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Parte prima – La sfida della mente multiculturale: premesse

Capitolo 1 – La mente monoculturale

Alla domanda: “Che cos’è la cultura?” le risposte e le osservazioni più immediate sono:

  • La cultura è l’insieme delle abitudini di un gruppo di persone.
  • La cultura è un insieme di credenze (cioè dei modi con cui spieghiamo un fenomeno).
  • La cultura influenza il modo di pensare e di comportarsi delle persone.

La cultura è un’esperienza totale, invisibile (infatti è un ambiente invisibile in cui ciascuno è immerso senza che se ne renda conto) e solo il verificarsi di eventi insoliti, associati ad esempio alla presenza di persone provenienti da altre culture, ci fa riflettere sulla cultura stessa. La cultura è trasparente perché noi guardiamo ciò che accade nel mondo attraverso di essa. Fino ad oggi non è stata elaborata alcuna definizione scientifica, esauriente e condivisa di cultura. Per definire la cultura occorrerebbe osservarla con distacco, guardarla cioè dall’esterno, ma siccome nessuno può estraniarsi completamente dalla cultura in cui è immerso, qualsiasi definizione è parziale e risente del punto di vista di chi la osserva e la definisce.

Il principio di indeterminazione elaborato dal fisico tedesco Heisenberg, afferma che la soggettività dell’osservatore influenza la misurazione dei fenomeni fisici e ne distorce il risultato e ciò vale ancora di più per l’osservazione dei fenomeni culturali. Da questo principio discende che le spiegazioni scientifiche sono sempre affette da errori ineliminabili perché la scienza “legge” l’oggetto che osserva secondo un punto di vista. Quindi le teorie scientifiche possono essere solo valutate in base al loro grado di esaustività, cioè si può individuare la teoria che fornisce la spiegazione migliore per un certo fenomeno.

L’idea che riduce la cultura ad un insieme di usi, costumi, pratiche e memorie è troppo riduttiva. La cultura è sempre in movimento, si evolve senza seguire una direzione predeterminata e ciò che sarà nel futuro è sempre imprevisto e imprevedibile. La cultura è quindi contingenza.

Un po’ di storia

La cultura è oggetto di studio da parte di numerose discipline quali la sociologia, la linguistica e soprattutto l’antropologia. Sebbene anche nel corso dell’Ottocento gli studi antropologici avessero in qualche misura considerato la dimensione psicologica della cultura, fu Freud in “Totem e tabù” (1913) ad introdurre esplicitamente la psicologia nello studio delle origini e dell’evoluzione della cultura. Attorno agli anni ‘30, Vygotskij fondò la scuola storico-culturale russa che considerava le funzioni cognitive e le categorie mentali come mediate dal linguaggio e quindi influenzate dalla cultura. Nella seconda metà del ‘900, Levi-Strauss propose una concezione strutturalista secondo la quale ogni cultura è formata da elementi invarianti e le culture particolari sono comprensibili solo in riferimento a una cultura intesa come patrimonio dell’umanità. Negli anni ‘70, Geertz elabora l’antropologia interpretativa e la cultura viene considerata come sistema di significati in cui i soggetti sono immersi.

La psicologia della cultura

La psicologia della cultura cerca di comprendere la cultura sul piano psicologico. Le prospettive possibili sono principalmente due:

  • Prospettiva etica che studia la cultura dall’esterno. Prevale il metodo nomotetico che mira alla ricerca di leggi generali valide per tutte le culture. Questa prospettiva produce la psicologia interculturale che mira ad evidenziare l’esistenza di aspetti culturali universali condivisi da tutte le culture. Il concetto chiave è quello di natura umana intesa come dotazione geneticamente ereditata e universale di proprietà specie-specifiche. La cultura è vista come sovrastruttura rispetto alla natura. La psicologia interculturale fa proprio il punto di vista dell’universalismo secondo cui tutti condividiamo la stessa natura umana, che solo superficialmente si esprime in modo diverso nelle diverse culture. Il pericolo di questa prospettiva è la reificazione della cultura che viene intesa come realtà assoluta e indipendente dall’azione dei soggetti.
  • Prospettiva emica che studia una data cultura dall’interno ponendosi dal punto di vista del nativo. Prevale il metodo idiografico, che privilegia la comprensione del particolare con l’obiettivo di cogliere la contingenza e l’irripetibilità delle espressioni culturali. Questa prospettiva produce la psicologia culturale che studia come cultura e psiche si integrino tra di loro. Il concetto chiave è l’unicità nel senso che ogni cultura configura un mondo specifico, unitario e coerente e ogni comportamento umano è culturale. La concezione di riferimento è il relativismo culturale che considera poco interessante il confronto tra culture, mentre interessante è la comprensione della specificità e dell’unicità della singola cultura. La possibilità di studiare i fenomeni culturali “dal di dentro” è offerta dall’etnografia, metodo clinico che consente al ricercatore di studiare culture anche molto distanti dalla sua. Il metodo etnografico più seguito è l’osservazione partecipante. La psicologia culturale rischia di produrre etnografie opache che rendono difficile confrontare culture diverse e adottare prospettive culturali diverse dalla propria.

La cultura come sintesi di “esterno/interno”

La netta distinzione tra emico ed etico non è oggi soddisfacente perché entrambi gli approcci sono percorribili, ma ciascuno di essi, singolarmente preso, appare parziale. La psicologia della cultura deve superare la dicotomia emico/etico, considerando la cultura come presente ovunque quindi contemporaneamente dentro e fuori dalle menti. Per la psicologia della cultura, non è corretto assumere una cultura (generalmente quella di appartenenza) come metro di misura e confronto per altre culture. L’incommensurabilità delle culture non significa però incomparabilità dei sistemi di categorie di culture diverse che rimandano a una rete di significati che possono essere scomposti, analizzati e confrontati con altri.

N.B. Le culture rappresentano dei punti di vista. Ciascun punto di vista è incommensurabile, ma è invece possibile il confronto attraverso la scomposizione delle diverse culture (spacchettamento) nelle parti componenti.

La comparsa della cultura

La cultura è una delle invenzioni più rilevanti dell’uomo che si confonde con l’evoluzione e la storia dell’umanità stessa. Per evidenziare le condizioni che hanno permesso all’uomo di inventare la cultura, occorre considerare i processi che, nel corso di milioni di anni, hanno trasformato la specie umana in “specie simbolica”. I simboli sono le rappresentazioni mentali che permettono di raffigurare situazioni percettive della realtà anche in assenza dei corrispondenti stimoli sensoriali. Darwin considera l’evoluzione biologica della specie umana come un processo graduale. Negli anni ‘70, Gould e Eldredge hanno elaborato invece la teoria degli equilibri punteggiati che considera l’evoluzione biologica dell’uomo come contrassegnata (“punteggiata”) da cambiamenti improvvisi (non graduali, quindi) avvenuti dopo periodi di stabilità.

L’uomo fa parte dei primati superiori comparsi circa 40 milioni di anni fa. Tra otto e sei milioni di anni fa, a causa di una mutazione genetica improvvisa, si è verificata la divisione “uomo/scimpanzé” che ha dato inizio alla differenziazione sempre più profonda degli ominidi dagli altri primati non umani. Dai primi ominidi derivano le diverse specie di australopitechi. Circa due milioni e mezzo di anni fa, un’ulteriore mutazione genetica provocò l’estinzione di numerose specie di australopitechi e il mantenimento del solo genere Homo.

All’Homo habilis (vissuto tra 2,5 e 1,7 milioni di anni fa), capace di creare i primi artefatti attraverso la scheggiatura delle pietre, seguono l’Homo ergaster e l’Homo erectus (vissuti nel periodo compreso tra 1,7 milioni e 300000 anni fa). L’Homo erectus imparò a controllare il fuoco e migliorò la costruzione di strumenti. Successivamente compare l’Homo neanderthalensis (nel periodo tra 300000 e 30000 anni fa) che migliorò le tecniche di produzione degli utensili ed era in grado di emettere suoni simili a parole. 150000 anni fa compare l’Homo sapiens che elaborò la tecnologia della lama e divenne capace di costruire una gamma molto ampia di strumenti. Il linguaggio compare probabilmente 80000-60000 anni fa. Attraverso di esso la specie umana diventa una specie simbolica e ciò costituisce la premessa fondamentale per lo sviluppo della cultura.

  • Il bipedismo e la stazione eretta (“il piede libera la mano, la mano libera la parola”).
  • L’apparato vocale particolarmente sofisticato che consente all’uomo di emettere circa 1000 foni diversi tra loro. Questa configurazione dell’apparato vocale è sorta per caso (exaptation) e ha prodotto una differenziazione netta rispetto all’apparato vocale dello scimpanzé. Lo scimpanzé ha la lingua tutta nella cavità orale e la laringe occupa una posizione molto più alta che nell’uomo. Il bambino nasce con la laringe in posizione alta, ciò gli consente di non soffocare quando succhia e respira contemporaneamente, ma non può parlare. Crescendo la laringe si sposta verso il basso e si sviluppa la capacità di formulare le parole.
  • Il quoziente di encefalizzazione (cioè il rapporto tra le dimensioni del cervello umano e quelle del cervello di un primate non umano di pari peso). Nell’arco di due milioni di anni, il volume del cervello umano è aumentato di oltre il 300%, esso ha una dimensione 5 volte superiore a quello delle scimmie antropomorfe. Il nostro cervello (che non è un organo, perché non può essere sostituito. Il cuore, ad esempio, è invece un organo) è costituito da parti differenti: la regione paleocorticale o limbica è arcaica, emotiva e aggressiva. Essa non si è sviluppata durante l'evoluzione e, in questo, l'uomo è praticamente uguale agli altri animali. La differenza rispetto alle altre specie viventi è l'enorme sviluppo della componente neocorticale, che ha permesso lo sviluppo del linguaggio, fondamentale per lo sviluppo della cultura.
  • La prematuranza neonatale. Il neonato non è in grado di provvedere a se stesso e la sua condizione di dipendenza si protrae per alcuni anni dopo la nascita. In seguito all’assunzione della posizione eretta, il canale del parto della donna si è ristretto e ciò ha comportato che, al momento della nascita, il cervello del bambino pesi solo un quarto di quello dell’adulto e presenti un numero limitato di circuiti nervosi (sinapsi) funzionanti. Circa il 70% delle sinapsi si sviluppano durante la vita extrauterina, quando il bambino è immerso nell’ambiente culturale in cui cresce.
  • L’ovulazione nascosta. Nelle scimmie antropomorfe, il periodo dell’ovulazione (estro) è segnalato nelle femmine da evidenti segni esteriori. Nella specie umana l’ovulazione è invece nascosta e ciò favorisce una pratica sessuale distribuita nel tempo (cioè non concentrata nel solo periodo dell’estro) e non più destinata ai soli fini riproduttivi. Si pongono così le premesse per costruire stabili legami di coppia che diventano un costrutto culturale.
  • L’avvento dell’agricoltura avvenuto circa 10000 anni fa. Prima di allora l’homo sapiens era nomade, raccoglitore e cacciatore e si spostava in piccoli gruppi alla ricerca di cibo. In seguito, diventa capace di addomesticare e allevare gli animali e di coltivare la terra assicurandosi il cibo in modo permanente senza bisogno di continui spostamenti. Lo sviluppo dell’agricoltura favorisce una nuova impostazione della vita e lo sviluppo di nuove competenze simboliche (compresa l’uso del denaro per agevolare gli scambi), tecnologiche ed artistiche. Viene favorita la formazione di gruppi umani numerosi: l’uomo ha bisogno di vivere in gruppo perché la specie umana è ultrasociale e ipercooperativa.

La cultura come contingenza

La cultura ha la caratteristica di essere contingente, cioè legata a un certo momento e situazione. Pur essendo contingente, la cultura è una realtà vincolante, nei confronti della quale ciascuno assume tre posizioni:

  • Ciascuno è destinatario dell’influenza esercitata dalla cultura di appartenenza. Fin dalla nascita ogni individuo si trova immerso in un ambiente culturale che segna in modo indelebile tutta la sua esperienza. Proprio perché siamo ancorati alla cultura di appartenenza, ciascuno di noi trova “naturale” il proprio modo di esistere e tende, magari inconsapevolmente, a diventare un duplicatore delle forme culturali che ha assimilato fin dalla nascita. Ciò costituisce la radice dell’etnocentrismo e della mente monoculturale.
  • Ciascuno è protagonista della cultura in cui vive. Si è attori inevitabili, spesso inconsapevoli, della cultura attraverso l’espressione di desideri, esigenze, opinioni, emozioni. Sebbene ciascuno contribuisca a determinarla, nessuno è in grado singolarmente di dirigere la cultura, che mantiene così il suo carattere di contingenza.
  • Ciascuno è osservatore della cultura propria e altrui. Attraverso i nostri commenti, valutazioni, opinioni su ciò che viviamo e sperimentiamo e su ciò che altri protagonisti culturali mettono in scena, indirettamente influenziamo gli orientamenti della cultura di appartenenza. L’intrecciarsi di queste tre posizioni ci aiuta a capire la nostra cultura, anche se essa resta un caos contingente in cui non si può riconoscere nessun progetto e nessun traguardo da raggiungere.

Principali dimensioni della cultura

Attraverso la distorsione dell’illusione interpretativa che risponde alla nostra esigenza di “spiegare” ogni cosa, l’uomo ha l’impressione di essere in grado di attribuire un significato alla cultura, di assegnarle uno scopo. Per analizzare la cultura ci si riferisce a tre parametri principali:

  • Mediazione
  • Partecipazione
  • Continuità temporale

La cultura come mediazione

Gli uomini vivono in ambienti specifici, ciascuno caratterizzato da una propria conformazione del territorio, da un certo clima e dalla presenza di particolari risorse. L’ambiente è in grado di influenzare la cultura e Gibson afferma che le diverse condizioni ambientali attribuiscono alla cultura una direzione piuttosto che un’altra. La specie umana è endemica, nel senso che è stata in grado di adattarsi ad ogni ambiente presente sulla Terra. L’adattamento ad ambienti diversi è stato possibile grazie alla capacità mentale dell’uomo di inventare strumenti, ideare procedimenti, elaborare dispositivi per “governare” l’ambiente. La cultura consiste nel saper come procedere al loro impiego e consente la mediazione tra l’uomo e l’ambiente. Le caratteristiche fisiche dell’ambiente “suggeriscono” all’uomo il percorso da seguire e le attività da mettere in atto per sfruttarlo adeguatamente per raggiungere le proprie finalità (affordance = qualità fisica di un oggetto che suggerisce a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo). Il rapporto tra il soggetto (uomo) e l’oggetto (ambiente) è prevalentemente mediato da uno o più artefatti, anche se, in certe occasioni, il rapporto può essere immediato (esempio: avere i piedi per terra).

Gli artefatti sono elementi del mondo materiale che l’uomo:

  • Assume come mezzi e modi per coordinarsi con l’ambiente sia fisico che sociale
  • Usa per raggiungere i propri scopi

Michael Cole distingue tre categorie di artefatti:

  • Gli artefatti primari usati direttamente per l’attività umana (esempi: il martello, il telefonino) che costituiscono la “cultura materiale”.
  • Gli artefatti secondari costituiti dalle rappresentazioni mentali di quelli primari. Riguardano il senso che si dà alle cose, consistono in modelli e simboli (norme, credenze, ecc.) e costituiscono la “cultura ideale”.
  • Gli artefatti terziari che costituiscono il mondo dell’immaginazione e della fantasia. Comprendono i processi artistici nelle loro diverse espressioni creative e costituiscono la “cultura espressiva”.

Gli artefatti sono convenzioni e svolgono un ruolo fondamentale nel dare forma all’azione. Attraverso gli artefatti il rapporto tra soggetto e ambiente diventa culturale. Infatti l’incorporazione degli artefatti nell’attività umana crea una nuova relazione tra uomo e ambiente in cui il culturale (ciò che è mediato) e il naturale (ciò che non è mediato) si compenetrano. Gli artefatti non costituiscono solo delle opportunità, ma rappresentano anche dei vincoli (esempio: attraverso il telefonino il soggetto può essere controllato). La mediazione svolta dalla cultura è universale e trasversale perché riguarda tutti gli ambiti dell’esistenza umana. Il progresso tecnologico, fattore di evoluzione delle culture, deriva dal miglioramento degli strumenti esistenti per compiere una certa azione e dall’...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della cultura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Realdon Olivia.
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