Capitolo 1. Che cosa sono gli atteggiamenti
Le origini dello studio degli atteggiamenti
Il termine atteggiamento è stato utilizzato per la prima volta nella ricerca da due sociologi, Thomas e Znaniecki, i quali, nel 1918, pubblicarono in 5 volumi i risultati della loro ricerca sui contadini polacchi, emigrati in massa in diversi paesi europei e negli Stati Uniti. Nelle premesse metodologiche dell’opera, i due autori affermano che il rapporto di dipendenza reciproca tra la cultura e gli individui può essere colto se si interpretano i problemi attraverso l’individuazione di «valori sociali» e «atteggiamenti».
I valori sociali sono costituiti da ogni oggetto che ha un significato in connessione con determinate azioni dell’individuo (per esempio uno strumento di lavoro, una moneta). Gli atteggiamenti sono definiti come processi della coscienza individuale che determinano l’azione. Gli autori fanno riferimento a uno stato motivazionale che causa il comportamento. Il rapporto causale è poi definito in maniera molto forte: gli autori dicono che l’atteggiamento «determina» l’azione. Questa posizione è molto innovativa per l’epoca.
La sociologia era infatti dominata dalla negazione che Durkheim aveva opposto alla nozione di «stato psicologico» come possibile spiegazione del comportamento umano. Ma è proprio nella psicologia sociale che l’utilità di questo costrutto nella spiegazione del comportamento umano viene riconosciuta pienamente. Gordon Allport, nel primo manuale di psicologia sociale apparso nel 1935, afferma che «l’atteggiamento è il concetto più distintivo e indispensabile della psicologia sociale contemporanea».
Nello stesso manuale l’autore formula una definizione che risulta dalla sintesi di 16 definizioni già disponibili all’epoca nella letteratura scientifica sul tema. L’atteggiamento si definisce secondo Allport come «uno stato mentale o neurologico di prontezza (readiness), organizzato attraverso l’esperienza, che esercita un’influenza direttiva o dinamica sulla risposta dell’individuo nei confronti di ogni oggetto e situazione con cui entra in relazione».
Questa definizione costituisce un punto di riferimento. Tuttavia si tratta di una definizione piuttosto generica, dato che può corrispondere a molteplici stati, mentre l’aspetto valutativo del concetto passa un po’ in secondo piano. Viene messo in evidenza il fatto che si parla di uno stato non direttamente osservabile, ma da inferire sulla base della risposta individuale che esso influenza: è una variabile interveniente fra lo stimolo e la risposta. Allport può essere considerato l’origine della impostazione individualistica che ha caratterizzato lo sviluppo di questo ambito di studi soprattutto negli Stati Uniti: l’atteggiamento diventa interessante in quanto dato psicologico nella relazione fra l’individuo e l’ambiente.
L’approccio individualistico traspare ancora nel compendio su tale tema, pubblicato nel 1993 da Alice Eagly e Shelley Chaiken, nel quale le autrici presentano il proprio lavoro dichiarando di assumere la seguente definizione: «l’atteggiamento è una tendenza psicologica espressa attraverso la valutazione di una particolare entità con qualche genere di favore o sfavore [...] Tendenza psicologica fa riferimento a uno stato interno alla persona, e valutazione fa riferimento a ogni classe di risposta valutativa, sia essa manifesta o non osservabile, cognitiva, affettiva o comportamentale».
William McGuire ha tentato di tracciare la storia della fortuna che lo studio degli atteggiamenti ha conosciuto nella psicologia sociale. Egli fa notare che questo costrutto è stato il tema dominante della disciplina in tre periodi differenti.
- Il primo risale agli anni ’20-30 e vede un grande impegno degli studiosi nel mettere a punto le tecniche di misurazione degli atteggiamenti. Sono gli anni in cui vengono costruite le più diffuse scale di atteggiamento (Thurstone, Likert, e più tardi il differenziale semantico). La concezione che le sottende vede l’atteggiamento come un continuum di zione (favorevole/sfavorevole) di un dato oggetto, lungo il quale si possono ordinare i soggetti interpellati. La costruzione di queste scale costituisce un passo avanti nella possibilità di studiare in modo sperimentale e quantitativo un costrutto psicologico, incrementando la rispettabilità della disciplina rispetto alle scienze esatte.
- Un altro argomento messo a fuoco in modo secondario in quegli anni riguarda la relazione fra atteggiamento e comportamento: le correlazioni estremamente basse in genere riscontrate fra i due fattori accelerano il declino di questo tema che verrà ripreso molto più tardi. Alla fine degli anni ’30, secondo McGuire, tre processi originariamente positivi per lo sviluppo dello statuto scientifico della disciplina prendono invece direzioni improduttive: i tentativi di chiarificazione dei termini non si consolidano in una definizione univoca e condivisa del costrutto; la potenzialità di applicazione dei risultati di questi studi (a fini politici o a fini commerciali, per fare qualche esempio) finisce per asservire la creatività della ricerca di base alle esigenze del mercato; infine, la quantificazione degenera in mistificazione del numero e rende sempre più difficile il confronto fra gli atteggiamenti e altre variabili che i ricercatori non erano ancora in grado quantificare con lo stesso livello di rigore. L’interesse privilegiato per il costrutto «atteggiamento» viene così a poco a poco sostituito, anche se non del tutto abbandonato, da quello per la dinamica di gruppo e per i processi che avvengono nei gruppi.
Il secondo periodo di interesse particolare per lo studio degli atteggiamenti si apre in parallelo con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa nel periodo della guerra fredda. Ingenti investimenti federali sono destinati allo studio dei processi di costruzione del consenso, ovvero delle modalità con cui gli atteggiamenti possono essere modificati in contesti comunicativi. McGuire individua due stili di indagine privilegiati in questa fase:
- Lo stile «convergente» caratterizza il programma di ricerca coordinato da Carl Hovland all’Università di Yale. Si tratta di un approccio induttivo che parte dall’osservazione dei fenomeni per arrivare al piano teorico. Questo programma comprende un gran numero di ricerche empiriche nelle quali vengono manipolate molte variabili indipendenti (relative alla fonte, al messaggio e al ricevente) al fine di individuare quali elementi del processo di comunicazione influiscono sulla probabilità che il ricevente modifichi il suo atteggiamento iniziale.
- Lo stile «divergente» consiste invece nell’applicare una teoria a una varietà di fenomeni, secondo un approccio deduttivo. Ciò comporta semplici disegni sperimentali, con la manipolazione di poche variabili indipendenti il cui effetto viene osservato sulle variabili dipendenti (atteggiamenti finali), come nella teoria della dissonanza cognitiva di Festinger.
Nel decennio 1965-75 lo studio degli atteggiamenti conosce la sua più profonda crisi, dovuta alla sensazione crescente negli studiosi che questo costrutto non sia adeguato alla definizione di un fenomeno preciso e alla individuazione di processi psicologici sottostanti. Prende l’avvio un periodo di intermezzo in cui si sviluppa il cosiddetto approccio della «social cognition», orientato alla individuazione delle strutture e dei processi che riguardano l’elaborazione delle informazioni.
Coerentemente con questi sviluppi, la terza fase di interesse per gli atteggiamenti impegna i ricercatori nello studio di questo costrutto concepito come una struttura cognitiva e nella individuazione delle sue proprietà. La ricerca non si limita ora ai singoli atteggiamenti, ma è sempre più orientata ai sistemi di atteggiamenti e alle relazioni fra i sistemi di atteggiamenti e le altre strutture cognitive personali. Alla fine della sua analisi, McGuire formulava la previsione che gli aspetti strutturali avrebbero assunto una forte centralità nel corso degli anni ’90.
Recentemente Terry e Hogg [2000], in una monografia che si propone di evidenziare gli aspetti più «sociali» nello studio degli atteggiamenti, hanno sintetizzato tre ragioni per le quali lo studio degli atteggiamenti ha assunto una tale importanza nella psicologia sociale attuale:
- Data l’impostazione sempre più cognitivista della disciplina, gli atteggiamenti costituiscono «l’apoteosi della cognizione sociale» in quanto costrutto non osservabile della cognizione, che si apprende, si modifica e si esprime in un contesto sociale;
- Sul piano pratico, gli atteggiamenti facilmente espressi attraverso risposte ai questionari, sono le fonti di informazioni sulle quali si costruiscono le teorie psicosociali del comportamento;
- Sul piano politico, gli atteggiamenti costituiscono ancora una interessante possibilità di applicazione delle concettualizzazioni psicosociali alla realtà.
Atteggiamenti e opinioni: una distinzione
Nel linguaggio comune i termini «atteggiamento» e «opinione» vengono usati spesso in modo intercambiabile, per fare riferimento alle valutazioni o alle prese di posizione che si esprimono nel corso degli scambi comunicativi. Nella letteratura scientifica di approccio psicosociale si utilizza prevalentemente il termine «atteggiamenti», mentre i sociologi tendono a privilegiare il termine «opinione». Ma si tratta di due sinonimi o è possibile individuare distinzioni concettuali?
Tre differenze strutturali:
- Livello di manifestazione della risposta all’oggetto. Thurstone affronta questa prima questione per una esigenza pratica: egli voleva arrivare alla messa a punto di strumenti affidabili per la misurazione degli atteggiamenti. Secondo questo studioso, se gli atteggiamenti non sono osservabili, allora le opinioni verbalizzate sono ciò che permette agli psicologi di inferirli. Gli atteggiamenti sottostanti sarebbero dunque tendenze latenti a rispondere in modo positivo o negativo nei confronti di un oggetto. L’opinione è l’osservazione empirica di un referente concettuale (l’atteggiamento). Una posizione simile è condivisa anche da altri psicologi. Per esempio, Hovland e colleghi, hanno sostenuto che le opinioni sono risposte verbali a una situazione-stimolo nella quale emerge qualche questione generale. Gli atteggiamenti, invece, sono risposte implicite strettamente legate alle opinioni, che orientano l’individuo ad evitare o avvicinare un dato oggetto. Cambiamenti negli atteggiamenti, cioè nell’orientamento ad evitare o ad avvicinare un dato oggetto, si ripercuoterebbero sulle manifestazioni verbali che riguardano quell’oggetto. Alcuni invece hanno negato l’utilità di questa distinzione concettuale in quanto non empiricamente rilevabile: se empiricamente concepiamo l’opinione come un indicatore dell’atteggiamento, che senso avrebbe distinguerli concettualmente?
- Base dei due costrutti. L’atteggiamento sarebbe fortemente ancorato alla dimensione affettivo-emotiva (per esempio mi attrae/ non mi attrae), mentre l’opinione sarebbe maggiormente basata su credenze di ordine cognitivo (per esempio è giusto/non è giusto). Si decide una opinione laddove un atteggiamento non è in genere avvertito come coscientemente compreso o deciso nello stesso modo. Al contrario un atteggiamento viene avvertito come un impulso affettivo, una inclinazione a rispondere positivamente o negativamente a qualcosa (Price). La distinzione non è rigida, e anzi il modello multicomponente di atteggiamento pone fortemente l’accento sull’integrazione di dimensione emotiva e cognitiva in questo costrutto.
- Natura degli oggetti a cui fanno riferimento i costrutti. L’atteggiamento è concepito come un orientamento permanente a rispondere in modo favorevole o sfavorevole a una classe di stimoli, mentre l’opinione sarebbe una risposta specifica a una particolare questione di interesse collettivo (Wiebe, 1953). Per esempio, abbiamo un atteggiamento che può essere filoamericano o antiamericano, poi abbiamo opinioni sulla politica estera americana, sullo stile di vita americano, o su altri aspetti specifici dell’oggetto «Stati Uniti». Jaspars e Fraser (1984) hanno sostenuto che l’atteggiamento è una variabile latente che organizza un corpus di opinioni, quindi l’atteggiamento è l’istanza generatrice e organizzatrice delle opinioni.
Ciò non significa tuttavia che possa essere dato per scontato un rapporto biunivoco fra atteggiamenti e opinioni. Da un lato, infatti, è noto a metodologi e sondaggisti che le persone esprimono opinioni anche su questioni che non conoscono, assurde o sulle quali non hanno alcun atteggiamento preliminare di riferimento. Dall’altro, è altrettanto possibile rilevare opinioni non coerenti rispetto ai relativi atteggiamenti, anche quando questi ultimi sono disponibili (per esempio, una persona può avere un atteggiamento favorevole nei confronti della libertà assoluta di espressione, ma esprimere una opinione contraria su forme di propaganda neonaziste).
Le opinioni, infatti, sono più sensibili alle caratteristiche del contesto specifico entro il quale esse vengono esplicitate. Il contesto agisce in particolare su due aspetti: rende salienti alcune informazioni e lascia sullo sfondo altre. Inoltre, l’espressione delle opinioni è soggetta a pressioni sociali: la percezione soggettiva del sostegno sociale di cui gode una opinione influenza notevolmente la sua espressione. Esprimere una opinione ampiamente condivisa ha un costo psicologico minore dell’esprimere una opinione poco popolare. Ma molte ricerche hanno ormai chiarito che la percezione soggettiva del sostegno sociale di cui gode una opinione è al centro di alcune distorsioni sistematiche. «Effetto di falso consenso»: le persone tendono a sovrastimare il livello di consenso sulle proprie opinioni, perché questo è un segnale della loro «correttezza». E, al di là della percezione della quantità di consenso su una opinione, anche la sola identità dei sostenitori o degli oppositori influisce sulla espressione della stessa. Esprimere una posizione ha spesso dei significati che attengono alla identificazione fra l’individuo e la categoria delle persone che la pensano come lui.
«Le distinzioni concettuali qui tracciate tra opinioni e atteggiamenti devono ancora essere tradotte in precise distinzioni operative» (Price).
Gli atteggiamenti sono delle preferenze?
Secondo molti psicologi, quando l’essere umano si pone in relazione il proprio ambiente (fisico e sociale) e comincia a formarsi una conoscenza di esso, lo fa, prima ancora che su una base descrittiva, su una base emotiva. L’idea che una sorta di valutazione emotiva preceda la consapevolezza (conoscenza) degli stimoli nuovi risale all’inizio del ‘900, alle origini della psicologia moderna, e in particolare a Wundt che nel 1907 sostiene che elementi affettivi si attivano prima che qualsiasi cosa possa essere percepita dal sistema cognitivo. Ma è soprattutto Zajonc, molti anni più tardi, a riprendere e affermare questo primato delle «preferenze sulle conoscenze». Egli sostiene che se la dimensione affettiva accompagna sempre il pensiero, non è vero l’inverso, ovvero si possono rilevare reazioni di avvicinamento o allontanamento dell’organismo a uno stimolo prima che questi riesca a individuarlo sul piano cognitivo.
Anche nel ricordo sembra evidente il primato della dimensione emotiva: quando cerchiamo di ricordare una persona, un evento, un film, un brano di musica riusciamo a richiamare alla mente prima il fatto che c’è piaciuto o non c’è piaciuto e poi le sue caratteristiche. A volte, anzi, non riusciamo ad andare oltre alla sensazione bello/brutto se qualcuno o qualcosa non ci viene in aiuto con qualche informazione supplementare. Certo la prima reazione emotiva dell’organismo non è ancora un atteggiamento, tuttavia è già in grado di influenzare i successivi processi cognitivi attraverso i quali l’individuo arriva a mettere a fuoco l’oggetto.
Più recentemente, e in linea con Zajonc, diversi studiosi ritengono che gli individui valutano in modo automatico (quindi non consapevole) tutti gli stimoli che incontrano, altri invece ritengono si tratti di un livello molto grezzo di classificazione entro le categorie sicuro/minaccioso (Fazio 2000): le persone non si impegnano spontaneamente nella formulazione di un vero e proprio atteggiamento, finché non sono motivati a farlo attraverso segnali presenti nel contesto che rendono evidenti i benefici che derivano dall’avere un atteggiamento.
Gli atteggiamenti sono delle cognizioni?
Altri modelli partono da un punto diametralmente opposto, ovvero dal riconoscimento del ruolo essenziale che gli elementi cognitivi giocano nel definire gli atteggiamenti. Il modello concettuale paradigmatico di questo approccio è quello dell’aspettativa-valore formulato da Fishbein e Ajzen. Il cuore di questo modello è rappresentato dall’idea che l’atteggiamento di un individuo verso un oggetto sia costituito dalla sintesi delle credenze salienti che egli possiede su quell’oggetto. Una credenza è definita come la probabilità soggettiva che un oggetto abbia un dato attributo: ogni credenza associa dunque un attributo a un oggetto (per esempio, le verdure contengono preziose sostanze nutritive) con una certa probabilità soggettiva (l’aspettativa). A questa associazione, l’individuo assegna un valore. L’atteggiamento si ricava dal prodotto fra le probabilità soggettive di trovare determinati attributi nell’oggetto e il valore assegnato a ciascun attributo.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Psicologia sociale , Prof. Marta Elena, libro consigliato Psicologia degli atteggiamenti e delle op…
-
Riassunto esame Psicologia degli atteggiamenti, prof. Stefanile, libro consigliato La persuasione, Cavazza
-
Riassunto esame e Appunti completi di Atteggiamenti e Opinioni per esame prof. Mari, libro consigliato The Psycholo…
-
Riassunto esame Psicologia degli atteggiamenti, prof. Stefanile, libro consigliato La psicologia degli atteggiament…