Teoria dell'organizzazione
Introduzione alla teoria
La teoria è una spiegazione sofisticata che va oltre il senso comune e prevede la specificazione delle pratiche, la correzione degli errori e la condivisione delle teorie stesse per contribuire a un'opera sistematica di costruzione di conoscenza. Le teorie si costruiscono a partire da astrazioni chiamate concetti: un particolare concetto (fenomeno di interesse) viene selezionato come nucleo centrale della teorizzazione e attorno ad esso vengono definiti altri concetti che servono per spiegarlo.
La teoria è un insieme di concetti e di relazioni proposto per spiegare un fenomeno d'interesse. Tale spiegazione può avvenire tramite formule, ma nel caso della spiegazione delle organizzazioni è necessario usare la probabilità e la statistica anziché formule precise. In alternativa, si può ricorrere a metafore e analogie.
Teoria dell'organizzazione
Questo campo di studi suggerisce che ci sia un'unica teoria che fornisca spiegazioni valide per tutte le organizzazioni, ma in realtà ci sono diverse teorie organizzative che spesso non combaciano tra loro.
La teoria organizzativa ha sempre abbracciato e sempre abbraccerà una pluralità di prospettive, perché essa trae ispirazione da tanti altri campi di studio e perché le organizzazioni rimangono troppo complesse e malleabili per essere spiegate con un'unica teoria. La diversità delle basi teoriche della teoria organizzativa è qualcosa da celebrare: essa consente di avere una prospettiva di analisi della vita organizzativa molto ampia e offre maggiori possibilità di progettare e gestire le organizzazioni.
Nella teoria organizzativa il principale fenomeno d'interesse è l'organizzazione. Una teoria può cercare di spiegare (prospettiva modernista), descrivere per comprendere e conoscere (prospettiva simbolico-interpretativa) oppure criticare o creare (prospettiva postmodernista).
Concetti e astrazione
I concetti sono categorie che servono a suddividere, organizzare e accumulare esperienza, e sono idee che nascono attraverso il processo di astrazione. L'astrazione significa l'operazione consistente nel trarre da enti tra di loro distinti i loro caratteri comuni in modo da istituire una teoria generale, valevole per tutti.
Gli uomini tendono a costruire concetti sulla base di situazioni a loro familiari: si possono basare sia su esperienze personali sia su esperienze riportate da altri. Anche se si riferisce a un caso specifico, un concetto non è mai semplicemente un aggregato di informazioni raccolte in relazione a quel caso: è qualcosa di molto più organico e permette la trasmissione di conoscenza. Il processo chiamato "Chunking" prevede un raggruppamento di idee e illustra il potere dell'astrazione e contribuisce alla teorizzazione.
Varie prospettive
Le nuove prospettive non hanno sostituito quelle precedenti, perché tra di loro si accumulano nella teoria organizzativa e si influenzano reciprocamente con il passare del tempo. Si sono sviluppate con tempi diversi e continuano a evolversi. Burrel e Morgan furono tra i primi a evidenziare la molteplicità delle prospettive che contraddistingue la teoria dell'organizzazione.
Ci sono diversi modi per immaginare come gestire un'organizzazione: paragonandola a una macchina che dev'essere ben oliata, una rete di significati o uno specchio rotto. La scelta tra le varie possibilità condizionerà il modo in cui verrà progettata e amministrata l'organizzazione e le persone che vi lavoreranno.
Ontologia e epistemologia
Ontologia
L'ontologia riguarda il modo in cui si definisce ciò che è reale, si occupa di ciò che noi consideriamo essere la realtà. In base alla prospettiva che adottiamo, assegniamo lo status di realtà ad alcuni elementi, negandolo ad altri. L'ontologia è anche correlata al problema dell'azione: le persone sono dotate di libero arbitrio e sono del tutto responsabili delle proprie azioni o la vita è predeterminata?
Gli oggettivisti (modernisti) credono che la realtà esista e sia oggettiva, indipendentemente da coloro che la vivono. L'esistenza della realtà è indipendente dalla sua conoscenza. Le persone reagiscono a ciò che le circonda in modi prevedibili perché il loro comportamento è parte del mondo materiale in cui vivono ed è determinato da cause specifiche.
I modernisti sostengono che la soggettività mini il rigore scientifico. L'organizzazione è una struttura formale con un ordine interno, con un insieme di leggi naturali che ne regolano il funzionamento. I soggettivisti (simbolico-interpretativi) sostengono che qualcosa esiste solo nel momento in cui lo si vive e gli si attribuisce un significato. Non è possibile conoscere un'esistenza senza averne una consapevolezza. Le persone creano la realtà in modi diversi perché gli individui e i gruppi hanno convinzioni, credenze e percezioni diverse.
Gli interpretativisti simbolici sostengono che la soggettività sia inevitabile, anzi è necessaria per studiare i significati. Le organizzazioni non hanno una struttura formale, ma vengono continuamente definite dai processi di sensemaking dei membri.
Il Post-modernismo sostiene che il mondo ci appare attraverso il linguaggio ed è situato in un discorso. Ciò di cui si parla esiste e quindi ogni cosa che esiste è un testo che dev'essere letto o rappresentato.
Epistemologia
L'epistemologia tratta di come si crea la conoscenza e dei criteri che si adottano per valutarla. È molto collegata all'ontologia, perché le risposte a quesiti sulla conoscenza dipendono e influenzano gli assunti ontologici sulla natura della realtà.
L'epistemologia positivista (modernista) sostiene che si possa scoprire cosa accade davvero nelle organizzazioni attraverso la categorizzazione e la misurazione scientifica del comportamento delle persone e dei sistemi. Il linguaggio rispecchia la realtà, quindi la realtà e i suoi oggetti possono esser descritti usando il linguaggio, senza perdita di significato e rischi di parzialità. La conoscenza valida si genera attraverso la formulazione di ipotesi e asserzioni, la raccolta dei dati e quindi testando ipotesi e asserzioni per validarle o confutarle. Si basa su principi fondativi che celebrano il valore della ragione, della verità, della validità, quindi le organizzazioni sono viste come entità oggettive su cui vengono usati metodi derivanti dalla fisica o dalle scienze naturali.
La verità può essere conosciuta attraverso una corretta concettualizzazione e una misura affidabile, che consentano di testare la conoscenza che abbiamo di un mondo oggettivo. È necessario limitarsi a definire conoscenza solo quello che si può conoscere con i 5 sensi ed infatti i metodi usati aumentano le capacità dei sensi e i dati che si possono considerare validi sono quelli raccolti mediante essi. I dati possono esser confermati da altri e le procedure si possono replicare.
L'epistemologia antipositivista o interpretativa (simbolico-interpretativa) sostiene che la conoscenza può essere creata e compresa solo dal punto di vista degli individui che vivono in una certa organizzazione, in quanto ognuno di noi attribuisce senso a quello che accade sulla base delle proprie esperienze. Ci possono essere molti modi diversi di conoscere e di interpretare la realtà, dunque si usano metodi che consentono di accedere ai significati costruiti e descrivere come si è arrivati ad essi.
Non si può essere oggettivi nei confronti delle interpretazioni fatte da altri, ma è possibile lavorare accanto ad altri e osservare i loro processi di creazione della realtà, studiando le loro interpretazioni in situazioni particolari, giungendo allo sviluppo di una consapevolezza intersoggettiva e a un'analisi dei significati maturati. Ciò trasforma il ricercatore in un interprete, permettendo la creazione di un ponte tra le esperienze accademiche del ricercatore e le esperienze dei membri dell'organizzazione: entrambe le esperienze sono soggetto e il bias può essere controllato attraverso il ricorso a un percorso di formazione alla riflessività.
Non si arriverà a una comprensione assoluta, né si potrà essere in grado di fare previsioni sui significati che altri definiranno in futuro, ma si potrà sviluppare una capacità intuitiva nell'anticipare la gamma di significati che possono emergere in particolari circostanze e all'interno di un gruppo, rispetto al quale è maturata una certa comprensione reciproca. La conoscenza dipende dal soggetto che conosce e può essere compresa solo dal punto di vista degli individui che ne sono direttamente toccati. La verità è una costruzione sociale, frutto della molteplicità di interpretazioni ed è mutevole nel tempo.
Viene esteso il dominio della realtà empirica, per includere forme di esperienza che vanno oltre la portata dei 5 sensi, come le emozioni e le intuizioni. La scelta della soggettività ha la conseguenza della difficoltà di replicare ricerche e risultati. Gli interpretativisti simbolici si dedicano all'analisi dei significati prodotti in contesti particolari, di conseguenza i loro risultati non dovrebbero essere generalizzati. Infatti, non si parla di generalizzabilità, ma il contributo alla conoscenza si esprime attraverso il criterio della verosimiglianza (vicinanza che un'esperienza personale ha con un'esperienza altrui).
Il Post-modernismo non ambisce alla verità, ma sostiene che la conoscenza non può costituire una rappresentazione fedele della verità, in quanto i significati non possono essere definiti stabilmente. Non esiste una realtà indipendente e non esistono fatti, ma solo interpretazioni, la conoscenza è una questione di potere. È un gioco di potere.
I post-modernisti rifiutano di assumere anche temporaneamente una posizione definitiva, perché non si ammette che una forma di conoscenza sia privilegiata rispetto ad altre.
Foucault e Derrida possono essere considerati i precursori del Post-modernismo, perché Foucault sosteneva che la conoscenza è potere e che ogni volta una forma di conoscenza viene privilegiata rispetto ad altre, queste ultime vengono progressivamente emarginate e ignorate. Numerosi post-modernisti si sono impegnati a svelare e mettere in discussione tutte le forme di potere tra cui la conoscenza, al fine di evidenziare le fonti di dominazione che spesso sono date per scontate.
Concetti nel contesto teorico
I concetti per i Modernisti corrispondono agli oggetti del mondo reale. Gli Interpretativisti simbolici mettono in risalto gli accordi che permettono di chiamare le cose con lo stesso nome, evidenziando che i concetti sono costruiti nel contesto di significati intersoggettivi e vocaboli condivisi con altri membri. I post-modernisti puntano sul continuo cambiamento delle relazioni tra i concetti. I concetti sono definiti in relazione ad altre parole, anziché in relazione a oggetti nel mondo reale. Il significato di una parola non può mai essere pienamente o definitivamente stabilito.
Le organizzazioni
Le organizzazioni possono essere concettualizzate come tecnologie, strutture sociali, culture e strutture fisiche che si compenetrano e si sovrappongono le une alle altre all'interno di un certo ambiente.
Prospettiva modernista
L'organizzazione è vista come un'entità oggettiva indipendente che dev'essere misurata e analizzata e segue un approccio positivista nella generazione di conoscenza. Si studia come aumentare l'efficienza, l'efficacia e altri indicatori delle performance organizzative, mediante l'applicazione di teorie inerenti la struttura e il controllo.
Prospettiva simbolico-interpretativa
L'organizzazione è vista come una comunità costituita da rapporti umani. Presuppone un'ontologia soggettivista e un'epistemologia interpretativa. Non considera l'organizzazione come oggetti che devono essere misurati e analizzati, ma come una rete di significati che sono costruite, interpretate e comunicate collettivamente. Esplora i processi di creazione dei significati e come le realtà (al plurale) possano risultare significative a coloro che vi prendono parte.
Prospettiva post-modernista
Il campo di analisi si espande dall'organizzazione in sé al modo in cui noi parliamo e scriviamo dell'organizzazione. Quelli che vengono percepiti come elementi stabili e oggettivi delle organizzazioni e della teoria organizzativa (struttura, tecnologia, cultura, controllo) altro non sono che il risultato di convenzioni linguistiche e di pratiche discorsive. Le teorie possono quindi essere sempre soggette a revisione: il post-modernismo mette in discussione le categorie e cerca di attenuarne i confini, mettendo in luce le motivazioni che sono alla base della loro esistenza.
Prospettiva preistorica (classica): 1900-1950
Smith, Marx, Durkheim, Weber, Taylor, Follett, Fayol, Gulick, Barnard. Riguarda le riflessioni sulle organizzazioni fatte prima che la teoria dell'organizzazione fosse considerata una vera e propria disciplina (è stata riconosciuta come tale solo negli anni '60). Gli autori di tale periodo non esaminarono l'organizzazione attraverso un'unica prospettiva, né intendevano definire il campo della teoria organizzativa, ma hanno definito i principali concetti fondativi della teoria organizzativa e le loro riflessioni sono rimaste dei punti di riferimento per lo sviluppo successivo delle altre prospettive.
La preistoria della teoria organizzativa consta di studiosi che adottano prevalentemente un'ontologia oggettivista, ma combinano elementi dell'epistemologia positivista e interpretativa. Sono stati usati metodi induttivi, che portavano a sviluppare la teoria a partire dalla pratica, seguendo un'epistemologia interpretativa. Ma anche metodi deduttivi, con i quali testavano una teoria nella pratica, nella logica dell'epistemologia positivista.
- Vi sono due principali correnti di pensiero alla base della preistoria della teoria organizzativa: una di stampo sociologico e una di stampo manageriale.
- La corrente sociologica si concentrava sull'analisi del cambiamento delle forme e del ruolo delle organizzazioni formali nelle società e sull'influenza dell'industrializzazione sulla natura del lavoro e sulle conseguenze che questa provoca per i lavoratori.
- La teoria classica del management si dedica allo studio dei problemi pratici che i dirigenti delle organizzazioni pubbliche e private dovrebbero affrontare.
Adam Smith
Fu il primo a sviluppare una teoria per spiegare come il lavoro sistematicamente organizzato potesse rendere più efficiente la produzione. Pubblicò nel 1776 "La ricchezza delle nazioni", in cui descrisse le tecniche di produzione di una fabbrica di spilli come esempio dell'efficienza economica che la divisione del lavoro può assicurare. Essa, nella misura in cui può essere introdotta, determina un aumento proporzionale della capacità produttiva del lavoro. Ha a che vedere con la ripartizione dei compiti lavorativi e la conseguente specializzazione del lavoro, è un'idea centrale del concetto di struttura sociale nelle organizzazioni.
Smith e i modernisti che ne seguirono le orme ritenevano inoltre che il progresso economico generato dall'industrializzazione avrebbe condotto al progresso sociale (tesi che tuttavia è messa in discussione dai post-modernisti).
Marx
Conosciuto per la teoria del capitale, che parte dalla considerazione del bisogno di sopravvivenza ai rischi della natura: l'esigenza della sopravvivenza richiede la creazione di un ordine economico, in cui gli uomini per superare i problemi di sostentamento scoprono i vantaggi del lavoro collettivo, creando surplus di tempo e materie prime. Sostenne che il capitalismo si basa su un antagonismo tra gli interessi del capitale e gli interessi della forza-lavoro; tale antagonismo riguarda in parte le modalità di divisione del surplus generato dalla combinazione del lavoro e del capitale quando i prodotti o i servizi vengono scambiati sul mercato a un prezzo superiore ai costi di produzione.
Ma l'antagonismo tra forza-lavoro e capitale deriva anche dalla necessità di assicurare un certo margine di profitto, senza il quale la sopravvivenza della singola impresa e dell'intera economia capitalistica sarebbe compromessa. I capitalisti fanno pressione sulla forza-lavoro inventando nuove forme di controllo manageriale. L'alienazione: sottrazione ai lavoratori del prodotto del loro lavoro. Il lavoro si trasforma in una merce che può essere comprata e venduta sul mercato. I manager possono far leva sul principio dell'alienazione e trattare il lavoro come fosse una materia prima, sfruttandolo per il tornaconto economico che può garantire.
Se i lavoratori non organizzano la propria resistenza, il loro sfruttamento da parte dei capitalisti e l'avvilimento e l'alienazione che ne conseguono sono destinati a continuare e aggravarsi. La teoria critica dell'organizzazione intende esaminare i fattori sistematici di carattere strutturale, economico e sociale che determinano la distribuzione del potere nelle organizzazioni per favorire l'emancipazione dei lavoratori e l'affermazione di strutture più democratiche di governo delle organizzazioni. I post-modernisti non vedono invece di buon occhio l'emancipazione, in quanto ritengono che si tratterebbe esclusivamente della sostituzione di una forma di privilegio con un'altra.
Durkheim
Nella "Divisione del lavoro sociale" portò questo concetto fuori dalla fabbrica e lo estese alla spiegazione del profondo mutamento strutturale che accompagnò il passaggio dalle società agricole a quelle industriali nel corso della rivoluzione industriale. Tale mutamento è descritto nei termini di una maggiore specializzazione, gerarchia e interdipendenza dei compiti lavorativi. Avanzò anche la distinzione tra aspetti formali e informali delle organizzazioni e sottolineò la necessità di venire incontro alle esigenze dei lavoratori e di soddisfare le richieste di organizzazione.
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