Nord e le fasce costiere.
Nella rappresentazione di Wallerstein possiamo intenderla come la classica contrapposizione tra centro e periferia.
1950: Cassa del Mezzogiorno e riforma agraria
Per effetto della crisi sociale nel 1950 si istituì la Cassa del Mezzogiorno e si avviò la riforma agraria. Quest'ultima rappresentava un primo tentativo di dare una risposta al disagio sociale, ma era una netta fregatura, in quanto si concedevano principalmente terreni difficili da coltivare. Inoltre, la riforma toccò solo il 6% delle superfici regionali totali. L'insuccesso fu segnato anche dal fatto che tale operazione riguardò soprattutto opere di bonifica e trasformazione fondiaria, senza andare a toccare gli assetti proprietari.
Inoltre, il miracolo economico generò squilibri territoriali e disparità di classe anche nello stesso Sud.
Il dibattito e la dottrina Truman
Il dibattito sulla questione diventava sempre più forbito. A tal proposito la dottrina Truman era sviluppista, cioè affermava che le zone sottosviluppate dovevano seguire i modelli di sviluppo delle zone sviluppate. In realtà tale dottrina nacque con uno scopo specifico: difatti, non derivava da un'analisi economica o geografica della questione ma dalla volontà di evitare che i Paesi che erano sotto l'influenza degli USA passassero all'URSS; quindi, si cercava di imporre loro lo stesso modello degli USA. La base su cui poggiavano tali dottrine era la concezione di uno spazio geografico come contenitore. Una testimonianza di tale pensiero è riscontrabile se si osservano i confini delle regioni colonizzate i quali sono stati decisi politicamente.
Anche tra i maggiori pensatori nel campo dello sviluppo e della crescita economica era ancora radicata l'idea dello spazio come euclideo. Si pensi a Perroux il quale lo considerava un campo di forze disegnato dalle spinte centripete e centrifughe generate dai poli produttivi regionali nell'ambito del quale i soggetti e i mezzi di produzione agiscono e interagiscono.
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